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Posts Tagged ‘presunzione’

Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Presuntuosa è la donna.

In Donne, Senza Categoria on 28 settembre 2010 at 8:09

Presuntuosa è la donna che crede di essere diversa dall’uomo in quanto + qualcosa e – qualcos’altro. Inutile cincischiare,  la donna, a differenza dell’uomo, veste i suoi desideri di più alti alibi e riesce a vendere meglio questa fantasia.
Fantastica è la donna che riesce a farsi passare per tale, senza essere né bella e né bona (cioè generosa delle sue intimità). Questa capacità si chiama fascino e lo possiede pure l’uomo.
Selvaggia è la donna che non sottostà a regole di comportamento o di vita che sia. Nel caso in cui non sottoponesse, essa stessa, gli altri a regole frustranti ed incomprensibili, può diventare una donna mito, irraggiungibile.
Tenera è la donna che ama il suo uomo come donna e non come madre, né come sorella, né come altra appendice parentale o amichevole.
Focosa è la donna che mostra di non averne mai abbastanza di amore appassionato e fisico. Per una donna così gli uomini mostrano potenzialmente un morboso interesse e successivamente una certa preoccupazione. Esistono anche uomini focosi che raramente incontrano donne focose, e per fortuna. Nel qual caso ne risentono le attività sociali e l’alimentazione. Qualche volta ne risente pure l’attività lavorativa, causa stato comatoso.
Ingenua è la donna che pensa di essere al centro dell’universo maschile e che esponendo la sua avvenenza pensa di essere apprezzata per la sua intelligenza.
Confortevole è la donna che sa stare al mondo, senza interventi esterni e senza creare problemi. Le donne confortevoli sono capaci in varie attività come lavori domestici e ottimi pranzetti. Sono ancora più confortevoli se rimangono anche la notte per eventuali necessità. Sono ancora più confortevoli se se ne vanno quando è l’ora.
Intelligente è la donna che rinuncia alle sue qualità tipicamente femminili e segue percorsi logici e fa speculazioni mentali come gli uomini. Pochi uomini apprezzano donne intelligenti per paura di essere accusati di omosessualità. Le donne intelligenti tendono a fingersi cretine per passare inosservate. Da ciò ne deriva che l’intelligenza femminile è inversamente proporzionale al successo.

