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Le parole delle donne

In Parola di donne on 31 maggio 2011 at 10:49

Sto leggendo un libro di Ritanna Armeni dal titolo “Parola di donna“. Cento grandi nomi della cultura, della politica e dello spettacolo italiano per un “dizionario al femminile”, che fa il punto sul nostro passato e sul nostro presente, per capire dove stiamo andando e per ricordare da dove siamo partite e quanta strada abbiamo percorso. In queste pagine troverete cento voci del privato e del politico, le parole della quotidianità e quelle della filosofia, da abito a zitella, passando per diritti, lavoro, pari opportunità, ma anche desiderio, mamma, sirena, verginità… Cento voci che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, che sono cambiate negli anni, ma che sono attuali più che mai. Un libro corale, cui hanno partecipato, sotto l’abile regia di Ritanna Armeni, donne diverse per orientamento politico, professione, stato sociale, tutte accomunate dall’entusiasmo di esserci, dal desiderio di raccontare, di raccontarsi, di capire. E la voce delle donne, spesso percepita solo come un mormorio indistinto o come un canto fatato e affascinante, in questo libro unico e originale diventa parola chiara e distinta, che interpreta il mondo con coraggio e determinazione.

L’idea è buona. Esistono parole sulle  donne che nel tempo, nel sociale, ma anche soggettivamente cambiano significato o hanno radici profonde e non ancora del tutto spiegate. Pensate per esempio ad Abito, Abnegazione, Aborto, Ambiente, Amore, Autocoscienza, Autodeterminazione, Autorità, Autostima. Pensate a quanto si potrebbe scrivere su queste semplici e “banali” parole. Quante storie intorno. E siamo solo alla lettera “A“. Solo su questi termini, presi uno ad uno, si potrebbero scrivere libri. La Armeni ne ha raccolto un sunto intelligente e colto, a me piacerebbe raccogliere le riflessioni in Rete di amici, conoscenti e blogger viaggianti. Il fascino della Rete è proprio questo: libertà di espressione e di azione, almeno fino a dove questa libertà non lede quella degli altri. E allora perchè non aprire una rubrica settimanale su ciascuna parola raccogliendo le nostre riflessioni? E non è necessario che queste riflessioni siano sempre e comunque al femminile. Sopra di noi c’è il cielo ed è composto da due metà, una di queste è la donna ed oggi è di lei che vorremmo parlare. E chi se non l’altra parete del cielo donna che è l’uomo può intervenire in modo autorevole? 😉

Allora nella mia nuova rubrica PAROLA DI DONNE  lancio il tema di oggi: ABITO e vediamo cosa succede… per il momento lascio questa poesia per farvi un po di compagnia

Le parole delle donne
sono scritte sulle foglie
che abbiamo raccolto
con mani screpolate dal gelo
per riscaldare d’inverno
il focolare
sono incise sulle pietre dei fiumi
su cui abbiamo lavato
con mani rosse per i geloni
i panni dei nostri uomini
sono scolpite sulle madie e sui tegami
dove abbiamo impastato
e cucinato
con mani ruvide per il lavoro
i cibi per la famiglia
Le parole delle donne
sono diventate gocce di sudore
sui campi che abbiamo arato
con mani incallite come legno.
Le parole delle donne
sono diventate
canti di gioia e d’amore
canti di odio e di rabbia
grida di lotta e di morte.
Sono sfuggite dalle nostre labbra
quando ci hanno insultate picchiate
violentate uccise
sono stati silenzi di desideri
mai espressi
di ore di amore perdute
di sottomissione e obbedienza
sono state le grida sulle tavole
dove abbiamo ucciso la nostra giovinezza.
Le parole delle donne
sono il sangue che abbiamo versato con le mani
contratte
nel partorire i nostri figli
nell’abortire i nostri figli.
Le parole delle donne
sono quelle
che nessuno ha mai letto

