Mario

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Quel piccolo pasticcio della vita

In Amici, amore, personale, Senza Categoria on 26 settembre 2016 at 19:15

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Stamattina quel tuo messaggio sottovoce: “Ti chiamo solo ora perchè in questi giorni abbiamo combinato un pasticcio… sai uno dei nostri” la voce si apre in un sorriso, può una voce, al telefono, svelare un sorriso? Sì può e stamattina l’ho capito. Un pasticcio? Un sorriso? Voce bassa dall’emozione, dal piacere, un po’ dal timore, un po’ in equilibrio tra pudore e azzardo. Com’è strano che a volte una parola ti fa capire il senso di una telefonata.

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vacanze sull’isola, vista sul mare e a duecento metri di distanza, gli uni dagli altri, ma duecento metri di rovi e terrazze franate, mai l’indomita idea di trovarci o da me o da voi. Ormai le ginocchia e l’età non ci consentono più di queste valorose imprese. E poi voi sempre impegnati in una vita mondana che io non amo, che rifuggo, che non frequento e io eremita che mi nutro di tramonti e silenzi. La nostra montagna ci unisce, ma ci divide più del mare.

Eppure voi c’eravate quando io avevo bisogno di un abbraccio fraterno nel giorno più brutto della mia vita,  voi c’eravate anche nei giorni più importanti quelli che le donne sognano sempre o quasi. Amici nel cuore, amici nella vita. Vicini sempre, pronti all’abbraccio, alle lacrime, ai sorrisi: amici indissolubili, amici solidali. E sono passati trentacinque anni dal giorno che, sempre sull’isola, abbiamo incrociato la nostra vita nel bene e nel male, senza nessuna promessa, ma forti dell’affetto naturale che ci ha unito subito.

E’ chiaro che io al vostro “pasticcio” ci sarò e lapalissiano che dopo quarant’anni anche voi potrete realizzare quel sogno nascostamente accarezzato per lungo tempo, quel rapporto mai apertamente imposto, mai troppo sdolcinato, mai troppo invasivo. Chi vi amava sapeva e non c’era bisogno di parole, di mezze confessioni, di confidenze tra noi. Riguardo le nostre foto di quando eravamo belli e giovani, i nostri viaggi, le nostre serate a chiaccherare nei bar lungo il mare, o al fuoco del camino nella casa sull’Appennino, le gite in barca, i bagni in mare che non finivano mai, il mio pancione e voi due a farmi da scudieri, i primi a sapere tutto, i primi a correre alle mie telefonate. Io fra voi, ma anche no, perchè io c’ero, correvo alle vostre disavventure, nel dolore, nelle gioie, ma mai invadente. Io ci sarò con il cuore traboccante di gioia, nel giorno che potrete dire finalmente ecco “questo è il mio compagno per la vita”. Forse sarete meno belli di allora, forse sarete più feriti e stanchi, ma fra qualche giorno inevitabilmente io ci sarò e piangerò per tenerezza come una ragazzina.

Che bel pasticcio che qualche volta è la vita.

 

 

 

Senza parole

In amore, Anomalie, personale on 8 settembre 2016 at 11:23

“Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in una ormai celebre frase di un suo altrettanto celebre film. E le parole sono importanti, eccome se lo sono. Specialmente quelle non dette. Quelle taciute. Quelle tradotte malamente con surrogati che mai potrebbero nemmeno lontanamente raccontare l’ombra delle parole che si vorrebbe nascondere, tacere, negare. Perché l’atto stesso di pronunciare implica il conferire realtà a quel che si pronuncia. Le parole che tacciamo, le parole che non osiamo esclamare ad alta voce, le parole che mascheriamo di sinonimi immeritevoli, quelle stesse parole saranno i macigni che tortureranno la nostra coscienza il giorno in cui non avremo più la possibilità di esprimerle nel luogo, nel tempo e con le persone a cui appartenevano di diritto. Le parole non dette sono aborti che lasciano vuoti amari nelle vite di chi le aspettava e in quelle di chi avrebbe dovuto avere più coraggio per pronunciarle.”

