Mario

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Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

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Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

I ladri di sogni

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, personale, politica, Scissione, Sinistra e dintorni on 16 ottobre 2011 at 14:12

Siamo tornati questa notte da Roma, Delusi ed arrabbiati, molto di più di quando ieri mattina siamo arrivati a Roma.
Ci siamo alzati prestissimo per prendere il treno con le offerte del sabato. Sia chiaro che oggi si fa fatica anche a viaggiare in treno, non è un mezzo per chi fa  i conti per arrivate a fine mese e siamo in tanti a fare questi benedetti conti.
In treno ci sono le mamme, mi chiederete quali mamme e che c’entrano. C’entrano, sono le mamme dei ragazzi e ragazze, studenti medi che sono partiti a notte fonda verso Roma, perché anche di questo è fatta questa manifestazione. Io e Mario avevamo mio figlio con gli studenti che venivano da Firenze e la ragazzina di 17 anni, Shaden, che la mamma, impossibilitata a venire, ci aveva affidato, anche lei era partita da Venezia con quei pullman che sono la tradotta di queste manifestazioni. Autobus che solo i giovani possono affrontare. Io ci lascerei le gambe prima ancora di arrivare.
Si arriva in una Roma assolata e allegra. Arriviamo presto e già la Piazza è colorata e piena di allegro vocio. Noi abbiamo appuntamento alle 13 o 13,30 davanti al cinema Moderno, ma ci arriviamo abbastanza presto dopo aver telefonato e fatto raccolta di amici romani e non. Qualcuno di loro deve andare in testa del corteo perchè sono quelli del Comitato 15 ottobre, c’è tanta allegria, la gente non sembra molta però, ma a noi non importa, chi c’è c’è, e anche gli studenti devono arrivare dopo essersi raccolti davanti alla Sapienza.
Chiamo mio figlio: tutto bene, stanno riunendosi per partire verso Termini. I gruppi della Palestina non si vedono. Noi indossiamo le bandiere per fare richiamo. Arrrivano ragazzi da Milano e alcuni giovani romani e un’altra ragazza da Venezia che è partita più tardi.
Siamo allegri e ottimisti, dietro ai nostri sorrisi però ci sono dei dubbi e delle tensioni (oppure pare solo a me). Non ci possiamo credere. Avevamo visti i mezzi dei carabinieri, in un angolo della piazza, e c’era qualcosa di strano: vicino ad una camionetta c’erano carabinieri con dei personaggi che carabinieri non sembravano proprio. Alcuni seduti dentro, altri che rilassati parlavano all’esterno. Fra di noi non abbiamo esternato quello che ci era venuto in mente. Eppure anche Mario aveva annotato la cosa. Non si può immaginare che, se ci fosse stato qualcosa di dubbio, lo facessero così alla luce del sole. Erano i miei retaggi da sessantottina a parlare, sicuramente. Insomma carabinieri e dimostranti dall’aspetto poco rassicurante, insieme in un guazzabuglio a dir poco sconcertante. Ma tiriamo avanti.
Mi son detta: ma cosa vai a pensare, se fossero infiltrati, perché mostrarsi alla luce del sole, sono troppo pochi, verrebbero isolati, ma che diamine. Forse mi sono sbagliata o forse il pericolo non veniva da lì, non ne sono sicura  e non lo sarò probabilmente mai.
Raccogliamo altri con la bandiera palestinese e con quelle della Flotilla, ma il furgone non arriva, poi mi chiamano al cellulare: venite a Termini che il gruppo parte da lì, il furgone è rimasto imbottigliato. Andiamo raccogliendo un po’ di persone per strada. Fortunatamente il nostro gruppo è riconoscibile per le bandiere e ci si ricompatta a Termini. Ci abbracciamo e riconosciamo i nostri amici di Facebook. E’ bello trovarsi e riconoscersi, è rassicurante. Intanto gli studenti sono arrivati alla stazione e mio figlio riconoscendo le bandiere mi raggiunge. Ci abbracciamo e siamo ottimisti e contenti. Sarà una grande manifestazione.
Quelli del Comitato sono già partiti da un po’. Ci chiamano per sapere di noi della Palestina, dove siamo. Io rispondo che non siamo ancora partiti anche se dovevamo partire in quinta posizione. Quelli ci dicono che sono ad una decina di minuti da Piazza S. Giovanni. Ma allora chi c’è dientro di loro se noi non siamo ancora partiti? Non riusciamo ancora a pensare che il corteo possa essere così lungo e numeroso.
Partiamo e si va lenti, ma è bellissimo, ci sono famiglie con bambini in carrozzina, c’è musica e allegria, qualche slogan, tanti sorrisi.
A metà Via Cavour mi arriva la telefonata di quelli del Comitato e dicono che gli studenti di termini sono bloccati da Black Blocs che stanno provocando disordini. Chiamo mio figlio, che dice: no, qui tutto tranquillo, siamo tantissimi ed aspettiamo di confluire nel corteo. La cosa mi rasserena. Richiamo quelli del Comitato che sono già entrati a S. Giovanni. Si tranquillizzano pure loro. Ma ad un tratto noi cominciamo a vedere le macchine con i vetri sfasciati e una banca con le vetrate sfondate. Ma allora da qui i Black Blocs sono già passati?
Mi telefona la mamma della ragazzina a cui dovevamo dare supporto: oddio le immagini che la televisione ci manda sono terribili, c’è una guerra in atto. Lei grida ed io sono sconvolta. Ma come? qui è tutto tranquillo. Richiamo mio figlio e non sono ancora partiti, anche lui mi conferma che è tutto tranquillo, e mi rasserena il fatto che siano ancora lì. Intanto noi vediamo la prima macchina bruciata e già spenta dai Vigili del fuoco e altre macchine sfasciate, altre vetrine sfondate. Ma che furia è passata di qua? Dai furgoni, partono i primi appelli di calma e di non accettare le provocazioni. Proprio in quel momento una trentina di giovani mascherati ci superano e il corteo si ritrae come fossero appestati. Qualcuno grida: “Siete fascisti!” “Fuori, fuori, fuori!” Ma la gente ha paura, si sente, si capisce. Dietro a questo manipolo ci corrono un po’ di ragazzi a viso scoperto, sembra che abbiamo visto il messia. Ragazzini che forse per la prima volta vedono il male, l’odio puro e ne vengono affascinati. Ho pensato che non potevano avere l’età per conoscere davvero la rabbia e la delusione, che erano solo ragazzini in cerca del gioco e della grande avventura. Dio santo, ma che potevano farci quei ragazzini? Quale pericolo potevano essere per noi, per il movimento che si era messo in cammino oggi?
Mi ritelefona la mamma disperata: non riesco a parlare con mia figlia, per televisione fanno vedere una guerra, hanno bloccato via Labicana e hanno messo a ferro e fuoco una caserma e occupato una chiesa, per favore vai a prendere i ragazzi e portali via. Sono spaventatissima, chiamo in testa al corte, sono già da un po’ in piazza S. Giovanni che è gremita. La polizia lì sta caricando e non si sa bene perché, il corteo è già tagliato in tre tronconi, c’è del fumo nero e alto che vediamo pure noi. C’è un ferito grave. C’è che quelli in piazza S. Giovanni stanno scappando, cercando di allontanarsi dalla polizia e dai violenti. Richiamo mio figlio, ma non riesco ad avere la linea. Parlo con Patrizia che parla col megafono del furgono e che mi conferma che c’è una guerra in corso. Passa un’ambulanza che risale Via Cavour, da dove siamo venuti. Io blocco Mario e gli dico: torno indietro vado dai ragazzi. Lui mi dice di non esagerare, che se stiamo calmi e non ci facciamo provocare tutto andrà bene. Eh no che non va bene, io ho Marco e Shaden in coda al corteo e loro non sanno niente, stanno solo aspettando di partire e magari a Termini questi quattro energumeni stanno facendo il caos e magari la celere carica e ci rovinano i figli.