ascoltato.
Come le radici dell’albero…” di Gabriella Gianfelici

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Cultura e Urania

In Anima libera on 30 maggio 2011 at 8:22

Copertina dell'Urania "Ai confini della realtà"Premessa alla parte venticinquesima
Le cose passano ma il dolore resta. Da sempre ho bisogno di informazioni. Ho sete di cultura e fame di parole, o forse no, meglio: di sentimenti. Ora che mio padre non porta più a casa i giornali per le balle di cartapesta, ho la materia prima in tabaccheria, che per fortuna è anche rivendita di giornali e libri. Mio padre non è molto generoso, soprattutto per favorire la mia cultura, quella che lui chiama “grilli in testa”. Ma io sono diventata furba, mi offro di dargli una mano e intanto allungo le mani e leggo gratis i quotidiani. Bisogna ingegnarsi.
Così oltre che ai lavori di casa mi dedico anche a qualche ora di negozio. L’insegnante d’italiano dice che ho ottime abilità, buona testa, ma che sembra che la scuola non sia la mia prima priorità. Ma vah? I miei stanno già preparando il terreno: “Tu non sei portata per lo studio. Meglio così, faremo studiare Ernesto”. Eh certo, l’erede! Che coraggio. Lui sì che ha una cultura. Se l’è fatta leggendo gli “Urania” che nasconde e non mi vuole prestare. Dice che non sono in grado di capire la fantascienza. Che verme! Io vivo di fantascienza, di fantasia, di fantamondo. Saprei scriverci un’enciclopedia. Ho sete, ho fame e grido al vento, ma nessuno mi vuole ascoltare.

