Mario

Archive for ottobre 2010|Monthly archive page

Maledetta privacy

In Ironia, La leggerezza della gioventù on 29 ottobre 2010 at 9:24

foglie di marijuanaSi era incazzata con me. Aveva sfoderato quei suoi occhioni furenti. La ruga profonda in mezzo alla fronte e quella voce tagliente. Una lama di coltello nella gola. Sia chiaro che stavolta non era colpa mia. Io non c’entravo per niente. Ma non potevo dirglielo. Non mi avrebbe creduto.
Ma come ti permetti?” dice sfoderando quella lama “Sei un vigliacco, uno spione, altro che buoni esempi. Ma come hai potuto?”
Veramente non so come sia iniziata. Lei teneva il suo diario, come ogni ragazzina che si rispetti. Ma fino a che ci metteva i fattarelli delle sue amichette e del ragazzino che le piaceva, tutto restava nei limiti. Margherita, mia moglie e per la storia sua madre amatissima, lo apriva e si aggiornava, quando lei era fuori. Io la sgridavo. Inutile ripeterle per l’ennesima volta che dei figli bisogna aver fiducia. Che il rispetto è anche questo: non leggere il loro diario. Ma tanto era inutile. Lei aveva i suoi metodi. Ribatteva che quello era il compito di una brava madre: controllare la figlia. Che non c’era niente di strano. Anzi probabile che pure Nada lo sapesse e apprezzasse. Ma se Nada avesse voluto farci sapere non avrebbe tenuto un diario, dico io. Esercizio di logica applicata. Insomma io non ci vedevo bene dentro a questa invasione del privato.  Personalmente se Margherita avesse messo il naso tra le mie cose mi sarei infuriato. Ma io di segreti non ne avevo, punto. Ma se per caso ne avessi avuti, mi sarei guardato bene di lasciarli in balia della sua curiosità.
Ero invece certo che Nada non sapesse che sua madre si nutriva dei suoi piccoli segreti, altrimenti si sarebbe fatta furba. Non avrebbe mai riportato che quella sera, assieme ai suoi nuovi amici, si erano fatti degli spinelli. Non avrebbe annotato con cura che come sballo del sabato sera non era poi così male.
Margherita, allora, era entrata in funzione “terminator” e mi aveva messo con le spalle al muro. “Tu a quella ragazza ci devi parlare, non puoi restartene a guardare mentre gli altri la portano alla rovina. Che razza di padre sei? Non ti preoccupi per lei? Te ne stai lì come se non fosse successo niente. Sei uno smidollato, un senza cuore!”
Ci aveva pure messo le sue lacrime rabbiose. A quelle io non resistevo mai. Non perché mi facessero male, ma muovevano, troppo bene, i miei sensi di colpa. Forse era vero che non tampinavo mia figlia a dovere e questo per la madre era un gravissimo peccato. Avrei dovuto stimolare la sua confidenza, ero o non ero suo padre? Ma lei mi vedeva come polvere negli occhi. D’altra parte non erano cose facili. Nada non mi aveva mai dato confidenza. Era alla madre che raccontava tutto o almeno quello che riteneva opportuno raccontare. Ma perché dovevo affrontarla io?
Certo gli spinelli erano spinelli. Mica che io non ne avessi fumati mai, anzi, per quello, quando mi trovavo, da solo, coi vecchi amici mi ci dedicavo ancora, anche se non lo sbandieravo ai quattro venti. Margherita questo non lo sapeva. Lei di queste cose non ne voleva sentir parlare.  Quei miei amici neanche le piacevano. Se poteva fingeva anche di non conoscerli. Ma questo è un altro discorso.  Proprio per questo quando aveva saputo di Nada era uscita di senno. Tra parentesi era su tutte le furie con me, come se fossi stato io ad iniziare nostra figlia all’uso degli stupefacenti. “Quella ragazza ha preso i difetti della tua famiglia. Sempre pronti a soddisfare le vostre voglie. Mai un po’ di forza di volontà! Guarda per assecondarle che pancia ti ritrovi. E poi chi fuma in casa? Sarò mica io vero?” Ebbene sì, lo ammetto, fumo un pacchetto al giorno, ma mica per questo merito di essere linciato. In genere poi vado a fumare sul terrazzo, anche d’inverno, non do fastidio a nessuno. Almeno mi si dovrebbe riconoscere questo.
Così come un cretino, mi sono incamminato verso il capestro e per fare il completo mi sono legato il cappio al collo. “Tesoro, avrei bisogno di parlarti.” Questo era proprio un grande inizio. Di rigore avrei dovuto parlarle delle api che impollinano i fiori o cose del genere, se non sapessi che ci doveva aver già pensato Margherita e che io avrei fatto la solita figura da fesso. “Papà fai presto che devo uscire…” Lei mi sollecitava e io stavo lì alla porta di camera sua, non sapendo dove posizionare il mio corpo sovrappeso. Come si fa a dire a tua figlia: “Fumare gli spinelli fa male e tua madre ha deciso che te lo devo vietare io?” Almeno avrei dovuto prepararmi prima sennonché quelle lacrime mi avevano fatto saltare la scaletta.
Sai, volevo parlarti dei problemi che i giovani, di oggi, beh! magari anche quelli di ieri… si potrebbero trovare ad affrontare, nel momento in cui si fanno affascinare dai… da… sai? come dire? quello che tra i giovani… ma anche tra i meno giovani… insomma… mi hai capito?… non dovrebbe essere difficile. Magari è successo anche a te. Mica che sia una colpa. Magari è solo una prova, magari non lo faresti mai… magari non lo farai più…” Difficile trovare le parole. A me non né usciva una di giusta. Nada aveva sgranato gli occhi. Non capiva o forse mi aveva preso per “fumato”, proprio a me che avrei dovuto parlargli di quello.
Margherita non perse un colpo. Entrò in camera passando tra me e la porta. “Tuo padre è venuto a conoscenza che tu ti sei fatta di spinelli e questa cosa non la può proprio sopportare. Io gli ho detto che è sicuramente colpa dei tuoi amici e che sai ragionare con la tua testa e non succederà mai più, ma sai com’è fatto. Non ha più fiducia in te. Quindi ha deciso di non farti uscire il sabato sera.”
Guardavo ora Margherita e ora Nada. Mi sentivo smarrito e tra l’altro investito di una funzione che non desideravo e che non avevo mai desiderato. Proibire a mia figlia di uscire il sabato sera per uno spinello? Pura follia. Nada mi aveva lanciato uno sguardo di odio puro e Margherita, soddisfatta del risultato, ci lasciò, ripassando per il pertugio libero tra me e la porta.
Da lì era partita la filippica di mia figlia. E pensare che io rispettavo sempre la riservatezza degli altri. E, non ce l’avevo neanche troppo con l’uso di qualche “sano” spinello. Ma adesso che dovevo fare? Sbugiardare la madre? Avviare mia figlia all’uso smodato degli stupefacenti? Ritirarmi in salotto o meglio sul terrazzino a fumarmi una sigaretta?
Sei un vigliacco… un infame… ti ha mai insegnato nessuno a non ficcare il naso nelle cose degli altri? Non avrò più stima di te e nemmeno fiducia… Ma questa maledetta privacy tutelerà anche me no? In galera ti dovrebbero mettere…”
Come avevo preventivato mi ritirai nel terrazzino a fumare una sigaretta. Mi sentivo nervoso e depresso. Certo che mia figlia ci andava forte con le offese, però come darle torto. Avevo fatto una cosa orribile e sarebbe stato difficile farmi perdonare. Non sapevo proprio come fare. Difficile avere la fiducia dei figli, ancora più difficile recuperarla. Mi sentivo proprio di merda. Magari avessi avuto uno spino per tirarmi su, quando ci vuole ci vuole. Mica è necessario aspettare il sabato sera.