La favola più vecchia del mondo

In amore, Donne, uomini on 21 luglio 2010 at 21:59

L’estate era passata in un soffio. Una delle tante estati che Francesca era abituata a vivere. Si prendeva un po’ di vacanza lontano dalla sua città, magari andava nella sua isola a perdersi in lunghe nuotate in quel mare di smeraldo. Ma non era quella la parte più bella della stagione calda, erano invece quelle notti passate per strada a bighellonare qui e là, con i suoi amici.
Certo era un tempo che per vivere bastava poco, lei era brava ad adeguarsi alle contingenze della vita. Calcolava il ritmo dei suoi giorni sulle sue possibilità. Certo aveva un lavoro che non era pagato granché, ma le lasciava molti pomeriggi liberi. Pertanto aveva trovato degli altri lavori che la tenevano occupata solo nelle ore libere, così da poter sbarcare meglio il lunario. Pagava la sua stanza nella casa con altre ragazze con le quali divideva l’affitto. Lei era l’unica a lavorare e, per questo, apprezzava molto la libertà che si era guadagnata col sudore della fronte.
Francesca era una bella ragazza, socievole e piena di amici, amava andare a teatro, al cinema e ai concerti rock, ma si permetteva questi divertimenti solo quando poteva farlo. Per la maggior parte del suo tempo libero si accontentava di sedersi in qualche bar all’aperto o in qualche angolo di strada per suonare la chitarra e cantare in compagnia di quegli amici. La sua era una vita semplice e senza troppe complicazioni. Poi arrivò, con l’odore della terra bagnata, e delle prime foglie cadute, un settembre diverso dagli altri, una stagione che non aveva mai conosciuto che fece vivere anche a lei la stagione dei segreti.
All’inizio le era sembrato di vivere in una favola, che si trasformava di giorno in giorno nella sua favola. Paolo era un noto docente di Diritto che attraverso un suo giovane assistente l’aveva contattata per farle trascrivere i suoi articoli e i sue lezioni universitarie. Quando lei l’aveva conosciuto si era sentita intimidita dalla personalità di quell’uomo. Non solo per il fatto che fosse un famoso cattedrattico, ma anche perché dopo averla conosciuta l’aveva trattata con la gentilezza e l’affettuosità di un padre. Quel padre che a lei era sempre mancato. Del padre aveva anche l’età e pensandoci bene forse anche quella del nonno, ma il suo modo di fare era così… così bonario e alla mano che, malgrado la soggezione, lei ben presto si era sentita rasserenata e piacevolmente coinvolta.
Le sue mansioni si limitavano, inizialmente, alla battitura delle sue cose scritte che velocemente diventò la trascrizione dei suoi convegni e dei suoi seminari. Si sentiva così apprezzata per il lavoro che faceva. A volte lui le chiedeva di andare nel suo studio per dettarle lettere e memorandum. Lei rimaneva frastornata dalla sua amabilità e dalla qualità e importanza dei contatti. Scriveva lettere a personaggi importanti che lei non avrebbe mai pensato di poter conoscere e rimaneva basita dalla famigliarità con cui si rivolgeva a tutti. Spesso lui la tratteneva fino a tardi per parlarle del suo lavoro, ma anche della sua vita, come se lei fosse la migliore confidente. Raccontava dei suoi due figli, ormai adulti, che non riuscivano a trovare la loro strada nella vita e di una moglie rinchiusa nel suo orgoglio di nobildonna decaduta. Raccontava dei suoi viaggi, dei luoghi che aveva visitato, della gente che aveva frequentato, ma sempre con quel velo di tristezza che evidenziava la sua indifferenza verso quella che sembrava una fortuna per il mondo intero. Francesca non pensava affatto di essere una sprovveduta, ma certamente sapeva di essere un po’ ingenua, anche se cercava di mascherarlo con una certa dose di cinismo almeno apparente.
Paolo era un uomo molto esperto e la lusingava in tutti i modi possibili. Era bravissimo a solleticare l’interesse di Francesca dandole, di sopraggiunta, il desiderio di intervenire e di avere un ruolo nella sua vita dorata ma infelice. Lui sapeva che ogni donna ha un punto debole e quello della ragazza era sicuramente il bisogno che aveva di essere amata e vezzeggiata, in più, il bisogno di amare anche lei senza chiedere niente in cambio. Per lui conquistare quella ragazza era un punto di orgoglio, già pregustava l’invidia che avrebbe sollevato tra i suoi colleghi, che si stavano scapicollando per accaparrarsi anche loro i servizi della giovane segretaria.