Non sono stata bocciata ma come al solito rimandata in latino. Adesso non lo odio più tanto, ma continuo a fare delle bellissime traduzioni libere, troppo libere. L’insegnante ormai lo sa, deve prendermi per come sono. Io non vedo l’ora che venga il giorno del compito d’italiano e lei non vede l’ora di leggere i miei temi, errori a parte. Dice che sono divertente e mai scontata. Dice che sono capace di inventare termini nuovi e nuovi modi di scrivere, e che non sono abilità normali per una tredicenne. Da un po’ di tempo tutti mi danno più anni di quelli che ho. Sembro più grande? Più matura? Forse è per i capelli che ormai sono lunghi e sempre rossi, irrimediabilmente rossi e poi anche per quel po’ di tette che annuncia il mio definitivo ingresso nella femminilità.
Lorenzo è andato alle superiori e non facciamo più la strada assieme, beh ovviamente a dieci metri di distanza e senza che lui lo sappia, ma l’insegnante di religione, a cui, senza ragione, sto molto simpatica, mi ha presentato Sebastiano, il fratello maggiore e lui invece mi guarda e cerca di starmi vicino. Un po’ mi va e un po’ no. Non so. Non ho deciso. Ho deciso però che queste mi bastano e di tette non ne voglio più. Non voglio che me le guardino.
Dell’insegnante di religione devo però parlare. E’ un prete e questo mi aveva reso diffidente. Per fortuna non un prete vecchio, e visto che insegna religione, è sempre in mezzo ai ragazzi e alle ragazze anche più grandi di me. La cosa strana è che anche per la religione c’è un libro di testo. A me sembra un’assurdità e una spesa inutile. In effetti non l’ho aperto mai. Il libro comunque non è nuovo e l’ho preso come tutti gli altri al mercatino dell’usato. A casa mia i libri si prendono di seconda o terza mano. Almeno i miei. A volte sono così usurati e scarabocchiati che non riesco nemmeno a leggere le parole. Come si fa a studiare sottolineando tutto il libro a penna biro? E’ una cosa che mi fa saltare la mosca al naso. Idioti! I libri bisogna rispettarli, magari non aprirli, ma rispettarli sempre. Tralasciamo. Insomma Don Ferruccio è un prete un po’ diverso dagli altri e tenta di avere un buon rapporto con i suoi studenti. Un giorno ci ha dato un tema: “Convinci un tuo amico che non crede all’esistenza di Dio. Quali sono gli argomenti che useresti? Quali i punti di forza”? A me lo chiedi? Ero allibita. Cosa avrei potuto scrivere se ero io che mi sentivo l’amico miscredente? Bene. Consegnai il compito compilato con una domanda: “Perché dovrei essere io a convincere quell’amico e non lui a farmi diventare non credente? Perché, padre, non mi convince lei con degli argomenti e dei punti di forza”?
Pare che in giro girino anche dei preti diversi. Don Ferruccio non ha fatto una piega. Mi ha detto: “Vuoi parlarne”?. “!” ho risposto. E così ci siamo trovati fuori scuola e lui non ha insistito per parlare, ma mi ha presentato i suoi amici e tra questi: Sebastiano. Posso dire? Un prete così mi piace proprio. Non è prolisso, non fa le prediche, non pretende di sapere più di te e tutto sommato ha l’aria di volersi sollevare le gonne per correre su un campo di calcio più che salire su di un pulpito. Non abbasso certo la guardia ma se questa è l’ora di religione, allora la faccio volentieri e non pianto casini. Punto.
Ho parlato di Sebastiano perché è meno bello del fratello, ma ha l’aria molto più matura ed intelligente. Lui mi parla come se fossi una sua coetanea e a me questo pare strano. Poi sorride e sembro piacergli. Ma credo di sbagliare, penso sia solo molto gentile e beneducato. Amo le persone gentili e beneducate, e poi la bellezza non è tutto. Da quando ha saputo che abito vicino a casa sua spesso appare nel terrazzo e mi saluta agitando la mano. Io rispondo è scappo dentro. Non vorrei che pensasse che sto alla finestra per vederlo uscire. Non vorrei che mi vedesse arrossire. Sia chiaro i ragazzi non fanno parte dei miei interessi. Che poi se sono come Ernesto è meglio evitarli.
A scuola le mie compagne non fanno altro che parlarne, di ragazzi e di feste per i loro compleanni. Molto spesso mi invitano, ma io ci vado di rado e con la pelle sollevata perché non ho mai i soldi per fare un regalino decente. Allora mi sento una pezzente e come non bastasse poi c’è pure il vestito. Mia mamma pensa che siccome cresco velocemente allora non vale la pena prendermi qualcosa che mi vada bene ora. Quando mi compera mi compera solo cose molto più grandi che così se a me non vanno bene se le porta lei. Ma non posso crescere in eterno, quella roba non la potrò mettere mai. Poi le calze non me le vuole prendere e giro ancora in calzini corti come una disperata. Ma pensate che vestita così ridicola mi piaccia andare alle feste di compleanno delle mie compagne? Vorrei solo andarmi a nascondere.
