Mario

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Il primo lavoro e il primo bacio si scordano quasi subito

In Anima libera on 15 giugno 2011 at 10:19

Piazza San Marco di seraPremessa alla parte ventisettesima
E’ dura la vita scandita tra fratellini, negozio e faccende di casa. Io non ci resisto. Voglio uscirne e l’unica idea che mi viene in mente è di trovarmi un lavoro. Ma cosa? Con quel che so fare posso solo trovarmi un lavoro come commessa in un negozio. Sinceramente non è che mi piace molto. Ho chiamato l’ospedale per fare l’infermiera, mi hanno detto che dovrei studiare, che non posso improvvisarmi. Giusto, ma come fare se a scuola io non ci posso andare? Per tutti gli altri sogni non c’è alcuna possibilità. Sono sogni troppo grandi e troppo belli. Nel mio caso, ossia perché sono una donna e ai miei non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di investire su di me e sulla mia intelligenza, mi è preclusa ogni strada. Ho il sospetto che non sia un gran vantaggio essere donna. Ma sia chiaro che non finisce qui, ho rinunciato al cappotto, per l’inverno, per potermi iscrivere ad un circolo culturale che organizza corsi di stenodattilo ed inglese. Non si sa mai. Meglio essere pronti per ogni evenienza.
Finalmente mamma mi sostiene. E questa è una grande novità. Deve aver capito che farmi fare la sua vita è proprio da delinquenti. Dovrebbe volermi male e così non è, almeno credo. Poi sa che diventerebbe il destino anche della Pargoletta e questo adesso non lo può proprio accettare. A volte i fratelli servono. Soprattutto i preferiti. Sto battendomi per il Piccoletto, per farlo mandare alla scuola pubblica. Basta con i preti e la loro limitatezza, al confronto quello delle suore è un mondo senza barriere. Basta con i pregiudizi. Mi devo tenere i fratelli? allora li educo io, costi quel che costi. Almeno questa libertà. Nessuno si accorge che sto crescendo dei piccoli mostri. Addormento Ultimo cantando “Bandiera rossa”, e il Piccoletto ogni tanto mostra il pugno sinistro, per dire che ha vinto. La Pargoletta parla poco e piange molto, a lei do il compito di protestare contro la guerra. Le viene bene ed è pure credibile. Questo è il prezzo che i miei dovranno pagare. Questo mi sembra il minimo della pena.

