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Ricetta per uccidere un amore

In amore, auguri, Blog, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 30 gennaio 2012 at 0:00

Vi è mai capitato nella tempesta di un sentimento, nella tristezza di un amore che latita e nella certezza che nulla può più essere salvato, che vi venga la folle idea di trovare la ricetta per uccidere quell’amore? Chiaro non ucciderlo fisicamente, sebbene in alcuni casi magari un po’ ci pensi, ma annientare la forza delle sensazioni negative, del dolore e della delusione, insomma uccidere un amore è uccidere un amore. Basta, via, niente, pussa via, sparisci…

Insomma girando per la rete ho trovato questo post in questo blog molto carino che riporto pari pari qui sulle mie pagine:

Ho messo via un bel pò di cose, ma…

Ci ho provato a metterti da parte insieme al mio amore per te.
Lo giuro.
Ci ho provato per amor proprio,  per istinto di sopravvivenza, per realismo…ma niente. Non riesco a lasciarti andare.

Da settimane ho tolto dal mio raggio d’azione tutto quello che poteva ricordarmi di te. E’ tutto chiuso in una busta, confinata nel buio di un armadio. Nel farlo non ho avuto nemmeno il coraggio di guardare una sola delle nostre fotografie. Quelle stesse che avevo fatto stampare tra le tante fatte, piccoli passi orientati alla composizione di un album che contenesse le più belle, per raccontare i nostri anni di vita insieme… magari per poterle riguardare insieme un giorno, in futuro, per ricordare l’evolversi del nostro amore.

Come si uccide l’amore? C’è un modo, una formula segreta, una cura, una pillola? Anche qualcosa in sperimentazione mi va bene, mi candido come cavia umana!

Ci ho provato, ci sto ancora provando. Ma non riesco.
Puntualmente perdo le forze e finisco col fare capolino nella tua esistenza, sperando che tu mi stupisca, ma per la prima volta (da un pò di tempo a questa parte) sei fin troppo coerente con te stesso e con le tue scelte.

Non sò come tu ci riesca, vorrei un pizzico della tua forza… o forse della tua indifferenza, chi lo sà…. questo, lo sai solo tu.

V.

Chissà com’è che a leggere tutto questo mi sono commossa. Che ne dite cuore fragile o cuore di mamma?

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La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

Storia di regole e di paletti: il senso di responsabilità.

In Anomalie, Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt, personale, uomini on 25 gennaio 2012 at 15:23

Girando per blog sono finita a leggere questo post che si riferiva a due articoli di giornalisti emeriti, anche se, tutto sommato, non si dovrebbe valutare la loro fama dalle polemiche che innescano ma dalla loro capacità di analisi e di sintesi.