E’ che a casa mia ciò che non è necessario risulta assolutamente inutile. Forse sono io a casa mia ad essere inutile. Non trovo le scarpe perché ho il piede grande. Allora è necessario che usi le scarpe smesse di Ernesto. Ho bisogno del cappotto? Mamma mi rivolta la stoffa di quello del debosciato. Sono orribile. Nessuno si accorge di me o forse fanno solo finta. Sarei orribile comunque ma è uno spreco inveire ulteriormente. Non voglio che gli altri mi guardino ma nemmeno che si schifino di me. Sembro Calimero. Ma parliamo d’altro che è meglio e parliamo di crisi. L’Italia sta attraversando un momento difficile. Anche io sto attraversando un momento di crisi. Siamo entrambi persino senza spiccioli. Io e l’Italia, due disperate. Prima non si faceva che comperare le cose che servivano, poi anche quelle che ti dicevano che ti servivano. Se c’erano i soldi bene, altrimenti si emettevano le cambiali, che sono pezzi di carta che valgono molto anche se a te non pare.
I miei si sono fatti un debito per prendere il negozio, così stanno lavorando da mattina a sera senza chiudere nemmeno alla domenica in modo da superare il momento difficile. Il momento difficile è una montagna di cambiali che sembra il Monviso. E le cambiali sembrano soldi ma prima o poi, anzi prima che poi, le devi far diventare soldi veri. E’ anche per quello che non mi danno mai soldi e non mi comprano mai niente di nuovo, anche i piccoli devono accontentarsi dei vestiti confezionati dalla nonna e di quelli sferruzzati da mamma davanti alla televisione. La guardo e la vedo sfiorire. Mamma è molto stanca. Ha troppe cose da seguire, troppe poche ore di sonno. Questa vita non è fatta per lei. La sua voce è diventata ancora più roca e rassegnata. E’ un filo sottile bagnato di pianto. Io seguo i bambini che per fortuna non sono difficili. Qualche volta mi scappa da pensare che tutto sommato non sono figli miei, ma gli voglio bene e mi dispiace creare loro dei problemi. Nemmeno alla domenica posso uscire. Quando mamma va ad aiutare mio padre in negozio io ho i piccoli, quando non ci va ci debbo andare io. Marinella ogni tanto viene a casa mia a farmi compagnia. Dice che non le interessa uscire, ma mi sa lo fa per me, per amicizia. Ogni tanto viene anche Diana. Lei è sempre vestita bene, ma è figlia unica e i suoi le danno tutto quello che possono che è molto di più di quello che abbiamo io e Marinella.
Casco sempre a parlare delle mie difficoltà, quando invece dovrei parlare di quel sistema sbagliato che fa diventare la gente ancora più povera di quello che era prima. Il frigo ce l’abbiamo ma mi fanno pena le ragnatela che intirizziscono al freddo tristi nella loro solitudine. Non so spiegare, ma mi sembra che oggi per vivere abbiamo molti più bisogni di ieri. Io, per esempio, avrei bisogno di un paio di scarpe e di un vestito decente, ma se devo firmare delle cambiali per questo preferisco andare in giro nuda.
Ma basta! non voglio parlare più dei miei bisogni. Ci sono cose nel mondo che si muovono e che montano. L’America è in guerra con un piccolo paese che si chiama Vietnam. Ma che c’entra l’America con un paese di contadini e di coltivatori di riso. Che scontro è? Davide contro Golia? Sono stanca, stanca di guerra. Sono stanca di morti, di attentati, di bugie e di gente che non gliene frega niente. Io sono per la pace. Io amo la pace, ma sarei anche disposta a fare una guerra per arrivare ad una vera pace. E questo mi sembra contraddittorio… anche se a pensarci bene non lo è. Faccio un esempio: se tu vuoi essere libero e qualcuno ti limita la libertà cosa puoi fare per diventare libero? Glielo chiedi con gentilezza? Gli fai un sorriso e gli fai capire che sta sbagliando? E lui che risponde? Minimo ti ride in faccia. Chiedilo a Gandhi… anche se, in qualche strano modo il suo sistema ha funzionato. L’hanno ammazzato, ma alla fine ha funzionato. Mi sa però che andava bene in India dove c’è tutta un’altra filosofia, ma qui da noi, a casa dei miei? Mah, ci credo poco. Loro vogliono per me un certo tipo di destino. E io non ci penso nemmeno ad assecondarli. Per me famiglia e bambini piccoli e stanchezza e rinunce… sono tutte cose che rifiuto di avere, io vorrei essere orfana e senza famiglia, sai quanto sarebbe meglio.
Poi penso alle bambine dell’orfanotrofio, quelle ombre grigie che passavano per strada, quelle che si mangiavano anche la mia parte in colonia… poverine… sono una scema egoista, io le cose ce le ho e le butterei via, ma la libertà di decidere del mio destino mi è necessaria come l’acqua e come il sole. Nessun albero cresce bene infilato sotto un armadio. Voglio vivere, voglio uscire, voglio essere come tutti gli altri, voglio, voglio, voglio… e nessuno si accorge che mi sembra di morire. Ma cambierà lo so, lo sento: domani cambierà.

