Mario

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Come farete ora a dire…..

In Anomalie on 31 maggio 2010 at 17:27

http://witnessgaza.com/
http://www.freegaza.org/

Come farete ora a dir che siete voi i martiri? Come farete a sostenere che siete solo voi ad aver subìto un Olocausto? Ditemi con quale coraggio giustificherete questa nuova carneficina? Non esiste ragione al mondo per togliere la libertà ad un popolo. Non esiste ragione al mondo per uccidere proditoriamente chi porta aiuti umanitari a chi soffre per la vostra volontà.

Segui la diretta su:
http://notizie.virgilio.it/esteri/navi-israele-flotta-pacifista.html?pmk=nothpstr1

The attack has happened in international waters, 75 miles off the coast of Israel, in direct violation of international law.

 

Senza passione

In amore on 29 maggio 2010 at 16:07

Sergio le aveva sempre rimproverato di non esserci portata. Come se a fare sesso bisognasse averci l’indole. Forse un po’ era vero, non ne era sicura, ma più si guardava in giro e più vedeva donne determinate, ammiccanti, che sprizzavano quel certo non so che da tutti i pori. Quelle a letto dovevano essere delle bombe o almeno davano quell’impressione. Possibile che non fossero mai stanche, mai indisposte, che non si trovassero, ad essere svegliate nel pieno della notte, senza avere l’alito cattivo o le palle girate? Macchine per il sesso. Lei non lo era proprio e forse su questo Sergio aveva ragione.
Certo che, a pensarci bene, la loro storia non poteva che finire così. Non avevano gli stessi bioritmi e forse questo era solo un eufemismo, un semplice modo per dire che non si trovavano fisicamente e mentalmente. Lei ormai non aveva il bioritmo compatibile con niente se non, forse, con il lavoro e le incombenze di casa. Mica che amasse il lavoro e la casa, erano ormai delle abitudine. Intanto Sergio, che si disegnava come un uomo incapace di tradimenti e tutto di un pezzo, aveva trovato l’alternativa: una nuova donna. Certamente più giovane, più fresca, più disponibile. Carne nuova da frollare.
Lei non aveva cercato di sapere chi fosse, se l’era solo immaginata. Qualsiasi fosse l’amante che lui si era preso a lei non interessava, era il gesto che non aveva sopportato e per questo lo aveva lasciato andare senza troppe storie. Ma adesso , per lui, la porta era chiusa e per sempre. A pensarci bene avrebbe dovuto cacciarlo fuori dal suo letto prima, invece che giustificare in mille modi la sua improvvisa freddezza che non era diminuita neanche con tutti i volonterosi tentativi che aveva messo in atto. Poi si era detta: “E’ colpa tua, perchè non hai più entusiasmo e non sei più frizzante, come all’inizio.” Ma certo, lui mica si poneva la domanda se mancava in qualche cosa. Lui non si era mai posto nessun problema. Scema, perché lei, invece, l’aveva fatto e si era data la colpa di questo rapporto senza passione. Non sapeva perchè, malgrado i suoi precedenti rapporti poco incoraggianti, fosse convinta che la passione potesse essere qualcosa di più. Anzi molto di più. Non è che ci volesse un genio per rendersi conto che la passione andava coltivata e lui non aveva certo l’indole del giardiniere. Pochi gesti senza tenerezza e pazienza, poca attenzione per lei; per quella che a quel tempo era la sua donna. Queste mancanze non potevano che significare l’incapacità o la non volontà di amare. Per quanto pure lei, se lo ripeteva, su questo avesse investito veramente poco.
Non si leva sangue dalle rape. “Non c’e sesso senza amore”. Lo cantava anche Venditti e lei lo canticchiava a mezza voce. A parte tutto il tempo perduto in quel limbo, a parte i pochi ricordi lasciati indietro, lei guardava la sua nuova vecchia vita senza il peso di qualche rimpianto. Stava pensando che se nella sua vita si fosse potuta riscaldare attorno al fuoco dell’amore le sarebbe rinata la passione e magari, pure lei, avrebbe avuto nell’espressione quel certo non so che delle bombe sexy. Di una cosa era certa: ormai quell’uomo e i suoi stupidi messaggini telefonici, inviati sicuramente di nascosto della sua nuova fiamma, non vi facevano più parte.