Un padre in novembre

In amore, La leggerezza della gioventù, uomini on 27 ottobre 2010 at 9:29

Fotografia colori autunnale: foglieC’era un’aria che tagliava, che bussava alle finestre. Ma tutto era fuori. Era estraneo. Non apparteneva a loro. Stavano come due estranei nella stessa stanza. Ma lei non poteva più tacere. Sapeva che non c’era speranza. Era certa che nessun momento sarebbe stato quello giusto. Non poteva aspettare. Doveva parlare. Non avrebbe potuto evitarlo. Ormai non ci sarebbe stato più modo di evitare la realtà. Gli disse con estrema tranquillità: “Insomma… aspetto”.
La luce era fioca. Ci si vedeva appena. Tutto aveva un che di opaco. Persino le parole. Senza motivo. Senza decisione. Quasi senza suono. Distratte. “In che senso?”.
In quel momento lui deve esserle sembrato uno stupido. “In quel senso”
A pensarci avrebbe dovuto capire il silenzio precedente. Quasi imbarazzante. Cosa c’era che non andava. L’impossibilità di avvicinarsi a lei. Come un rifiuto. Come un rimprovero. “Cioè: vuoi spiegarti”?
Non c’era un senso in tutto quello. I suoi occhi sono una sfida. Ma i suoi occhi non lo vedono. I suoi occhi, anche quando lo guardano, lo fuggono. Sono grandi i suoi occhi. Sono sempre stati grandi, e morbidi. Ora anche se lui li cerca non riesce più a ritrovarli. E’ stanca, infinitamente stanca. Una sorta di esausta rassegnazione. Anche le sue parole sono stanche. Dice solo l’essenziale. Non una sillaba di più. Con una involontaria e ingiustificata rassegnazione. “Sono incinta”.
Come suonano violente, e crude, quelle parole. Improvvise. La guarda incapace di riconoscerla. Non è più quella ragazza. E’ una donna ormai. Una donna, anzi quasi una nemica. Da tempo. Da troppo tempo. Quella donna che lo aspettava. Che pazientava. Era cresciuta, diventata un’altra. Distrattamente non se n’era accorto. Ma come può una donna arrivare a tanto?… valle a capire le donne. Così, all’improvviso. Come fosse la cosa più facile del mondo. Ma se andava tutto così bene. Perché poi mettermi in difficoltà? Un capriccio? Una specie di stupida ribellione? Solo un dispetto? Ma lui cosa le poteva dire? Che cosa si aspettava che le dicesse? Non trova le parole. Non ha parole. Preferirebbe tacere. Ma prova un’improvvisa rabbia Ma che si crede? Pensa davvero che lui si farà mettere nel sacco? Ma cosa pensa di concludere? Lui non può farsi coinvolgere. Non deve. Eppure qualcosa gli dice che non a lui, non può capitare a lui. Questa cosa non lo riguarda. Non veramente. Non direttamente. E poi a tutto c’è rimedio. Non può essere costretto ad uscire alla scoperto. Non da lei. Non lo aveva mai fatto. Non era da lei. Lui non poteva prendersi questa responsabilità. Lei lo sapeva. Certo che lo sapeva. Come poteva dirglielo? No! non se ne parlava nemmeno. Non sta né in cielo né in terra. E’ fuori discussione. Cos’è questa storia? Da dove esce?
Era un freddo novembre. Lei non sapeva se era solo per il freddo, ma le si incrinava la voce. Cercava di stare calma, era quello che si imponeva. Cercava le parole. Ma non c’erano parole. Tutto sembrava silenzio. Non era più tempo di farsi intimidire. Avrebbe voluto saper gridare. Ribellarsi. Le lacrime le salivano agli occhi, ma le ingoiava per tempo. Non accettava che lui le considerasse debolezza. E poi non erano nemmeno lacrime. Era un nodo che le chiudeva la gola. Non c’era rabbia dentro di lei. Non più. Niente più la confondeva. Lui aveva già avuto tutto. Niente più gli sarebbe aspettato. Ora lei aveva deciso da sola. Aveva il potere sul suo corpo. “Ma non pendi la pillola”?
Che domanda cretina. Stava diventando padre e chiedeva che cosa non aveva funzionato. Come se ci avesse pensato mai. Chissà perché lei aveva chiara l’idea di non valere niente per lui. E lui tergiversava ancora. Quando avrebbe avuto il coraggio di buttar fuori quello che veramente pensava? E infatti lo disse: “Cazzo, ma lo sai che cosa hai fatto? Te ne rendi conto?” Lei si rendeva conto benissimo. Era in grado di prendersene la colpa. Questo lo avrebbe dovuto preoccupare. Ma lui vedeva altre priorità. Per lei era una decisione senza appello. Possibile che non capisse? Era così difficile riconoscerle il diritto di vivere? Di essere come le altre. Normale. Perché a lei non doveva essere concesso? Se aveva avuto la forza di amarlo malgrado tutto, avere un figlio non sarebbe stato più difficile. Ci sarebbe riuscita. Anche da sola. Anzi, soprattutto da sola. Lo avrebbe avuto, quel figlio. E lo avrebbe fatto crescere. Lo avrebbe riempito dell’affetto che a lei non era mai stato dato. Quello che aveva mendicato dal padre. Quello che aveva sognato di avere anche da lui. Quello che non aveva mai trovato. Pensava di non averne diritto. Eppure lo sognava e sapeva com’era. Forse solo per istinto, oppure… Qualcosa sapeva. Ne portava l’impronta nel cuore. Il germe seminato in un tempo lontano. Ma ora non aveva voglia di pensarci. Era tutto così irreale. Così assurdo. Sarebbe stato il suo bambino e lei era disposta a tutto per lui. Gli avrebbe dato tutto il suo amore. La sua attenzione. Il completo trasporto. Con lui non era mai riuscita nemmeno a sentirsi completa, nemmeno davvero donna. Le aveva levato la voglia di essere giovane. Era tutto così assurdo. Così complicato. Ma quel figlio era quello che lei voleva. “Ho deciso così. Ho solo voluto prendermi qualcosa tutta per me. Ero troppo stanca di pensare agli altri”.
Non era in grado di capire. Non poteva arrivare a tanto. “Ma come, non ti rendi conto che così potresti far soffrire altre persone che non se lo meritano?