Lavoro, che parola spaventosa. Qualcosa mi dice che quando inizierò a lavorare ne avrò per tutto il resto della vita. La pensione è così lontana. Come farò ad arrivarci? Che poi è stupido parlare di pensione quando non hai ancora iniziato a lavorare. Ha un prezzo alto la libertà. L’indipendenza. Ma è libertà. Ho fatto delle telefonate e avrei trovato da fare la banconiera in un panificio. Insomma la venditrice di pagnotte, che mi pare sia considerata meno di una commessa. Mi danno una miseria, perché sono troppo giovane, e l’orario è impossibile. Libera solo di domenica. Libera per tenere i tre piccoli… e oltre tutto l’orario non mi permette di seguire i corsi a cui mi sono iscritta.
Il circolo è frequentato da gente colta e preparata. Anche da un mio cugino ricco che studia da ragioniere, ma non ha voglia di fare un tubo. E’ per quello che mamma mi ci lascia andare. Magari spera che trovi da maritarmi. In altro modo è difficile perché mio padre afferma: “Avrai un po’ di libertà quando ti trovi un fidanzato e ti sposi.” La cosa equivarrebbe a mai. A parte la faccia con cui mi ritrovo. E questo corpo lungo e secco. A parte il fatto che con la mia attuale libertà non potrei di certo trovarmi un fidanzato. E dove lo trovo? Dovrei trovarlo tra la camera e il tinello? Che poi non ho ancora deciso se lo voglio trovare. Certo che… piuttosto che questa prigione è meglio piuttosto. Ma esiste anche il problema che io non mi sposerò proprio. Pertanto la mia priorità è trovare un altro modo per essere libera senza finire in gabbia con un marito padrone e dei mocciosi da accudire. Ché di mocciosi ne ho anche troppi e nemmeno sono miei.
Ho iniziato da poco i corsi e mi sono trovata già un lavoro da impiegata. Va a capire com’è stato. Il direttore del circolo mi ha mandato a chiamare e mi ha offerto il lavoro. Perché proprio a me? Lui ha detto che mi presento bene. Cosa vuol dire? Non ho indagato. Mi guardo, decisamente sono cresciuta; ancora. E sono cresciuti i capelli. Lo stipendio è da fame, ma va bene lo stesso. Io ho detto sì. Ai miei ci penserò dopo. Ormai ho la mamma dalla mia parte. O quasi. E poi il lavoro rende liberi. Circa. Insomma, come si dice, debbo fare di necessità virtù.
La questione è rendere compatibile il lavoro, gli impegni famigliari, i corsi del circolo e almeno un po’ di libertà. Ho promesso ai miei che avrei cercato di dar loro anche una mano, ma chissà come farò… Il lavoro consiste nel fare da segretaria ad un avvocato e ad un commercialista, ma in realtà non faccio la segretaria, ma l’infermiera. L’avvocato è proprio fuori di testa. Un ossessivo da strabuzzare gli occhi. Per farmi scrivere un indirizzo ci mette mezz’ora e devo pure stare attenta a rispondere in sequenza le parole che lui ritiene opportune per essere rassicurato. Mi hanno detto che è stata la guerra a renderlo così. Ragione in più per odiare la guerra e per sperare che nessuno debba provare quello che prova lui e di conseguenza quello che provo io… Mi scopro una pazienza assurda, sarà che ormai sono diventata bravissima con i bambini che pure con gli adulti in difficoltà me la cavo bene.
Ho il sospetto che il lavoro sia un mondo nel quale entri e non esci più. Il commercialista mi paga lo stipendio: 25.000 lire al mese e oltre a rispondere al telefono, scrivere la sua corrispondenza, archiviare le pratiche, dovrei pure passare la lucidatrice sui pavimenti. Alla sera, quando esco, mi viene a prendere Gabri. L’ho conosciuta perché è la sorella di una ragazza che piace a Ernesto. Che poi sono due sorelle ma non ho mai visto niente di più diverso. Una tutta nera e l’altra tutta bionda. Ovviamente Ernesto cerca di uscire con la bionda che è anche più carina, ma piuttosto piena di sé. Invece Gabri è bruttina e in quanto ad autostima siamo a sottozero, ma a lei Ernesto schifa ed è per questo che mi sta simpatica. Abita a Palazzo Reale perché il padre ci fa il custode.
Strano andarla a trovare a palazzo, che poi si sale per una buia scala secondaria che porta alle soffitte. Lì c’è la loro abitazione che non è niente di speciale, ma hanno una stanza dove la mamma lavora da sarta che ha un piccolo oblò dal quale si vede la Piazza. Ed è lì, in Piazza, che andiamo di sera a fare una mezz’oretta di struscio. Siamo ragazze normali ecchediamine! Comincio a crederlo. E ci piace guardare i ragazzi e commentare sul modo di fare di questo o di quello, sognando di farli girare quando passiamo. Siamo un po’ stupide, è vero, ma ci piace a volte comportarci come tutte le altre ragazze sperando di avere inviti a feste e di essere al centro dell’attenzione. Devo dire che a volte si girano al nostro passaggio, e subito mi controllo se ho qualche macchia sul vestito oppure una calza smagliata. A volte penso che dobbiamo sembrare due ridicole comparse nel teatro della vita… E’ un’immagine che mi viene alla mente soprattutto quando penso che vorremmo essere protagoniste e invece non lo siamo mai state.
A volte mi guardo alla specchio e vedo una faccia puntigliosa da regina d’Egitto che nasconde una grande rabbia dentro. Tutto quello che mi circonda non l’ho voluto io. Vorrei correre libera per i prati sotto un sole dolce e caldo, ma da non farmi sudare. Odio sudare ed essere sudata sotto le braccia. E poi, a Venezia, non ci sono molti prati. Vorrei disporre del mio tempo. Vorrei non dipendere dagli altri. Vorrei non sentirmi più dire Fin che stai sotto il mio tetto, farai quello che dico io. Vorrei non dover volere e avere. Vorrei una vita normale. Sotto questo tetto io ci starò ancora poco. Sarò autonoma presto e allora sì che prenderò il volo… che poi è lunga ancora per diventare maggiorenne.