Se questo è un uomo

In Anomalie, Gaza, Nuove e vecchie Resistenze on 28 maggio 2011 at 22:53

E’ da tempo che volevo fare una riflessione pubblica sui comportamenti umani meno comprensibili, o almeno quelli che io ritengo meno comprensibili.
E’ possibile che un popolo che ha subito la Shoah in tutta la sua brutalità, possa tacere di fronte alla stessa barbarie perpetrata, dal suo esercito di occupazione (perchè è di questo che si tratta), verso civili inermi?
In questo video si vede solo il comportamento dei soldati riguardo a semplici e disarmati attivisti. Non ho avuto il coraggio di postare i video con le foto dei risultati dell’operazione “Piombo fuso”.  Sono passati solo due anni, non era un’altra epoca, non era un altro mondo. Quei video, quelle foto ci fanno vergognare di essere uomini, e questo Levi lo sapeva bene.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi

(Primo Levi – 1945-1947)

Dicono che….

In Anomalie, Ironia on 27 maggio 2011 at 9:25

Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio.
Anche un’arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete.
Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d’acqua (sì, e poi espellerli, il che richiede il doppio del tempo che hai impiegato per berli).
Tutti i giorni bisogna bere un Actimel o mangiare uno yogurt per avere gli ‘L. Casei Defensis’, che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un’aspirina, per prevenire l’infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l’infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa serve.
Se li bevi tutti insieme, ti può dare un’emorragia cerebrale, però non ti preoccupare, perché non te ne renderesti neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra, molta, moltissima fibra, finché riesci a cagare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone.
Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore.
Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l’Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti… e così via finché ti rimangono 3 denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine…
Bisogna dormire 8 ore e lavorare altre 8, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.
Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno.
Già, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz’ora (attenzione: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz’ora diventa 1 ora).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna annaffiarle tutti i giorni. Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare l’amore tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
Bisogna anche avere il tempo di spazzare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o … dei FIGLI???
Insomma, per farla breve, i conti danno 29 ore al giorno.
L’unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d’acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l’amore (tantrico) col compagno/a che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi genitori. Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l’Actimel, e domani fate cambio.
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi Amici (che bisogna annaffiare come una pianta).
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d’acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo… però devo andare urgentemente al bagno.E ne approfitto per lavarmi i denti…
SE TI HO GIÁ MANDATO QUESTO MESSAGGIO, PERDONAMI PERÓ É L’ALZHEIMER, CHE NONOSTANTE TUTTE LE CURE NON SONO RIUSCITA A COMBATTERE.

Dalla posta quotidiana… 😉

Il bosco degli uomini-libro

In Cinema, Libri, poesia, Senza Categoria on 25 maggio 2011 at 22:50

Stasera zappinando di canale in canale mi sono trovata a rivedere con uno stupore tutto nuovo un vecchio film: “Fahrenheit 451” di François Truffaut. Vecchio film del 1966 tratto dal romanzo fantascientifico e distopico di Ray Bradbury. Per chi non conosce la storia si tratta di una società futuribile (o forse no) che per consentire alla gente di essere felice proibisce di leggere i libri che per questo vengono bruciati in grandi falò. I libri insomma rendono la vita triste e vengono eliminati come strumenti di contaminazione. Montag, che fa il pompiere, viene avvicinato alla lettura da una donna che, come molti altri, nasconde i libri nella propria casa per salvarli dallo sterminio. Montag si appassiona alla lettura finché un giorno, tradito dalla moglie, viene costretto a bruciare i suoi libri pur salvandone uno. Proprio per questo libro uccide il suo Comandante e si dà alla fuga. Raggiunge nel suo pellegrinare un bosco, alla fine di una strada ferrata. In questo bosco vivono gli uomini-libro che conservano i libri nella loro memoria. Non importa che il libro di carta vada perduto l’importante è conservarlo nella memoria e tramandarlo ad un altro che si prenderà la cura di salvarlo per il resto della sua vita. Non ricordo Montag che libro avesse salvato, ma mi è venuto subito in mente il libro che vorrei essere e che vorrei salvare. E’ un libro corto che lessi in due ore durante un viaggio in macchina verso il sud. In effetti più che un libro è un monologo, non un romanzo, ma la sceneggiatura di un film. L’autore non è nemmeno uno di quelli che preferisco, anche se il primo libro che lessi di lui “Seta” mi aveva oltremodo toccato. Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco e mi piace l’idea di passeggiare dentro al bosco raccontandomi e ripetendo agli altri la storia di quel bambino dal nome strano che nacque su una nave da crociera e da lì non scese più.

Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 maggio 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