Ma che cavolo stava a dire? Ne provava fastidio. Ma come? tutti erano più importanti di lei? Non c’era proprio niente che le spettasse di diritto? A quel punto era meglio chiudere. Non lo voleva più tra i piedi. I suoi occhi si fanno vuoti. Assenti. Sta pensando alle conseguenze. E pesando le parole. Pare ancora incredulo. Non se l’aspettava. Non cambierà mai. Non ci riuscirebbe. Non ci riuscirà. Non può accettare di non riuscire a controllarla. Proprio lei così certa, così sicura. “Avresti dovuto dirmelo. Avresti dovuto chiedermelo”!
Come? Chiedere cosa? E poi perché? Quale sarebbe stata la risposta? Ah eccolo l’uomo adulto! Non sa dire altro. Eccolo l’uomo maturo! Così apparentemente sicuro. In fondo così incerto. Che cosa avrei dovuto chiedere? e poi perché? Si sente sballottato dalla vita. Da quella vita che vuole. E da quella che cerca. Che persegue. L’unica che conosce. Lui sa solo prendere. Lo crede un diritto. Ora potrà imparare. Forse. Nemmeno si accorge che esistono anche gli altri. Tanto meno si accorge delle esigenze di lei. E perché avrebbe dovuto? Vive quella vita perché è facile. Lui che prende solo chiede: “Ma perché non me l’hai chiesto”?
Ma come? Chiederti un figlio? E che mi avresti potuto rispondere? Perché non aspetti? Magari, più avanti quando le cose si chiariranno. E quando si chiariranno? Devi darmi tempo… tempo… ed io il tempo non ce l’ho più, lo capisci questo?”. Quanto era stanca. Doveva conservare in quella stanchezza almeno un pensiero per sé. Anelava ad una pausa. Di chiudere gli occhi. Sentiva di avere, in quel deserto che era la sua vita, almeno un sogno. Aveva un angolino luminoso e caldo che le cresceva dentro. Ce l’avrebbe fatta e per questo non aveva più bisogno nemmeno di lui. “No, non posso permettertelo. Sei fuori di testa. Non posso permetterti questa pazzia”? “Quale pazzia? Nessuna pazzia e poi non è più in tuo potere. Basta poco. Pensa solo che questo bambino non è tuo e tutto diventa facile”! Lui era così geloso. Possessivo. Le toglieva il respiro. “Ma come… di chi è…”? Ora sì che è proprio confuso, sconvolto. Ci sarebbe da ridere se non avesse avuto così tanta voglia di piangere. Ci stava davvero pensando. Non sapeva se considerarlo come un sollievo oppure la mazzata finale. Scegliere la strada comoda oppure il tarlo della gelosia? Certo che sarebbe stato difficile ora tenerla prigioniera di quel loro sentimento ammalato. La voleva solo per sé. Tutta per sé. Era solo una cosa sua. E ora cosa doveva pensare? Povero sciocco pure questa gli doveva capitare. Tanto lei era decisa. Quel figlio era solo suo. E non voleva più ascoltarlo.
Ora tentava l’ultima carta, ma parlava senza crederci davvero: “Quando mi hai chiesto qualcosa non te l’ho forse data? Certo… quello che potevo. Cerca di capire. Credevo che capissi. Non siamo… lo sai. Comunque sono pronto. Vedrai che ne usciremo fuori. Non sei la prima. Non è un dramma. Puoi sempre contare su di me. Userai pure la testa. Non puoi averlo… Non vorrai mica averlo davvero? Non ora almeno. Magari più avanti. Sai com’è la mia situazione. Non vorrai mica tenerlo, no”?
Ma come può un uomo essere così?… Lui, poi?… Un uomo è sempre solo un uomo. Lei sapeva cos’era importante per lui. Lui stesso. Gli amici. Il lavoro. La propria immagine. Il successo. Come gli altri lo vedevano. Essere ammirato. E le sue cose. Lei era sempre stata, per tutti quei lunghi e faticosi undici anni, solo una delle sue cose. Magari graziosa. Importante come una giacca. Una cravatta. La parola giusta al momento giusto. Una buona puntata. La vittoria della sua squadra. Un gesto che gli altri capivano che gli dovevano essere riconoscenti. Un grazie. Una lusinga. Le sue avventure avevano quasi smesso di infastidirla. Ma lei non era nemmeno una di quelle avventure. Si era aspettata quelle parole. Non avrebbe sopportato un’altra lite. Certo, l’aveva detto altre volte. Troppe altre volte. Stavolta sarebbe stato per sempre. Un addio sarebbe stato per sempre. La sua vita era sfibrata della sua presenza. Gliel’aveva già rovinata abbastanza.
Non ti ho mai chiesto nulla. Non mi hai mai dato nulla. Non ho mai avuto niente per me. Ho sempre fatto da sola. Col mio lavoro. La mia fatica. Sarà mio figlio. Certo che me lo tengo e tu non c’entri niente. E’ chiaro”?
Era solo stanca. Troppo stanca. Svuotata. Aveva perso ogni energia. Anche quel parlare le sembrava inutile. Pensava solo a farlo allontanare da lei. Non lo sopportava più. “E’ una pazzia. Devi darmi retta. Una vera pazzia. E poi… avrò pure voce in capitolo anch’io. Dovevi chiedermi”…
Viveva nella sua casa. Viveva del suo lavoro. Era sempre stata indipendente. Dipendeva solo dalle sue attese. Dai suoi umori. Dai suoi silenzi. Dai suoi capricci. Lui veniva quando voleva. Andava quando voleva. A suo piacimento. Incurante. Non le aveva dato nessuna certezza. Non le poteva dare nessuna certezza. Lei non gliel’aveva chiesta. Non era tardi per tornare indietro. Improvvisamente si sentiva più libera. Non libera. Solo più libera.