Una sera lui le aveva raccontato del figlio che passava da una depressione all’altra e del modo esecrabile che aveva sua moglie di usare i figli come metodo di ricatto nei suoi confronti. Francesca era ormai troppo coinvolta e non riuscì a sopportare i suoi occhi lucidi e sfuggenti. Lei gli passo una carezza incerta sul viso che le sembrava bello malgrado le molte ingiurie del tempo. Lui l’abbracciò improvvisamente e le disse le più belle parole che mai lei avesse udito.
Così con piccole bugie o mancate verità, con mezze parole e sguardi languidi lui si prese la sua giovinezza. Francesca non era più la stessa. Disertava gli amici e non aveva più voglia di cantare. Lui le faceva regali assolutamente inutili, gioielli che lei non avrebbe indossato mai, vestiti che lei non avrebbe mai avuto occasione di mettere, e libri che avrebbero fatto bella mostra nella biblioteca di un principe. I suoi tascabili facevano a pugni con quelle edizioni rilegate in pelle. Lei si scherniva, ma ne provava piacere, anche se tutto quello non le poteva servire a nulla per renderle meno difficile il quotidiano. Facevano solo parte della favola. Lui le prometteva viaggi che non aveva mai il tempo o la possibilità di fare con lei. Lei organizzava ogni minuto in funzione delle esigenze di lui, ormai non aveva più tempo per la sua libertà e per andare al cinema o a teatro, tanto meno avrebbe mai potuto frequentare un esecrabile concerto rock. Paolo le stava insegnando come una donna avrebbe dovuto essere per poterla presentare come la donna del Professore. Francesca diventava sempre più triste. Si sentiva rinchiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre si sentiva corteggiata e amata come non le era mai successo prima.
Lui prometteva anche se lei non chiedeva. Sapeva essere generoso, ma non la portava mai da nessuna parte. I loro incontri erano pieni di pathos, ma anche di malinconia; per lei era difficile non poter manifestare al mondo il suo amore. Passò l’inverno e tornò primavera, le giornate si stemperavano nel primo dolce sole dell’anno. Tutto intorno a Francesca si risvegliava dal lungo gelido letargo invernale, tutto riprendeva nuova vita e pure dentro di lei una vita nuova prendeva nuovi contorni. La cosa non doveva stupire, succede quasi sempre così, nelle favole più belle, prima viene l’amore e poi arrivano le gioie, se certe sorprese possono chiamarsi gioia.
Francesca timidamente l’aveva detto al Professore e a lui mancava poco che gli prendesse un coccolone. Eh no, non era possibile, sarebbe stato un duro colpo per la psiche dei figli e per l’orgoglio della sua signora. Lui non voleva far soffrire la sua famiglia, non se lo meritavano. Lui avrebbe fatto tutto per lei, ma quello no. Non glielo doveva chiedere. Francesca era confusa, pensava davvero di essere protagonista di una favola, ma non voleva far soffrire nessuno, certamente non quei suoi figli viziati e nemmeno quella donna austeramente infelice. Vagamente capiva che a lei nessuno ci pensava, ma che non era un suo diritto chiedere qualcosa per sé. Paolo partì troppo rapidamente per un viaggio di convenienza con la sua blasonata infelice famiglia.
Francesca, svegliata dal sogno, si ritrovò ad affrontare il suo incubo personale. La trafila di ambulatori e medici che la guardavano con compatimento, lei non voleva quel bambino che le avrebbe ricordato per sempre quel suo peccato di stupidità. Non voleva più essere amata da un padre che non era il suo, anzi da un uomo che poteva essere un nonno che le aveva rubato la sua vita. Certo le era sembrato tutto una bellissima favola che ora le veniva strappata via dal nido che lei aveva costruito nel suo corpo. Quel mattino aveva buttato, senza fare una piega, quegli inutili regali del Professore, dentro alle acque del fiume. Voleva liberarsi di quel peso, doveva liberarsi di ogni peso, pure quello che si portava dentro. Non le sarebbe rimasto più niente, o forse no, un’unica cosa, che avrebbe ricordato per sempre, una grossa e brutta macchia di sangue coagulato, sul candido lettino dell’ospedale.