L’ho lette oggi sul profilo di un’amica e mi hanno colpito così tanto che non me le levo dalla testa. A volte non ci si pensa ma si trascina la propria vita con questi macigni sul cuore. Parole non detto, parole non sentite, parole per sempre, se mai esistono parole che durano per sempre. Persone che si sarebbe voluto raggiungere con parole usate come un ponte, parole che curano le ferite, parole che feriscono e uccidono, parole di rabbia e di saggezza. Parole assolute, importanti, indimenticabili.

Eppure sono solo queste le parole che contano, quelle che cambiano e che ti cambiano, quello che valgono la pena di pronunciarle o di ascoltarle, tutto il resto è fuffa, oblio, rumore, ciarpame. Le parole inutili, nebbiose, noiose e deleterie che riempiono l’aria e la soffocano, quelle parole sono senza senso, sono un’offesa all’intelligenza, sono la vacuità rumorosa del nostro tempo.

Io ho passato una vita senza la capacità di dire quelle parole, quelle che restano, quelle che fanno la differenza, quelle che se ci penso posso solo dire che in realtà non le conosco, non so cosa dire e come dirlo. Ho perduto una persona molto vicina e in tanti anni di vita insieme, solo una volta gli ho detto parole che erano graffi, lui non rispose, non aveva parole capaci di farlo, era rimasto senza parole. Come non capirlo? Se pure io non ero attrezzata per quelle parole? Successivamente le parole non dette mi pesavano così tanto sul cuore che si trasformarono in sensi di colpa, ma colpa di cosa se a cercare quelle parole non ne trovavo nessuna che potesse essere adeguata, significativa  o ancora definitiva?

Probabilmente io sono una persona che è nata e vissuta senza parole, quelle vere, quelle che sono un motivo valido per vivere. Vorrei poter dire che nella mia vita ho parlato sottintendendo che nella stessa misura ho vissuto, ma non è così, non ci sono parole per descrivere la solitudine ed il silenzio troppo rumoroso che ci accompagna. La vita si può anche descrivere, ma lo spirito e i sentimenti sono senza parole e si conservano gelosamente dentro di noi, senza poterli condividere con gli altri.

 

Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

Cuore perduto ad At-Tuwani (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi AssoPace Palestina on 30 gennaio 2015 at 11:37