Chiederti? Chiederti cosa? Lo sapevo. Sapevo la risposta. E tu non hai… non hai nessun diritto. Non l’hai mai avuto. Te lo ripeto non è tuo. Non hai nessun obbligo. Ma non hai nemmeno nessun diritto. Ti ho dato tutto il mio tempo, ora è finita. Questo figlio è mio ,solo mio. Solo mio! Non sei tu il padre. Questo figlio l’ho voluto per me, tu non c’entri”. Non era così stupido. Non fino a credere una cosa simile. Una frottola. Solo una semplice balla. Lo strava prendendo in giro. Capiva perché lo faceva. Perché diceva così. Era certo. Era solo rabbia. Malumore. Sarebbe passata. Anche quella. E se… e se invece… se era tutto vero? Lei non era il tipo. Non lei. Ma non sarebbe stata nemmeno la prima volta. Lei era capace di ferire. Glieli aveva anche raccontati i suoi tradimenti. Senza pudore. Senza vergogna. Per ferirlo, certo. Forse proprio solo per quello. Perché? E poi lei civettava con tutti. Non poteva sopportarlo. Non l’aveva mai sopportato. Tutti quei sorrisi. Quegli ammiccamenti. Tutti quelli che le giravano intorno. Quel ronzio continuo. I complimenti. Ma era possibile? Ma cosa voleva da lui? Perché si intestardiva?
Evita di peggiorare le cose. Non servirebbe. Ti ripeto: non è tuo. Comunque ho pronte le valigie. Domani parto. Me ne starò via per un po’”.
Era come una malattia. Un’ossessione. Non avrebbe saputo nemmeno lei definire quel sentimento. Cosa la trascinava a tornare da lui? Cosa li trascinava uno all’altra? Forse era quello l’amore. Forse come lo aveva sognato da ragazza era solo una fantasia; nella sua testa. Sognava lei, allora, o qualcuno aveva avvelenato tutti i suoi sogni? E le cose non andavano così. Non erano mai andate così. Come se l’era immaginate. Non esistevano. Forse la vita era quello che aveva. Non ne poteva più di attesa. Di aspettarlo. Di vivere senza certezze. Di gettare così la sua vita. Per lui. Di doversi nascondere. Aveva qualcosa a cui pensare. Finalmente. Era la prima volta che realizzava un sogno. Cominciava ad abbandonarsi a quella gioia. Si disse nella testa, e ora a noi Piccolo mio!
Quanta tenerezza in quelle poche parole taciute. Era bello visitare quei pensieri. Erano pensieri di cui non doveva vergognarsi. Per lui quella discussione semplicemente non aveva alcun senso. Non aveva ragione di continuare. Si sentiva impazzire. Non ne sarebbe comunque uscito. Si era intestardita. Sapeva quanto era testarda. Probabile che le sarebbe passata, magari domani. Proprio una follia. Lo stava solo sfidando. Non ce l’avrebbe fatta da sola. Avrebbe ceduto. E poi… se voleva continuare, lui… lui… poteva rinfacciarle che non era lui il padre. L’aveva detto pure lei. Comunque, se la conosceva, non avrebbe creato problemi. Era troppo orgogliosa. Era troppo indipendente. Ma possibile che queste cose capitavano solo a lui? Non era la prima volta. Ma cosa vogliono le donne da me? Ma perché proprio a lui succedeva? Già erano troppi gli impegni della sua famiglia. In effetti c’era un tempo che l’aveva amata. Era stato bello, ma anche faticoso. Perché la gente ha sempre bisogno di qualcosa di più? Ma cosa voleva di più?
Meglio finirla lì. Era meglio così. Lei lo sapeva fin dall’inizio. Conosceva la sua situazione. Non le aveva mentito. Non avrebbe dovuto farlo. Ma chi si credeva? Ma cosa pensava di ottenere? Basta. Era bene che finisse. Una storia è una storia finché resta tale. Lui non poteva darle niente di più. Non aveva risposte. Doveva pensare ai suoi. A se stesso. Lei era una bambina e così si comportava. Che follia. Doveva trovare di nuovo la tranquillità. Il mondo è pieno di donne. Più belle, più arrendevoli, più disponibili. E di occasioni. Le migliori donne sono quelle che non chiedono. In fondo non era tenuto a sentirsi responsabile. Era stato chiaro fin da subito. E poi se quel bambino era di un altro che figura ci faceva? Cosa avrebbero potuto dire gli altri. Ma possibile che non abbia un poco di contegno? Un altro? Ma come aveva fatto a non accorgersi? Gliel’avrebbe fatta pagare se se ne fosse accorto. Ma adesso… non poteva. Ma cosa gli è passato per la testa? Ma sarà poi tutto vero? Riprova: “Andrai domani in ospedale, ne sono certo. Hai solo cercato di capire come avrei reagito a questa notizia vero”?
La guardava speranzoso. Strano, lei aveva gli occhi bassi e inadeguatamente sorrideva, come se lo facesse dentro a se stessa. Questo gli dava speranza. Non era tutto perduto allora. Magari domani si svegliava di un altro umore. Magari gli telefonava e ammetteva che era tutto uno scherzo. Avrebbero riso insieme. Sarebbe stato un grande sollievo. Lui non voleva perderla. Era una donna che valeva. Lo faceva sentire importante, orgoglioso di sè. E poi non aveva mai fatto problemi. Questa era la prima volta, ma sarebbe stata l’ultima.
Ci avrebbe pensato lui. Magari le comperava qualcosa… forse le avrebbe preso un cagnolino. A certe donne fa compagnia. Uno di razza, ma piccolo di taglia, così non ci avrebbe più pensato. Un figlio? E’ una follia. Lo sapeva bene lui che ne aveva già avuto uno. Solo responsabilità. Senza contare che lui non avrebbe potuto fargli da padre. Questo era certo. Ma non voleva perderla. Già un’altra volta l’aveva fermata. Voleva cambiare città, lavoro, solo per non vederlo più, e lui quella volta aveva pianto… l’aveva pregata e lei si era commossa. Tutto sommato è una donna testarda, ma tenera. Saprà come comportarsi. Poi ci penseremo. Le darò qualche cosa a cui pensare. Tutto sommato so come trattare una donna, io.
Ad un certo punto lei aveva sollevato gli occhi e l’aveva guardato in faccia. “Hai visto? E’ solo novembre e sembra che nevicherà. Quando esci è meglio che ti copri”.
Aveva detto quelle parole che lo mettevano alla porta. Che parevano dirgli addio. Erano dolci sì, ma comunque sembravano quanto più definitivo potesse essere un addio. Avrebbe voluto dirle ancora qualche cosa. Insistere. Ma i suoi occhi non lasciavano replica.

