rossaurashani

Archive for the ‘Giovani’ Category

Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

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Innamorarsi della Palestina (di Andrea)

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 12 gennaio 2015 at 14:11

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“Cari tutti,

c’è chi è in Italia, chi è fuori nelle varie lotte, nelle varie vite, nelle varie sopravvivenze. Ho voglia di raccontarmi (roba rara) e quindi giro a voi questo scritto, per chi ne ha voglia.

Ogni volta aspetto il giorno del mio ritorno nelle colline a …………..  come aspetto il giorno in cui rivedo una ragazza che non vedo da molto. C’è sempre quel misto di attesa emozionata e di disperazione reale, come a dire, ho finito di viverti nei miei sogni, adesso ridiventi realtà. Nei sogni la parte più profonda di me una ragazza me la modella come vuole lei; e allora gli occhi azzurri diventano quasi trasparenti, come l’acqua della Sardegna, e grandi, grandi. Anche tutto il resto, chiamiamolo così, diventa nei sogni tanta roba e sempre molto molto grande.

Poi scendo dal treno e lei è lì che mi aspetta. E a parte il fatto che per quanto uno si prepari, alla fine non è mai abbastanza, perché ogni volta ho davanti una persona diversa rispetto a quello che mi aspettavo. E non è che è meglio o peggio, è semplicemente diverso. E allora pensi, “eh porca eva e a chi cavolo ho voluto bene fino ad adesso?”. E hai quei tre quattro minuti decisivi in cui devi scegliere se prendere il treno per tornartene a casa o se restare lì e innamorarti di quella realtà di nuovo.

Lo stesso mi succede per le colline ogni volta. Solo che i tre quattro minuti non durano così, ma dalle due settimane al mese. Ogni volta uno si aspetta una roba e ne trova un’altra. E quando ho deciso di restare qui e innamorarmi ancora di questa gente, ho capito che la parte più profonda di me non basta. Quella parte è quella cosa che mi fa rimanere fedele a tutto questo quando non sono qui. Ma quando scendo dal treno, quella parte non mi basta più. E ho bisogno di scoprire ancora una volta queste persone, così uguali e così diverse da come le avevo lasciate; e scopro Y, che non ho mai cagato, che mi dice “che razza di vita è questa che se costruisco una casa è vietato, se porto a pascolare le pecore è vietato, se i bambini vanno a scuola è vietato, se pianto un albero è vietato. La questione non è se mi piace o non mi piace avere a che fare con i soldati, la questione è se ho paura o non ho paura. Perché con i soldati ci devo avere a che fare.” Ed M che ride dell’ultima demolizione: “Hai visto? Carlos della DCO si è portato un convoglio di 8-9 macchine per una tendina! Sono pazzi!!! 8 macchine per una tenda…se sapesse quante cose gli stiamo costruendo sotto il naso e lui non se n’è accorto!!! gliel’ho detto sai? Puoi anche distruggerla…non so se domani o dopodomani o tra dieci anni, ma noi la ricostruiamo, cosa credi?”. O F che mentre rivede i video di tre anni fa si fa una risata assurda quando rivede un colono che gli tira un pugno e mi chiede “tu c’eri?” e io gli rispondo “no, non ero ancora qui…” e lui mi dice “ peccato, ti saresti divertito…”.

E quindi niente, eccomi qua di nuovo, ancora, con questa gente, sempre così uguale e sempre così diversa. Però c’è poco da fare, ogni volta che sto con loro, la parte più profonda di me mi esplode in mano e sono di nuovo me stesso. E innamorato pazzo. ”

Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

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Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