Pubblica resistenza contro il ddl intercettazioni

In Blog, politica on 21 maggio 2010 at 17:29
dal blog di ALESSANDRO TAURO condivido il seguente comunicato:

Gentile Onorevole Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi,
in questi giorni, in queste ore, il Parlamento della Repubblica Italiana è impegnato in una corsa contro il tempo per una più che rapida approvazione del disegno di legge firmato dall’Onorevole Ministro della Giustizia Angelino Alfano e noto come “ddl intercettazioni”.
Il provvedimento rappresenta una delle più drastiche limitazioni al potere d’indagine che compete ai magistrati inquirenti del nostro paese e, al contempo, la più dura, feroce e devastante limitazione al diritto costituzionale di informazione; il diritto di farla e il diritto di riceverla.

Il progetto di legge, per mezzo dei suoi punti fondanti, impedisce il racconto giornalistico su fatti giudiziari di pubblico dominio e privi di segreto, stabilisce pene detentive e pecuniarie pesantissime verso chiunque osi divulgare verità giudiziarie, introduce nuovi obblighi di rettifica per i blog minandone la sopravvivenza, trasforma in crimine il diritto dei cittadini vittime di crimini di raccogliere prove audio e video a dimostrazione del reato e stabilisce odiose discriminazioni tra forme di giornalismo, all’interno di una drammatica limitazione del diritto ad effettuare inchieste giornalistiche.

Il diritto all’informazione nelle sue forme più elementari, il principio di legalità e la ricerca della giustizia vengono totalmente smantellati da tale provvedimento.

Pertanto questo sito internet dichiara sin da adesso che, per imprescindibili motivi etici e in ragione della difesa del diritto alla libertà di parola e di stampa, solennemente sancito dalla Costituzione italiana e dalle leggi vigenti, in caso di approvazione in via definitiva e di conversione in legge, non potrà attenersi in alcun modo alle norme che compongono il disegno di legge sulle intercettazioni.