E pensare che io me ne sto qui a raccontare e odio pure il novembre. Ma quanto avrei amato esserci quel novembre lì.

Figli di madri

In La leggerezza della gioventù on 25 ottobre 2010 at 1:27

Stavo cercando di chiarirmi le idee. Tentavo di rispondere a due amiche: Martina e Ifigenia intrufoladomi nella chiosa degli amici che hanno lasciato loro dei commenti. Stavo tentando di essere essenziale ed anche razionale, per quanto non lo sono stata poi in pratica nella mia vita. Eppure non per questo mi sento di dover rinunciare a mettere un po’ d’ordine anche nei pensieri… non ci si deve ritirare e nascondere dietro il paravento del proprio presunto successo. Nessuno sa di più degli altri, nessuno conosce il modo per uscirne indenne.
Io sono arrivata qui in un viaggio doloroso. Niente che non mi sia voluta, però. Sapevo che, ogni gesto che ho fatto, ogni sentiero percorso, non era altro che il frutto del destino che mi ero scelta. Ma in questo percorso ho portato con me anche un figlio, ho scelto per lui una modalità di vita che probabilmente non si sarebbe scelto,  o forse anche sì. Chi lo può sapere?
Le scelte, sia per casualità che per volontà, alla fine mi hanno fatto crescere un figlio indipendente, sereno, affettuoso e partecipativo. Generoso nei sentimenti e pronto a pagare gli inevitabili costi della vita, di tasca propria. Ho lottato e faticato per questo. Molto spesso ho anche disperato. Ho rischiato e ho investito tutto quello che avevo e per fortuna ho vinto. Nessun premio speciale certo.  Ho solo ottenuto quello che sognavo di ottenere: crescere un uomo giusto.
Chiaramente il rischio è stato grande, avrei potuto perdere tutto. Ancora negli anni ’80 non era da tutti far nascere e crescere un figlio senza padre. Perseguire l’orgoglio di bastare da sola. Preferire le lunghe notti insonni percorse dai dubbi, al sonno falso delle illusioni alternative che il nostro essere donne ci ha da sempre suggerito. Ma cosa è giusto fare per amore dei figli? Rinunciare a tutto per la loro felicità? Ma qual è la felicità che dobbiamo ai nostri figli? Fino a dove arrivare ad assecondare i loro bisogni e il loro innato egoismo? Qual è il confine fra la loro vita e la nostra?
Nessuno ha una ricetta sicura. Non è possibile sapere se quello che facciamo si potrà concludere con un successo, ma in alcuni casi il finale è preannunciato. Quasi sempre se ne colgono i sintomi, le avvisaglie… suggerimenti che non si vogliono ascoltare. Io alla mia storia oppongo un altro racconto, quello che racconta la strada che non ho percorso, ma che ha perseguito un’amica che qui per facilità chiameremo Mary.
“Si era sposata incinta a 16 anni, con un ragazzo poco più vecchio della sua età. Matrimonio durato niente. Lui troppa poca voglia di responsabilità e di dedicarsi al lavoro, lei invece con il desiderio di uscire da quel nulla in cui si era rinchiusa. Mary per sua fortuna è una donna bellissima, dalla parlata spigliata e non priva di arguzia. Il suo sorriso conquista. Dribbla un serio avvocato attempato, pronto a sposarla e a occuparsi della bimba, nata dal suo precedente matrimonio. Si dedica invece ad un bel giovanotto dedito allo sport e agli amici più di quanto si dedichi a lei. Lui è laureato, lei no. Lui si vergogna che lei faccia la “donna delle pulizie” e per questo non escono spesso insieme, ma il fastidio non è tale da fargli dire che quel lavoro lei lo potrebbe lasciare. Lei partorisce il primo di tre figli che avrà a stretto giro. E’ lì che la conosco: all’ospedale. Poi la perdo e la ritrovo per la strada, una mattina, mentre dai begli occhi le scendono dei lucciconi… Mi scuso e la fermo, le offro un caffè e anche l’amicizia. Mary si sfoga e si confessa. La sua terza figlia ha la leucemia, glielo hanno detto da poco, lei deve impegnarsi per farla seguire presso un ospedale di un’altra città e non sa come fare perché ha altri tre figli di cui due piccoli.
Le offro solidarietà ed aiuto e chiedo del marito. Lei mi dice che non è sposata e che lui è sempre molto impegnato e non ha tempo per queste cose. Queste quisquiglie penso ironicamente io e mi offro per tenere i bambini. Fortunatamente io e mo figlio siamo geneticamente ospitali. Lui divide la sua cameretta e diventa amico del maschietto che è coetaneo e che è a tutt’oggi suo amico. L’ultima bambina è difficile, problematica, soffre per l’assenza della madre fino ad arrivare ad odiare la sorella. Reagisce rifiutando qualsiasi contatto fisico, fino all’estrema conseguenza di rifiutare persino di lavarsi nelle parti intime o di toccare una persona senza correre a lavarsi ripetutamente le mani. Il maschietto invece odia le sorelle perché assorbono l’attenzione della madre anche quando è libera dalle incombenze della sorella ammalata.

Si affeziona a mio figlio e chiede anche in periodi che la madre è a casa di stare a casa mia a condividere la vita con noi. Lui le dice che vuole andare in vacanza a casa nostra e lei acconsente senza nemmeno rendersi conto del problema che questo sottintende. E il padre? Direte voi? Lui continua la sua vita da single. Esce per i suoi impegni, con i suoi amici e per i suoi viaggi di piacere. Si fa lavare, stirare e non passa fondi sufficienti a mantenere la sua numerosa famiglia. Mary continua a lavorare e cerca di rendere compatibile la famiglia con il suo faticoso lavoro.
I figli crescono e hanno comportamenti disturbati. Si dimostrano egoisti e si rifiutano di collaborare con gli altri fratelli. Cercano di rubarsi le cose e litigano persino per le quantità di cibo che vengono divise. La madre li asseconda. Non può far molto, ma anche se potesse non capisce che l’esempio menefreghista del padre diventa un esempio da seguire per i figli. Mary viene trattata come una scopa. Lei deve fare la brava madre, in qualsiasi condizione si trovi, anche se ammalata. La brava madre per loro è la donna che pensa esclusivamente a loro e che non ha bisogno di nessun aiuto.
Mary si ammala gravemente e viene assistita dalle amiche, la sua vita è a rischio, ma non vuole gravare sul “marito” e nemmeno sui figli, che nel frattempo sono a casa mia. Nei periodi che loro stanno con me cerco di far nascere in loro dei sentimenti di solidarietà tra fratelli e di spiegare loro che l’atteggiamento che usano li isolerà dagli altri: chi non dà non riceve. Mi guardano come fossi una marziana. Eppure io insisto: guardate mio figlio, siete solo degli amichetti, ma lui divide tutto con voi, dalla camera alla pastasciutta, dai giocattoli al suo tempo libero. In effetti questo li destabilizza, non capiscono, non riescono a capire.
Mary si riprende e ricomincia la solita vita. Io chiedo al padre un incontro. Gli voglio parlare del ragazzo che secondo me sta sviluppando un cattivo rapporto con la famiglia e con i suoi compagni di scuola ed è molto scompensato. E’ un ragazzo a rischio, fortemente a disagio. Lui mi risponde che è stato ragazzo anche lui e che i suoi hanno lasciato che si arrangiasse, non capiva perché lui avrebbe dovuto preoccuparsi del figlio.
La sorella più piccola è sempre più isolata e in difficoltà. La ragazzina ammalata per fortuna recupera la salute ed è l’unica che ha un comportamento sociale decente. La più grande, l’unica che non appartiene strettamente alla famiglia, decide di sposarsi giovanissima e fa un matrimonio che durerà tre anni e che le lascerà due figli, che verranno accuditi dalla nonna tra un lavoro e l’altro.
Una sera si sfoga con la madre e le grida che è un’incapace e che non si permetta di educare i suoi figli, quando li tiene, perché anche con lei… se non ci fosse stato “il papà”…! Non parlava del padre naturale bensì di quello sportivo con cui aveva “vissuto” negli ultimi anni, non accettata e angariata.
I figli hanno studiato perché Mary comperava i libri e perché pagava le tasse universitarie. Ugualmente forniva i soldi per quelli che vivevano fuori casa per motivi di studio. Rinunciava alle sue necessità per pagare il superfluo ai suoi ragazzi.