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Quando viaggio, in qualsiasi luogo sia e in qualsiasi tempo, so di lasciare un pezzettino di cuore da qualche parte senza la speranza di poter tornare a riprendermelo. Magari ad At-Tuwani ci torno, ma sarà difficile che recuperi quel pezzettino di cuore lasciato e perduto fin dalla prima volta che sono scesa dal pullman. Luisa nei viaggi di AssoPace Palestina, passa sempre in questo piccolo villaggio di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, nella cosiddetta Area C della West Bank.
In Area C si assiste oggi ad un fenomeno definibile come “normalizzazione dell’occupazione militare”, che produce concretamente un doppio livello di oppressione. Da un lato la violenza legalizzata dell’esercito, e dall’altro la violenza dei coloni, tacitamente autorizzata dallo Stato di Israele. A poche centinaia di metri dal villaggio, infatti, abbiamo l’insediamento coloniale di Ma’on, nato nei primi anni ’80, cui segue sull’altura vicina l’avamposto, all’interno del quale sono insediati membri di alcuni dei più pericolosi gruppi extraparlamentari terroristici dell’estrema destra israeliana. Un villaggio sgangherato a dire il vero, ma di anno in anno ci scopro un segreto in più, una dimostrazione di coraggio in più. Guardo la casa viola in cima alla collina e sorrido. Una casa viola nel villaggio di pastori dove le case sono ancora scavate nella roccia e dove le antiche pietre di anno in anno si sgretolano sempre di più. Una bella vittoria visto che questo villaggio è a rischio demolizione.
Lasciare il cuore ad At-Tuwani mi rallegra. Il solito incontro con il più piccolo dei figli maschi di Hafez, di cui non conosco il nome, mi rende allegra, tanto che mi ci metto a giocare a calcio. Hafez è il coordinatore del Comitati Popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani e quest’anno purtroppo non c’è. La morte di un cugino l’ha fatto partire prima del nostro arrivo. Ma ci viene incontro il figlio maschio più grande: Sami, che ricordiamo bene, visto che l’anno scorso lo avevano arrestato mentre stavamo visitando la città di Hebron-Al Khalil. Un’avventura davvero indimenticabile per tutti i 50 viaggiatori, farsi arrestare sotto gli occhi, un ragazzino di 15 anni e non poter far nulla per lui.
Cosa aveva fatto? Niente, era solo palestinese, e viaggiava con 50 internazionali, ovviamente internazionali poco graditi ai soldati e ai coloni insediati nella città. Comunque l’avventura era finita bene, visto che il nostro Mike e Issa Amro, del centro YAS, più tutto il nostro gruppo rumoreggiante sotto la rampa del posto di polizia, hanno prodotto il miracolo del suo rilascio.
Per prima cosa che spiego è che i figli di Hafez non sembrano affatto dei palestinesi, sono molto più simili a degli irlandesi piuttosto che ai classici bambini e ragazzini che girano le strade di Palestina. I loro capelli vanno dal biondo al rosso, chi più chi meno, e hanno tutti una faccetta birbante e simpatica.
Sami fa le veci del padre e ci racconta tutto della lotta del villaggio e delle disavventure per riuscire a resistere ancora sulla loro terra.
Non è l’unico che ci parla, ci sono pure i nostri connazionali di Operazione Colomba che ci raccontano delle loro attività e dei problemi che incontrano tutti i giorni.
Tra gli italiani c’è pure Andrea, non sapevamo di trovarlo ancora qui, se l’avessimo saputo avremmo portato il solito regalo di natale: un buon salame veneto e una bottiglia di vino rosso, come già fatto altre volte.
Intanto una camionetta di soldati ci osserva a due o trecento metri da dove siamo scesi. Ci seguirà per tutto il nostro restare nel villaggio.
Non so gli altri, ma a me sono cose che fanno incazzare. Odio essere controllata a vista. Mi viene voglia di andarci a parlare e chiedere cosa ci fanno lì e cosa vogliono da noi.
Un po’ più tardi ci passiamo accanto e mi chiedo se quei soldatini armati di mitra, si siano mai posti la domanda se è lecito difendere dei coloni considerati illegali e violenti pure da Isrele.
Quei soldati dovrebbero essere lì, anche per garantire ai bambini palestinesi, sotto gli occhi vigili dei nostri ragazzi italiani, di poter andare e tornare dalla scuola senza subire le aggressioni dei coloni energumeni.
I soldati si riservano anche di proteggere i coloni quando aggrediscono i pastori e si impossessano di terra palestinese, sradicando piante e uccidendo pecore e asini di proprietà dei villaggi della zona.
Un bel film italiano di Andrea Paco Mariani e Nicola Zambelli è stato girato ad At-Tuwani e lo consiglio a tutti “Tomorrow’s land” (http://www.tomorrowsland.com/sinossi.html) tanto per capire meglio di quale tipo di occupazione si tratti.
Intanto, mentre tutti parlano, io gioco a pallone con il piccolo di Hafez senza scambiarci nemmeno una parola, ma non c’è niente da dire il gioco parla da sè. Il bambino mostra tutta la sua arte nel gioco del pallone, un po’ con l’orgoglio da uomo arabo e un altro po’ con un senso di sana autoironia, quando il mio tiro fa goal.
Ricordo l’anno prima, i suoi capelli biondissimi e lunghi e la sua aria ritrosa, subito pronto a farti un sorriso conquistatore. I capelli ora sono più scuri e corti, sta assomigliando sempre di più a suo padre, un uomo di grande resistenza. Un uomo che ha fatto della resistenza e del pacifismo il suo credo. Che risponde con il suo orgoglio e la legalità a tutti i tentativi di cacciarlo dalla sua terra, di spaventarlo, di metterlo a tacere.
Un uomo che cresce i suoi figli nella resistenza, come lui è stato cresciuto dalla madre.
Arriva un furgone dell’organizzazione Ta’ayush (credo voglia dire “cooperazione”) e ne scende Amiel Vardi, un israeliano che da anni collabora assieme ai palestinesi contro l’ingiustizia dell’occupazione e contro i soprusi. Ci racconta quale sia il suo lavoro di cooperazione e quanti ostacoli incontra.
Nei viaggi con Luisa incontriamo molti israeliani che sono contro l’occupazione e che proprio per questo vengono ostracizzati dal governo e dalle persone comuni.
Facciamo un passaggio anche alla cooperativa delle donne di At-Tuwani, c’è sempre qualche ricamo da comperare e qualche storia nuova che ci viene raccontata. L’essere donne in Palestina è difficile ancora di più, due sono le lotte da fare: contro l’occupazione israeliana e contro la mentalità del villaggio.
Casualmente qui incontriamo anche due ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, una istituzione fondata da Juliano Mer-Khamis, il famoso attore-regista ucciso per il suo attivismo.
Oggi At-Tuwani sembra l’ombelico del mondo, un sacco di storie e realtà convergono nello stesso punto.
Intanto io vedo delle bambine sul tetto di una casa in costruzione, mi sorridono ma non vogliono farsi fotografare, come fossero molto più grandi di quello che sono, poi scendono e mi vengono vicine, allora sì che si fanno fotografare in tutte le pose e guardano le fotografie ridendo.
Capite ora dove ho lasciato il mio pezzetto di cuore? Tra le pietre aride della terra delle colline a sud di Hebron e gli occhi dolci dei bambini del villaggio, nell’abbraccio con Andrea il nostro cooperante e la stretta di mano ormai adulta di Sami.
La bambina più piccola di Hafez ci guarda da distante tenendo stretta la bambola di pezza che gli è stata regalata da una di noi. Le mando un bacio anche io da lontano e in silenzio prometto che tornerò.