Come farò a sopportare ancora anni di famiglia sulle spalle? Com’è brutto non avere un padre che ti sostenga, ma è ancora più brutto avere un padre padrone contro. Non posso uscire alla sera, ma se ne ha bisogno mi fa andare da sola o con il controllo di Ernesto, il sabato, a portare le matrici delle schedine all’ufficio addetto alla raccolta. Non riesco mai a tornare prima delle 11 o 11,30 di notte, ma non mi lagno, queste uscite prima o dopo mi serviranno. Non sto a guardare in bocca alla libertà che mi viene elargita, se non altro posso ricattarli quando mi dicono che non posso uscire alla sera dopo Carosello. Maledetta musichetta, segna l’ora limite di quelle poche uscite che posso avere.
Mi trattano da bimbetta quando fa comodo a loro e da grande quando debbo fare il mio dovere. Sono dei falsi ipocriti. Un po’ come le suore. Che poi se ci penso a quella mia zia suora allora mi prende il magone. Va tutto bene se mantieni l’apparenza di brava ragazza. Puoi essere meschina, egoista, approfittatrice, ma basta che lo nascondi bene. Come faccio io a nascondere la mia natura se mi si legge tutto dagli occhi? E poi chi se ne frega. Io non sono ipocrita come loro. Io sono sincera e dovranno accettare la mia natura. Dovranno fare conto con il mio desiderio di essere protagonista della vita. Dovrò mostrare il vero volto e la vera forza della mia volontà. E cambierà questo cazzo di mondo, certo che cambierà.
Ho cominciato a leggere libri di tutti i formati e su tanti argomenti diversi. In negozio da mio padre trovo Gli Oscar Mondadori che sono tascabili e comodi da “rubarglieli”. Poi mi porto a casa pure Linus che è un mensile di strisce a fumetti. E leggo con interesse pure “Ciao Amici” che è una rivista musicale per i giovani come me. Ci si parla di musica e dei nostri problemi. Comincio a sentirmi parte di un mondo.
Lo sapete cosa ho capito? Che non sono sola. Che intorno a me esiste un universo di ragazzi isolati che anelano a contattarsi, a parlare, a scambiare idee, ad imparare un nuovo modo di essere e di agire. Eppure è così facile da rompere questo silenzio. Ho il forte sospetto di non essere nata da sola con quell’impronta strana di cui parlavo. Ero il prototipo di una nuova generazione di persone che intendono cambiare il mondo e intendono farlo in modi pacifici e gentili. Beh! forse non tutti. Finalmente dopo le generazioni delle guerre è nata una nuova generazione della pace e della responsabilità. Leggo Pavese, Freud, Schulz e i poeti maledetti. Insomma leggo tutto quello che mi viene a tiro. Sono anche cambiata. I ragazzi mi guardano. E la mia testa è piena di idee e di progetti. Leggo dall’America che i giovani fanno manifestazioni oceaniche per protestare contro la guerra in Vietnam e per contestare le vecchie abitudini dei loro genitori, vogliono un nuovo mondo basato non sul denaro, ma sulla natura e sull’amore. Amore libero, amore totale. Un concetto piuttosto nuovo… eppure a me pare di averlo sempre saputo. Voglio amare tanto fino a sfinirmi.
Cosa c’è di più bello e puro dell’amore libero da ogni pregiudizio e calcolo? Io sono fatta per l’amore libero, sia chiaro. A meno che per questo non si tratti di farsi sbaciucchiare a destra e a manca. Libero sì, ma con le dovute cautele. Io devo scegliere e non essere scelta. I ragazzi si sa cercano sempre di infrattarsi e danno poca importanza all’amore. Per loro è qualcosa di superficiale da usare. Io credo sia una cosa importantissima, da difendere e da conservare. Per esempio l’amicizia, non è il miglior tipo di amore che si possa conoscere? So che direte che parlo così perché io un ragazzo non l’ho mai avuto. Sbagliato. Ho già baciato e sono uscita con un ragazzo qualche giorno… Non molti per la verità, ma che ci devo fare se i miei non mi lasciano uscire mai? Comunque mi è bastato per capire come funziona. Lui cerca di baciarti e se tu ti lasci baciare vuol dire che ci esci assieme. Fin qui tutto facile. Le cose difficili sono quando ti chiede di uscire alla sera o di andare a fare un giro in spiaggia insieme. Uscire alla sera non si può, e andare alla spiaggia io e lui, da soli, non ci penso proprio. Magari con Gabri e qualche altra persona, insomma in compagnia, ci andrei pure, ma io e lui da soli… a fare che poi?
Insomma è stata un’esperienza interessante, ma niente di più. Mi sembra sia stata interessante. Ero curiosa ed ora mi son tolta la curiosità. Non so se lo rifarò ma so che lo rifarei. Ragazzi e ragazze sono fatti per stare assieme. Lui si chiama Paolo ed è carino, insomma un tipo che veste bene e che fa l’annoiato, il superiore. Neanche fosse un grande attore o intellettuale. Non ha mai letto un libro in vita sua e nemmeno legge i quotidiani, l’unico suo hobby è il Karatè, se poi si scrive così. Il tipo che potrebbe piacere anche ai miei, magari tra qualche anno. Per loro sono sempre una bambina. Dio me ne scampi. Per la verità io sono più alta di lui e questo non piaceva a nessuno dei due. Insomma è durato un niente il mio primo amore.
Il primo bacio poi non era un gran che, mi sa che le ragazze sopravvalutano la prima volta. Non è che mi piaccia tanto scambiare saliva con un ragazzo che poi si spera sempre che si sia lavato i denti. Ma sarà che con Paolo non avevo niente da dire, insomma credo che lui si aspettasse delle cose da me e io non sono riuscita a capire bene cosa… o forse ho preferito non capire. E per la verità anch’io mi aspettavo qualcosa da lui. Mi aspettavo qualcosa come uno stordimento, una emozione. Mi sentivo come ad un esame. Una cosa estranea. Ero lì rigida. Semplicemente ad ascoltare e a cercare di capire. Mi son detta: “Tutto qui”? Avevo solo fretta che finisse. Paura che qualcuno ci vedesse. Non ero certa che fosse una cosa giusta. Tanto è tutto passato come una meteora, però adesso nessuno mi può dire: Parli così perché non sai”. Io so, ma continuo a cercare lo stesso. Non può essere che la vita sia così insulsa. Un bacio è solo un bacio e io penso invece che l’amore sia molto, ma molto di più. E magari anche il bacio non è solo un bacio.