Ora Mary vive separata dal padre dei suoi ultimi tre figli. L’ha lasciato solo perché lui aveva altre donne e con l’ultima pretendeva che lei andasse in “vacanza” con i figli per ospitarla in casa. Non ce l’ha fatta più e se n’è andata. A seguito di questo, per molto tempo le figlie l’hanno accusata di aver abbandonato quel poverino del padre. Il figlio invece l’accusava di non essersi portata via le due sorelle.
Per molto tempo lei correva al mercato per rifornire il frigorifero di casa e cucinava per loro, altrimenti i figli non avrebbero mangiato e non avrebbero saputo cavarsela. Non ha mai ricevuto un grazie che fosse uno. Non l’ha mai richiesto niente e si è sempre sentita molto più madre di me, perché è il sacrificio che fa la differenza fra una brava madre ed una comune. Ed io ero una madre “sbagliata” perché crescevo mio figlio facendo da madre e da padre e rendendolo partecipe e cosciente di questo.”

Non so se quello che ho scritto spiega quello che volevo dire. I nostri figli sono anche il frutto dei nostri errori. A volte pensiamo di dare loro la normalità e perdiamo di vista, invece, le loro esigenze primarie. I nostri figli devono provare rispetto per noi. Devono capire che esiste un ruolo loro e un ruolo per i loro genitori. Devono fare anche loro un lavoro, così come una madre e un padre amorevole. Fosse solo quello di frequentare la scuola e vivere nella società in modo ottimale. Devono essere padri e figli di loro stessi, perché solo così si imparano le responsabilità verso se stessi e verso gli altri.
Magari ho avuto fortuna. La strana fortuna di non aver dovuto lottare con un padre inadeguato per far crescere mio figlio. Ho navigato a vista, e come Smilla aveva il senso per la neve, a me è stato dato il senso per il mare. Sono arrivata all’approdo, anche se altre mareggiate mi aspetto dalla vita. Ho fatto il possibile. Il mio possibile. Ho sempre creduto che mio figlio avrebbe apprezzato una madre-donna, con le sue debolezze e le sue virtù, sempre pronta per lui, ma anche capace di avere una vita propria. Una madre piena di amore, ma anche una donna con delle esigenze e dei diritti come ogni essere umano che si rispetti.

140) Fiorirà l’aspidistra

In Un libro al giorno on 24 ottobre 2010 at 8:00

L’orologio batté le due e mezzo. Nel piccolo ufficio in fondo alla libreria del signor McKechnie, Gordon – Gordon Comstock, ultimo membro della famiglia Comstock, ventinovenne e già piuttosto muffito – oziava dietro il tavolo, aprendo e chiudendo col pollice un pacchetto da quattro penny di sigarette Player’s Weights.
I rintocchi armoniosi di un altro orologio, più lontano – quello del Principe di Galles, sull’altro lato della strada – incresparono l’aria stagnante. Gordon fece uno sforzo ed erettosi sulla sedia ripose il suo pacchetto di sigarette nella tasca interna della giubba. Avrebbe dato qualunque cosa per una fumatina; ma gli erano rimaste soltanto quattro sigarette. Si era al mercoledí ed egli doveva riscuotere soltanto venerdí. Sarebbe stato atroce rimanere senza tabacco quella sera e tutto il giorno dopo.

Soluzione
Titolo: FIORIRA’ L’ASPIDISTRA
Autore: GEORGE ORWELL

Trama: Gordon Comstock, il protagonista, è un ribelle impegnato in un’aspra battaglia contro il mondo comandato dal denaro. Si mantiene lavorando come commesso presso una libreria di Londra, mentre coltiva delle modeste aspirazioni letterarie, frustrate da una serie di insuccessi (gli scritti che spedisce alle case editoriali vengono regolarmente rifiutati) e minate dalla sua stessa insicurezza. Il denaro diventerà per lui un’ossessione e una linea di principio: nel tentativo di respingere quasi asceticamente la schiavitù dei soldi, Gordon arriverà a dover rinunciare ad una semplice cena con la ragazza amata, Rosemary, piuttosto che essere costretto ad avere un “buon posto” di lavoro nel campo della pubblicità, e a sottomettersi così ai codici sociali dell’epoca. In questa sfida, che si preannuncia disperata, la pianta di aspidistra, il fiore nazionale inglese, diventa per il protagonista l’emblema dell’opaca rispettabilità borghese e del conformismo. Anche lui ne possiede una, che maltratta e trascura volontariamente, cercando di farla morire.
Gordon finisce coll’isolarsi sempre più dal suo contesto di provenienza, la piccola borghesia, e mette in atto una sorta di declassamento volontario, che lo porta a scendere uno dopo l’altro i gradini della scala sociale, e a vivere in condizioni di povertà e squallore sempre maggiori. La sua figura di riferimento è l’amico Philip Ravelston, un intellettuale dell’alta borghesia aderente al marxismo, che per Gordon assurge a prova vivente della forza del denaro: per quanto si sforzi di accostarsi il più possibile alle condizioni di vita delle classi più povere, infatti, Ravelston non può recidere le proprie radici nella classe di provenienza, di cui conserverà intimamente lo schema morale e gli atteggiamenti.
Caduto in un cupo vittimismo, Gordon è scosso infine dalla notizia di una prossima paternità, insieme alla sua Rosemary. L’evento sembra l’unico in grado di donargli entusiasmo e speranza. Rifiutata senza esitazioni la possibilità di un aborto, egli è costretto ad assumersi quelle responsabilità che aveva fino ad allora scansato, bollandole, appunto, come scelte di ordinario conformismo. Prenderà lavoro presso quell’azienda pubblicitaria che aveva tanto odiato (considerandola uno strumento del più bieco capitalismo); la stessa aspidistra gli sembra ora una pianta decente e simpatica, e meravigliosamente resistente, tanto da essere sopravvissuta a tutte le sue angherie; insomma, volente o nolente Gordon rientra nei canoni della vita borghese, per scoprire infine che non è poi così male.

139) La paziente privata

In Senza Categoria on 23 ottobre 2010 at 8:00

Il 21 novembre — giorno del suo quarantasettesimo compleanno e tre settimane e due giorni prima di venire uccisa —, Rhoda Gradwyn si recò in Harley Street per presentarsi al primo appuntamento con il chirurgo estetico. Fu lì, in uno studio medico che sembrava essere stato progettato e arredato per ispirare fiducia e placare qualsiasi ansietà, che prese la decisione che avrebbe inesorabilmente portato alla sua morte.