L’altra metà del cielo si confida

In Donne, uomini on 20 maggio 2010 at 14:51

Avevano organizzato una partita di calcetto. Non è che avessero proprio l’età per queste cose, ma era divertente ritrovarsi e fare una serata a “sfottò” e pacche sulla spalla, come si confà ai veri uomini. Quella sera però il tempo si era messo proprio al brutto, un forte temporale aveva calmato gli animi e quindi si erano rifugiati al bar del loro amico Gino per bere qualche cosa e per fare una bella partita di ciaccole maschili. Senza tanti preamboli Gino, mentre prende le ordinazioni, butta lì che stava leggendo con interesse sul suo portatile un post sul blog di Ross che anche gli altri conoscevano dal tempo delle compagnie giovanili e pone agli altri la domanda un po’ provocatoria: “Ma voi avete donne che fingono?” Ovviamente l’argomento li “ingrifa” tutti quanti e si mettono a tirare giudizi, senza con quello voler entrare troppo nel personale.
Guido spara subito la sua bordata: “Guarda a me non me ne potrebbe fregare di meno, basta che si lasci scopare, poi che finga o meno sono solo fatti suoi.”
Lele, che ormai ha una fidanzata storica alla quale è pure molto affezionato, cerca di mediare dicendo: “Eh, no, non è così semplice. Tu dovresti comunque impegnarti per far godere pure lei. Non è mica una macchinetta per i caffè. Introduci la moneta e automaticamente esce e te lo bevi. Eh no, bisogna avere un po’ di attenzione, dedicarci del tempo, farla sentire a suo agio, farle delle coccole, dei complimenti… insomma, sai… i preliminari, quella cosa li.” Intanto pensa alla sua Barbara che negli ultimi tempi sembra un po’ distratta e che trova sempre qualcosa da fare all’ultimo momento per tardare la loro intimità.
Diego taglia la testa al toro: “Ma dai, si capisce subito se una donna finge. Non sono mica uno scemo. E poi a pensarci bene cosa potrebbero chiedere di più se non un maschio vigoroso come sono io. Non so se mi spiego?!?”
Guido gli risponde sornione: “Eccomenò! Sarà proprio per quello che fingono così bene!”
Dopo le solite risate da copione Gino interviene, tentando almeno un po’ di autocritica: “A pensarci bene, quando vivi una vita come la mia, torni a casa a notte fonda e sei tanto stanco da non poterne più, ai preliminari non ci pensi proprio, altrimenti finisci con prendere sonno durante. E poi, pure lei, pensi davvero che gradisca di essere svegliata alle due di notte per una seduta veloce di sesso?”
Aldo che si è sposato giovanissimo e ormai ha sulle spalle un matrimonio più che trentennale si giustifica: “Io non so come la pensa Caterina, certamente che a me per fare all’amore mi ci vuole un bel po’ di fantasia. Anche per me lei è la stessa santa minestra, sinceramente devo aiutarmi pensando a qualche attrice superdotata per arrivare al dunque. Cate non si è mai lagnata e per questo ho sempre pensato che quello che le davo bastasse…”
Lele: “E magari non basta…”
Guido: “Ma che cacchio vogliono da noi? Non dovremmo mica metterci a recitare poesie no? Scopare è scopare e non ci vogliono molte invenzioni.”
Lele: “Guido, temo che sia per quello che le donne se hanno il coraggio di prenderti alla fine ti mollano come un lebbroso…”
Altre risatelle di circostanza. Ma il dubbio sembra farsi strada. Gino, sarà perché è il più grande di tutti, tenta di mediare: “In effetti che senso ha preoccuparsi di una donna che non ti interessa se non per fare sesso. Anche se, ad onor del vero, a tutti piacerebbe fare una bella figura e magari essere ricordato dai posteri. Certo che hai un bel dire “sono stanco”, ma la tua donna ha pure diritto di trovare gusto in quello che fai assieme. Non dovrà pagare sempre i tuoi umori e le tue preoccupazioni no?”
Lele: “Anche io penso che bisognerebbe parlare di più con la propria compagna. Bisognerebbe gratificarla. Insomma si sa che le donne sentono differente e quello che fa sballare te, a loro potrebbe non smuovere niente. Ci avete mai pensato? Per noi uomini esiste il Viagra, ma per loro che cosa c’è? Nessuno si è mai preoccupato di scoprire la pillolina che procuri loro un piacere soddisfacente. Che sia vero che noi uomini pensiamo solo a noi stessi?”
Aldo: “Però a me seccherebbe un casino avere per le mani una donna che finge. E’ un comportamento da vera puttana no? Perché dovrebbe mentirmi, chi le dà questo diritto?”
Gino: “Ma non hai capito che quasi tutte mentono per non ferirci e non farci star male?”
Aldo: “Ma tu lo sopporteresti?”
Gino: “Mi sa che lo sopporto, sì, almeno una volta alla settimana.”
Guido: “Ehi, ma perché non chiediamo a questo Davide come fa? Magari ci fa capire cosa fa alle donne perché ne siano entusiaste.”
Gino: “Ma Guido, sei proprio duro eh? Quello non è un racconto di realtà, è solo una provocazione per parlare dei rapporti tra gli uomini e le donne…”
Guido: “Ah ma allora possiamo stare tranquilli, non esistono uomini, come Davide, che ci insidiano le donne, vero?”
Lele: “No, caro Guido, purtroppo no… ovviamente purtroppo per loro, le nostre donne.”

Fingere

In Donne on 20 maggio 2010 at 9:33

Eravamo le solite quattro amiche al tavolino del bar. Tutte e quattro con un bicchiere di colore diverso davanti. Chi l’acqua tonica, chi la meno dietetica Coca Cola, chi l’aperitivo e chi la rinfrescante acqua e menta. Insomma quel tanto per confermare che ognuna di noi ha il suo gusto personale e non si confonde con le altre. Sapete come s’inizia, prima col parlare degli amici, del lavoro e poi alla fine si finisce di parlare di uomini. Posso immaginare che sia un po’ come succede in “Sex in the city”, ma posso solo immaginare perché sinceramente non ne ho visto mai nemmeno una puntata. Non è mai stato facile parlare di sesso fra di noi, eppure qualche volta capita, magari prima si generalizza, ossia di parla degli altri e poi si finisce col passare al personale.
Vera stava parlando del suo matrimonio in crisi, e con finta leggerezza ci dice che il desiderio sessuale da molto tempo non fa più parte dei suoi entusiasmi. Ovviamente pur se aleggia quella sensazione di instabilità nel rapporto col marito cercava almeno di dargli una parvenza di sicurezza e si regolava assecondando la sua libido. Lidia che è sempre quella diretta le chiede a bruciapelo: “Insomma ci vai a letto e alla fine fingi di avere un orgasmo?” Vera vagamente imbarazzata confessa che in effetti è così. Lidia non la lascia continuare e le corre in aiuto: “Ma dai, credi davvero di essere l’unica? Anch’io con Antonio oramai faccio il mio bel teatrino. Il piacere è un oggetto dimenticato nella mia quotidianità.” A dire il vero, Lidia fa sempre la spregiudicata, ma lo è molto meno di quello che pare.
Vera cerca di spiegare. “Vedete, non è che mi piace proprio fingere, ma mi sembra che almeno mantenere questa forma di normalità faccia bene al nostro rapporto. A me non costa niente dargli la soddisfazione di riuscire a soddisfare il mio piacere. Ci mancherebbe che dovessimo litigare anche su questo…” Lidia rincara la dose: “Beh! per quello nemmeno a me costa troppa fatica e ormai è da anni che non riesco a provare nessuna curiosità, nessun desiderio e per quanto riguarda il piacere… no, non c’è proprio modo. Antonio mi vuole bene, ma non si è mai preoccupato di quali siano le mie necessità. Lui pensa che basti fare quattro salti e tutto è fatto… niente fantasia, nessuna novità… diciamo che è come mangiare la stessa minestra tutti i santi giorni. Mi direte, ma perché non glielo dici? Beh! è che so che ci resterebbe troppo male. Si sentirebbe inadatto. Entrerebbe in crisi. Ed io sinceramente… insomma preferisco fingere che affrontare una guerra che non è possibile vincere.”
Sabrina che era stata zitta fino ad allora chiede abbozzando un sorriso forzato: “Ma dico, ragazze, non è che si tratta di una epidemia? Pure io, in quanto a sesso, vado maluccio. Carlo ci mette sempre molta buona volontà, ma non è abbastanza. Penso sempre che se mi rilassassi e mi lasciassi andare completamente, magari riuscirei a superare l’ostacolo. Ci metto  sempre anche io tanta buona volontà, mi do da fare, mi intestardisco… ma poi finisco frustrata e stremata, mi sale una rabbia che controllo solo se riesco a vedere il suo piacere. Credo che lui non si ponga il problema di quanto piaccia a me, ma confonde il suo piacere con il mio, accetta quello che gli offro come la prova del mio desiderio, e pure questo è un modo di fingere.”
Le tre, dopo la confessione, guardano me con quell’aria che sottintende che pure io devo raccontare la mia storia. Ma come posso fare? Personalmente le cose mi vanno alla grande. Avevo avuto dei compagni molto atletici anche dal punto di vista sessuale che mi avevano deluso terribilmente, ma non era colpa loro, il problema stava in me. La questione era banale e col mio ultimo compagno me ne ero resa conto pienamente. Provare piacere è una situazione che coinvolge certamente i sensi, il corpo o il basso istinto animale che c’è in noi, ma per me la strada del mio piacere passava dal cervello al cuore e poi coinvolgeva il mio corpo. Fino a qualche mese prima non lo sapevo. Mi accontentavo di un semplice compiacimento fisico che significava una certa normalità. Non arrivavo a niente di più, non mi abbandonavo mai, non mi rilassavo e non avevo neppure tanta voglia di fingere. Poi improvvisamente, quando ormai avevo perso ogni speranza di sapere cosa fosse un orgasmo, il destino mi ha messo di fronte ai fuochi d’artificio della mia libido pur se a me pareva quella di un corpo avviato al naturale declino.
Cosa avrei potuto raccontare alle mie amiche senza creare loro una buona dose di stupore e di invidia? Potevo raccontare di tutto il tempo che io e lui passavamo a ridere e a baciarci sul letto o sotto la doccia? Potevo far immaginare le fantasie più ardite realizzate con un comune sorriso sulle labbra? Potevo dire che il piacere a me si ricaricava subito e che non mi stancavo mai? Magari avrei potuto raccontare solo quello che mi succedeva prima di incontrare Davide. Magari avrei potuto dire che essendo agli inizi provavo ancora un certo entusiasmo per il mio partner pur se non era troppo atletico insomma che la cosa era semplicemente normale. Oppure avrei potuto dire finalmente tutta la verità. Avrei potuto spiegare che non ci si deve accontentare, che a fingere si perde la voglia di vivere, che il desiderio fa bene alla salute e che mai mi ero sentita così bene. Parlare con loro mi sembrava come tuffarmi sull’acqua fonda senza prendere fiato a sufficienza. “Ragazze! Che vi devo dire? Non so bene come e non so bene perché, ma a me non serve fingere e la cosa mi rende molto felice.” Forse quello che avevo detto era troppo poco, ma loro mi ora mi guardavano con quegli occhi che promettevano di non darmi pace fino a che non raccontavo tutto nei minimi particolari. “Oddio, chi mi salverà” non avevo mai pensato di diventare, per colpa del sesso, un nuovo fenomeno da baraccone.