La strada

In Gruppo di scrittura on 12 giugno 2011 at 21:20

La mattina è livida e fredda. Un giorno come tanti. Ormai da troppo tempo è un giorno come sempre. Il Bambino sembra un fagotto di stracci. Ha un’aria severa, da grande. Non mi stupisco più di non vederlo mai giocare. Torno indietro con la memoria. Non ricordo più nemmeno quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho visto un bambino giocare. Allora c’erano gli alberi e tutto il resto. Il resto… Una pioggia sporca ci penetra nelle ossa. Lui mi guarda aspettando un segno… Andiamo. Con lui non serve parlare. Credo sia nato sapendo già tutto. Credo sia diverso, anzi lo è. Si alza e continuiamo sulla strada.
Non è solo mia l’idea. Mi dirigo verso il mare e non mi chiedo perchè.
Sia chiaro, il Bambino non è mio figlio. Io non volevo figli in un mondo come questo. E’ stato un caso. Faceva la mia strada. Per un po’ mi ha seguito come un cane a distanza. Poi una sera si è messo a dormire con me dietro ad un muro mentre il vento ci gettava addosso tutta l’acqua del creato. Perchè dirgli di andarsene? Lui non chiede mai nulla. Si basta, e io ho bisogno di avere un essere umano da guardare. Ma lui è qualcosa di diverso. Il mondo è morto ormai da così tanto tempo che non ne sento quasi più la mancanza. Però qualche notte sogno. E la luce è dolce in quei sogni e i colori sono vivi. Quando mi sveglio guardo il Bambino. Lui questi sogni non li fa. Lui non sa.
La cosa più difficile è trovare cibo. Nei primi tempi, dopo la catastrofe, e stato più semplice. Bastava andare in città e trovare le riserve nelle cantine o nei negozi. Poi un po’ alla volta anche quelle sono finite. La gente ha combattuto la guerra per la sopravvivenza. In molti sono caduti. In troppi. Le strade sono diventate dei cimiteri a cielo aperto. L’aria insalubre. I muri grigi si scheggiavano sotto la pioggia e il gelo, un nero fuligginoso si scioglieva in ogni dove. La gente ha deciso di andarsene. Dove? Io non so. Verso il mare come se lì ci fosse la salvezza. Sono sopravvissuta solo perchè ero già abituata a vivere di niente. Il mio corpo assessuato non emana nessun richiamo. Vivo di niente e per niente. Poi arrivò il Bambino.
Non ho mai pensato al passato e nemmeno al futuro. Il Bambino mi fa riflettere. Maledico la stupidità del passato e l’inconsistenza del futuro. Ci siamo venduti l’acqua, il sole, la natura e la salute, per cosa poi? Per dei soldi che ci hanno reso più poveri? Io non avevo avuto né questo né quello, ero l’ultima degli ultimi.
Il profilo deformato del Bambino taglia in due la torbida aria fluida che ci circonda. Io respiro a fatica. L’acqua fangosa mi soffoca, mi schiaccia. Il Piccolo invece sembra non farci caso, lui si dirige sicuro verso il mare. Da dove viene il Bambino e dove intende andare? Lui è diverso da me, lo sento dentro. Con i miei stracci mi nascondo la pelle rinsecchita e squamata, pallida come quella di un cadavere. Il Bambino ha una pelle tesa, indifferente, con una consistenza che sembra lamina metallica. Gli stessi riflessi argentei che il buio non rivela. Io sono vecchia e cado a pezzi, ma non me ne frega niente. Non voglio sopravvivere al mondo. E continuiamo sulla strada fangosa e vuota. E il Bambino davanti scivola nell’aria pesante con un guizzo. Io rallento e lui si dimena negli stracci come un animale in gabbia. Il mare è vicino, lo sento dall’odore di marcio nell’aria. Non era questo il suo odore, io questo lo so bene, lo ricordo ancora da quell’ultima volta. Il profilo del Bambino si deforma. Lo guardo ed innorridisco. E’ questo il nuovo che avanza? Digrigna i denti in una smorfia che imita il sorriso. Un ghigno di file di denti senza senso. Ora so. Questo è il futuro.

(raccontino pessimista ispirato dal libro La strada di Cormac McCarthy e dalla questione toccata dai referendum).

4 SI’ “per quelli che passeranno”.

In Informazione on 9 giugno 2011 at 8:00

4 SI’ “per quelli che passeranno”.

Dicono che il tempo cambi le cose,
ma in realtà le puoi cambiare solamente tu.
(Andy Warhol)

E venne chiamato Ultimo

In Anima libera on 7 giugno 2011 at 11:11

Foto BN di Rossaura nel 1965Premessa alla parte ventiseiesima
Avrei preferito nascere figlia unica. Sinceramente avere fratelli e sorelle è un affare che sfianca. Ernesto è sempre più tonto. Si comporta da astioso e non capisco perché. E’ geloso di me e dei piccoli. Perché siamo rossi e solidali? La Pargoletta poi galvanizza tutte le attenzioni di mamma, il Piccoletto invece è una sagoma, e riesce a far ridere anche mio padre. Mi sa che lo sto trasformando nel suo nuovo erede. D’altra parte Ernesto è davvero una delusione pure per lui. Mia madre è stanca. La vedo invecchiare. I suoi abiti non sono più impeccabili. La sua figura snella si sta sformando e i denti le creano dei problemi. E adesso torna a piangere e si giustifica perché dice di avere forti mal di testa. Fossi scema a crederle. Appena mi accorgo che corre in bagno a vomitare ho la certezza: sta arrivando un altro bambino. Stavolta sono triste pure io. Che faremo? Un altro fratellino o sorellina… come farò? Sarà una nuova riduzione di libertà. Certo li deve fare mia madre i bambini, ma io glieli devo tenere. Così non va. E’ ingiusto. Mio padre è solo un po’ arrabbiato. Mi sa che sta pensando che arriva una bocca in più e non era il momento. Ma perché se la prende con mamma? Allora non ce la faccio più e sbotto: “Non sarà mica colpa sua se aspetta un bambino no? Non vedi che sta male. Non ti accorgi che fa fatica a stare in piedi? Ma non hai un po’ di sensibilità?” E lui mi prende per un braccio e alza la mano per darmele. Io lo sfido: “Dai dammele… che poi stai bene e ti senti contento… pensi di farmi tacere eh? Ma quello che fai non basta. Non starò zitta fino a che non imparerai a rispettare gli altri.” E me le dà di santa ragione. E i piccoli mi si attaccano spaventati alle gambe, vogliono difendermi e lui ha perso la testa e spinge e fa cadere la Pargoletta e mi strappa il Piccoletto in cattivo modo e io ringhio: “Non toccarli, perché se lo fai io ti ammazzo! Ricordalo: ti ammazzo.” Non ho paura di lui, ma temo per loro, per tutti loro. Tranne Ernesto che fuori dalla mischia si gode la scena con un sorrisino. Te lo faro rimangiare, stronzo, vedrai.