 Soluzione
Titolo: LA PAZIENTE PRIVATA
Autore: PHYLLIS DOROTHY JAMES

Trama: Rhoda Gradwyn, giornalista investigativa, ha molto successo e pochissimi amici. È un personaggio scomodo per molti: le sue scottanti inchieste, sempre ben documentate, producono spesso effetti negativi, se non addirittura tragici, sulle esistenze delle persone che ne sono loro malgrado protagoniste. Quando decide finalmente di liberarsi di una cicatrice che le deturpa il viso da molti anni, la donna si affida a un celebre chirurgo plastico e alla sua esclusiva clinica privata, Cheverell Manor, ospitata in un’antica residenza nel Dorset. L’intervento, che dovrebbe segnare per lei l’inizio di una nuova vita, è invece il suo appuntamento con la morte.
Rhoda viene infatti ritrovata cadavere la mattina dopo l’operazione, uccisa brutalmente da un misterioso assassino. Chi può essere stato? A Cheverell Manor, i possibili indiziati sono molti. Sarà Adam Dalgliesh, ormai ai vertici della carriera investigativa, con i suoi fidi assistenti Kate e Benton, chiamati da Londra a indagare sull’omicidio, a scavare nel passato della vittima e dei sospettati alla ricerca di una verità tanto agghiacciante quanto sorprendente.
Ancora una volta P.D. James torna a orchestrare con la consueta maestria i destini dei suoi personaggi, intrecciandoli sapientemente e costruendo una storia che, come sempre, ha il suo fulcro in Adam Dalgliesh, investigatore abilissimo e sensibile, capace come pochi altri eroi della letteratura gialla di scandagliare i misteri dell’animo umano. (da http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8804584785)

138) La guerra dei figli

In Un libro al giorno on 22 ottobre 2010 at 8:00

Alle nove di sera la cucina è da considerrsi zona neutra, deserta come il teatro di una battaglia conclusa. I resti della cena sono stati riposti, avvolti dentro pezze di tela e sistemati nella ghiacciaia, accanto ai blocchi celesti che si comprano al mattino. Il tavolo è stato sparecchiato, i piatti lavati sgocciolano sul marmo del lavello. Soltanto l’odore del riso con l’uovo e la fontina, quel riso giallo che si appiccica al palato, restituisce la stanza alla sua funzione. C’è una pace intensamente precaria, pace di tutti filati via. Emma per prima.

Soluzione
Titolo: LAGUERRA DEI FIGLI
Autrice: LIDIA RAVERA

Trama: 1967: la tredicenne Emma, carina e paziente, e la diciassettenne Maria, ironica e ribelle, sono in vacanza in montagna con il Padre e la Madre.
È una Famiglia della media borghesia torinese, dove si insegna ai figli a difendersi dal mondo. Maria, com’era prevedibile, scappa di casa. Emma sa tutto ma, combattendo una nascente pietà per i grandi, tace.
La ritroviamo dieci anni dopo, alle prese con un aggravarsi di quell’intimo conflitto fra complicità e compassione: Maria ha dichiarato guerra al mondo dei Padri. Una guerra armata. Emma la capisce eppure la disapprova. E intanto si impegna a crescere, cercando un nuovo assetto per sentimenti desideri e bisogni.
Con questo romanzo, dove una storia privatissima si intreccia con la Storia del nostro paese, Lidia Ravera rivive gli anni Settanta: il sogno di poter restare per sempre figli, l’impeto collettivo verso la trasformazione della società e lo sconcerto di fronte al duro discorso del sangue.
La violenza, i morti, gli agguati.
La forza de La guerra dei figli è nella capacità di evocare la confusione di quegli anni lontani restando fedele al punto di vista di una ragazzina che diventa donna e alla scelta stilistica di raccontare il passato come se fosse il presente. Sobriamente, senza retorica, senza cedere al senno di poi, componendo il quadro attraverso una accurata collezione di dettagli.
Lidia Ravera, scrittrice, sceneggiatrice e giornalista, dopo aver raggiunto la notorietà con il romanzo di esordio Porci con le ali, ha scritto molti libri di successo.

Figlia

In amore, La leggerezza della gioventù, uomini on 21 ottobre 2010 at 9:00

Foto a colori di un padre e figlio che si allontanano per manoEntrano. Entrano e vanno dirette al bagno. Io resto lì, davanti al piatto fumante. Il saluto ancora in un sorriso che svanisce nei miei occhi. Che mi si scioglie in faccia. Gli ultimi segnali come una paresi. Ancora un volta sono state più svelte. Non mi resta che aspettare. Cercare pazienza. Conto fino all’infinito. Nel conto la pazienza si perde. Anche quella poca. Mi vola la mosca al naso. Cerco di acchiapparla ma non serve. E’ attratta dall’odore debole e bisbigliato della pasta che si fredda con calma. Il suono delle loro parole mi arriva attutito. Dovrei… non so fare nulla. Qualsiasi cosa provi. Lei va a prenderla a scuola. La aspetta sulla porta. Davanti a me. Apro la bocca e sono già di là. Di corsa. Apro la bocca e ingoio una boccata d’aria. Mi faccio i conti in tasca. Mi preparo le parole. So già che non riuscirò a tenermi calmo. So già che non serviranno. Questa storia deve finire. So già che non finirà.
Quando tornano mi spiega che non poteva proprio più aspettare. Non può farla a scuola? Si siedono e iniziano a mangiare in silenzio. Anche l’educazione fa parte della condanna. Io lo rompo. Le chiedo come va. Chi chiede: cosa? Santa pazienza. Lo stesso di ieri. Di ogni giorno. Conto fino all’infinito. Le chiedo com’è andata a scuola. Comincia a farmene un resoconto la madre. Mia moglie. Non posso non mostrarmi infastidito. Per un po’ la lascio fare. Lei si dilunga. La pasta resta in piatto. Le spiego che l’ho chiesto a mia figlia. Le chiedo perché risponde lei. Le spiego che vorrei poter parlare con la ragazza. Sua figlia mi dice: “Papà, l’ho già spiegato a mamma”.
Sbuffo. Sarà colpa del bagno. Le ho pregate mille volte di non scambiarlo per un salotto. Di farmi partecipare. E’ una strana tradizione di famiglia. Per mia moglie le madri fanno anche da padre. Il padre serve solo… non lo so a che serve. Occasionalmente per redarguire. Per ripristinare l’ordine. Per detenere… il telecomando. E nemmeno sempre. A volte, come oggi, la cosa è troppo. Prendo e lascio la pasta dov’è. Mi alzo e me ne vado in salotto. E’ raro ma capita che non abbia nemmeno più voglia di litigare. Ormai succede ogni giorno. Tutti i giorni. Niente cambia nemmeno per errore. Persino la lite ha perso il suo fascino. E’ forse questo il senso della vita: imparare a sopportarci.
Noi due ci trasciniamo lentamente verso la fine. Ormai non cerco nemmeno di ribellarmi. Ormai quasi accetto e tollero. Certo a malincuore. Spesso cercando ancora inutilmente di ribellarmi. Parlando di normalità, che è cosa che non c’è. Parlando di logica. Parlando di parole che mi sembrano ovvie. Dio solo lo sa, se ci fosse, se non le ho provate tutte. E mica solo su questo. In cucina, in salotto, in vacanza, per telefono, persino per lettera, e a letto. Nemmeno so perché continuo a farlo. Forse non è nemmeno mai stato vero amore. Forse sono solo un vigliacco ed è paura di ricominciare. Di rimettermi in discussione. Forse è perché lo sento come un dovere. Io non riesco facilmente ad arrendermi. Non ho mai preso sonno con facilità ma ultimamente mi alzo stanco. E i sogni sono movimentati. Non mi aspetto niente di buono. Veramente non mi aspetto più niente.
A mia figlia non voglio dire quello che già sa. Quello che se vuole può sapere. Niente deve dividerla. E dividerle. E le nostre non sono le sue colpe. Lei è sempre stata pudica dei propri sentimenti. Almeno questo è quello che ho raccontato a me. Perché amo quella donna che sta diventando e che è. Ha il futuro davanti. Anche se fatico a ricordare i suoi pochi gesti di affetto. Cerco di farmene una ragione. Cerco di vivere di quei pochi ricordi. E di una speranza: un caloroso e spontaneo abbraccio.
Ancora quando le chiedo come va mi chiede di precisare.