Marialuce

In Amici, amore, Donne, La leggerezza della gioventù on 24 febbraio 2010 at 16:11

Marialuce ha un nome che è tutto un programma. Era una mia amica, che per quanto abbia frequentato con assiduità, cercando si aiutarla nei suoi momenti difficili, molto spesso mi sono sentita in colpa di averla, in qualche strano e involontario modo, usata per mio tornaconto. Seguendo un minimo di ordine, tutto era nato dalle parole di Chiara. Lei era un’amica saggia che mi aveva rimproverato di stare un po’ troppo isolata dagli altri. Mi diceva che non si trattava certo né del mio aspetto, né del mio carattere, che erano, senza alcun dubbio, piacevoli, secondo lei avrei dovuto invece tener conto del mio atteggiamento snob. Mica mi mescolavo facilmente. Lei assicurava che con quell’atteggiamento mostravo un grosso limite, perché pensare di essere migliore degli altri? Perché non accorgersi che ogni persona ha sempre qualcosa da trasmetterti per arricchire il tuo spirito? Qualche volta la saggezza di Chiara sconfinava con un certo atteggiamento da samaritana convinta. Ecco allora perché iniziai ad uscire spesso con Marialuce. Da un lato, avrebbe dovuto essere più divertente uscire con lei che restarsene a casa a leggere solitariamente un libro. Sicuramente andare al cinema con qualcuno invece che da sola avrebbe potuto garantire uno scambio di idee più proficuo. Fare una visita turistica ad una città artistica con Marialuce avrebbe dovuto arricchirmi di più eppure… Le domeniche le passavo ad ascoltare i suoi monologhi su tutto il suo parentado, di cui avevo perso da un bel pezzo le fila, dei piccoli discorsi e degli accadimenti di cui, a me, non avrebbe potuto fregare di meno. Al cinema poi era tragicamente difficile seguire il film mentre lei mi parlava incessantemente di tutt’altro. Non ti dico poi girare per musei con una che un’opera d’arte non sapeva nemmeno da che lato guardarla. Qualcuno diceva che a vederci per strada assieme eravamo proprio un bel vedere. Lei nera di capelli, con le forme al posto giusto e con la pelle scura ed io longilinea, bionda con la pelle diafana e il naso punteggiato di lentiggini. Non si passava di certo inosservate. Spesso trovavamo accompagnatori nelle nostre uscite, ma dopo un po’ le presenze diradavano. Lei di questo se ne faceva cruccio. “Non capisco che hanno i ragazzi d’oggi. Sembrano interessarti a te, ma poi si stancano subito. Non vogliono mai impegnarsi. Pensa che con un amico di mio cugino, che poi è meridionale, sai come sono i meridionali…” E da qui in poi l’ascoltavo solo a tratti e mi chiedevo cosa mi avrebbe arricchito sapere la storia dell’amico di suo cugino, però poi mi sentivo ingrata perché lei sicuramente mi stava dando molto mentre io mi annoiavo a morte.
Poi venne il tempo che l’andavo a prendere dopo il lavoro, alla fermata dell’autobus. Non era proprio del tutto disinteressata la cosa perché accompagnandola a casa trovavamo sempre quell’uomo che mi piaceva tanto. Lui era più grande di noi e aveva il fascino dell’uomo vissuto e pratico della vita. Spesso si fermava a parlare con noi e ci invitava a bere l’aperitivo da qualche parte. A me piaceva davvero molto, ma non riuscivo ad essere rilassata quando c’era lui e Marialuce lo sapeva. Per lei non c’era problema. Una certa logica avrebbe dovuto imporle di avere un ruolo defilato, almeno per mostrare rispetto dell’amicizia con me, invece gli si strusciava addosso come una gatta in calore. Una sera il tipo ci invitò a cena tutte e due con la scusa che doveva provare un nuovo ristorante di cui aveva sentito parlar bene e nel dirlo mi aveva guardato lungamente come per farmi capire che avrebbe gradito che fossi stata solo io ad accettare. Ma forse questo era sembrato solo a me perché Marialuce aveva continuato a raccontare le sue storie, ammorbandoci di luoghi comuni e di particolari irrilevanti e accettò, anche lei, di buon grado l’invito.
Quella sera lei era in splendida forma, parlava così tanto che non so come avesse avuto il tempo di mangiarsi tutto e con particolare appetito. Personalmente invece mi ero sentita piuttosto imbarazzata per lei, ma anche per me, si comportava in modo così platealmente civettuolo che se avessi potuto mi sarei scavata una buca e mi ci sarei nascosta a smaltire la vergogna per un anno. Lui mi guardava e sorrideva, ma allungava contemporaneamente la mano per toccarle un braccio. Mi faceva ogni tanto qualche domanda gentile, ma lei richiamava la sua attenzione con una vocetta petulante da bambina capricciosa. Uscirono dal ristorante un attimo prima di me. Se ricordo bene avevo bisogno di “incipriarmi” solo un attimo il nasino. Li trovai abbracciati nel buio del parcheggio. Senza fare una piega, li scansai, finsi di non averli visti e raggiunsi l’auto, aspettandoli con indifferenza. Lui arrivò imbarazzato chiedendomi scusa con un filo di voce, aprendomi la portiera e facendomi salire davanti. Lei che era montata dietro si sporse tra i due sedili pronta ad intrecciare ancora le sue molteplici storie di saghe familiari.
Lo so, sono una terribile snob e non amo perdere tempo in chiacchiere inutili, mi annoio profondamente a sentir parlare di luoghi comuni e di gente che non solo non conosco o conosco poco, ma soprattutto non mi interessa niente di conoscere. Sono tra l’altro convinta che un uomo si conquisti più con l’intelligenza e la simpatia che con un corpo perfetto e un’aria da bambola senza cervello. Sono tra l’altro certa che non ho nessuna voglia di farmi arricchire dagli altri, perché mi basta la ricchezza che c’è in me o se non altro mi accontento della mia povertà. In quanto a Marialuce… ho imparato che dai nemici mi guarda Dio ma dagli amici ormai mi guardo io.

Stupidi ragazzini presuntuosi.

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 2 febbraio 2010 at 11:42

La gioventù non è un valore aggiunto. Quando si è giovani si è anche presuntuosi. Si pensa di essere eterni ed invincibili. Si pensa di poter fare qualsiasi cosa. Si è certi che è possibile sbagliare e rimediare. Che si ha tutto il tempo per tornare indietro e si può recuperare il perduto e che c’è spazio per il perdono o almeno per la dimenticanza. Invece quando si è giovani si è pure orgogliosi e si pensa anche di essere infallibili e allora, per assunto, non si sbaglia mai, e se si sbaglia non lo si ammette e si continua bellamente a sbagliare e a sostenere l’impossibile.
Così era capitato che loro due si erano trovati casualmente per strada. Non era la prima volta comunque e come ogni volta si fermavano a parlare come vecchi amici, ma ad onor del vero loro vecchi amici non erano mai stati. Erano stati qualcosa di diverso ed è per quello che andavano cauti con i discorsi. Lei non era proprio totalmente a suo agio. Se le cose erano andate in un certo modo la colpa era stata sua, ma ormai chi vuoi che si ricordasse, non aveva proprio senso, erano passati più di quattro anni! Lei sapeva che le cose erano andate come dovevano andare e poi ormai anche con l’altro aveva chiuso e, tra parentesi, non era stata per niente una storia emozionante, aveva tenuto duro un sacco di tempo, perché lei era fatta così, ma era stato davvero tutto tempo perso, tempo da dimenticare. Ora era tornata sola e la cosa le sembrava del tutto naturale com’era naturale che lui fosse, malgrado tutto, gentile e attento. Lo aveva invitato a quella festa senza neanche sapere perché. Aveva saputo dal fratello che ormai stava poco nella sua città e lui vagamente ne aveva fatto cenno. Se era curiosa non l’aveva dato a vedere, d’altra parte se aveva una donna laggiù ad aspettare, era il minimo, anche se si diceva che le donne, lì, erano troppo facili. Lui la guardava un po’ stordito. Non si era aspettato di incontrarla anche se ne aveva fatto di strade sperando di vederla. Succedeva ogni volta, non poteva farci niente. La vedeva e restava basito. Faticava le parole, ma dentro alla testa aveva pensato “Cazzo se è bella”. Erano passati anni da allora e la sua espressione si era certamente indurita. Era normale dopo quello che era accaduto. Se stava a quello che gli aveva detto quell’amico, lei era stata disperata, dopo quell’amore finito come non avrebbe voluto. Lui glielo aveva detto con quell’aria da uomo vissuto e abituato a sciupare le femmine, era arrivato perfino a proporgli una mediazione per farli rimettere insieme, sempre che gli potesse ancora interessare. No! non era interessato, soprattutto non voleva mostrare che quel discorso gli aveva fatto davvero male. Come aveva fatto a cambiare così… proprio lei che dalla vita avrebbe potuto e dovuto avere tutto?
Quella sera non ballarono insieme ed era strano perché a tutti e due piaceva molto ballare. Si erano seduti sul divano e avevano parlato di quella donna che lo stava aspettando, non era come le altre, lei aveva studiato e veniva da una famiglia ricca. Quei discorsi l’avevano resa triste. Lui le chiese cosa faceva nella vita. “Ora abito con un’amica, lavoro molto e studio alle serali, così ho poco tempo per il resto”. Lui le leggeva la tristezza negli occhi e pensava a quanto male le avesse fatto quell’altro. Lui sperava che la bottiglia di whiskey avrebbe annegato un po’ della sua tristezza. Lei si chiedeva cosa ci facesse lì, maledizione, non era stata una buona idea. Lui un bicchiere dietro l’altro stava dimenticando la ragione per cui aveva accettato quell’invito. In modo confuso le aveva accennato che quell’amico gli aveva detto certe cose su come fosse finita la loro storia e lei non ne aveva voluto parlare, si era trincerata dietro ad un “Preferisco non sapere cosa va in giro a dire, quando i rapporti finiscono come minimo la colpa sta a metà”. Poi era rimasta in silenzio. Le era venuto alla mente che una volta lui l’aveva giudicata, come se a lei non fosse concesso di sbagliare. Si ricordava che non aveva pronunciata quella parola, ma lei sapeva che avrebbe voluto dirla, se ne sentiva ancora il peso addosso. Provava un sordo rancore verso sé stessa e la sensazione devastante che stava solo allora perdendo qualcosa di importante seppur sapeva di non averne più diritto. Lui l’aveva persa quella volta ed era stato un massacro, gli era costato di più di quello che poteva dare, non le avrebbe mai fatto capire che… Incrociarono lo sguardo mentre lei indossava la giacca per andarsene dalla festa. Lui notò che aveva uno sguardo triste che non le aveva visto mai. Tra i fumi dell’alcool percepiva vagamente che solo allora e non prima, quando quell’amico se l’era rubata, lui la stava perdendo e se non fosse stato che l’alcool gli aveva tagliato le gambe e i pensieri, avrebbe potuto fermarla senza dirle neanche una parola.