Questo mondo non è delle donne. Mamma ormai non reagisce più. Ma è spaventata perché Pargoletta è diventata muta. Non parla più, non dice più che silenzi, nemmeno la più piccola parola e guarda con i suoi grandi occhi chiari e lucidi il mondo attorno. Mamma la porta dal medico. Sembra impazzita. Nessuno le spiega come mai una bambina che parlava normalmente oggi non parla più. Certo io non sono un medico, dovrei capire poco i meccanismi psicologici dei bambini, ma ricordo com’ero testona quando ero dell’età della mia sorellina. “Mamma, non temere, è una cosa passeggera, quando nascerà il bambino le passerà. E’ scioccata e un po’ gelosa. Ha paura di perdere la tua attenzione, ma capirà, vedrai…” Mi sembra incredibile ma mamma mi ascolta e annuisce. Mi crede. Si appoggia a me come se fossi una sorella maggiore. Mi sento davvero responsabile anche per lei. Cerco di aiutarla. Di sollevarla dalle fatiche. Ma sono stanca. Vorrei non essere finita in questa trappola. I sentimenti e gli affetti mi condannano e io vorrei essere libera e orfana e figlia unica, non voglio un marito, ma neanche un fidanzato, voglio vivere da sola e libera, senza nessuno che mi dice cosa fare e dove andare. Non posso vivere senza libertà.
La mia vita è sempre più legata agli umori e alle situazioni famigliari. Appena fuori la guerra in Vietnam imperversa, e sulle spiagge si presentano i primi topless, poliziotti in divisa arrestano belle straniere con un costume ridicolo con al posto del reggiseno un paio di bretelle scomode. Ridicoli loro ma anche quelle bretelle. Levatele che è meglio. A volte penso che mi piacerebbe avere il coraggio di andare sulla spiaggia con le tette al vento. Potrebbe essere un’idea. Forse non mi arresterebbero, forse nessuno se ne accorgerebbe, ma io mi vergognerei come una ladra. Che poi è da scemi, se sei libera, anche mostrare le tette non è un problema. Ma perché invece io mi vergogno? Forse perché ne ho troppo poche? E’ solo che io non so che farmene del mio corpo. Le mie braccia sono lunghe e non sanno mai dove stare. Veramente niente di me sa dove stare. Mi sento sempre fuori posto e non c’è nessun posto veramente mio. Sto bene solo insieme ai miei fratellini e con qualche amica.
Marinella e Diana, loro sono amiche di sempre, ma mi trovo bene anche con quella scabinata di Renè. E’ una pazza nata da una famiglia di pazzi da legare. Qualche volta andiamo a casa sua e restiamo sempre stupite per il numero di stanze che ha, per la enorme libreria del salotto e per la libertà delle nostre invasioni nella stanza del fratello che studia da avvocato. Solo quando non c’è. Se c’è la sua stanza e proibita, ma esce sempre un po’ a parlare con noi. Qualche volta scherza con me e mi dice che sono carina e che vorrebbe invitarmi a cena fuori e magari a ballare. Accidenti se è pazzo e penso anche che mi voglia prendere in giro. Comunque è un vecchio e secondo me ancora più scabinato di sua sorella. Pensate che ogni estate lei si dispera perché sua mamma la manda in collegio per un mese o in Francia o in Inghilterra o in Germania. Dice che deve studiare le lingue e lei preferirebbe restare in città, ma lo dice per non farsi invidiare credo. Ed io la invidio, mi cambierei subito con lei. Quest’anno andrà in Francia, in un collegio misto dove c’è persino la piscina anche se è a due passi dal mare. Lei brontola. E’ tutta pazza, non capisce proprio niente! Ci siamo promesse di scriverci e di restare amiche anche dopo che lasceremo la scuola. Sì, perché ormai siamo agli sgoccioli. La scuola sta finendo e io so che per me sarà finita davvero.
Mia mamma è andata a parlare con l’insegnante di italiano. Solita storia: la prof ha insistito perché mi facessero continuare a studiare. Dice che ho molte qualità, e che riuscirei bene in qualsiasi scelta, ma senza il latino però. Consigliava il classico, oppure meglio l’artistico che è senza il latino. Mia mamma l’ha detto a mio padre e lui le ha chiuso la bocca: “L’artistico è la scuola dove vanno le ragazze poco serie.” e ha chiuso ogni discorso. Sia chiaro che ragazze poco serie nel linguaggio di mio padre vuol dire puttane. Quindi discorso chiuso. Sinceramente mi piacerebbe avere la possibilità di trasformarmi in una donna perduta e poco seria. Vorrei vivere e imparare a conoscere la vita. Non piango più. Non sono rassegnata, ma non piango più. Qualcosa farò, qualcosa succederà, non mi lascerò vincere. Troverò il modo di andare avanti in barba a tutti.
Non me ne accorgo ma mentre ero distratta forse i giorni sono passati, forse stiamo diventando tutti più grandi. Intanto Ernesto sta facendo il cascamorto con Marinella e il giorno del mio compleanno dice che si potrebbe fare una festa e che lui porterebbe i suoi compagni di scuola. Insomma una vera festa, con il giradischi, i dischi e i ragazzi. La cosa strana è che mio fratello è al di fuori di ogni tentazione, invece i suoi compagni di classe sono veramente simpatici e carini. Peccato che nessuno ha il ciuffo. E poi nessuno sa ballare. Né noi ragazze né loro, maschietti. Bella festa! Ragazze da una parte e ragazzi dall’altra. Se non fosse stato che ad un certo punto mi ci sono buttata in mezzo e mi sono messa a ballare un shake nessuno si sarebbe mosso. Dove ho imparato a ballare? E che ne so! E’ solo che con la musica non riesco a stare ferma. Mi entra nel sangue. Mi sono buttata e ho abbozzato qualche mossa ed ecco la festa si è avviata.