Forse a tratti sono melodrammatica, ma non riesco più a stare nel corteo, ormai non ho più voglia di manifestare, ho già consegnato la mia bandiera della Flotilla a qualcuno e non ho che il pensiero alla coda del corteo.
Mario sa che non può fermarmi e sa che me ne andrò anche senza di lui, sa che ne sarei straziata, ma che non posso continuare. Intanto chiamo mio figlio e non riesco ad avere la linea. Mi chiedo dove sono le “mamme” che erano partite con noi. Poi al ritorno saprò che come cani da guardia hanno piantonato il corteo degli studenti, ma senza nessun potere. I padri chiamavano spaventatissimi e loro non riuscivano a cavare i loro figli o figlie dalla manifestazione.
Mario si decide: torno indietro con te e assieme a noi viene Mirna, la nostra amica brasiliana. Mio cognato e sua sorella hanno fatto un’altra strada e hanno visto gli scontri, mi chiamano e confermano che è davvero una guerra.
Risaliamo il corteo e solo allora la realtà ci appare in tutta la sua forza e anche la sua innata debolezza: c’è una marea, ma che dico, un oceano di gente, che non sa niente e non ha visto niente. E i ragazzi sono ancora alla stazione Termini. Sono ore che aspettano di partire. Mio figlio mi rassicura: ma dai, non fare la madre in ansia, qui è tutto tranquillo. Io cerco di fargli capire che magari lì sembra  tutto tranquillo, ma non riesco a spiegargli che risalendo la strada io mi incontro con una distruzione che prima non c’era? Come faccio a fargli capire che se arrivano al Colosseo, siamo perduti?
Facciamo una fatica boia a risalire contro corrente, non c’è spazio, e dobbiamo ritagliarci gli spazi con decisione. La gente ci guarda come fossimo dei matti. Più si risale il corteo e più c’è gioia ed allegria, come se fosse la giornata più bella della vita. Non sanno che sotto, alla fine della strada, c’è l’inferno. Ma perchè nessuno ferma il corteo? Ma perchè non li deviano su un altro percorso?
Mi richiama la mia amica e mi dice che persino la polizia sembra non riuscire a fermarli, Almeno da quello che mostrano in tv. Mi viene un sospetto: e se non volessero fermarli? Poi mi do della “complottista” da sola, non è possibile che siano così folli da mettere in pericolo… quanta gente? Un milione, un milione e mezzo di persone? Esagero? Faccio un po’ il conto della strada percorsa dal corteo, e dal tempo che il fronte della manifestazione è arrivata a piazza S. Giovanni che era già parzialmente piena. Sono quasi 2 ore che io vedo gente davanti e gente dietro e dietro ancora e non finisce più. E dietro c’è un mondo intero, con le famiglie e le carozzine e le bandiere di tutti i colori e l’allegria negli occhi: che grande e bella giornata oggi!
Richiamo mio figlio. Gli studenti sono entrati nel corteo. Maledizione e adesso? Mi dice più o meno dove si trovano, sono solo all’inizio mi spiega qual è il camion dietro al quale si trovano. Dice di stare calma. Ma ragiona, come faccio a stare calma se so dove vi state infilando. Sento che la sua pazienza è al limite. Ma i miei nervi sono già saltati e non posso dirgli togliti da lì e cercami Shaden perchè lui è un uomo e prende le sue decisioni e Shaden non so nemmeno dove sia. Nemmeno la mia amica lo sa.
Intanto il mio telefonino dà segni di cedimento, la batteria si sta scaricando. Sfrutto quello di Mario, che nel frattempo ha cercato degli amici che stanno in mezzo. Quello più giovane ci fa promettere di stare lontano dai disordini, ci fa giurare. Ma che cazzo sta succedendo.
Finalmente vedo gli studenti, sono moltissimi e organizzatissimi, forse hanno anche un sistema di sicurezza, forse hanno imparato pure loro ad usare i Katanga, come facevamo noi dopo il ’68. Ma questo servizio d’ordine è fatto da ragazzini. Ma che esperienza hanno? Non ci si butta in mezzo al caos così. I primi sono gli studenti medi, i piccoli, sicuramente Shaden è con loro. Impossibile vederla. A mio figlio non posso più telefonare, non posso tirare la corda della sua pazienza. Mi chiama la mamma di Shaden dice che è sempre peggio, che non sa più cosa fare, ma poi le viene un’idea e mi dice che chiamerà i numeri che avevamo preso su Facebook della Casa dei diritti civili e di Giuristi democratici, vuole sapere dove faranno finire i nostri ragazzi. Mio cognato e sua sorella cercano anche loro di raggiungerci. Faccio chiamare mio figlio dallo zio, ma so bene che non uscirà dal corteo.
Finalmente vediamo il camion del teatro Valle occupato con musica ed allegria a non finire e dientro a duecento metri il furgone dei We camp dove stanno anche gli studenti fiorentini. Ovviamente non vedo mio figlio, come potrei, sono una marea… sono delusa, spaventata, incazzata. Com’è possibile che una bella cosa come questa diventi un incubo? Sono incazzata perchè mi hanno fatto morire di paura, perchè mi hanno cancellato la gioia di partecipare e di portare al mondo anche il mio messaggio. Mi hanno trasformato il sogno in un incubo, hanno trasformato una giornata di sole e di colori e di musica in fumo, grigiore e paura. Sono incazzata, ma contro chi? Chi sono? CHI? E perché? PERCHE’?
Arriviamo finalmente a Termini e incredibilmente la piazza è ancora piena.
E’ quasi buio e ho il telefonino quasi scarico. Lo stress mi ha tagliato le gambe e mi ha svuotato il cervello. Per i ragazzi non posso fare molto né con il telefonino né con la mia buona volontà. Entriamo in stazione e ci mettiamo al bar d’angolo. Mario chiama mio figlio che mi parla e mi rassicura, il loro corteo è stato deviato… era tempo, ho un sospiro di sollievo, limitato, ma sollievo.
Richiamo gli amici in testa al corteo, anche loro si sono ricompattati e stanno andando verso la Piramide e si troveranno lì con gli studenti e i gruppi che si sono trovati tagliati fuori. Da quel che so il furgone della Palestina e della Rete romana per la Palestina si è trovato vicino agli scontri e non so che fine ha fatto. Chiamo Valentina che era rimasta con gli altri. Mi dice che è in piazza Vittorio, che sono venuti via di fronte a quel macello. Richiamo la mamma che è rimasta a casa e dico di restare calma, che i ragazzi sono stati deviati e non dovrebbero incontrare problemi. Ma tutto è stato rovinato, tutto sembra macerie di sogni ed illusioni.
Alla fine, fino a che mio figlio non chiama Mario per dire che se ne stanno tornando ai pullman e che mi manderà un messaggio quando arriverà a Firenze, io non riprendo a respirare. Il mio cellulare è morto, non prima di ricevere questo messaggio da Shaden una ragazzina di 17 anni italopalestinese piena di coraggio:
Ho sentito la mamma, tutto ok. Sto tornando indietro. Non potevo tornare indietro prima, perché dovevo partecipare a questa Italia che amo, perché è questa l’Italia in cui voglio vivere e che spero, scontri estremi a parte. Baci Shaden“.
E a questo punto mi è venuto da piangere.