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Resistenza è….. per sempre (di Jean Emile)

In amore, Viaggi, Viaggi AssoPace Palestina on 28 gennaio 2015 at 17:24

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DIARIO INCOMPLETO DI 3 MESI IN PALESTINA

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:
Resistenza è camminare
Resistenza è restare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante
Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciando il mitra con evidente nervosismo
Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza
Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio
Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo
Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei
Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”
Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni
Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto
Resistenza è dormire per terra, insieme a tuoi compagni
Resistenza è “finalmente stanotte dovrebbe arrivare un’altra compagna” – “No, è stata respinta all’aeroporto”
Resistenza è andare a letto alle 20.30 dopo aver bevuto dodici bicchieri di tè e due di caffè arabo, sapendo benissimo che non ti addormenterai prima dell’una di notte
Resistenza è svegliarsi alle tre di notte per andare in bagno e scoprire che alcuni militari dentro una camionetta ti stanno tenendo d’occhio… dall’alto
Resistenza è non dormire affatto, perché la paura di un’incursione notturna dell’esercito israeliano non dà pace alla mente
Resistenza è accompagnare due palestinesi disarmati nel bel mezzo di esercitazioni militari a cui partecipano centinaia di soldati
Resistenza è andare a visitare il villaggio circondato da centinaia di soldati israeliani per incontrare gli occhi dei suoi abitanti
Resistenza è stare insieme intorno a un fuoco scrutando, nella notte, i soldati con un cannocchiale
Resistenza è accettare di mangiare pop corn mentre le truppe israeliane si stanno esercitando nel buio, a pochi metri di distanza… e due commilitoni stanno visibilmente dirigendosi nella tua direzione
Resistenza è visitare una famiglia che sta costruendo una nuova casa. In questa terra l’unico modo per farlo è farlo illegalmente e spesso sotto una tenda
Resistenza è stare in piedi tra un pastore palestinese e un colono israeliano, sapendo benissimo che se quest’ultimo decide di attaccare non avrai neanche il tempo di pensare
Resistenza è sentirsi dire da un ebreo “You like Nazi?”
Resistenza è assistere al parto di una pecora a qualche centinaio di metri da un avamposto di coloni nazional-religiosi
Resistenza è accompagnare un pastore nello stesso posto in cui era stato picchiato neanche 24 ore prima
Resistenza è apprendere che su quel pozzo c’era scritto, in ebraico: “Morte agli arabi. Rabbino Kahane aveva ragione”
Resistenza è continuare a sentire l’umanità dell’altro, nonostante il conflitto
Resistenza è impiegare due ore per accendere la stufa, perché piove da giorni e la legna è tutta bagnata
Resistenza è utilizzare un sacco di plastica e una maglia per accendere la stufa
Resistenza è rischiare di rimanere intossicati dal fumo che esce dalla parte sbagliata della stufa
Resistenza è cucinare la polenta sul fuoco della stufa
Resistenza è puzzare di fumo e di sudore: sempre e comunque
Resistenza è assistere, di notte, al bendaggio e all’arresto di un palestinese sconosciuto senza poter far molto, se non chiedere spiegazioni e riprendere con la videocamera
Resistenza è ricevere minacce perché stai riprendendo un palestinese sconosciuto, bendato e ammanettato sul ciglio della strada
Resistenza è ascoltare canzoni di donne che inneggiano alla libertà, di fronte a decine di soldati
Resistenza è convincere i soldati a farti riprendere mappe geografiche riportanti confini illegali
Resistenza è assistere allo scivolone maldestro di un soldato mentre sta cercando di raggiungerti per parlare… il fango ha otturato la canna del suo M-16
Resistenza è parlare per decine di minuti con soldati che si esprimono attraverso stereotipi e cliché
Resistenza è spiegare ad un soldato, per l’ennesima volta, che sta violando la sentenza della Corte Suprema Israeliana
Resistenza è scoprire che una soldatessa di leva la pensa come te
Resistenza è ascoltare la sofferenza umana, da qualsiasi parte arrivi
Resistenza è litigare con il tuo compagno per non aver fatto abbastanza
Resistenza è arrabbiarsi con sé stessi per non aver dato abbastanza
Resistenza è guardare in faccia all’ingiustizia, giorno per giorno
Resistenza è essere presi in giro da chi “proteggi”
Resistenza è non riuscire più a capire chi protegge chi
Resistenza è cercare di esprimersi in arabo senza averlo mai studiato
Resistenza è sentirsi giudicati per non aver imparato abbastanza in fretta quella lingua altrimenti sconosciuta
Resistenza è non dare ascolto a quella vocina interiore che dice “se c’era qualcun’altro, sicuramente, avrebbe fatto meglio”
Resistenza è sapere che ci sono palestinesi rinchiusi in carcere da mesi, da anni senza processo e senza motivazioni d’accusa
Resistenza è scoprire che molti di questi palestinesi sono in sciopero della fame da settimane o mesi… e in Europa sono veramente in pochi a saperlo
Resistenza è tornare insieme ai palestinesi sui campi che gli hanno proibito di coltivare… tutte le settimane
Resistenza è assistere all’arresto degli attivisti israeliani che si interpongono fisicamente per difendere i diritti di quei contadini
Resistenza è cooperare. Israelian*, palestinesi, italian*, inglesi, statunitensi, svedesi, cech*, polacch* insieme per raggiungere un unico fine senza confini: la giustizia
Resistenza è fare tutto questo per amore,
E tanto altro ancora…”

Jean Emile

(uno dei ragazzi di Operazione Colomba ad At Tuwani)
trovato morto in fondo ad un dirupo in Val D’Aosta il 3 agosto 2014

Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

rapper

Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

Pensa agli altri (di Fiorenza Borghese)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 9:04

beduina

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri.
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (trad. di Asma Gherib)

Il viaggio dell’anima
La valigia è quasi vuota, dentro ci sono ancora pezzetti del viaggio: pesciolini di vetro, presepi di legno, saponi di Nablus, ricordi di Al Kamandjati. Al ritorno non si è veramente tornati, molte cose si agitano dentro e mi tengono legata a paesaggi, colori, profumi di spezie, alle mura di Gerusalemme, ai bambini che sorridono. “…si sa come si parte ma non si conosce il cambiamento che si farà, e in qualche modo cambierete statene certi.”, aveva scritto Franca nella sua prima mail. In Palestina bisogna andarci accompagnati dalla voce appassionata di Luisa che arriva dovunque e che tutti conoscono, per raggiungere villaggi beduini e campi profughi ed ascoltare il racconto di chi resiste all’occupazione. E bisogna andare anche a Hebron, città-fantasma.

Brandelli di Hebron-Al-Khalil
Il groviglio di muri, divisioni, chiusure, check-point, gabbie, reti, blocchi che feriscono la Palestina si fa ancora più intricato a Hebron, H1-H2, dove gli insediamenti israeliani sono nel cuore della città, e coloni integralisti, protetti da soldati e loro stessi armati, tengono sotto scacco la popolazione palestinese con violenze ed angherie d’ogni sorta. Shuhada Street, la strada del commerci e del mercato, è chiusa da anni ai palestinesi, presidiata dall’esercito d’Israele, vi hanno accesso solo gli israeliani ed i turisti : ciò, paradossalmente, per la sicurezza dei coloni dopo l’eccidio alla moschea compiuto dal colono Goldstein nel ’94. I palestinesi sono perciò costretti a compiere tortuosi percorsi di chilometri per arrivare in posti altrimenti raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Arriviamo a Hebron in una giornata livida che pare in sintonia con il luogo. Arranco con gli altri dietro a Mike, cercando di seguire il suo racconto sempre prezioso, su per un viottolo attraverso un campo di antichi olivi, in gran parte bruciati dai coloni: in cima ad un’ altura da cui si domina la città c’è la sede di Youth Against Settlements, un gruppo di attivisti impegnati a contrastare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani attraverso la resistenza non violenta. Dietro di noi, a distanza di pochi metri, una casa requisita e presidiata da soldati israeliani.
Issa Amro, coordinatore di YAS, ci illustra le numerose attività del centro e racconta i soprusi, le violenze, gli arresti ingiustificati subìti, il lavoro fondamentale che YAS svolge per documentare l’ illegalità con foto e videocamere. Intanto vanno su e giù dalla minuscola cucina, donne, uomini e ragazzini con piatti e vassoi ricolmi: siamo oltre 50 e più tardi troveremo le tavole generosamente apparecchiate sul retro, fuori e dentro la casa, per un pranzo sotto gli occhi del soldato israeliano chiuso nella sua garitta .
Dalla sede di YAS per una discesa sgarrupata di sassi e terra arriviamo poi a Shuhada Street dove incrociamo subito dei coloni all’uscita della sinagoga dopo i riti del sabato (tra loro una donna con un sorriso raggelante proclama: “Israel is our land, all Israel is our land!”). Shuhada Street è deserta, le imposte verdi dei negozi sbarrate e scolorite, i portoni delle case sigillati. La percorriamo sotto la pioggia, Luisa in testa al piccolo corteo con il cartello Open Shuhada street. Ma Issa e gli altri attivisti non possono camminare con noi, passeranno attraverso i campi e il cimitero per ritrovarci al checkpoint d’ingresso al suq. Ci soffermiamo sotto l’abitazione di Zleikha che, rispondendo al richiamo di Luisa, compare sul balcone chiuso da una griglia di metallo che la protegge dai lanci di pietre dei coloni. Zleikha sorride, ci saluta; lei, palestinese, è da anni prigioniera in casa sua, non può mettere piede in Shuhada street, non può passare dal portone, deve attraversare passaggi aperti nelle case dei vicini per uscire sul retro. Come raccontare questo sistema diabolico di apartheid? Ci passano accanto saltellando due ragazzine bionde: ci guardano e sorridono di sfida o è il disagio di chi ha paura perché si è rinchiuso in un isolamento malato, in un luogo violato nella sua antica bellezza. Anche queste adolescenti aizzano i cani contro inermi palestinesi e lanciano spazzatura e liquami dalle finestre? Con senso di spaesamento e d’ inquietudine, mi trovo dentro un paesaggio surreale come quello dei sogni o dei rebus, dove le figure sono accostate in modo incongruo.
Emozioni contrastanti, ma anche tanta energia positiva che arriva dalla tenacia con cui in Palestina si resiste all’ingiustizia e all’illegalità dell’occupazione. Le persone che abbiamo avuto il privilegio di incontrare difendono palmo a palmo la loro terra, piantano olivi, portano avanti progetti di salvaguardia delle loro radici, delle tradizioni artigianali, di educazione e cura dei bambini, di emancipazione delle donne. L’uomo delle mandorle accovacciato accanto al fuoco resiste nella sua casa, l’inarrestabile Yasmeen scalerà anche il K2, i musicisti di Al Kamandjati sfidano i controlli suonando alla Porta di Damasco e ai check-point, il professore israeliano da dodici anni dedica lo shabbat alla protezione del villaggio di At-Twani E Rami e Bassam ci toccano il cuore perché in fratellanza cercano giustizia e non vendetta. In tutti loro è riposta la nostra speranza che l’ostinata formica di Daniela sul muro di Betlemme prima o poi ce la farà.