Vorrei vedergliele, a Marinella. Le mie sono come quelle di un ragazzo. E io vorrei capire cosa prova un ragazzo a guardarle e magari a toccarle. Certo che a me vedono poco e toccano niente. Forse io sono poco femminile e a volte penso che c’è una parte di me che si rifiuta di essere donna. Quella parte di me non è proprio stupida. Ho fame e sete di capire; di sapere. La vita è come un romanzo ma con più fantasia. E’ solo curiosità la mia. Lei è più donna. Io ho un corpo tagliato con l’accetta, beh insomma non sono proprio così lignea. Ho le gambe lunghe e un corpo flessuoso, ma sono troppo pallida. Ho un viso insignificante e se potessi mettermi un po’ di trucco forse riuscirei anche ad essere carina. Mi chiedo se mai piacerò a qualcuno. E sarei curiosa di sapere cosa cercano i ragazzi. Eppure qualcuno è gentile con me. A volte vedo che mi guardano con un’aria strana, come se mi studiassero. Spesso cercano di starmi vicino e di parlare con me. Poi dopo un po’mi trattano come una di loro. Se mi piace o no non lo so ancora. Mi guardo ancora allo specchio e ho questo naso che mi invade il viso. E questi occhi che mandano a quel paese e che faticano a sorridere. Ma non mi mancano certo le parole. Ho imparato a difendermi. In fondo la festa è stata bella. Ne porto un buon ricordo. E sono troppo alta per quelli della mia età. Mi scappa sempre la voglia di correre e saltare. Non è proprio un comportamente femminile. E poi i miei capelli cresceranno una buona volta. Vorrei che diventassero la mia bandiera. Voglio farli crescere perché una ragazza è più donna con i capelli lunghi.
Marinella andrà a fare la commessa. Diana continuerà a studiare anche se non è che le piaccia moltissimo. Renè andrà al liceo linguistico e poi all’Università, altrimenti sua madre la disconosce. Letizia andrà al liceo, non è una cima, ma ci mette sempre una gran buona volontà. Paola invece è spaventata. L’esame può essere decisivo. Lei in italiano è bloccata. Di fronte ad un foglio bianco le scappano le idee dalla testa e le parole dalla penna. All’esame si mette di fianco a me. Mi guarda con gli occhi da cane bastonato e mi sussurra: “Aiutami!” Il primo tema che faccio è il suo, il secondo è il mio. L’insegnante di italiano all’interrogazione mi dice guardandomi fissa che si è stupita perché lei ha fatto un bel tema mentre io ero al di sotto delle aspettative. Probabilmente o mi ha visto passarle il compito oppure se ne è accortoa da quello che ho scritto. Chi se ne frega. Tanto a me non cambia niente, mentre Paola non sarebbe passata e non avrebbe potuto continuare a studiare. A volte bisogna fare una scelta ed io l’ho fatta. Non che la cosa mi passi vicino senza toccarmi. Mi sento sola e ho tanta rabbia dentro.
Finita la scuola mi sono sentita persa. Devo inventarmi qualche cosa, un’ idea geniale, che ne so, devo trovare il mondo di cambiare questa situazione. Attenzione però, per scappare da una prigione non devo assolutamente cadere dentro ad un’altra. Quindi mai pensare che un ragazzo, un fidanzato, un marito può risolvere il tuo problema. E’ rischioso, troppo rischioso e io devo stare attenta. Ho troppo bisogno d’amore e potrei sbagliare, prendere lucciole per lanterne ed invece non devo sposarmi mai costi quel che costi. Non voglio essere incastrata.
Il giorno dopo la fine della scuola sono dovuta andare da Marinella che le è morto il papà. Cominciamo bene. Povera amica mia, la strada è sempre più in salita per lei. Devo aiutarla, ma che fare? Ci si vede quando è libera dal lavoro, che tra l’altro non le piace niente… che tristezza! Dove sono finiti i nostri sogni? Ad agosto in piena calura la mamma partorisce un maschietto. Bello, sano e pure lui rosso. La Pargoletta lo guarda con odio represso mentre il Piccoletto ride e dice che assomiglia a Mussolini. Sono pazza a dare lezioni di storia a quella “testina” matta, perché poi finisce che offende pure l’Ultimo che io chiamo così per scaramanzia, che non ne ha nessuna colpa.
Mamma questa volta ha partorito in ospedale e il ginecologo ha detto che deve assolutamente smetterla di fare bambini, quasi fosse una decisione che spetta a lei. So bene, anche troppo, come nascono i bambini. Suppongo che se fosse stato per lei sarebbe nata solo la Pargoletta, gli altri li avrebbe dati tutti al macero. Comunque devo aggiungere il terzo fratellino ai miei doveri di sorella a tempo pieno. Pannolini, saponette, cremine e tanta, tanta pazienza. Ultimo è un ribelle. Odia i vestiti, ma soprattutto le scarpe e i cappellini a cui mamma lo obbliga. Credo che tutto il movimento che fa sia direzionato a sfilarsi scarpette e tirarsi via cappellini. Quando lo tengo io lo libero e lui si calma subito, ma ci vuole tanto a capire un bambino? Ma sono solo io a ricordarmi quello che odiavo quando ero una neonata? Intanto sto perfezionando un sistema educativo casalingo. Io tengo Ultimo e preparo il pranzo, Pargoletta prepara la tavola e Piccoletto lava i piatti. Questa è da vedere! Lui in ginocchio su di una sedia con il grembiule della mamma che insapona e sciacqua. Lo so che poi devo rifare tutto e risistemare, ma aiutarci è una questione di principio.
Come previsto Pargoletta ha ripreso a parlare. L’ha dovuto fare perché fingevo di non capire quello che chiedeva indicandomi con il dito. “Non capisco, devi spiegarmi perché così non capisco… e finalmente si è decisa: “…Acqua…” “Cosa … acqua… non capisco?” “Un bicchiere d’acqua.” Avrà pensato che sono scema, ma alla fine adesso parla, continua a piangere senza sapere perché, o piange così a lungo da dimenticarsi la ragione, ma parla. Ultimo invece mi darà del filo da torcere, non so perché, ma ho come l’impressione che non sarà una passeggiata crescerlo. D’altra parte c’è chi dice che gli ultimi saranno i primi… ovviamente i primi a rompere. Com’è lontano il mondo. Io che avrei voluto lasciarci il segno sto vivendo una vita insulsa. La vita scorre sempre più lontana. Mi sento come inconsistente ed inutile. Devo trovare una soluzione altrimenti… ma basta con i pensieri tristi, qualcosa cambierà o farò saltare tutto e non lo dico così per dire!