Quello che non si può dire

In amore, Anomalie on 17 maggio 2010 at 13:47

Ormai sono vecchio e pure stanco. Dicono che alla mia età si dovrebbe vedere il mondo con occhi saggi. Io non ci credo perché saggio non sono oggi, come non lo ero prima. Se qualcosa ho imparato dalla vita quella non è certo saggezza, direi piuttosto che si tratta di abitudine alla sconfitta. Se mi guardo indietro posso dire che ho almeno tentato di fare quello che mi piaceva di più, almeno nei limiti del possibile, anche se non ai limiti del concesso. Perché quelli no, li ho superati quando ero un ragazzo. Allora io sapevo di essere diverso, mi sentivo gazzella nel corpo di un leone. Ero destinato ad essere vittima e non volevo neppure fingere di essere qualcosa di differente. Marcello me lo aveva spiegato dopo: “La tua sensibilità, si legge nei tuoi occhi e nei tratti del tuo viso. Si trasmette al tocco delle tue mani. Tu sei troppo delicato per essere vero.” E fu così che mi amò. E fu così che lo amai per tutta la vita. Ma questo avvenne dopo come già detto.
Da ragazzino andavo al patronato da don Gerardo, e anche se io non avevo ancora capito di che pasta ero fatto, il vecchio prete mi aveva letto nell’anima. Quando a volte mi parlano degli effetti che può avere l’ingerenza di una persona adulta sulla psiche di un giovane mi ritrovo a pensare che fin da piccolo avevo la necessità di trovare un uomo adulto che mi prendesse sotto la sua ala e mi desse tutta la sua attenzione ed il suo amore. Mamma era una grande donna, ma lei credeva solo nelle cose pratiche, mi dedicava un affetto ruvido, fatto di poche parole che mi educavano a nascondere i sentimenti e le debolezze.
A scuola poi fu un vero tormento. Non c’era modo di farmi accettare dagli altri. Io desideravo così tanto di piacere e di assecondare le amicizie che finivo con l’essere preso in giro e messo da parte. Imparai la dote del silenzio. Osservai il mondo attraverso occhi che non vedevano mai bene la realtà, bensì rubavano l’essenza delle cose. Con le donne stavo bene, loro sì che mi erano amiche, loro condividevano con me quanto condividevano con le altre. Con loro spesso mi confidavo. Con loro spesso mi confondevo. Le amavo tutte come sorelle, ma mai e poi mai mi sono sentito attratto da loro.
Crescendo, questo ormai mi era evidente: il mio corpo era il corpo di un uomo che provava lo stesso piacere del corpo di una donna. Ma non è per questo che dico di essere nato gazzella e di aver avuto il destino della preda. Il male lo vivevo dentro sapendo che non ero un uomo giusto per i tempi che vivevo o forse un uomo giusto e basta. Soffrivo di essere deriso, come soffrivo di essere rifiutato e offeso, ma la cosa che non sopportavo era di amare senza essere riamato. C’erano cose che non potevo confessare mai, né a Don Gerardo, né a mia madre e nemmeno alle mie occasionali amicizie.
Quando comincia a lavorare, per i primi tempi i colleghi maschi mi tenevano alla larga, ma poi avevano capito che non ero un pericolo per nessuno e che soprattutto non avevo ambizioni di apparire migliore degli altri. Così mi intortavano facendomi fare i lavori più faticosi e meno soddisfacenti. Era facile per loro mostrare una generosità di amicizia che si guardavano bene dal dimostrarmi al di fuori dell’ufficio. Ma a me bastava essere lasciato in pace e di non subire il loro quotidiano disprezzo.
Mamma continuava a guardarmi con quell’aria afflitta. Sapeva che da me non avrebbe potuto aspettarsi niente di buono, ma ero il suo ragazzo e cercava almeno di farsene una ragione. Mi innamorai perdutamente di un compagno di giochi ma non lo dissi mai a nessuno. Ero troppo giovane per sostenere l’ironia degli altri. Poi successe al liceo, ma anche questa volta non avevo avuto il coraggio di farlo capire. Eppure Donato era pure lui un reietto. Si vedeva lontano un miglio che era diverso, anche se fingeva di essere un grand’uomo e di fare tutto quello che un uomo deve per forza fare. Col senno di poi avrei anche potuto avvicinarlo e parlargli, forse avrebbe potuto ascoltarmi o forse, peggio degli altri, avrebbe potuto ferirmi. Ci sono cose che non si possono dire mai ed io questo l’avevo imparato presto.
Poi incontrai Marcello, l’uomo che cambiò la mia vita. Lo incontrai una nebbiosa sera di novembre, sulla strada di ritorno dal lavoro. Mi chiese se mi poteva accompagnare, visto che si faceva la stessa strada. Mi disse subito la verità: a lui le parole non facevano male. Mi raccontò della sua famiglia; che l’aveva scacciato di casa perché figlio degenere. Mi parlò dei suoi sogni e dei suoi desideri. Mi citò libri che aveva letto e mi parlò di arte classica e di viaggi. Mi confessò che mi seguiva ormai da molte settimane. Era forse per questo, per quel suo dire così immediato e senza timidezza che iniziai ad amarlo ancor prima col cuore che con la mente. Invidiavo la sua capacità di affrontare la vita. Io ero così timido e così desideroso di essere amato che non ebbi mai il coraggio di chiedere apertamente il mio diritto di esistere.
Con Marcello passammo una vita insieme, plasmandoci a vicenda, soprattutto lui plasmando me. Poi la sua terribile malattia e la insopportabile perdita. Non avrei ma pensato di sopravvivere. Non avrei mai creduto di poter continuare ad esistere anche senza di lui. Oggi parlo e uso le sue parole per descrivere il mondo, oggi affronto la vita con il suo coraggio, oggi esisto, ma devo tutto al suo amore. Se fosse stato per me, per quello che ero e per come lo ero, non avrei mai saputo spiegare agli altri i sentimenti e le emozioni che hanno fatto parte della mia vita. Ora ne parlo perché sono vecchio e perché Marcello mi ha insegnato che non esistono cose che non si possono dire.