Storie di quotidiana civile resistenza (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:41

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Nel corso del nostro viaggio ne incontriamo altre : l’impegno della Municipalità di Beitunia con progetti educativi , architettonici e dove si continua a piantare ulivi “ vita “ in continuità con le loro tradizioni
La serenità e il sorriso contagioso della dolce Yasmenn Al Nayyar è un altro tassello di speranza quando racconta la sfida nell’intrepida impresa di scalare il Kilimangiaro e poterci mettere la bandiera della sua amata terra.
I progetti promossi da numerosi artisti, gli incontri che ci hanno permesso di conoscere associazioni che pur tra mille difficoltà incoraggiano varie forme di creatività con ragazzini strepitosi rapper e giovani attori .
Il progetto dell’orchestra del conservatorio di Betlemme orgoglio del direttore il maestro Michele Cantoni con un cartellone di impegni non solo locali ma anche in prestigiosi teatri italiani e Europei.
Gli scambi culturali che stiamo attuando tra giovani artisti palestinesi e italiani, si stanno rivelando efficaci su entrambi i fronti, perché intendono Far emergere il patrimonio culturale palestinese – dice Luisa Morgantini – affinché si rompa lo stereotipo di popolo-vittima o popolo di terroristi.
Ma non solo la cultura come settore “privilegiato“ anche supporti all’imprenditoria locale e di sviluppo rurale, aiuti materiali: quello di tanti ragazzi italiani impegnati in Operazione Colomba, il lavoro di tante donne intellettuali e insegnanti nelle scuole, nelle cooperative per diffondere e conservare tradizioni, tante opportunità rappresentano un modo concreto di sperare, di guardare al futuro.
Un fenomeno di cui non conoscevo le dimensioni per la portata simbolica sono gli atti di pura violenza che i coloni cercano spesso di mettere in atto nei confronti dei ragazzi palestinesi che vanno a scuola.
Abbiamo incontrato un corpo internazionale di volontari (TIPH) che hanno il compito di scortarli per difenderli dagli attacchi dei coloni, abbiamo conosciuto ONG la cui attività consiste nell’accompagnare studenti, pastori o contadini nelle zone a rischio di attacco da parte dei coloni.
Anche qui la difesa sta nel fatto che si tratta di un’attività completamente nonviolenta, la cui arma principale consiste in una semplice videocamera che documenta ogni eventuale illegalità. Un esempio prezioso di uso pacifico delle tecnologie moderne.
Tante cose fervono nella Palestina e intorno alla Palestina.
Mi domando se possa non esserci liberazione per il popolo palestinese, e mi sembra che nel mio cuore e anche in quello di tanti compagni di viaggio ci sia una speranza assoluta: libertà ci sarà.

La libertà non è in vendita (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:40