Gendercide

In Parola di donne on 4 giugno 2011 at 22:28

Quando ho trovato questa parola sul libro che ci suggerisce le parole delle donne sono rimasta di stucco. Al primo momento m’è parsa una parola senza senso, poi ho capito, con esterefatto dolore ho capito.

Gendercide raccoglie in un unico termine questa terribile domanda: Dove sono finite le cento milioni di donne che mancano all’appello? Riporto qui un articolo che spiega bene cos’è e perché esiste il femminicidio. Il futuro di alcuni paesi con un numero di donne così limitato è destinato ad essere pessimo, già sono in aumento crimini e disagi, succede così se gli uomini non trovano moglie. D’altra parte cosa dire, per esempio, di un paese che chiama i suoi maschi scapoli “rami nudi”, come se il problema fosse tutto lì. Ovviamente a nessuno è venuto a mente che le donne sono una enorme risorsa, ma certamente non solo per ricoprire i “rami nudi” degli uomini che sono rimasti al palo.

Abnegazione

In Parola di donne on 2 giugno 2011 at 16:37

Eccoci ancora ad una parola osservata dal nostro punto di vista. Nella foto volevo metterci una Geisha, ma non mi dava davvero l’idea dell’Abnegazione con la A maiuscola, piuttosto quella della Sottomissione con la S maiuscola.

Chissà cosa viene alla mente di noi donne di fronte a queste parole  che fanno sempre da corollario alla nostra vita?
Un uomo molto amato?
Una ideologia politica o religiosa che ci prende l’anima?
Un figlio/a o un’idea di dedizione assoluta che richiede moltissimo, ma non ci consente di mollare?
E ad un uomo cosa viene in mente?
Le attenzioni e i sacrifici della mamma?
Una donna vagheggiata e mai incontrata che è disposta a tutto?
Il desiderio di dominare e radere al suolo il proprio capufficio?

Tante possibilità, tante interpretazioni. A voi l’ultima parola.