Cosa vuoi fare da “grande”?

In Anomalie, Donne on 15 maggio 2010 at 22:34

Nessuno glielo aveva mai chiesto. D’altra parte veniva da una famiglia dove la parola “nutrimento” significava solo avere qualcosa da mangiare e non si riferiva né al cervello né all’anima. Paola teneva un diario, dove stava molto attenta agli errori grammaticali. Non era che pensasse che quel diario l’avrebbe letto qualcuno, però riteneva che fosse un suo dovere migliorare la condizione della sua vita. Lei amava leggere. Si accontentava di qualsiasi libro, ma tra le mura di casa aveva a disposizione solo i libri di lettura e successivamente le antologie del fratello maggiore. Per quanto riguardava i suoi libri scolastici, riusciva a completarne la lettura in tre giorni e tra l’altro aveva una memoria di ferro.
Paola era anche sfortunata con suo fratello. Lui non le permetteva di mettere le mani sui suoi libri. Era sempre stato geloso di lei. Lui era nato per essere figlio unico, lei la considerava un brutto incidente nella sua vita. Ma tanto Paola era testarda, e si era fatta una corazza, non avrebbe mai permesso a nessuno di intralciarle la strada. Era sicura che prima o dopo ce l’avrebbe fatta, avesse dovuto faticare giorno e notte per raggiungere il suo scopo. Aver letto le sostanziose antologie del fratello la rendevano ancora più curiosa di leggere libri. Ma a casa sua sapeva bene che c’erano a disposizione solo due libri che chissà in che modo ci erano arrivati: Guerra e Pace e I fratelli Karamazov e, sebbene sapesse che erano per la sua età una lettura impossibile, li aveva pure cominciati.
Spesso si sentiva scoraggiata. Non pensava di essere forte a sufficienza per riuscire ad uscire da quella vita vischiosa. Avrebbe voluto essere intelligente, avrebbe desiderato essere istruita, sognava di andare a scuola, di frequentare l’Università e di capire tutto quello che non riusciva a capire. Non cercava il successo, la fama, il riconoscimento degli altri… voleva solo vivere e fare le cose che le piacevano di più. Voleva essere libera. Voleva solo delle possibilità.
Il giorno che finì la scuola, suo padre le disse che non avevano la possibilità di farla continuare. Chi avrebbe studiato sarebbe stato suo fratello, a lui sì che serviva l’istruzione, era un maschio e ne aveva diritto, gli sarebbe servito per la vita e per il lavoro. Per lei invece era un percorso inutile, tanto non serviva se alla fine il suo destino era quello di essere scelta da un uomo che l’avrebbe sposata e mantenuta. Questa era la legge di quei tempi, questa era la mentalità della sua famiglia.
Paola non perse tempo a piangere, sarebbe stato inutile, decise piuttosto cosa avrebbe fatto mentre diventava “grande” e tra queste cose aveva giurato che non ci sarebbe mai stato un matrimonio.