Ad ogni modo, leggendo queste due, non dissimili valutazioni, sul perchè non troviamo più, nel popolo italiano, il tanto e giustamente valutato senso di responsabilità, vengo a sapere che per ambedue i giornalisti, questo senso, deriva principalmente dalla caduta brutale, nella nostra “nuova educazione” del timore o rispetto per l’autorità.
La cosa mi è faticosa da digerire. Da sempre, riferendomi alla mia educazione, che è frutto delle convinzioni tipiche, in tal senso, della metà dello scorso secolo, ho inteso: i paletti, le regole è il rispetto per l’autorità, più un’imposizione limitativa della mia libertà che il concetto base del mio senso di responsabilità.
Se è il rispetto assoluto e acritico per l’autorità che determina il nostro senso di responsabilità, allora, com’è che proprio le persone che si trovano di fronte a fatti contingenti in cui dovrebbero dimostrare le loro capacità, il loro senso critico e il senso di responsabilità personale, proprio quelli che più hanno vissuto dipendenti dall’autorità degli altri, si trovano incapaci di muoversi autonomamente e di prendere decisioni importanti?
Storie di Capitani di navi scellerati e di Re d’Italia fifoni, non fanno che confermare la non dipendenza delle due cose tra di loro. Ovviamente chi fa la carriera militare o la carriera nella marineria commerciale e chi fa il re di una nazione deve aver, per forza di cose, vissuto in un contesto dove la piramide dell’autorità doveva essere ben netta e rispettata. Pertanto sarà vero che regole, paletti e autorità servono a crescere uomini coraggiosi e responsabili?
Sinceramente io dissento. L’educazione è una questione complessa ed esistono, in ciascuno di noi, delle priorità. Sto parlando di noi genitori ed educatori. C’è chi tende a perpetuare un unico modo di educare, anche se vecchio e usurato, c’è chi cerca percorsi nuovi e più evoluti di coinvolgimento educativo e chi, per scrollarsi dalle spalle il peso di vecchie imposizioni, lascia libero spazio all’anarchia dei comportamenti senza dare almeno delle regole interiori.
Come la penso io?
Beh, non è facile dirla così su due piedi. Personalmente non amo imporre regole e mettere paletti e penso che l’autorità sia quella cosa che ti viene dalla capacità che hai di dire cose sensate e di dimostrare che sei coerente e capace di stare in modo correto nella “vita”. L’autorità è la tua capacità di farti rispettare e di dimostrare la tua correttezza morale ed etica.
Certo che se tu hai questa capacità, da qualcosa ti viene, sia per carattere oppure senso analitico molto sviluppato, insomma sostengo che l’educazione rigida che ho ricevuto non c’entra niente con quello che sono, quello che ha contribuito di più è il mio desiderio di vedere il mondo con occhi autonomi e umani ed i miei sempre più forti tentativi di analisi e critica di me stessa, in primis, e successivamente di quello che mi circonda.
Forse, proprio per questo ho cercato di insegnare più che il rispetto per l’autorità, il rispetto per la persona, a prescindere dalla posizione che questa occupa, ma non solo quello, importante è anche il rispetto per le cose e per l’ambiente e manco a dirlo il rispetto per sè stessi. Se mio figlio ha fatto tesoro di quello che gli ho insegnato è solo perchè rispetta le mie idee e il mio modo di essere e ritiene degno di attenzione quello che cerco di comunicargli e trasmettergli. Il senso di responsabilità è incentrato sulla capacità di prendersi in carico ogni propria azione e ogni idea personale. A mio figlio, ossessivamente, gli ho detto e ripetuto, che per crescere e diventare uomini bisogna saper avere il coraggio delle proprie idee, difendendole fino allo stremo e la responsabilità delle proprie azioni. Solo così si diventa un essere umano responsabile. Se avessi ascoltato i miei genitori che mi ripetevano il rispetto acritico di tutte le persone anziane, se avessi vissuto in un ambiente diverso, con ogni probabilità, avrei potuto diventare facile vittima di molestie o ben più gravi questioni.L’età non dà, per forza, l’autorità di fare scempio della tua vita.
E poi che cos’è il rispetto dell’autorità senza la capacità critica della persona?
In poche parole è vero che un’analisi superficiale presenta una società moderna, poco abituata a prendersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto delle proprie idee, ma non è forse proprio perchè non siamo mai stati abituati a criticare l’autorità e il modo di imporre queste idee.
Insomma quello che ci viene presentato come cura, a me personalmente, pare piuttosto la causa di tutto. Ecco perchè a leggere il post e gli articoli di giornale mi hanno dato un forte senso di disagio, anzi dirò di più mi hanno fatto saltare sulla sedia, come se fossi messa a sedere su una graticola.
Il rispetto verso le persone non dipende affatto dalla loro autorità costituita, ma dalla loro capacità di  “ottenere rispetto”.  Un percorso probabilmente lungo e doloroso, sia per chi diventa agente educatore e sia per chi è invece soggetto all’educazione stessa.
Guardando poi le vignette messe in apertura del post, in realtà sono davvero esplicative di uno stato delle cose nella nostra scuola italiana, quando mai i brutti voti sono colpe dei nostri figli? Su questo però non mi sento colpevole, ogni brutto voto del mio rampollo se l’è meritato a pieno titolo e la giustificazione la pretendevo da lui. Fortunatamente non ha mai cercato la via facile di colpevolizzare gli altri ed io non gli ho mai permesso farlo, così come capitò successivamente con le prime stupidate che ha combinato in compagnia dei suoi amici. Purtroppo io sono tendente a dargli tutte le responsabilità, e lui è ovviamente abituato a prendersele, sa bene che sono pronta a supportarlo nelle difficoltà, ma mai a sostituirmi a lui nella vita. Spero che questo ci basti.

This is my land, Hebron

In amore, Anomalie, Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 21 gennaio 2012 at 23:59

Piccola storia di ordinaria follia umana
La quotidiana violenza che subiscono i palestinesi
Questo articolo racconta un sopruso, una delle tante ordinarie violenze che un qualunque cittadino palestinese subisce sotto l’occupazione israeliana
19 gennaio 2012 – Jeff Halper – traduzione di Daniele Buratti (pacifista israeliano)
Fonte: Jeff Halper – Pagina Facebook – 10 gennaio 2012

Questa mattina mi ha chiamato Jawdi Jaber, un amico palestinese della Baka Valley vicino a Hebron. Dei coloni di Kiryat Arba, il grande insediamento realizzato sulla sua terra, anzi proprio a ridosso di casa sua, avevano creato uno sbarramento di sassi e pietre contro la sua casa e gli avevano bruciato la macchina.