L’onda che tutto travolge

In Anima libera on 23 maggio 2011 at 9:03

Premessa alla parte ventiquattresima
Forse non ho una voce da rock. E chi se ne importa. E’ quasi la fine del 1963, che anno orribile. Sono stata rimandata a settembre in latino. E pensare che è considerata una lingua morta, figuriamoci fosse viva e vegeta. I miei hanno detto di studiare ché non potevano mandarmi a ripetizione perché non ero in una di “quelle famiglie lì” intendendo quelle con i soldi. Come se non me ne fossi accorta. Però mia mamma, mentre eravamo in vacanza in montagna per merito dei due piccoli che avevano bisogno di cambiare aria, mi ha mandato a ripetizione da un professore in vacanza, che aveva voglia di farmi lezione quanto ne avevo io di subirla. Per fortuna a settembre sono passata lo stesso. Ma mi sa che la mia insegnante lo deve aver fatto molto a malavoglia. Che poi questo è niente, non è stato solo questo che ha reso l’anno orribile. Insomma tu vivi la vita e non pensi che da un momento all’altro può succedere di tutto. Credi di poter vivere per sempre e magari non è così. Eppure sono convinta che se ti svegli e fosse per caso il tuo ultimo giorno di vita, sicuramente lo dovresti sentire, capire dall’aria che ti circonda. In effetti a volte sono sulle scale di casa e ho paura di bussare alla porta, lo sento dentro che qualcosa è successo. Ormai ho imparato a temere queste sensazioni. Lo so che sembra stupido e che dovrei pensare che si tratta solo di una coincidenza, ma ogni volta che mi sento così a casa mi aspetta una cattiva notizia. La cosa che temo di più è per la vita dei miei e per quella dei piccoletti. Preferirei, se fosse possibile, morire prima io, piuttosto di sopportare la loro di morte. Eppure in quel momento no, non ho sentito nulla. Mi sono svegliata quella mattina e non ho presagito nulla. Quella mattina sembrava una mattina come le altre, invece no, era proprio diversa e io non ho capito niente e poi ho saputo.