Stronza autonomista. E dalla Nascita!

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 9 maggio 2010 at 22:07

Questo commento arriva in risposta al mio post Bastarsi. Natura, filosofia o metodo? da una nuova amica commentatrice: Mad del blog Cazzi e scazzi.
Visto il tema trattato e soprattutto i tentativi di comprendere cosa s’intende per “metamorfosi fighiana”, ma ancor di più con quale metodo si ottiene l’aura della seduttrice e se non proprio quello almeno come una donna (o un uomo) deve essere per attrarre l’altro sesso, ma anche il proprio.
Secondo me Mad ha dato la risposta che mi piace di più e la rigiro ai lettori affezionati. Purtroppo come dice lei stessa è inutile cercare una ricetta. Stronza autonomista si nasce, non si diventa. 😀

“Semplice. Io mi amo.
Non il mi amo nel senso “io sono la più figa, la più bella, la più intelligente” etc, etc.
Io mi amo così come sono, con i miei pochi pregi ed i miei innumerevoli infiniti difetti che conosco benissimo e che non mi nascondo.
E la cosa divertente è che non li nascondo neanche agli altri.
Mi vado bene, insomma.
Se poi c’è qualcuno a cui vado bene del pari, ottimo.
Se non c’è, pazienza, non ho paura di stare da sola.
Quando c’è, la mia è una solitudine che non è mai “vuoto”, è piena di tanto.
Pure troppo, a volte, ecco perché dico che ogni tanto avrei bisogno di una pausa pure da me stessa, oltre che dal resto dell’universo.
Non mi faccio mai troppe paranoie, la marea di “pippe mentali” che gli altri si fanno nei confronti delle relazioni sentimentali (o umane, se intese in senso più ampio) non mi sono mai appartenute.
Il che non significa che io sia priva di passioni, tutt’altro, solo che non mi creo mai aspettative irrealistiche nei confronti di alcunchè.
Di quello che la gente poi può pensare di me, ad onor del vero non me ne è mai fregato un’emerita cippa.
In quanto al “codazzo”, frega nulla del pari.
Voci di corridoio mi dicono che io sia vista come “distante e misteriosa”, mia madre tempo fa m’ha detto” t’ho fatta, ma non riesco a capire bene come funzioni”.
Son l’oggetto misterioso.
A me sembra d’essere normale. Non è che i pazzi siete voi? 😉
Non credo all’idea del “per sempre”, so che nella vita incontrerò persone e che queste persone, se sarò fortunata, faranno una parte del viaggio con me.
Potranno essere due giorni come trent’anni, sarà bene o sarà male: è il percorso che m’intriga, non la sua fine o la sua destinazione.
Amo la gente che mi sta intorno, so che per me ci sono ed io ci sono per loro, soprattutto nel momento del bisogno, quando più serve, ma non tollero chi mi si “appiccica” come un francobollo, non tollero la gente che ti vive addosso di vita riflessa.
I miei stati d’animo me li gestisco autonomamente, ho sufficienti energie mentali per uscire dalle rogne per conto mio, senza bisogno di una “stampella” emotiva cui appoggiarmi.
Il fatto di amare e di stare insieme ad una persona non significa che ogni particolare della tua vita debba diventare suo.
Io non “sono” di nessuno. Tutt’al più “m’accompagno brevemente”.
La “proprietà di me” rimane mia.
Visto? “Stronza autonomista”.
E dalla nascita. 😀
Un saluto.
Mad”

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