Come automobile non era un gran che, una malconcia Peugeot mini van del’79, ma vitale per la sua famiglia. Jawdi la usava per le frequenti visite all’ospedale per trasportare la madre 90enne ammalata, non potendo permettersi ogni volta un’ambulanza. O per portare i bambini a scuola quando pioveva forte: 7 chilometri a piedi su sentieri di montagna, dove non di rado venivano attaccati da coloni israeliani armati, a volte, di mazze da baseball. Se aveva qualcosa da vendere (quest’anno le autorità israeliane gli avevano smantellato l’impianto di irrigazione, e così gran parte dei suoi prodotti – pomodori, cetrioli e uva – non sono arrivati a maturazione), lo caricava sul suo mini van e andava al mercato di Hebron. La macchina era “le braccia e le gambe della famiglia”, mi ha detto con voce calma e rassegnata.

E’ uno di quei ‘piccoli’ incidenti di cui non si viene mai a sapere, parte della sostanza di quella violenza quotidiana subita da Palestinesi di tutte le età. “Non ho mai vissuto una sola giornata di normale felicità in tutta la mia vita”, mi ha detto Jawdi di recente. Nel 2001 aveva tirato su una casetta per sua moglie e i suoi cinque figli sulla proprietà di famiglia, vicino alla casa di quattro stanze dei suoi genitori, in cui vivevano 17 persone; nel 2002 è stata fatta demolire dalle autorità israeliane, alla stregua di altre 26.000 case palestinesi demolite nei Territori Occupati a partiredal 1967, perché Israele non rilascia concessioni edilizie ai Palestinesi.

Al fratello di Jawdi, Atta, che abita sulla collina di fronte, hanno demolito la casa tre volte. Nel gennaio del 2000 dei coloni gli erano piombati in casa, di venerdì, cacciando tutta la sua famiglia di casa, e ci erano rimasti dentro per tutta la durata dello Shabbat (con la protezione della polizia); e poi, nella notte di sabato avevano dato fuoco alla casa, dissacrando i versetti del Corano infissi sulla porta, e se ne erano andati. E nessuno di loro venne arrestato.

Se qualcuno vi dice che Israele non fa pulizie etniche oppure che fa quello che fa per ragioni di ‘sicurezza’, mandatelo dalla famiglia di Jaber. Gente simpatica (Jawdi e Atta parlano un ottimo inglese), e le loro mogli, Aisha e Rudina, vi prepareranno del delizioso makluba, e i loro bambini sono sve egli e fotogenici – ma attenzione, siete in presenza di veri eroi. Sono persone spaventate, ferite, traumatizzate, tristi, impoverite e oppresse, eppure sono ‘sumud’, tenaci. I Jaber vinceranno. Possono resistere a qualsiasi violenza, ingiustizia e sofferenza inflitte dal governo israeliano e dalle persone apatiche delle colonie. Di fatto, è sulle spalle di gente così che poggia il nostro mondo.

Solo una cosa li può piegare. Non la ‘superpotenza’ americana e il suo Congresso militarizzato e ‘pro-Israele’, né i governi lacchè europei filo-americani che non hanno il coraggio di far rispettare i diritti umani che proclamano ai quattro venti, ma noi. Noi possiamo fiaccare la volontà di resistenza degli Jaber, se li abbandoniamo, se noi, le persone brave e privilegiate, rimaniamo in silenzio. Immaginate come sarebbe stato stare al fianco di Jawdi e della sua famiglia questa mattina, mentre la loro macchina veniva distrutta dalle fiamme. E allora, voi che pensate di fare?

Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

Le luci delle finestre nelle case degli altri

In amore, Donne, Giovani, personale, poesia, uomini on 5 gennaio 2012 at 19:08

Non è che ho scopiazzato male il titole del libro di Chiara Gamberale “Le luci nelle case degli altri“, libro tra l’altro affascinante e avvincente, è che, come a volte mi succede, questo libro l’ho preso e letto unicamente per l’evocazione del titolo.
Sinceramente non so come funziona per voi, ma a me i libri attirano principalmente per due motivi: uno è l’autore e l’altro è il titolo. Credo che la cosa sia complessa da spiegare, ma credo che, questo dettaglio, al fine di quello che voglio raccontare, non sia importante.
Insomma eliminando ogni elemeto di identificazione con Mandorla, la ragazzina del libro, o con Maria la di lei mamma, il punto fondamentale è che nel mio immaginario, per un lunghissimo periodo della mia vita, ho avuto un’attrazione e una curiosità morbosa per le luci delle finestre nelle case degli altri.
Sono sempre stata una persona socievole, con un buon numero di amici, di quelli che durano nel tempo. Insomma amici con cui ho avuto sempre rapporti profondi e mai conflittuali. Questo fa pensare che, di mio, la solidutine non l’abbia mai vissuta. La cosa strana, invece, è che ho amato avere amici intorno a me, ma ho sempre, anche, cercato dei momenti di solitudine e di disintossicazione dalle parole e dalla confusione della compagnia. Se non vessi avuto questa valvola di sfogo, credo in alcuni momenti avrei “dato di matto”.
Mi piaceva girare di notte d’estate, ma anche di più d’inverno, con il naso e l’immaginazione attenta a captare “le luci delle case degli altri”.
Certo tutto questo è frutto della mia cattiva educazione: sono femmina, fantasiosa, ribelle, analizzatrice pragmatica, ma sempre terribilmente romantica. Così credo, in parte, mi abbiano insegnato ad essere, attraverso il condizionamento proprio del mio genere e della mia generazione.
Non avrei mai accettato di ammettere che le “luci” accese delle finestre in cui “guardavo” mi trasmettessero sensazioni di calore o di gelo, di felicità oppure di tristezza profonda.
Ogni finestra racchiudeva in quelle stanze un presagio di amore e calore, oppure di freddo e distacco.
Giravo per le strade gelide a testa in su, in una città che fa della penombra il suo fascino maggiore. Non false luci di strade di periferia o di auto di passaggio, ma vecchi, anacronistici lampioni semischermati.
Io camminavo piano e mi fissavo sulla luce di quella stanza… molto spesso sapevo di quale stanza si trattava, e mi immaginavo la vita attorno a quel tavolo, l’esistenza di una famiglia felice e unita che passava la sera a scherzare davanti ad un piatto di minestra, di bambini che dicevano stupidaggini e che ridevano con gioia alle attenzioni stupite dei grandi. Invidiavo il calore di quella casa. Quelle finestre mi facevano sorridere e mai avrei ammesso che avrei voluto essere un moscerino per posarmi con cautela su quel lampadario per partecipare alla coralità di quella stanza.
Tutte bubbole, direte… certo lo so, ecchè? non ero e non sono scema, sapevo benissimo che quelle luci mi attiravano perchè le storie degli altri mi sembravano sempre più belle e più soddisfacenti di quelle vere, mie.
Era la mia fervida immaginazione che mi faceva vedere anche quello che non c’era, che mi faceva immaginare quel sogno che io non potevo o volevo avere. Ma non sempre, come potete immaginare, nelle “luci degli altri” io vedevo calore e famiglia, molto spesso annotavo la luce della solitudine e della disperazione.
In effetti so bene perchè nella mia vita ho sempre rifiutato di usare neon e luci a risparmio energetico. Lo so non sarà eticamente corretto, ma almeno non mi si può dire che sono micragnosa.
Alle luci forti che non lasciano dubbi e che non consentono incertezze, preferisco le luci minimali, schermate, riflesse, dai colori gialli e rosati, luci tenui, indecise, meglio addirittura se prodotte da candele vagamente profumate, ma solo un po’… quel po’ che basta a rendere la vita migliore.
A quel tempo io sognavo “le luci delle case degli altri” e non avevo altra possibilità che vederle attraverso quelle finestre, che ovviamente mi erano precluse. Mi sentivo un Peter Pan al ritorno dall’Isola che non c’è. Ogni finestra era chiusa, perchè non c’era posto per me, ero una dei tanti bambini perduti. Ma di bambini perduti ed estranei ce n’erano pure in quelle case, dietro a quelle finestre. C’erano, indipendentemente da età e classe sociale, indipendentemente anche dalla loro volontà. Insomma la felicità o la disperazione emanavano una loro luce propria, diversa, qualcosa che ti restava negli occhi e nell’anima, ti si appiccicava addosso come un’impronta, ti assalivano come una malattia e, non lo ammetterò mai, ma qualche volta mi hanno fatto piangere.
Anche Mandorla, la protagonista di questo libro, è una bambina perduta, ma non perduta come ero io. Però non racconterò di più di questo libro, non voglio farvi perdere il piacere e la curiosità di leggerlo, non voglio portarvi distante dal suo messaggio di amore fuorviandovi col mio messaggio di curioso “voyerismo” sentimentale. Di Mandorla, la dolce figlia di Maria, amministratrice di condominio, rubo solo l’inizio di una preghiera:
O luci delle case degli altri
facciamo a cambio,
che io sono voi
e voi siete me…”
io so come continuerei e voi lo sapete immaginare? 🙂

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