sessantotto68

Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

Fumose conversazioni di viandanti senza confini

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 15 febbraio 2014 at 11:57

ulivoGià al primo incontro prometteva bene…. molte facce giovani e sorridenti. Non che la gioventù sia sempre un valore aggiunto, ma in questo caso ci piaceva pensare che avrebbe fatto la differenza.
Noi di età più che matura guardiamo sempre ai giovani con affetto e curiosità, così fin da subito adottiamo Stef, una bambola di porcellana dai riccioloni neri e la bocca a forma di cuore. Affinità elettive si dice. Ma la cosa non finisce qui, man mano che il gruppo si compatta adottiamo due ragazzini molto simpatici e vivaci, un gruppo di sardi dalla parlata irresistibile, un ragazzo piombato come ufo in mezzo a noi e un gruppetto di ragazze, che a parte la bellezza e la giovane età, hanno sorrisi irresistibili e una gran voglia di vivere, e due coppie che figuravano bene nelle foto di famiglia come l’esempio di come si dovrebbe essere da giovani e da un po’ meno giovani.
Sia chiaro che un viaggio è il luogo dove andrai e le motivazioni per cui ci vai, questa è cosa che scegli prima, ma in gran parte dei casi è importante, anzi determinante, con chi ci vai e chiaramente questo non lo puoi scegliere a priori. Stavolta però il caso ha ordito delle sorprese che nessuno si era aspettato, delle condivisioni che travalicavano i confini dell’età e della provenienza, il viaggio era la metafora del nostro desiderio di sapere, informarsi, conoscere. Stavamo tutti alla linea di partenza con il nostro bagaglio di esperienze e di sapere, e con la mente aperta agli stimoli e alle potenzialità degli agenti stimolanti. Fossero come in questo caso le persone.
Ovviamente alcuni partecipanti erano un po’ sulle loro, normale processo prima di affidarsi completamente ad un gruppo. Forse sarebbe durato poco o forse avrebbe percorso tutto il tratto assieme, ma già verso gli ultimi posti del pullman si era formato lo zoccolo duro del gruppo: i giovani, i ragazzini, i sardi e altra varia umanità.
Lo stare alla fine significava avere più libertà di movimento e di chiacchera, trovato il posto, sarebbe stato difficile farci scalzare via.
Ma a prescindere dal valore delle cose viste insieme e dalla qualità del rapporto che si stava instaurando, quello che  non possiamo dimenticare è quello scambio di idee e di emozioni che facevamo a sera tardi, nell’angolo ristretto dedicato al fumo. Un dopocena che era diventato un momento topico senza il quale non si poteva andare a letto.
Ogni notte sempre più tardi, tra una chiacchera e una scappata alla “Tenda” per un hashisha in compagnia. Per me personalmente una sofferenza, perchè sia nell’angolo del fumo, sia al bar, il fumo mi faceva tossire e lacrimare gli occhi, ma sembrava a nessuno importare più di tanto e per questo nemmeno a me.
Vero era che i nostri percorsi mentali, lì, trovavano il momento di quagliare. Confidenze della propria vita, dei progetti per il futuro, dei sogni nel cassetto e delle emozioni della giornata, erano lì che venivano condivisi e in qualche modo elaborati. Ore a parlare, in barba alla stanchezza e al bisogno di stendersi a letto dopo le intense giornate che Luisa ci proponeva quotidianamente.
Luisa ci lasciava dopo le sue sigarette serali, forse con un po’ di invidia perchè noi resistevamo ancora e a volte più di un po’. A lei mancava la possibilità di stare in fondo al pullman con noi e di vivere il cuore caldo di quel viaggio. Che poi magari non era nemmeno il solo cuore caldo. Ma per me era il “mio cuore caldo” e niente e nessuno mi avrebbe fatto rinunciare a vederlo pulsare.
Luisa me l’aveva detto con un po’ di rammarico: “A volte dei viaggi non riesco a godere delle alchimie che si formano tra viaggiatori. Sono troppo presa nell’intrecciare gli eventi della giornata, di mettere insieme le tessere del puzzle. Vi invidio per questo.”
Ero davvero dispiaciuta di non poterla sollevare di qualche problema, di darle una mano seriamente, però conosco il modo di muoversi di alcune persone, abituate a lavorare da sole, ogni aiuto può diventare un intralcio, sia a causa delle velocità di movimento, sempre e comunque diverse, sia per le eventuali difficoltà di comunicazione tra menti organizzatrici. Mi dispiaceva che perdesse quello splendido momento della giornata e ora vorrei poterglielo riconsegnare, ripulito dalla stanchezza e dalla tensione di quei giorni.
Non sempre nel fumoso angolo delle idee bastavano i posti. Molto spesso si aggiungevano sedie qua e là e si intrecciavano voci, si rideva per il pagliaccio di turno, che dall’inizio si era dato il compito di rendere più leggero un percorso che leggero non sarebbe stato. Il lessico stava diventando famigliare, le battute si ripetevano e ormai erano diventate gergo.
Ero curiosa di sapere di quei ragazzi giovani quale fosse stata la spinta per partire e quali erano le loro direzioni, le emozioni, le riflessioni d’oggi. Ciascuno con il bagaglio che gli era stato dato o che aveva raccolto, procedeva a tentoni all’interno di una realtà difficile e piena di trabocchetti.
Perchè viaggiare dentro la Palestina è un percorso di trappole, te ne accorgi giorno dopo giorno, un viaggio per innamorati e per sognatori e anche per razionalizzatori e miscredenti. Difficile applicare le esperienze di prima, perché un prima c’è, quello che non sai è il poi.
E’ un viaggio che cambia, ma nessuno capisce come e quanto e in questo dubbio un po’ ci si perde, un po’ ci si innamora di tutto e di tutti, inutili quasi gli avvisi di Luisa: “I palestinesi si dividono in buoni e cattivi , come in qualsiasi altro posto…” sembra volerci mettere in allerta sulla possibilità di vedere solo il fascino delle vittima, mai quello dei carnefici, anche se vederli come persone mosse da cattive intenzioni, ci sembra davvero difficile: troppo gentili sono i loro gesti, troppo ospitali le loro case e troppo conquistatori i loro sorrisi e i loro grazie.
Comunque innamorati o no, ci siamo presi le nottate per raccontarci, chi più e chi meno, delle nostre vite e dei nostri sogni.
Fumose conversazioni certo, ma che tengo nel cuore.
Certamente viandanti senza confini perchè i nostri pensieri vagavano e valicavano i muri di questo paese senza pace e senza nome.
Abbiamo vissuto un’esperienza comune che ci ha avvicinato più che per una contingenza famigliare. Abbiamo scambiato idee e sorrisi… come potremo mai dimenticare?
Il viaggio è anche questo, amare e crescere insieme, va molto al di là del tempo che dura, va molto più in fondo, si radica in te come una pianta di ulivo, che resiste, fiorisce e dà frutti per anni e anni, contorce il suo fusto per esporre meglio i rami alla luce del sole e resiste, Resiste, malgrado le tempeste e le mani nemiche che la vogliono strappare. Questo è il senso di tutto: un viaggio e delle persone che fanno parte di te, che ti rendono più forte e più certa che la strada è giusta, che non sei sola a percorrerla, che da qualche parte conduce ed altri sono con te.
Sì sono innamorata della Palestina e come un grande poeta scrisse, non riesco più a farne a meno.
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò “”sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.”
(M. Darwish)

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

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