Sto proprio diventando grande. E le tette poi mi stanno crescendo; non tanto però. Due cose che nemmeno si vedono. Probabilmente non sarò mai come Marinella. Lei è molto femminile ed io invece non sono né carne né pesce. Però sono alta, e i capelli rossi mi si stanno allungando e le lentiggini sul naso mi stanno aumentando. Non che questo possa cambiare la sostanza delle cose. Ho un’aria molto impertinente e gli occhi… beh! gli occhi… insomma ti mandano affanculo o ti amano senza una via di mezzo. Dicono che sembro sentirmi superiore, forse è per questi occhi. Ma perché cavolo non riesco a nascondere i miei sentimenti? Ho gli occhi che parlano e a volte parlano troppo.
Che poi lo so che non importa l’aspetto fisico. Quello che è importante è stare bene con se stessi ed io con me sto bene come un cane che convive con un gatto astioso. Vorrei essere in un modo e finisco con l’essere in un altro. Convivono in me due persone, una è ragionevole, matura e comprensiva, l’altra è ribelle, insofferente e a volte un po’ cinica. E queste due parti sono eternamente in lotta. Come fare? Come riuscire ad essere una persona sola malgrado le contraddizioni? Una parte accusa l’altra di essere di volta in volta troppo accondiscendente oppure troppo aggressiva e, in verità, non so nemmeno qual è la mia vera anima.
Sinceramente è difficile crescere e diventare adulti. E’ soprattutto difficile essere se stessi se nemmeno tu sai qual è la tua parte più vera. Inoltre non ho deciso io che voglio crescere. E non aiutano i fatti della vita. Non aiuta non essere mai incoraggiata a diventare migliore. Non aiutano nemmeno le delusioni, le paure e le casualità. I continui rimproveri anzi mi portano a reagire. A mostrare le unghie. Ce ne sono fin troppi che vogliono insegnarmi a vivere.
Faccio un esempio, magari non c’entra molto, saranno state le lezioni di canto, fatte dalle suore, ma l’insegnante di musica mi ha proposto di entrare nel coro della Basilica di San Marco. Forse perché ho una bella voce da soprano, mica da cantante rock. Avrei dovuto essere felice perché oltre che a scrivere, disegnare e ballare, mi piace pure cantare. Vero che avrei preferito diventare una cantante rock, ma anche entrare nel coro della Basilica mi pare una bella possibilità. A quella notizia mia madre, invece di essere contenta, mi ha detto che non ci potevo andare perché non avevo tempo da perdere. Così ci sono andata solo una volta sapendo che non avrei potuto continuare e le coriste sono state molto gentili con me, ma io ero imbarazzata perché sapevo che non le avrei più riviste. Per fortuna che erano tutte intorno ai 150 anni e con loro non avrei potuto competere, una ragazzina in mezzo a tante donne con l’aria da beghine… ma con la voce da angeli. No! non potevo tornarci e gli ho detto che mi dispiaceva, ma dovevo studiare. Non ce l’ho proprio fatta a dire loro che avevo la scuola al mattino e due fratellini da crescere il pomeriggio. Non mi avrebbero creduto.
La mia libertà dura il tempo di carosello. Ho paura che dietro ogni cosa che sembra bella si possa nascondere il pericolo, il brutto, la minaccia. Carosello insegna a comprare, ma di soldi non ce ne sono. E’ come guardare da una vetrina i dolci. Ti viene l’acquolina in bocca ma non puoi fare che sbavare sul vetro. Non voglio diventarne schiava; della televisione. In fondo è solo una scatola. La mia libertà comincia con quella musichetta quando si apre il teatrino. La mia libertà finisce con la stessa musichetta, quando si chiudono le tende del teatrino. Poi diritta a letto. Per il resto la mia vita è degli altri. E’ una crudeltà avere dodici anni. Quindi via i sogni. Non diventerò corista di musica sacra come non diventerò mai una cantante rock. La vita è un guardiano senza cuore. E senza pietà. Non lascia respiro. Cerchiamo di essere realisti. Alcune cose mi sono precluse. Le posso solo sognare, questo non costa niente, tranne qualche nota a scuola quando mi trovano con la testa nei miei film. Ma è veramente un peccato mortale lasciarsi sognare?
Io vorrei essere là; vorrei essere in piazza. Ho imparato a non fidarmi. Ma non c’è nemmeno il tempo di prendersela. Alla rabbia si sostituisce il dolore. La vita va di fretta. Va in diretta. Come dicevo è difficile crescere. Ed è difficile affrontare la realtà nuda e cruda. Insomma questa mattina in classe, senza nessun preavviso, è arrivata la notizia che c’è stato un enorme disastro lì, sulla diga del Vajont. Sono l’unica a sapere che cos’è il Vajont perché ne ho letto sugli articoli della giornalista combattiva dell’Unità. Però non è crollata la diga come pensavo, ma un’onda enorme ha scavalcato la diga ed è caduta sopra Longarone e si è portata via tutto il paese. Anche quel paese io lo conosco perché per andare in montagna sono passata di là col treno. Ma guardando le scene per televisione di quello che è rimasto non sono riuscita più a riconoscerlo, non è più la stessa cosa. Quel paese si è trasformato in un paesaggio lunare. Come si può restare indifferenti? Come si può non piangere su tanto disastro? Ma come cavolo hanno fatto a raccogliere un grande lago sotto una montagna che da sempre si chiama Toc e che “a toc”, ossia a pezzi, cade nell’acqua?
E Tina l’aveva detto e nessuno l’aveva ascoltata… idioti! E la gente muore: donne, uomini e bambini. E perché muore? Perché a qualcuno non interessa la loro sorte, ma fare denaro. Se fossi i miei genitori non pagherei più le bollette della corrente elettrica. Così imparano. A proposito di questo, scusate la mia ignoranza, ma non mi so proprio immaginare come da una bomba si può dare energia alla nostra lucidatrice. Comunque se fossi… ma non sono. E’ dura superare questa rabbia e questa delusione. Vorrei essere più forte e non farmi prendere dallo sconforto. Vorrei… vorrei un sacco di cose, e non so nemmeno io cosa. Le lacrime non consolano le cose. Ma non basta questo. Un altro giorno resto con il naso incollato alle immagini della televisione: hanno ucciso il Presidente degli Stati Uniti, quello giovane, carino e con il ciuffo, quello che ha aiutato i neri ad emanciparsi, quello che ha schierato i soldati davanti alle scuole per i neri, per farli entrare, quello che forse era troppo democratico. Questi americani proprio non li capisco. Credo che non riuscirò più a farmeli piacere. Per tutta la vita.
E’ uno strano paese questa America. Ma si può sopportare tutto questo? Io non ce la faccio. Capitemi. Io sono donna, non sono libera, non so come fare per venirne fuori, il mondo intorno a me va a rotoli e mi sento travolta da un’onda di fango che non mi lascia possibilità di respirare. Devo trovare qualcosa a cui aggrapparmi. Devo uscire di qui. Nessuno mi ama e a nessuno interessa che io un po’ alla volta stia morendo. Vorrei diventare adulta finché c’è ancora questo mondo. Dare una mano a chi dà una mano. Cercare di renderlo migliore. Piango nella mia prigione. Lasciatemi uscire! Lasciatemi respirare! Lasciatemi vivere!
Qualcosa succederà. Ed io qualcosa farò… non mi lascerò soffocare così. Non sono nata per questo.