La beffa del Goldoni

In Nuove e vecchie Resistenze, Sinistra e dintorni on 27 aprile 2011 at 11:18
nella foto Kim, Marco e Cesco, nel marzo 1945

nella foto Kim, Marco e Cesco, nel marzo 1945

Era un po’ che trascuravamo queste pagine di “Resistenza”. Forse c’è in noi veneziani un po’ di compiacimento a ricordare questa impresa resistenziale. E ci sembra bello presentarlo qui dove, tra le altre cose, abbiamo ricordato Vik, Le parole di Gramsci contro gli indifferenti, la resistenza nelle città come Alba, l’appello di Concetto Marchesi all’Università patavina, etc.
La “beffa” fu realizzata la sera del 12 marzo 1945 a Venezia da un piccolo gruppo di partigiani della BrigataBiancotto”: durante la recita di “Vestire gli ignudi” di Pirandello. Essi irruppero nel Teatro, tenendo sotto il tiro delle pistole soldati tedeschi e fascisti; dal palcoscenico fu pronunciato un appello alla resistenza e alla lotta, annunciando la vicina liberazione; prima di allontanarsi indisturbati, i partigiani lanciarono pacchi di manifestini. La notizia della “beffa” fu divulgata in tutta Europa dalle radio dei Paesi liberi.
Vogliamo ricordare qui l’atto eroico di quei partigiani come lo racconta uno dei protagonisti: Giuseppe Turcato (Marco). L’intero suo resoconto è allegato come file PDF. Sotto facciamo seguire un breve estratto.
La Beffa del Teatro Goldoni (PDF)
Appena entrati in azione vennero messi in condizione di non nuocerei poliziotti e il personale di servizio; a loro volta gli attori e gli inservienti non si fecero ripetere due volte l’invito.

Alle ore 21.16 Arcalli, Padoan, Chinello, mascherati e armi in pugno, entrarono sulla ribalta e tennero comizio. «Nessuno si muova! Se in teatro c’è spia e traditore fascista venga fuori che riceverà piombo partigiano» fu gridato dall’interno dalla voce di Citton. Chinello si mise al centro della ribalta (erano state intanto accese le luci) e rivolse al pubblico la parola di incitamento: «Veneziani, l’ultimo quarto d’ora per Hitler e i traditori fascisti sta per scoccare. Lottate con noi per la causa della Liberazione nazionale e per lo schiacciamento definitivo del nazifascismo. la Liberazione è vicina! stringetevi intorno al Comitato di Liberazione Nazionale e alle bandiere degli eroici partigiani che combattono per la libertà d’Italia dal giogo nazifascista. Noi lottiamo per poter garantire, attraverso la democrazia progressiva e l’unità di tutti i partiti antifascisti, l’avvenire e la ricostruzione della nostra Patria. A morte il fascismo! Libertà ai popoli! Viva il Fronte della Gioventù!», Poi Chinello, fattosi sorridente, concluse il suo discorso con un allegro: «Signore e signori, buonasera e arrivederci».
Nello stesso tempo Arcalli e Padoan, ai due lati, sempre tenendo sotto il tiro delle armi i fascisti presenti
(c’erano quattro della Xª MAS in seconda fila delle poltroncine), lanciarono numerosi manifestini.
Prima di uscire Citton salito lui pure sulla ribalta, secondo le istruzioni, gridò: «Nessuno si muova! Il teatro rimane circondato per mezz’ora!».
Non era vero. Fuori non c’era nessuno, salvo i nostri collaboratori.
Ricordiamo in fine i loro nomi:
Franco Arcalli (Kim), Ivone Chinello (Cesco), Ottone Padoan (Michele), Giovanni Citton (Moro), Mario Borella (Livio), Renato De Faveri (Oc), Giovanni Dinello (Borel), Giovanni Guadagnin (Gin), Otello Morosinì (Totò), Mario Osetta (Leo), Delfino Pedrali (Gastone), Maria Teresa Dorigo (Alice), Gina De Anna, Luigi Busulini (Gigio), Carlo Fevola (Cadetto), Giacomo Tenderini (Massimo), prof. Giuseppe Vecchi (Vianello).

P.S. vedi anche questa pagina.

Quel pezzo di cielo che è sceso nella piazza

In Donne, politica, Sinistra e dintorni on 14 febbraio 2011 at 13:26

Non esistono parole per descrivere la grande emozione nello scendere in piazza ieri. Nella mia città, le piazze si chiamano campi, anche se ormai l’erba non ci sta più. Le autorità locali non ci volevano credere. “Donne in piazza? Se non ora, quando? Ma ne verranno una decina! Si sa che le donne sono disorganizzate, caciarose, dove credono di andare?” Ed ecco che ci rifiutano il Campo, quello grande e ci relegano nella piazzetta, quella piccola. Tanto basterà e ne avanza.
Eh si sa, per quel che succede fuori non si ha orecchio, ma quando c’è maretta in casa allora… “Come ci vai anche tu? E con i bambini poi… ma può essere pericoloso!” “E’ ovvio, scemo, se sto su quel campetto, senza sponde sul canale e nessuna via d’esodo, qualsiasi cosa succeda è in acqua che vado a finire!” Dietrofront. Ci ridanno la piazza grande e noi donne (e uomini) di buona volontà ce la prendiamo tutta e anche di più.
E’ stata una festa, molto più dell’8 marzo, ancora di più del 25 aprile e del 1 maggio. Il cielo è sceso in piazza con tutti i colori dell’arcobaleno. E’ entrato in piazza l’entusiasmo, l’intelligenza, l’ironia, la solidariertà e la tolleranza. Quella qualità che ci manca con te caro Presidente del Consiglio, proprio il peggiore negli ultimi 150 anni. Millantatore di qualità. Uomo senza scrupoli che si chiama imperatore di un regno che non è ancora suo. Sta tentando di comperarlo tutto, ma non gli bastano i soldi per comperare anche la nostra dignità. E nella dignità, vecchio imbecille, c’è molto di più di quello che credi. C’è Storia, Memoria, coraggio, orgoglio, voglia di lavorare e crescere, di studiare e cambiare il mondo, intelligenza e caparbietà, pazienza e fantasia.
La vita ci ha assunto senza dover superare alcun casting. Non ci ha chiesto se eravamo belle o brutte e generose dei nostri tesori. Ci ha buttato allo sbaraglio senza nessun Papi a protezione. E vuoi che non ci bastasse un passaparola? Vuoi davvero che non sapessimo usare la nostra testa per pensare? Vuoi che non fossimo in grado di usare la nostra fantasia? Siamo donne e uomini senza additivi noi. Proviamo emozioni senza doversi doppare caro mio e questo non c’è prezzo che lo paghi. Tu non sei un uomo politico, sei solo una macchietta, quello buono per le barzellette che si raccontano agli amici in pizzeria. Sei l’uomo minimo che malgrado le protesi non riesce a decollare. Che ci possiamo fare se siamo avanti anni luce? Dovrai arrenderti perchè ormai sei il re nudo e pure le tue donne prezzolate lo sanno e lo dicono senza mezzi termini: neppure il tuo culo ti salverà.
Dimettiti e torna a riposo. Lascia che l’aria si depuri e che l’Italia si ripulisca. Lascia spazio alla vita che rinasce e che ha diritto di fiorire. Ascolta e trema di fronte al cielo che ti schiaccerà.

Se non ora quando?

In Donne, politica, Sinistra e dintorni on 8 febbraio 2011 at 14:20

In occasione della manifestazione “Se non ora quando?” del 13 febbraio prossimo venturo, in cui le donne scenderanno in piazza per difendere la loro dignità e ribadire che c’è un’altra Italia, e in quell’Italia un’altra condizione della donna, ritengo doveroso riportare il seguente documento di Mariateresa Di Riso rintracciato in Facebook. Questo blog è nato anche e soprattutto per testimoniare su quella che è “L’altra metà del cielo” fatta spesso anche di orgoglio senza nome, la metà fiera di un mondo che ha riservato alle donne sempre il boccone più duro e quello più amaro.

Anna Magnari nel celebre film Bellissima

LE PAROLE DELLA DIFFERENZA

Sono Ildegarda di Bingen, ero predicatrice quando era proibito alle donne predicare, musicista di nome quando la maggior parte era anonima, teologa, artista, scienziata, consigliera politica. E sono stata una monaca di clausura. Per metà della mia vita, il mio unico contatto con il mondo è stato una finestra.

Sono Elena Cornaro Piscopia, sono padovana, sono la prima donna laureata al mondo.

Sono un’anonima emigrante italiana, sono operaia in una industria tessile di New York, oggi è l’otto marzo 1908, io e le mie compagne facciamo sciopero. Magari non è proprio l’8 marzo, io comunque sono morta così.

Sono Brunilde Iotti, detta Nilde, sono stata partigiana, ho fatto parte della Costituente, sono stata presidente dell’UDI e la prima donna Presidente della Camera dei deputati.

Sono Maria Montessori, il resto lo sapete.

Sono Rosa Parks, sono solo una sarta. Semplicemente, non ho ceduto il posto ad un bianco sull’autobus.

Sono Lois Jenson, sono stata la prima a denunciare, nel 1984, abusi sessuali sul luogo di lavoro; io e le mie colleghe abbiamo vinto la causa.

Sono Khady Koita, sono senegalese, sono presidente della rete europea contro le Mutilazioni genitali femminili. “La parola orgasmo non esiste nella mia lingua. Il piacere di una donna non è solo un tabù, è ignorato. La prima volta che qualcuna ne ha parlato in mia presenza, sono corsa in biblioteca a cercare sui libri”.

Sono Anna Politkovskaja, ho combattuto sino alla morte per denunciare le violazioni dei diritti umani in Cecenia e i soprusi di Putin, l’amico del vostro premier.

Sono Ilaria Alpi, anch’io attendo giustizia dal nostro premier.

Sono Shirin Ebadi, sono un giudice, sono la prima donna iraniana e musulmana ad aver ricevuto il Nobel, nel 2003, per la Pace.

Sono Emanuela Loi, la prima agente donna in una scorta, ho 25 anni e l’ho scelto io di far parte della scorta di Paolo Borsellino.

Sono Ilda Boccassini, ho fatto arrestare gli esecutori materiali delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il mio lavoro continua.

Sono Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino, ma io sono morta a 88 anni. Mio marito mi portava con la forza da Tano Badalamenti. “Vestiti, mi diceva”. Ma io mi rifiutavo. Ogni tanto una donna deve farsi sentire.

Sono Indira Gandhi. Non ho l’ambizione di vivere a lungo, ma sono fiera di mettere la mia vita al servizio della nazione. Se dovessi morire oggi, ogni goccia del mio sangue fortificherebbe l’India.

Sono Azucena Villaflor, o una delle altre madres e avuelitas de Plaza de Mayo.

Sono Millicent Gaika, sono stata legata, strangolata, torturata e stuprata più volte in Sudafrica, perché sono lesbica.

Sono Rita Pisano, nel 1964 sindaco di Pedace, in Calabria, Picasso da giovane mi fece un ritratto. In segno di stima.

Sono Franca Viola, sono siciliana, e dico grazie a mio padre per essere stato sempre dalla mia parte.

Sono Aung San Suu Kyi. Sono Waris Dirie il “Fiore del deserto”. Sono Rita Levi Montalcini, Nobel, senatrice, di fede ebraica. Per non dimenticare.

Sono Wiesława Szymborska, sotto l’occupazione tedesca ho seguito corsi clandestini per prendere il diploma, ho vinto il Nobel per la letteratura nel 1996.

Sono Sibilla Aleramo. Io non domando fama, domando ascolto.

Sono Anna Magnani. Non toglietemi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care.

Sono Frida Kahlo. Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.

Sono Alda Merini. Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta.

Sono Alba De Céspedes, per non dimenticare.

Sono la giovane Anna Frank e sono Miep Gies, che ha salvato i diari di Anna, per non dimenticare.

Infine, sono Margaret Mead, antropologa: non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata.

Ero e sono una partigiana. E sicuramente lo sarò.

Mariateresa Di Riso (intervento al I Congresso regionale Sinistra Ecologia Libertà Veneto 29 gennaio 2011)

A20NO

In Gruppo di discussione politica., Sinistra e dintorni on 11 giugno 2010 at 17:26

Ieri sera sono andata a letto decisamente preoccupata, ho dormito male agitata da sogni confusi e angoscianti, mi sentivo braccata e avevo la sensazione che mi mancasse la libertà di essere quello che sono sempre stata: una irriducibile liberale. Al risveglio, malgrado la certezza che nella notte non avevo subito metamorfosi, mi sono fiondata al pc e ho localizzato, se mai ne avessi avuto bisogno la causa del mio malessere. Non voglio tediarvi con le solite notizie ansiogene. E’ vero, se ieri eravamo sull’orlo del baratro, oggi abbiamo purtroppo la certezza che dal dirupo siamo brutalmente saltati. La soluzione, se soluzione c’è è quella di passare ad una organizzazione di lotta contro il potere insediato, molto più incisiva anche se ci hanno costretto a renderla del tutto clandestina.
Ma i tempi saranno maturi?
Il titolo mi è stato suggerito dal post di Riciard A20NO

 

Ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con Berlusconi?

In Anomalie, Informazione, Miti ed eroi, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 3 luglio 2009 at 10:20

Lo vedo spesso, per ragioni di lavoro. E’ simpatico. Un ometto piccolo e tondetto che fa l’imprenditore. Veramente era un semplice muratore, assieme al fratello, poi col tempo è sceso in campo, ha preso in mano la ditta e gira con una ventiquattrore tutta apparenza che non modifica la sua aria bonaria e sempliciotta.
Lo sapevo, tutto avrei potuto fare tranne che intavolare con lui un qualsiasi ragionamento che comporti una qualche critica verso il Governo e il Capointesta. Alle osservazioni risponde nei modi più fantasiosi, difendendo il suo Mito molto al di là di qualsiasi fanatica ragionevolezza.
Considerato il personaggio, si può ricavare con molta precisione la lettura del pensiero dominante di questa Italietta amorale e furba che non intende stare alle regole e che, se potesse, per un piccolo tornaconto, fregherebbe anche la più affettuosa delle madri.
Visto che oggi già stavo incazzata, per l’approvazione della legge ingiusta e avvilente per un paese civile sulla Sicurezza, mi sono fatta scappare una domandina retorica che non aveva bisogno di risposta:
Allora il Presidente, è ancora l’uomo dei tuoi sogni, oppure le sueporcateti hanno un po’ raffreddato?” (Il senso era “ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con B.”?)
La risposta che mi aspettavo era un tantino più sostenuta di quello che invece mi ha dato: “E’ un fenomeno! Pensa a quell’età, avere tutte quelle donnine… (parole dette con sguardo alluppato). Ma tanto io non ci credo. Potreste trovare altre scuse per farlo dimettere. Queste bugie hanno le gambe corte.” Così mi vennero in mente le gambe della Noemi o di altre ninfette coinvolte, in realtà tanto corte non mi parevano .
Va bene il maschio italiano su queste cose ci va a nozze. Ma le donne? Possibile che proprio tutte facciano la coda per farsi toccare dall’Untore? Possibile che quella villa sarda e quel palazzo romano più che in un luogo di vacanza e di incontri politici ad alto livello si siano trasformati in gineceo e in lupanare?
Piccata ho ribattuto che non ci facevamo una gran bella figura con i paesi esteri (ma quanto sono ingenua!). “Ma se stanno morendo tutti d’invidia, vorrebbero avere anche loro un premier così arrapato.” (Eh già tutti loro sognano un premier satiro e zompatore.)
Rincaro: “Ma scusa, a parte i suoi discutibili gusti sessuali, ma la moralità politica, dove la mettiamo. E’ stato o non è stato condannato Mills per corruzione?” Risponde: “Sciocchezze, si trattava solo del pagamento della parcella di una normale prestazione di lavoro.” E aggiunge sorridendo: “Ci vuole ben altro per farlo dimettere. Inventatene delle migliori!
Penso proprio che davvero dovremmo inventarne delle migliori per farlo dimettere, ma si sa, che malgrado la nostra sfrenata fantasia, lui ne fa di ancora “più migliori” delle nostre.
Pensare di dimetterlo? Sarebbe meglio dimetterlo senza pensare.
Ma si sa, noi siamo comunisti e mangiamo i bambini, inutile tentare con gli imprenditori che evidentemente sono indigesti, soprattutto quelli botoli, beceri e ignoranti.

Venezia, non c’è Fiamma nel suo cuore.

In Anomalie, Gruppo di discussione politica., Informazione, Ironia, politica, Sinistra e dintorni on 20 maggio 2009 at 13:52

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Venezia, un cuore antifascista. Una città che ho chiamata piccola e presuntuosa. La mia città, pigra e sonnolenta, ma un grande cuore antifascista.

I difetti, malgrado il respiro mozzato dal turismo e l’anima venduta al profitto, che a questa città mancano sono lo spirito di uniformazione e la capacità di adattamento (e in questo caso sarebbe un grosso difetto). Subiamo da anni il logorio di una vita scomoda, costosa e irritantemente sprovvista  di quell’addizionale dose di cultura che ci sarebbe dovuta. Le kermesse di sempre sono solo occasioni per gli altri, mai per chi ci vive, mai facilitate per chi ci abita ed è veramente interessato.