La fine dell’anno / I

In Donne, uomini on 30 dicembre 2009 at 14:03

Mica aveva voglia di fare il bilancio di fine anno. Già ci pensavano al lavoro di farle pressione. Ogni anno la stessa storia. Quest’anno più degli altri. Sarà stata la crisi, no anzi era la crisi di sicuro, ma c’era a chi la crisi faceva molto male e chi si salvava facendo male agli altri.
Per lei quell’anno avrebbe avuto un bilancio positivo. La ditta in cui lavorava aveva perso un sacco di commesse e si trovava in crisi. Tra l’altro le banche faticavano i finanziamenti. Adesso che era arrivato la fine del secondo anno di difficoltà arrivavano i licenziamenti. Ma per lei ci sarebbe stato un colpo di coda. Lei non si sarebbe lasciata buttar fuori. Non doveva aspettare tempo. Il tempo era importante per lei. Lo era sempre stato. Sentiva il suo ticchettare dentro alla testa, come se ci fosse un grosso orologio. Questo le metteva fretta. La pazienza non era il suo forte. Lei ci aveva messo tutta la buona volontà per stare al passo, ma non ce la faceva proprio… quello non era il suo forte. In effetti fino a qualche giorno prima aveva mantenuto un certo equilibrio. Si sa che una donna può tenere sulla corda più di un uomo. Si sa anche che deve promettere senza concedere, solo così può conservare il suo potere. Lei lo sapeva bene, l’aveva sempre fatto. Era certa che non fossero le sue qualità professionali ad essere apprezzate. Certamente il capo del personale non levava mai gli occhi dal suo seno, ne sembrava ipnotizzato, ma veramente a lui lei lanciava solo qualche nocciolina. Quello che riceveva i bocconi più grossi era il Direttore Amministrativo. A lui non interessavano le briciole, voleva il piatto guarnito. Erano due mesi che sembrava come pazzo, era tutto sorrisi e sottintesi, non faceva che chiamarla nel suo ufficio appoggiandole paternamente la mano sulla spalla. Ma oggi la mano era scesa decisa acchiappando un seno tra le dita e strizzandolo a mo’ di possesso. Inutile abbassare lo sguardo e mostrare la ritrosia della ragazza che non era. Quella sera avrebbe dovuto concedere, non era più il tempo del gioco del nascondino, quella sera era il tempo del tutto per tutto. A casa lei non si sarebbe fatta lasciare.
D’altra parte lui non era proprio male, aveva la sua età certo, pochi capelli e un sorriso falso che portava la firma del suo dentista, ma insomma non sarebbe stata una missione impossibile. Questo lei pensava e questo era il gioco che si giocava tra i grandi.
Il capo del personale sosteneva che il Direttore fosse un tossicodipendente del viagra, magari aveva ragione, ma a lei non importava molto, qualsiasi cosa succedesse lei sarebbe stata preparata.
Stasera avrebbe telefonato a quel lumacone del suo fidanzato e con la scusa di un improvviso mal di testa avrebbe rinviato l’appuntamento a domani. Se non c’era nessuno che pensasse a lei sarebbe stata lei a farlo.
Nel bagno dell’ufficio si guardava allo specchio mentre passava un velo di rossetto sulle labbra. Un pensiero fastidioso le passò nella mente. Cosa avrebbero fatto le sue colleghe davanti alla lettera di licenziamento? Cosa avrebbero pensato quando si sarebbero accorte che lei invece non era tra di loro? Ma che senso aveva pensare a cose tristi, d’altra parte il problema non era suo, le altre che si ingegnassero.
Quando stava per uscire il capo del personale l’aveva tenuta sulla porta dell’ufficio e l’aveva guardata con il solito occhio di triglia. Lei l’aveva salutato in modo frettoloso e maleducato. Che voleva quel vecchio porco? Gli mancavano pochi giorni alla pensione. Cosa pensava di ottenere da lei? Povero cocco sarebbe stato solo a guardare, questa era la sua unica soddisfazione, solo quella di guardare da lontano.

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