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Lo indica bene la grande chiave all’ingresso del villaggio che simboleggia il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la speranza che un giorno si realizzi.
Siamo al campo profughi di Aida, ci fa da guida Bagut, dei Comitati popolari che ci spiega che sulla chiave sta scritto in arabo e in inglese “non in vendita”, per significare che il diritto al ritorno non è cosa da negoziare o da comprare.
E’ stata piazzata in occasione del 60esimo anniversario della Nakba, 15 Maggio 2008 e Nel 2012, è stata mandata alla Biennale di Berlino.
È da 64 anni che vivono qui come rifugiati : inizialmente erano circa 1120 persone, ora son 4700, in un’area di 0,71 kmq che non ha potuto espandersi.
Per i primi anni si è vissuti nelle tende, ci dice Bagut, poi si sono costruite casette ciascuna di una-due stanze con blocchi di calcestruzzo.
In un campo profughi non puoi pianificare la tua vita. Pensi sempre che potrai tornare alla tua casa, ma ciò non avviene.
L’altra cosa che balza agli occhi entrando nel campo è l’incombere del muro di separazione, o di annessione, come in tanti chiamano muro della vergogna, in tutta la sua pesantezza militare, rasenta il campo e quasi lo invade, in un punto è tutto annerito per i segni di un incendio recente , in altri occupato da vasti grafiti che riportano scene di arresti e guerriglia, con i volti di numerosi prigionieri politici
Il murale è stato fatto quando Abu Mazen andò all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato, per dirgli che non ci possono essere accordi senza che i prigionieri vengano rilasciati. “Soltanto gli uomini liberi possono negoziare”: è una frase di Mandela e, come ci ricorda Luisa, è la stessa che fa parte della campagna per la liberazione di Barghouthi e di tutti i prigionieri politici.
Saliamo sulla terrazza di una casa per vedere meglio la zona. E’ la stessa terrazza dove sono saliti i soldati per controllare la situazione e sparare dall’alto. La nostra guida ci fa notare la scuola sostenuta dall’UNRWA (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), dove le ampie finestre sono state in buona parte murate lasciando solo una fessura in alto, perché gli spari dei soldati mettevano gli studenti a rischio.
Questo è il prezzo pagato, ci dice Bagut , e nel lungo periodo costerà anche problemi con l’equilibrio psichico dei bambini, perché hanno visto le aggressioni dei soldati. Ci racconta che, dopo una di queste giornate tremende, la figlia di un altro rappresentante del campo Munzher, non riusciva più a stare in piedi. Sua moglie che è psicologa è riuscita a curarla, ma altre famiglie non hanno la fortuna di avere genitori psicologi.
Dalla terrazza spiccano i tetti delle case palestinesi, sulle quali cui sono sistemate delle grosse taniche d’acqua, del tutto assenti dai tetti delle case degli insediamenti: questo perché a loro l’acqua non manca mai, mentre le case dei palestinesi hanno un’erogazione razionata, d’estate un giorno ogni 2 settimane, o anche un giorno al mese. La mancanza d’acqua si ripercuote pesantemente sulla vita dei palestinesi – Bagut osserva che questa è stata una delle fregature degli accordi di Oslo, in cui gli israeliani sono stati molto furbi, mentre la delegazione palestinese non aveva il controllo e la precisa conoscenza del territorio.
Da lassù notiamo bene che il muro di separazione esclude una vasta zona, che prima aveva anche molti campi coltivati e diverse proprietà palestinesi: ci sono terreni della municipalità di Ramallah, della chiesa armena, vari proprietari individuali, il comune di un altro paese.
Bagut racconta della famiglia Darwish, rimasta dall’altra parte del muro, area di Gerusalemme, ma a loro frequentare le scuole di Gerusalemme è proibito, perché non hanno ricevuto la carta d’identità di Gerusalemme; quindi per andare alla scuola del campo adesso devono fare un giro lunghissimo passando per un checkpoint.
Un altro esempio del sistema di apartheid che vige in questo paese.
I palestinesi di Aida cercarono di far parlare della loro situazione anche in occasione della visita di papa Benedetto XVI nel 2009, che celebrò una messa nel campo di calcio buttando giù un muretto e sistemando l’altare in modo che le riprese potessero inquadrare il muro sullo sfondo e visibile in tutto il mondo.
Alla fine della nostra visita saliamo al Centro culturale giovanile di Aida dove abbiamo modo di vedere foto e filmati sull’aggressione dell’esercito al campo.
Chiediamo a Bagut di spiegarci che cosa sono i comitati , come vengono eletti e a che cosa servono.
La nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, nasce da una lunga riflessione sulle esperienze del passato per traguardare e organizzare la resistenza non violenta, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno.
Ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare e decidere varie iniziative.
Ci racconta che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero.
Un Coordinamento eletto, composto da 5 persone, di cui alcune donne, che si rinnova ogni 2 anni.
Ci spiega che il metodo non violento, oltre a sottolineare la superiorità morale della loro lotta, è una scelta irreversibile perché consente di mantenere più stretti contatti internazionali, anche se gli stati arabi sono indaffarati nelle loro questioni; i palestinesi sono attualmente divisi, la comunità internazionale non ha mostrato nessuna intenzione di rendere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi.

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