Ma ancora e sempre questa città che espone il tricolore con ostentata protervia, proprio nel giorno della “Padania Libera”, quando un’orda di barbari invadono le nostre stradine e ne fanno un uso improprio. Quando sui muri appare nella notte il verde simbolo della marjuana con vicino la scritta: Erba buona e appresso il verde simbolo della Lega con la ovvia scritta: Erba cattiva. Così questa città riceve gli  invasori. Così non si lascia cambiare.

Oggi è il tempo della Fiamma Tricolore, anche questi si dovevano vedere. La città si sveglia, non li vuole. Il prefetto autorizza. In Consiglio Comunale i toni salgono. La gente mormora, in molti si organizzano. Altri pensano che bisogna lasciarli passare, come un’orda di lupi famelici, lasciati soli e senza notorietà.

Io opterei per un’ospitalità gogliardicamente ritenuta propria di questa città. Non sarebbe la prima volta. Anzi sarebbe una ripetizione. Tanto per dire che qui le cose non cambiano e che il fascismo non passerà. Neanche Almirante riuscì a tenere un comizio in questa città. La nostra storia è storia. Dobbiamo ricordare al mondo che eravamo una Repubblica, storicamente la più famosa. Dobbiamo usare quello che la natura ci ha concesso, e che il territorio ci impone. Tutti amano i nostri canali, tutti ce li invidiano. Ma allora perchè non usarli? Non sarebbe la prima volta. Non sarebbe l’ultima. Spegniamo la Fiamma, che non ha posto nei nostri cuori e buttiamola “cameratescamente” in canale. 😉

A proposito d’amore………

In amore, Giovani, personale, politica, Sinistra e dintorni on 26 marzo 2009 at 16:20

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Quest’oggi desidero parlare di Politica….. i tempi sono maturi, gli eventi sono preoccupanti, la Resistenza si innesca perchè velocemente la Democrazia viene ingoiata a grossi bocconi dal sistema politico nel nostro paese.. ed io sessantottina idealista, mi accingo a parlare di Idealismo e Amore.
Chiunque potrebbe obiettare che Idealismo e Amore non c’entrano niente con la Politica, ma io la penso diversamente. Altri potrebbero dire che non vedono negli eventi del nostro paese nessun pericolo di remissione della Democrazia, ma anche qui io la penso diversamente.
Procediamo passo passo. Nel 1968 avevo 17 anni ed ero una persona piena di ideali, di idee di pace, comunanza di intenti, uguaglianza di diritti umani e sociali che, a quel tempo, erano comuni a tutta la gioventù. Noi eravamo “the people in motion” quello delle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, della contestazione contro il “Sistema” e dell’occupazione delle Università, dall’America alla Vecchia Europa, il fermento e la voglia di nuovo ha scardinato certezze e travolto argini. Noi eravamo “la migliore gioventù” gli artefici del cambiamento.
Il nostro era Amore. Amore puro, idee incontaminate, ideali illimitati, integrità morale, apertura mentale, partecipazione fisica, disponibilità allo scambio, altruismo, determinazione…. avevamo più qualità di qualsiasi altra generazione che ci ha preceduto e che ci ha seguito…
Quella generazione così straordinaria non aveva privato, era un popolo pubblico che condivideva, inclusivo fino all’esasperazione, fluido più di un’onda, radicale più di un prato, presuntuoso più di un Dio.
Il Sistema, tanto odiato e vilipeso, umiliato e calpestato taceva. Taceva sì, ma non era inerme. La reazione passò , silente e nascosta, al suono delle bombe nelle banche e sui treni, scompigliò le nostre fila serrate, lottizzò di ideologie le nostre menti, seminò il dubbio e la propensione per la convenienza nel nostro coraggio, niente fu come prima e fummo sconfitti.
L’Amore che avevamo provato divenne un amore privato. Ci ritirammo in piccoli gruppi esclusivi, in piccoli frazioni familiari, in singoli esseri rampanti, in cerca di successo. Le idee immiserirono, il respiro si fece corto, l’anima diseccò, i volti e i cappelli ingrigirono.
La radice di tutti i mali s’annidò in quegli spledidi anni indimenticabili. Siamo noi la generazione del fallimento, siamo noi che abbiamo conosciuto l’Amore e l’abbiamo tradito. Siamo noi che abbiamo sognato i sogni più belli e non li abbiamo realizzati.
Oggi il nostro paese è quel posto dove gli ideali sono legati alla realizzazione del singolo, dove le méte sono il denaro e la comodità, dove l’esclusione deriva dalla paura e dalla chiusura mentale, dove la libertà è una cosa grande che si trova solo dentro ad una vecchia canzone, dove non ci riconosciamo nell’altro che è diverso e pertanto inacettabile, dove l’amore è fatto solo di ti amo che hanno il suono e il senso delle parole di una canzonetta, dove essere la migliore gioventù vuol dire vestire con l’abito griffato e frequentare la discoteca più alla moda della città.
Io ho conosciuto l’Amore, e amo ancora, risultando datata ed etichettata, le miei idee di rivolta non sono mai morte, senza correre per le strade di Roma sopra la Vespa, riesco ancora a dire: “- VOI gridavate cose orrende e violentissime e VOI siete imbruttiti. IO gridavo cose giuste e ora sono una splendida sessantenne”.
Ecco stasera perchè ho voluto parlarvi d’amore….

Paura e precarietà

In Gruppo di discussione politica., politica, Sinistra e dintorni on 21 gennaio 2009 at 23:44

GLOBALIZZAZIONE LIBERISTA E PRECARIETA’ SISTEMICA

Nel corso degli ultimi trenta anni, con una accelerazione potente sostenuta sul piano del simbolico dalla caduta del muro di Berlino, si è affermata una sorta di “mistica” della libertà e del futuro meraviglioso per tutti.

Questo “futuro” si è rapidissimamente affermato come terreno di realizzazione di processi che, per semplificazione, definiamo della deregolazione e della privatizzazione.