137) Diario minimo

In Un libro al giorno on 21 ottobre 2010 at 8:00

[Il presente manoscritto ci è stato consegnato dal guardiano capo delle carceri comunali di un paesino del Piemonte. Le notizie incerte che l’uomo ci diede sul misterioso prigioniero che lo abbandonò in una cella, la nebbia di cui è avvolta la sorte dello scrittore, una certa complessiva, inspiegabile reticenza di coloro che conobbero l’individuo che vergò queste pagine, ci inducono ad accontentarci di ciò che sappiamo come ci appaghiamo di quel che del manoscritto rimane – il resto roso dai topi – e in base al quale pensiamo che il lettore possa farsi un’idea della straordinaria vicenda di questo Umberto Umberto (ma non fu forse, il misterioso prigioniero, Vladimiro Nabokov paradossalmente profugo per le Langhe, e non mostra forse questo manoscritto l’antivolto del proteico immoralista?) e possa infine trarre da queste pagine quella che ne è la lezione nascosta – sotto la spoglia del libertinaggio una lezione di superiore moralità.]

Nonita. Fiore della mia adolescenza, angoscia delle mie notti. Potrò mai rivederti. Nonita. Nonita. Nonita. Tre sillabe, come una negazione fatta di dolcezza: No. Ni. Ta. Nonita che io possa ricordarti sinché la tua immagine non sarà tenebra e il tuo luogo sepolcro.

Soluzione

Titolo: DIARIO MINIMO

Autore: UMBERTO ECO

Tema: Giocoso e intelligente, forse troppo per comparire sugli scaffali dei supermercati: è quasi incredibile immaginare questo libro non tanto tra i bestsellers (titolo che comunque merita) ma tra i più letti. Perché? Perché non è affatto immediato e presuppone una cultura letteraria e di base tanto ampia da far impallidire il cittadino medio. Non voglio con questo scoraggiare la lettura che è, a mio parere, godibile, nonché meritevole, ma prevenire eventuali abbandoni a metà, o dopo le prime trenta pagine: si sappia che Diario minimo è una raccolta di saggi, più o meno semplici, a partire dagli anni sessanta, in cui Eco si cimenta con la sua ironia intellettuale a discutere di problemi etici, letterari, storici, esistenziali…
Si aggiunga che viene dato per scontato il background culturale del lettore e, pertanto, ritengo non sia una lettura nazionalpopolare come si potrebbe immaginare dal titolo. Al contrario, si tratta di un’arguta riflessione sulla società, sulla vita e sulla letturatura. Da capire e da rileggere in momenti diversi del proprio percorso nella società, nella vita e nella letteratura. Per trovarlo cambiato e trovarsi cambiati.

136) Lolita

In Un libro al giorno on 20 ottobre 2010 at 8:00

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.»

Soluzione

titolo: LOLITA

autore: VLADIMIR VLADIMIROVIC NOBOKOV

tema:Il Professor Humbert Humbert, voce narrante del racconto, annoiato insegnante quarantenne di letteratura francese, per circostanze fortuite e inaspettate fa la conoscenza di Dolores Haze, dodicenne ribelle e maliziosamente spregiudicata che gli richiama in mente il suo primo amore da tredicenne. Nonostante la differenza di età, egli perde completamente le testa per la ninfetta tanto da sposarne la madre per rimanere al suo fianco.
Dopo la morte della signora Haze, i due cominciano un lungo vagabondaggio da un motel all’altro in giro per gli Stati Uniti fino a stabilirsi in una nuova città dove Humbert si fa passare per il severo padre all’antica di Lolita e la iscrive ad una scuola femminile.
Humbert tiene Lolita praticamente prigioniera, ma si lascia persuadere a permetterle di frequentare una scuola di teatro dove conosce Quilty.
Lolita per fuggire, convince Humbert a riprendere i vagabondaggi, ma, ben presto, ricoverata in ospedale per una malattia, riesce a sfuggire alla sorveglianza e a dileguarsi con un uomo adulto che si è fatto passare per lo zio.
Dopo circa tre anni, Humbert, riceve una lettera da Lolita, ormai diciassettenne, che gli scrive di essere sposata, in attesa di un figlio e bisognosa di danaro. Humbert va a trovarla, le consegna i soldi lasciati dalla madre e cerca di portala con sé, ma riceve un secco rifiuto e riesce solo a farsi dire il nome di chi aveva aiutato Lolita nella fuga: Quilty.<
Humbert va a cercare Quilty e lo uccide, arrestato per l’omicidio, scrive in carcere, in attesa di processo, il libro di memorie: “Lolita o le confessioni di un maschio bianco vedovo” (Lolita or, The Confessions of a White Widowed Male). da wikipedia

135) Buio prendimi per mano

In Un libro al giorno on 19 ottobre 2010 at 8:00

Una volta, quando ero bambino, mio padre mi portò sul tetto di una casa che aveva appena preso fuoco.
Mi stava facendo fare il giro della caserma dei pompieri, quando arrivò una chiamata e io dovetti sedermi accanto a lui, sul sedile anteriore del camion, ascoltando terrorizzato le ruote che stridevano nelle curve, mentre il rimorchio si snodava, le sirene fischiavano, il fumo si rovesciava davanti a noi, denso, azzurro e nero.
Dopo un’ora i pompieri avevano spento le fiamme, mi avevano arruffato i capelli una decina di volte e mi avevano ben nutrito, nei limiti delle possibilità offerte da un venditore ambulante di hot dog: allora mio padre aveva preso per mano e mi aveva fatto salire sulla scala antincendio.

Soluzione

titolo: BUIO PRENDIMI PER MANO

autore: DENNIS LEHANE

tema: Pat Kenzie riceve da una nota psichiatra l’incarico di proteggere il figlio perseguitato da minacce e messaggi anonimi. Sembra un caso di facile soluzione. È l’inizio di un incubo. Una serie di terrificanti omicidi, apparentemente senza legame, lo riporta di prepotenza nel passato, agli anni dell’adolescenza, vissuti nel quartiere degradato di Dorchester a Boston. Le vittime, su cui l’assassino ha infierito orribilmente, crocifiggendole e mutilandole, sono tutte persone che Pat Kenzie ha conosciuto. Nel corso di una frenetica caccia all’uomo, condotta anche con l’aiuto di Angie Gennaro e del fedele Bubba Rogowski, Pat si rende conto che il prossimo bersaglio potrebbe essere lui… (da http://www.ibs.it/code/9788838483103/lehane-dennis/buio-prendimi-per.html)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: