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Una grandissima carota per i “choosy”

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Giovani, Informazione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt on 13 novembre 2012 at 17:50

Per governare un paese oppure per poter giustificare le inadeguatezze di una classe politica e dirigente di un paese, bisogna avere il naso lungo e/o una grande faccia di bronzo.
Parlando, i nostri politici, gustificano l’incapacità loro di uscire dal pantano di una crisi economica che è crisi di sistema, quello liberista per intenderci (sistema che non abbiamo creato noi e al quale ci siamo adattati in tantissimi a malincuore) le nostre pretese e i nostri diritti di lavoratori, che ci siamo guadagnati in tanti anni di lotte. Non si tratta di una nostra gravissima responsabilità: non ce la siamo spassata, non abbiamo voluto un reddito che andava al dilà di quello che ci meritavamo, e se abbiamo comprato un sacco di merci che a seconda di chi ci parla o avrebbero fatto girare l’economia oppure sarebbero stati nostri capricci relizzati. Insomma se alla fine  siamo ridotti così dite che è colpa nostra e per nostra e noi,  intendo la classe dei lavoratori. Una volta si chiamavano proletari, ossia quelli che avevano prole, ma col tempo sono diventati solo consumatori accaniti di tv a colori, auto, telefonini e amennicoli elettronici vari. Per la vostra grande gioia, comunque e per i vostri guadagni. Comprare quelle merci che si poteva semplicemente firmando cambiali ed ottenendo finanziamenti generosi  e mutui dalle banche. Ecco, noi siamo gli ex proletari spreconi, che hanno ridotto al lastrico questo paese e che hanno dato i natali a questa razza di “schizzinosi” che vogliono lavorare senza sporcarsi le mani ed essere valorizzati per quello che hanno studiato. Ecchecazzo no! Bisogna prendere quello che arriva ed è davvero da schizzinosi non raccogliere le cassette da 500 kg. di pomodori al lauto rimborso in nero di 3,00 euro alla cassa per poter arrivare a fine giornata con il guadagno di ben 30,00 giornalieri. Ebbeh, con le vostre manine da studentelli cosa sperate, forse che la cultura vi dia da mangiare?
Vi hanno raccontato che i vostri genitori hanno scialato e adesso aspetta a voi tirare la cinghia. Vi hanno detto che sono stati questi genitori insensati a mangiarsi il vostro futuro eppure voi li avete visti alzarsi presto al mattino, imbucarsi nei loro laboratori, case, fabbriche, negozi, uffici e tornare a casa a volte stravolti di stanchezza, con nemmeno la voglia di consumare se non di preparare la cena. E siete stati voi ad essere consegnati alle mani amorevoli dei nonni, per chi era fortunato, oppure a qualche ragazza alla pari, alla baby sitter oppure al nido (che anche quello pubblico si portava via più della metà dello stipendio di vostra madre). Eppure avete visto che si cercava di risparmiare su tutto: il supermercato più economico, i discount, le luci spente dietro le spalle, le finte-griffe e così via per illudersi che pure noi si poteva… e invece no non si poteva e non si sarebbe dovuto potere.
I soldi per il mutuo della casa, perchè era l’unico modo per poter vivere tranquilli e sicuri in un posto senza esserne cacciti. I soldi per la scuola dei bambini (due al massimo, uno meglio e zero ancora meglio). Già, allora c’era la scuola pubblica, adesso è un po’ diverso, ma non è che costava meno, Ogni anno tra i 500,00 e i 600,00 euro solo di libri, senza contare tutto il materiale didattico necessario, persino la carta igienica e quella delle fotocopie perchè la scuola è un’azienda ed è proprio per questo che non deve sborsare una lira. E la salute, che se ce l’hai è un gran bene, perchè se ti manca sei proprio rovinato in tutti i sensi. Anche l’ospedale è un’azienda privata che funziona meglio se sei tu a pagarla due volte.
Insomma volete un futuro cari schizzinosi di oggi? Chiedetelo a quella massa di festaioli invertebrati dei vostri genitori che se nel tempo non ci hanno pensato, oggi a voi non possono che presentare delle sentite scuse.
Eh no, cari signori dell’economia e del governo globale, gli uomini e le donne che hanno cresciuto i loro figli non ci stanno più. Non hanno sensi di colpa e sono incazzati neri, perchè non solo hanno dovuto sottostare alle vostre leggi di mercato e del lavoro, ma oggi devono svendere se stessi, il loro futuro e puranco quello dei loro figli.
Perchè noi abbiamo lavorato come dei muli. Abbiamo pagato le tasse. Abbiamo costruito uno stato sociale che se era per voi ce lo saremmo sognato. Abbiamo prodotto quel surplus di merci e di profitti che vi hanno ingrassato ben bene. Abbiamo consumato come dei forsennati perchè era solo così che si permetteva alla vostra economia di girare. Abbiamo passato notti insonni a cercare di risolvere i nostri problemi e quelli dei nostri figli. Li abbiamo fatti studiare in una scuola che voi avete reso superficiale ed ignorante. Abbiamo difeso con gli scioperi i nostri diritti altrimenti ci avreste reso schiavi delle vostre macchine. Abbiamo pagato la nostra cultura e quella dei giovani per non dover ancora subire nell’ignoranza e nell’incapacità di tenervi testa. E oggi che fate? Ci sputtanate con i nostri figli e sputtanate i nostri figli ai nostri occhi?
Senta cara ministra “choosy” ci sarà lei e tutti quelli come lei che non hanno mai tirato la carretta. Senta caro presidente non è colpa del costo del lavoro e del sistema pensionistico se l’Italia fa acqua da tutte le parti, ma delle sue aziende preferite che si chiamano banche e anche e non se lo dimentichi che il lavoro ci aspetta di diritto, visto che questa Italia è basata davvero solo sul lavoro e per fortuna noi sappiamo lavorare.
Se avevate bisogno di schiavi potevate nascere all’ombra delle palme prima che venissero costruite le piramidi, che forse era l’unico tempo che avreste gradito, sempre che foste voi e solo voi il faraone di turno.
Ai nostri figli infilate la carota dove va bene e pretendete che la sopportino con il sorriso sulle labbra. Le uniche promesse per i giovani che vengono mantenute sono le nostre, quelle di pensare a loro fino alla fine dei nostri giorni. Finchè un futuro venga dato loro e quel futuro, purtroppo, è fatto dei nostri piccoli risparmi e della nostra inconsulta abitudine a risparmiare per i tempi di carestia, non dalla vostra lungimirante previsione economica e dai vostri sacrifici personali o di classe.
Se qualcuno non è mai stato toccato questi siete voi e i vostri capitali ben nascosti. Se è il bastone e la carota il vostro mezzo di comunicazione, temo proprio che un giorno potreste pentirvene. Non certo per un’ Italia mandata in bancarotta, o perchè il bene per il vostro paese non è nelle vostre note , ma unicamente per il fatto che se mai troveremo il modo di tornare in possesso di quel bastone e di quella carota, magari prima o dopo potremmo farvelo assaggiare solo per il gusto di restituirvi il piacere.
Potreste dover assaggiare una grandissima carota e questa volta destinata solo a voi cari choosy di Stato.

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Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

Quattro chiacchere sul lavoro

In Disoccupazione, Economia, Giovani on 6 settembre 2011 at 22:45

E’ sempre più difficile parlare del lavoro. Sarà perché di lavoro non ce n’è più, oppure sarà anche perché chi ce l’ha si sente quasi, immotivatamente, fortunato. E’ vero che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma è anche vero che molti vorrebbero modificare la Costituzione, tanto per poter fare ancora di più quel cavolo che vogliono.
Oggi ero in manifestazione con la CGIL, ma forse sarebbe corretto dire con tutti i lavoratori: fissi o intermittenti. Insomma con la gente che un lavoro ce l’ha, ma che non sa se lo potrà tenere, fino alla sempre più lontana data della pensione, assieme a chi ha un lavoro saltuario e assolutamente sottopagato. Andando alla manifestazione… riflettevo su quello che mi è stato raccontato da una mia amica, andata per alcuni giorni nel meridione, per motivi di lavoro. Mi ha raccontato alcune cose che già sapevo, come per esempio che al sud, a differenza che da noi al nord, la gente vive meglio, veste meglio, fa una vita più mondana e spende senza troppe remore. Questo è bene, lo facciano almeno loro che possono farlo, ma sul perché loro lo possano fare e noi no, per me, è un mistero. Beh! si sa, non è tutto così il sud, c’è anche chi stenta e che vive sulla soglia della povertà, ma per quelli che ce la fanno incidono, probabilmente, anche la diversa mentalità e anche a quella economia un po’ anomala che troviamo in questa parte d’Italia. Molto più semplie esprimere menefreghismo delle regole supportato dall’indifferenza dei controlli sulle stesse.
La sola cosa che mi ha fatto trasecolare invece è una diffusa abitudine delle aziende ad assumere personale che tutto sommato, pur essendo già di per sè sottopagato, al momento della paga viene ulteriormente “tassato” di una buona parte dello stipendio in contanti. Insomma nella busta paga viene segnata una cifra, sulla quale vengono fatte le trattenute per quell’importo, ma alla fine lo stipendio consegnato è molto più basso di quello convenuto. Insomma, vuoi un lavoro? Ok, te lo do, ma non rompere le scatole, pena l’allontanamento, se non vieni pagato come dovresti… d’altra parte se a te non va bene, chissenefrega, ne troviamo una cofana di gente disponibile a questo trattamento.
Io sono ingenua e queste cose non riesco nemmeno ad immaginarle. Non so nemmeno come questi lavoratori riescano ad adattarsi, ma capisco che i tempi sono davvero brutti. La cosa che però non sopporto è il doppio sfruttamento del lavoro del dipendente, capisco un arricchimento fisiologico dell’impresa, ma non comprendo l’arricchimento del tutto criminale che permette all’imprenditore di non tener conto del diritti del lavoratore.
Ecco a parlare di lavoro mi sono incazzata, ma visto che oggi sono in sciopero avrò il tempo di farmi sbollire la rabbia, tanto domani approveranno la nuova Finanziaria a colpi di fiducia, e allora sì che tutto andrà a posto e a me verrà un travaso di bile. 😦

Cordone ombelicale

In Cultura, Disoccupazione, La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 18:38

Era partito. Era normale, una delle tante volte. Doveva fare la sua vita. Da qualche anno era studente fuori sede, come succede a molti. Questa cosa, abitudinariamente, non la metteva troppo in agitazione. Ormai era grande e sempre molto autonomo. S’era preoccupata, giustamente, quella volta che era partito per l’Inghilterra, così, all’avventura, per starsene via un anno. Quella volta sì che aveva avuto paura. Era ancora ragazzino e di per sé sempre impreparato e tendente alla disorganizzazione. Neanche a dirlo, quella volta, era stata lei, dall’Italia, a trovargli una stanza per dormire, dopo la sua telefonata allarmata: “Qui piove a dirotto, mi si è rotta la valigia e mi hanno dato via la stanza che mi aveva promesso una ragazza.” Robe da non crederci, si era fidato della parola di una ragazza che nemmeno conosceva. Robe classiche, robe da lui.
C’erano state altre volte che le aveva vissute con una certa agitazione, ma tutto sotto controllo, perché a quelle due manifestazioni c’era andata pure lei, senza che lui sapesse niente e si era pure presa i lacrimogeni e le cariche della polizia. Poi c’era stata anche quella volta di Genova, ma, per fortuna, non era partito, perché era sotto esame di maturità. Era stata una fortuna perché sarebbe morta di paura, mentre seguiva per TV, passo a passo, quella maledetta manifestazione, fino al suo terribile epilogo. Certo che avere un figlio all’Università non dovrebbe essere pericoloso. Queste cose se le diceva per consolarsi. Il pericolo più evidente era avere un figlio che non aveva voglia di laurearsi, ma non era il suo caso. Magari, pensandoci bene, l’altro pericolo era vederlo laureato, senza un futuro davanti, ma ormai con quest’ultimo problema ci aveva già fatto il conto. Un nuovo laureato in Storia, c’era proprio da star tranquilli; no? Un altro ragazzo colto e serio a girare le strade.
Lei non è che lo vedesse migliore o peggiore degli altri, sapeva bene quali erano i suoi pregi e i suoi difetti, non lo aveva mai difeso a priori, anzi. Ma adesso i tempi si mettevano male. Non solo per i tagli all’Università, ma anche per una miope politica sul lavoro e sul valore dell’istruzione e della cultura. Non potevano accusarla di essere di parte, lei queste cose le aveva sempre difese. Salute ed istruzione (pubblica) erano primarie, in qualsiasi tempo e in qualsivoglia paese. E adesso c’era pure suo figlio ad affrontare il problema, muro contro muro.
La sua Università era già occupata come molte altre e gli studenti invadevano le strade per protestare. La polizia li fronteggiava, e li menava, sempre più incattivita da stipendi da fame e lavaggi del cervello. Tutto come 42 anni fa. Tutto uguale, niente diverso. Ma oggi c’era suo figlio tra quegli studenti e lo vedeva in ogni ragazzo ripreso nei video amatoriali su youtube, come vedeva, in loro, anche tutti i suoi amici che bazzicavano per casa da sempre.
Cuore di mamma. Cordone ombelicale non ancora del tutto reciso. Si rimproverava lei, poco convinta. In fin dei conti se la prendeva anche per gli altri e non li aveva mica partoriti tutti quei ragazzi che combattevano quella giusta guerra, eppure di tutti si sentiva madre. Poi quel giorno che era partito si sentiva strana, aveva come un presagio, tentava di trovare le parole per fermarlo, anche se solo per un momento di più. Che voleva dire? Solo paura oppure premonizione? Lui era partito e lei avrebbe voluto dirgli: perché non ti fermi un po’ di più con me? Ma non l’aveva fatto. Mai mostrarsi troppo apprensiva. Temeva di condizionare le scelte del figlio e questo non lo voleva proprio. Pertanto se ne stette zitta e ingoiò la sua preoccupazione.
Era sera, accese la televisione per sentire il telegiornale, per avere qualche notizia in più. Non sapeva in che canale era sintonizzata perché le immagini di una manifestazione l’avevano ipnotizzata, poi sentì la voce e riconobbe il direttore di quel telegiornale, uomo che ormai chiamava da tempo il “pronista”. Diceva: “Un popolo civile, come siamo noi,… dovrebbe menare questi studenti.” Affermazione che faceva il paio con quella del ministro: “Qui ci scappa il morto”.
Il suo cervello ebbe un black-out improvviso. Dalla bocca le uscirono le parole ancora prima che le pensasse: “State attenti, grandi pezzi di merda, se ne toccate uno solo, ve la dovrete vedere anche con me!” e in quel momento non era solo una banale minaccia.

Perché donna

In Disoccupazione, Donne, uomini on 8 marzo 2010 at 16:29

Per inciso non aveva mai festeggiato l’8 di marzo. Sapeva che le amiche si accordavano per uscire verso una serata insolita. Solo donne. Tutte col desiderio di qualcosa di insolito e sfrenato. A lei quella cosa aveva sempre fatto pensare ad una fregatura. Mica che una festa volesse dire qualche cosa. Certo che però festeggiare nello spazio di una sola giornata sapendo ipocritamente che niente significava regalare mimose e auguri se poi negli altri giorni dell’anno il ruolo occupato era sempre lo stesso.
Perché uscire quella sera? Forse solo per illudersi che ormai essere donna era più facile? Perché donna voleva dire anche prendersi degli spazi per sé? E perché solo l’8 di marzo?
C’era ben poco da stare allegri. In fabbrica, dopo la seconda maternità, l’avevano lasciata a casa. Pure suo marito ora era in cassaintegrazione. Questo lo rendeva cattivo e depresso. Ed era lei a farne le spese. Aveva provato a cercare qualche lavoretto per arrotondare, ma lui si era incazzato che sembrava una iena. “Cosa vuoi fare tu? Stai a casa con i tuoi figli, sei una donna, alla famiglia ci penso io.” Che brutta cosa essere donna, era come essere nessuno. I bambini la vedevano solo per le loro necessità. Mamma voglio questo, mamma voglio quello. Pretendevano senza mai accorgersi della sua stanchezza e di quanto la prosciugassero le loro richieste. Lui tornava sempre più spesso dall’osteria, con la voglia di menare le mani. Ma cosa ci andavano a fare quelle altre al pub per vedere lo spettacolo con gli uomini palestrati mezzi spogliati? Che senso c’era infilare qualche banconota negli slip e gridare: “Dai, bello, mostrami cosa tieni lì sotto!” Ma cosa vuoi che tengano lì sotto, cosa ci sarà di così eccitante, nel vedere un uomo come mamma l’ha fatto? Lei di figli maschi ne aveva due e poi quel marito che manco si accorgeva ch’era l’ora di cambiarsi le mutande. La festa della donna eh? Ma che festa? Ma che donna? Lei a queste cose ci aveva messo una pietra sopra. Almeno per ora. Prima o poi sarebbe finita la crisi, sarebbero cresciuti i figli, avrebbe trovato un nuovo lavoro e allora, dopo, chi la teneva? Avrebbe fatto la festa dell’8 marzo tutti i santi giorni e avrebbe guardato dentro agli slip degli uomini ogni volta che lo voleva e non sarebbe costato neanche un penny. Anzi, se ci pensava bene, forse avrebbe potuto farsi mettere pure lei le banconote nel reggiseno, se ne aveva voglia. Perché varrà pure qualche cosa la sua vita. Magari domani. E in malora tutti i mariti del mondo perché lei era donna e avrebbe avuto, almeno, un’altra possibilità.

Donne Disuguaglianza Determinazione

In Disoccupazione, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Istruzione, politica on 1 giugno 2009 at 16:08

Attorno alla stessa tavola  si parla di donne e società. Chi ci ospita è Riciard e il primo che prende la parola è Betto e poi interviene Mamo.

Rifletto pensando anche alle parole di commento di Audrey nel post di invito a cena di Riciard. Il sunto del suo discorso è che essendo il periodo tanto duro, tutti si ha voglia di mollare. Purtroppo ci sono dei bisogni primari a farla da padroni  (il lavoro, la sopravvivenza…) pertanto come nella Piramide di Maslow  alla base ci sono i bisogni fondamentali, senza la soddisfazione dei quali non si riesce a porsi la necessità di soddisfare bisogni “superiori” e sono questi ad avere priorità. Tutto vero, anzi verissimo. Non ci asteniamo dalla discussione per pigrizia, ma per diverse priorità.

Di seguito a questi pensieri mi trovo in difficoltà. Le analisi non sono il mio forte. Le cose le percepisco prima con l’istinto e poi con la ragione. Ed essere Donna oggi, in questa Società, in questo Momento Storico è un problema marginale, quasi un problema da sottovalutare se non fosse che è proprio dalla Donna che ha inizio, nella Famiglia, la possibile  (probabile?) “trasmissione ” dei valori sociali  e dei concetti basilari di solidarietà e autodeterminazione.

Che ce ne facciamo, oggi, dell’analisi di come dovrebbe essere la Società in cui vorremmo vivere, se il problema di oggi è  quello stupido ma necessario  del sopravvivere?

Cos’è la Donna oggi?  Quale educazione e quali condizionamenti ha subito? Quali sono le sue risposte? Quale educazione trasmette ai suoi figli?

Certo sposto il peso della discussione forse troppo indietro. Ma vorrei parlare di Donne, della Disuguaglianza che le rende ombre vaghe in un mondo tipicamente Maschilista e della Determinazione che dovrebbero avere per raggiungere un’autonomia di pensiero “femminista” atto a preservare i figli dalla trasmissione di “idee dominanti”.

Che la Donna nella nostra Società non possa godere dei diritti che gli dovrebbero esser garantiti, fa il paio con la considerazione che pone la Donna primaria nel ruolo di chi dovrebbe accudire i propri figli e non l’incoraggia ad entrare nel mondo del lavoro. Si sa che  in mancanza di posti di lavoro, questo dovrebbe essere di pertinenza dei Padri di Famiglia. Ma anche se così non fosse, comunque anche di fronte ad una possibilità di lavoro la Donna non dovrebbe pretendere di farne parte attiva e soddisfacente, tanto ha altro da fare e di ben più importante.

Brava madre non è sinonimo di Donna in carriera.  La sensazione è che la sua funzione sia quella di crescere figli. Se la Donna lavora lo fa per integrare il reddito della famiglia. La Disuguglianza fra Uomo e Donna si perpetra anche nei piccoli discorsi “postprandiali” davanti ad una bottiglia di grappa, che come Donna, vuoi per questioni di linea o vuoi per questioni di “morigeratezza” non bevo.

Ho difficoltà, davanti ad un gruppo di convitati, a dire che anche da questi discorsi esce un’immagine di Donna Diseguale. La Donna Madre. La Donna che Lavora. Nessuna di queste figure è Uguale all’Uomo. L’Uomo Padre. L’Uomo che Lavora. Nessuna Donna è Uguale all’Uomo di fronte alla Società.

E noi stiamo qui a perpetrare l’abuso.

Leggete pure quello che dico come una provocazione, ma rivalutate le vostre parole. Analizzatele.

Ogni Donna Madre deve per forza essere Madre come la Società vuole. Non c’è mai una visione alternativa. Una Famiglia è composta da due entità, ma i ruoli sono separati. La Donna deve pensare come la Società ritiene opportuno che debba pensare.  Ci sono eccezioni, Donne più indipendenti, ma sono un po’ meno Donne delle altre, sono un po’ meno Madri. Pertanto auspico un ritorno alla revisione di quel sodalizio che è la Famiglia, tutto ciò per arrivare con le idee più chiare nel valutare l’atteggimento della Società verso la Donna in generale, che rispecchia pari pari la inevitabile consegna di Ruolo  al suo Genere.

In effetti mi chiedo che razza di figli vengano educati dalle Donne  così consegnate. Il ruolo che perpetuano e a cui aderiscono in modo così acritico, le conducono a crescere figli a dir poco  mancanti di “dialettica”, poco autonomi, niente critici, senza capacità rielaborative, già adeguati a questa Società, pronti a sposare il consumo sfrenato e la dipendenza dalla televisione  sia come informazione sia come  adorazione dell’immagine e di sè stessi.

Le Altre Donne, quello non uniformate, si sono mosse come gli Uomini. Hanno perso la loro identità. Sono diventate poco femminili. Sono diventate della grandi sfruttate sia nel lavoro che nella famiglia. Hanno rinunciato a far valere i propri diritti perchè erano e si sentivano come gli Uomini, ma alla fine non lo erano per davvero. La stessa Lotta che fa il Maschio non è sicuramente quella che deve affrontare la Femmina. Sicuramente il Maschio non apprezza quella Femmina, la trova Incoerente, Incazzosa e sopratutto Inaffrontabile.  A meno che non sia una “gnocca senza fine”  allora sì che avrebbe diritto di dire ciò che vuole, salvo non essere ascoltata.

Capisco che la mia analisi sia molto di parte. Capisco che non è tra le valutazioni più organizzate, ma io sono Donna e i bei discorsi, come quelli brutti, d’altra parte, li ho vissuti sulla pelle e mi fanno acidamente sorridere.

Certo i diritti delle Donne, nella Società e nel Lavoro, vanno ampliati e garantiti. Ma perchè non iniziamo a garantire questi diritti nei nostri cervelli di piccoli figli di Donne, che hanno subito un’educazione non propriamente autoDeterminante?  Che hanno ripetuo gli stessi “miti” di sempre? Che hanno emarginato le Donne che non si sono Uniformate. Esistono Donne che sono le peggiori nemiche delle Altre donne, lo sapete?

Se mi chiedete in quale categoria io mi riconosca, la risposta mi viene facile. Ho percorso le stade della vita andando controcorrente e subendo le conseguenze di queste scelte. Ma questo dice poco, sopratutto per chi sceglie il clichè classico della Famiglia di sempre, per chi pensa ad una Società più inclusiva , ma non si accorge che al primo livello, ossia nella Famiglia avvengono le prime discriminazioni, propriò lì avvengono le consegne dei ruoli e avvengono le accettazioni.

Sembrerò inconcludente, ma lasciatemelo dire, io so di cosa parlo.

Ignoranza ed ottimismo

In Disoccupazione, Economia, Informazione on 11 marzo 2009 at 9:29

tasso di disoccupazione fra gennaio e febbraio

Mi chiedo se l’ottimismo in questi tempi sia inversamente proporzionale alla conoscenza. La risposta e nessun individuo che non ignori la realtà del nostro paese, ma anche del mondo che ci circonda può essere ottimista.
Certo che questa affermazione la dovremmo far conoscere al nostro presidente del consiglio, lui la ignora e pertanto è ottimista, ma non è solo l’ignoranza che lo rende ottimista, bensì l’effettiva realizzazione di quasi tutti i suoi progetti (che ad onor del vero sono tanti e non sono solo suoi).

Genericamente le statistiche (come nell’articolo citato sotto la fotografia), per me, sono osticamente difficili da inquadrare, in genere preferisco ricavarne un’idea generale, dimenticando i numeri, ma ricordando troppo bene la sostanza. Il nostro paese si trova di fronte ad una crisi colossale, la disoccupazione sale in modo vertiginoso, gli ammortizzatori sociali (dove ci sono) riusciranno ad arginare la catastrofe per un piccolissimo spazio di tempo, i giovani laureati e non, si trovano di fronte ad una barriera insormontabile, i salari si abbassano i prezzi diventano irraggiungibili, i consumi calano e l’informazione nasconde.

Mi chiedo come è possibile essere ottimisti.
La settimana scorsa Nichi Vendola (governatore della regione Puglia e rappresentante del Movimento per la Sinistra, scissione dal PRC) durante una trasmissione televisiva che trattava sull’argomento “assegno di disuccupazione” invitava il governo a recuperare i fondi necessari per questa operazione (ammesso che sia praticabile e ammesso che abbia un qualche senso risolutivo nei confronti della crisi) non dalle Regioni che “virtuosamente” (termine amato da questa coalizione) ha risparmiato per progetti relativi allo sviluppo di alcune zone del territorio in difficoltà, ma indicava un “prelievo” mirato a quella fetta di popolazione che se ne stava in “montagna a sciare”.
Ovviamente a questa uscita è stato aggressivamente accusato di affossare il turismo nelle nostre montagne, risorsa indispensabile per il nostro paese.
A parte il fatto che mi pareva una provocazione azzeccatissima, pensandoci bene, alla fine non mi pareva neanche tanto una provocazione, sinceramente guardandomi intorno, non vedo più che la “settimana bianca” sia diventata un diritto acquisito dai lavoratori. I problemi dei lavoratori sono altri e di più grave importanza perchè sono: il posto di lavoro stesso e la sopravvivenza delle loro famiglie.

Di seguito, dico, che nella stessa settimana parlando con un signore, piuttosto benestante e simpatico, ho sentito ripetere il solito tantra: “Parlano di crisi, ma quando vado in montagna ci vedo il mondo, per sciare la crisi non c’è più!” Stesso genere del: “Non hanno i soldi, ma tutti tengono la televisione a colori e l’auto.”
Forse per chi ha i soldi, sentirsi in compagnia è un dovere. Forse sarebbe utile sapere chi è che scia e di quale ottimismo siano forniti i suoi conti in banca.
Ma si sa…. sono solo discorsi qualunque, di gente spaventata e poco ottimista, magari leggessimo solo i giornali di regime e ancora bevessimo dalla fonte dell’informazione di Stato (che per chi legge non è solo la Rai), allora sì, che oltre allo sciopero virtuale, potremmo prenotare una vacanza in montagna in un ottimo albergo virtuale con una stupenda neve a numero di pixel infinito.

Caro Vendola, che dire: siamo noi che non facciamo girare l’economia, manca a noi il sano ottimismo del consumatore, perchè leggere le statistiche che ci fanno confusione, meglio un buon centro commerciale, un carrello formato tir, gli acquisti più impensabili di cose inutili, ma necessarie 😦 …. e alla cassa un bel portafoglio virtuale….. allora sì che l’ottimismo vince.

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