L’evoluzione delle tecnologie digitali e della comunicazione, simbolicamente rappresentate dalla diffusione di internet che passa da tecnologia di “rete militare”, per il collegamento dei diversi siti militari USA collocati nei diversi paesi, degli anni ’60 a rete planetaria, hanno progressivamente consentito una crescita esponenziale delle potenzialità dell’economia basata sulla finanziarizzazione (transazioni finanziarie senza alcun limite, speculazione finanziaria senza alcun controllo). Contemporaneamente la applicazione delle tecnologie digitali alla produzione (dalla meccatronica alla robotica) ha favorito diverse collocazioni produttive senza drammatici cali della qualità delle produzioni (delocalizzazioni produttive).

La crescita delle speculazioni finanziarie, il ruolo crescente degli azionariati tesi solo alla distribuzione dei dividendi, ha contribuito al diffondersi della nuova “aristocrazia manageriale” iperpagata e particolarmente aggressiva nei confronti dell’occupazione (più licenziamenti più dividendi più benefit per manager).

Globalizzazione autoritaria

Questo enorme processo di riorganizzazione, forse persino rivoluzione, è stato potentemente sostenuto dalla cosiddetta globalizzazione autoritaria e guerrafondaia che, divenuta elemento costituente di un nuovo ordine mondiale, lo ha fondato sulla privatizzazione “del tutto”, dall’acqua, alla terra, al cibo (OGM e possesso dei brevetti), alla scuola, alla salute, ai diritti che, nei contesti occidentali, sono stati derubricati a privilegi e, conseguentemente, “privatizzati”, cioè divenuti patrimonio di pochi.

Insomma, si è sviluppato un enorme processo speculativo che ha coinvolto l’intera sfera del vivere e l’intero complesso dei “viventi” non solo gli esseri umani ma tutto ciò che è vivente sul nostro pianeta.

Un processo speculativo di questa portata non sarebbe stato possibile senza una formidabile destrutturazione dei diritti del lavoro.

Valore sociale del lavoro

Il valore sociale del lavoro, il suo riconoscimento, potevano rappresentare un antidoto potentissimo alle forme della speculazione (vedremo, poi, come sostanziare questa affermazione così perentoria).

Pertanto agire per destrutturare la rappresentanza del lavoro, disconoscerne il valore, persino farlo scomparire dall’immaginario sociale collettivo, derivava non solo da una “cattiveria genetica del capitale” ma dalla necessità contingente di sviluppare, in economia, un modello basato sulla finanziarizzazione e sulla speculazione, mentre ,sul piano politico istituzionale, si costruivano le condizioni per le derive autoritarie della democrazia e le forme di riduzione della rappresentanza che sono proprie delle società dell’incertezza e dell’insicurezza: le società della paura.

Fragilizzazione

La politica si è messa al servizio della speculazione e, per realizzare il mandato conferitogli, doveva dare corpo appunto alla società dell’incertezza e dell’insicurezza.

Se le persone, le cittadine ed i cittadini, di un territorio, di una nazione di un continente, del pianeta, vivono una condizione permanente di insicurezza ecco che si determina una sorta di fragilizzazione delle identità individuali e collettive.

Se sei fragile individualmente tendi ad una chiusura, vivi i processi in solitudine, abbandoni i terreni del confronto sociale, interpreti gli altri da te come una minaccia della tua sfera soggettiva.

Se intere collettività vivono il processo di fragilizzazione ecco che diventa possibile reinnestare la pianta del razzismo, della xenofobia, della cancellazione delle differenze, di genere, religiose, etniche, di preferenza sessuale: come per gli individui così per le collettività, gli altri non rappresentano una risorsa per la crescita sociale collettiva bensì una minaccia.

Il  fenomeno delle “piccole patrie”

Le “piccole patrie” diventano, allora, la forma migliore per dare corpo istituzionale alla società della paura.

La piccola patria è troppo piccola per garantire una efficace interdizione ai processi globali, è troppo piccola per garantire un sufficiente livello di intervento pubblico (sia in economia che di welfare), ha una dimensione ottimale per garantire in controllo autoritario del territorio.

Quale strada hanno intrapreso gli “imprenditori politici della paura” per dare corpo alla società dell’incertezza e dell’insicurezza?

Quella della PRECARIETA’ SISTEMICA: tutto, nella sfera del vivere ed in ogni parte del pianeta, andava reso precario.

La guerra permanente, il genocidio in Africa (dal Darfur al Congo passando per centinaia di conflitti come ad esempio in Somalia), rappresentano un “bel modo” di rendere precario il tutto: chi è più precario di chi prende le bombe sulla testa? o vive in una baraccopoli come quelle vissute da Zanotelli ed i frati comboniani?

Mentre qui, nell’occidente evoluto che le guerre le porta “fuori di se”, la strada è quella della precarietà del lavoro.

Queste nostre società si sono caratterizzate come “società lavoristiche”, interamente “messe al lavoro”.

Il lavoro ha permeato di sé tutti i contesti: oltre che quello economico in senso stretto a quello sociale (se lavori sei incluso socialmente, se lavori esci dalla condizione di povertà) fino ai sistemi territoriali occupando e stravolgendo stabilmente il paesaggio e determinando, anche per questa via, quella sorta di “spaesamento”, parafrasando Andrea Zanzotto (alle volte i poeti aiutano a capire più degli economisti, di perdita del senso di se che si realizza nella relazione con gli altri.

Precarietà

La precarietà del lavoro è per nulla derivante da fattori economici tanto è vero che il cosiddetto lavoro precario si sviluppa su lavori permanenti: ad esempio le cassiere dell’ipermercato che si alternano ogni tre mesi sono precarie mentre il lavoro alla cassa è un lavoro stabile, gli interinali nelle aziende o nella pubblica amministrazione si alternano su funzioni lavorative stabili, persino definite come compiti istituzionali nella P.A…… e si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi.

Tranne pochissime eccezioni i lavori sono stabili, è l’occupazione che è stata resa precaria: il lavoro è stabile, sono le persone che sono state rese precarie.

In questo quadro, elemento non secondario, la precarietà incide da un lato negativamente sulla sindacalizzazione e sul potere sindacale cancellando, o indebolendo drasticamente, la sindacalizzazion tra i precari soggetti ai ricatti, e dall’altro, sulla trasformazione della natura e del ruolo del sindacato stesso che si posiziona su rive corporative e su modelli di servizio più che di contrattazione.

Se le persone sono precarie, vivono la propria condizione economica in modo precario, la loro occupazione è precaria, l’intera loro vita diventa precaria, ed ecco, allora, l’emergere dei processi di fragilizzazione, individuale e collettiva, a cui mi richiamavo precedentemente.

Siccome non ci si fa mancare nulla ecco che, per essere ben sicuri del lavoro da fare, gli imprenditori politici della paura affiancano, alla precarietà del lavoro in senso stretto, altre forme di precarietà che si ricavano dal lavoro precario: infatti il nostro è un welfare cosiddetto contributivo, basato, cioè, sui contributi a carico del lavoro (sanità, pensioni, persino le politiche per la casa si richiamano, in qualche forma, al lavoro), ed è intuitivo che, ad occupazione precaria corrisponda un sistema sociale a “protezione sociale” precario.

Se le persone, e le collettività, attraverso le guerre e/o le diverse forme della precarietà, sono rese fragili è più semplice, per il potere nelle sue articolazioni economiche e politico/istituzionali, orientarle verso modelli culturali, istituzionali, politici e sociali fondati sulle esclusioni sociali e su piattaforme principalmente culturali basate su forme di razzismo e xenofobia che, pur in presenza di minori asprezze rispetto al passato (nessuno vorrebbe rivendicare il modello nazista come quello di riferimento oppure l’apartheid sudafricano come meta a cui tendere), tendono a dare corpo ad una struttura sociale con scarsi ascensori (il blocco della mobilità sociale verticale) e con conseguenti strutture “di casta” molto rigide.

La precarietà sistemica non è, allora, una scelta economica alla quale non si può sfuggire bensì una scelta politica lucidamente perseguita in ossequio ad un primato ideologico: quello della privatizzazione del tutto.

Se la precarietà non è un “obbligo” bensì una volontà allora si può cercare di contrastarla e realizzare, nelle forme e nella qualità dei lavori del “terzo millennio”, una nuova stagione di riconoscimento del valore sociale del lavoro che, a differenza del passato, deve riconoscersi anche in una diversa qualità della relazione tra lavoro e territorio, inteso non in termini geografici bensì come luogo di relazioni sociali complesse.

In questo tempo sento particolarmente la necessità che la sinistra ricostruisca una sua autonoma “teoria del lavoro”.

Teoria del lavoro

Cos’è il lavoro oggi, quali sono i lavori oggi, come si rappresenta, quale diritto del lavoro è rimasto.

Senza una teoria del lavoro la sinistra semplicemente non esiste.

E’ come se, dopo la figura dell’operaio massa [che aveva plasmato su di se non solo le forme della contrattazione e quelle della rappresentanza (il sindacato dei consigli, il gruppo omogeneo), ma le stesse forme istituzionali (i consigli di zona ed i consigli di quartiere nascono sull’onda del sindacato dei consigli)], la sinistra avesse perso il rapporto con i lavori, non li sapesse più riconoscere e , di conseguenza, rappresentare.

Cos’è il lavoro oggi? E’ quello dell’operaio specializzato di mestiere? E’ quello dello specializzato dequalificato dalla meccatronica? E’ il lavoro cognitivo? E’ il lavoro di genere? E’ il lavoro migrante? E’ quello pubblico? E’ quello dei servizi? E’ quello precario? A tempo indeterminato? A termine? Interinale?

Credo sarebbe opportuno superare il concetto di universo del lavoro per ragionare su di un “PLURIVERSO del LAVORO”.

Un pluriverso che ha bisogno di vedere ridefinite le forme della rappresentanza, quelle della rappresentazione di sé, un nuovo diritto del lavoro.

Senza una nuova teoria del lavoro non saremo in grado di costruire una nuova riconoscibilità per il lavoro, i lavori, una nuova valorizzazione sociale del lavoro.

Con il sindacato dei consigli il lavoro “parlava” al territorio.

Dalla grande “città fabbrica”, anche simbolicamente definita dalle cinta murarie, il lavoro plasmava anche le scelte dei territori, delle collettività civili.

La difesa della salute in fabbrica diventa, velocemente, le medicine del lavoro e la riforma sanitaria, le 150 ore per la crescita culturale degli operai diventano la riforma della scuola e dell’università con la possibilità della mobilità sociale per i figli degli operai che possono diventare medici e ingegneri ed altro ancora, la difesa del salario e del reddito diventano l’equo canone e le tariffe agevolate dei trasporti.

Questa relazione tra lavoro e territori si è come volatilizzata.

La grande fabbrica non c’è quasi più, il lavoro è uscito nel territorio, attraverso le forme di parcellizzazione produttiva, ed è come scomparso, ha perso visibilità e ruolo sociale, non è più portatore dei connotati fondamentali dell’identità.

Solo fino a pochi anni fa il lavoro ci connotava. Chi sei? Sono un operaio, sono un medico, un infermiere, un insegnante e così via.

Oggi il cittadino lavoratore si connota attraverso una pluralità di condizioni: sono un precario, laureato, disoccupato, donna, migrante ecc.

Questa “connotazione plurale” equivale ad una non connotazione.

Il lavoro oggi è senza identità sia dentro i luoghi di lavoro che fuori, nei territori.

Ed un lavoro senza identità smarrisce le forme del confronto capitale lavoro e diventa, invece, parte del sistema territoriale: viene, per usare una categoria marxiana, sussulto dal territorio che diventa il collante identitario ed il legame sociale.

Credo che una delle ragioni del “successo” della Lega tra i lavoratori, oggi, sia, almeno in parte, riconducibile a questa forma di sussunzione.

E allora, nella necessaria costruzione di una nuova teoria del lavoro, questa relazione tra lavoro e territorio va ricostruita, da sinistra, a partire dagli articoli 1 e 3 della Costituzione.

Da un lato, art. 1, la relazione tra diritti del lavoro e diritti di cittadinanza (la Repubblica si fonda sul lavoro significa che esiste una relazione intima, inscindibile, fondativi, tra diritti del lavoro e diritti civili con gli uni che non esistono senza gli altri) e, dall’altro, art. 3, l’obbligo, per la repubblica, di garantire le forme della emancipazione delle donne e degli uomini.

Significano, questi due articoli, in un “combinato disposto” tra loro, che bisogna partire da una piattaforma comune di cittadinanza, il salario sociale e/o reddito di cittadinanza, che ognuno/ognuna percepisce a prescindere dal fatto che lavori o meno.

Questo salario sociale potrebbe costituire una sorta di piattaforma sociale generale comprensiva dei diritti per tutti/e.

Una piattaforma sociale in grado di eliminare il ricatto della precarietà e del sottosalario in quanto se si percepisce un salario sociale si possono rifiutare le offerte immorali.

Insomma il meccanismo concettuale devastante del “piuttosto di niente è meglio piuttosto” perderebbe ogni capacità di condizionamento reale delle persone.

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Alessandro Sabiucciu – Assessore al Lavoro – Provincia di Venezia

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