Con la forza della gioventù

In Anomalie, Gaza, Giovani, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze on 19 maggio 2011 at 14:55

“Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. Ci siamo rotti i coglioni di rimanere imbrigliati in questa guerra politica; ci siamo rotti i coglioni delle notti nere come il carbone con gli aerei che sorvolano le nostre case; siamo stomacati dall’uccisione di contadini innocenti nella buffer zone, colpevoli solo di stare lavorando le loro terre; ci siamo rotti i coglioni degli uomini barbuti che se ne vanno in giro con le loro armi abusando del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani colpevoli solo di manifestare per ciò in cui credono; ci siamo rotti i coglioni del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro Paese tenendoci ingabbiati in un pezzo di terra grande quanto un francobollo; e ci siamo rotti i coglioni di chi ci dipinge come terroristi, fanatici fatti in casa con le bombe in tasca e il maligno negli occhi; abbiamo le palle piene dell’indifferenza da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti in esprimere sconcerto e stilare risoluzioni, ma codardi nel mettere in pratica qualsiasi cosa su cui si trovino d’accordo; ci siamo rotti i coglioni di vivere una vita di merda, imprigionati dagli israeliani, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo. C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un’immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione è stata quando il 30 Novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti allo Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori incarcerandone alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare. Alcuni giorni dopo, alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. E’ difficile trovare le parole per descrivere le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’Operazione Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e sogni. Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano, ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche visto che non avevamo nessuno posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori pesanti. Ci portiamo dentro una pesantezza così immensa che rende difficile anche solo godersi un tramonto. Come possiamo godere di un tramonto quando le nuvole dipingono l’orizzonte di nero e orribili ricordi del passato riaffiorano alla mente ogni volta che chiudiamo gli occhi? Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo alta la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della Terra. Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad affrontare i missili, a portare a termine la missione impossibile di vivere una vita normale e sana, a malapena tollerata da una enorme organizzazione che ha diffuso nella nostra società un cancro maligno, causando la distruzione e la morte di ogni cellula vivente, di ogni pensiero e sogno che si trovasse sulla sua strada, oltre che la paralisi della gente a causa del suo regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione giustificata e sostenuta da un paese cosiddetto democratico. La storia si ripete nel modo più crudele e non frega niente a nessuno. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia! Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. E’ chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano più accettabili. Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento! Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per riguadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo. Costruiremo sogni dove incontreremo muri. Speriamo solo che tu – sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto!- ci supporterai. Per sapere come, per favore lasciate un messaggio o contattaci direttamente a freegazayouth@hotmail.com. Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace. LIBERTA’ PER I GIOVANI DI GAZA!”

Musica e altri disastri

In Anima libera on 17 maggio 2011 at 7:13

Immagine BN dei Beatles agli iniziPremessa alla parte ventitreesima
Se Zorro rifila a Dio tre pappine questo mica mi cambia la vita. Penso sempre più spesso all’amore. Mi guardo allo specchio e mi domando se sono una persona che si può amare. Quali sono le qualità che si devono avere per essere amata? La bellezza? La docilità? La simpatia? Chissà perché credo di non avere certe qualità. Per esempio non c’è mai nessuno che si offra di difendermi, di farmi da paladino. I maschietti sono davvero un mistero. Sbavano per la squadra di calcio e per l’ochetta della classe che ha lo stesso fascino di una carruba. Si chiama Rita e smorfie e lagna sono le sue armi. Nel caso mio funzionano come il DDT e mi tengono distante sia dai ragazzi che da lei. Eppure sembra l’emblema della ragazzina amata veramente. Insomma… ho sempre detto che non mi voglio innamorare più… cioè mai. Non ho mai detto che non mi piacerebbe essere amata. Sono curiosa. Mi piacerebbe vedere l’effetto che fa.
A volte con Marinella ci si confida. Lei ha già le tette e anche le sue cose, ma non si sente più amata di me. Chissà cosa affascina i maschietti? Ma perché me ne preoccupo? Mica ci devo stare insieme con quelli. In effetti in seconda c’è Lorenzo. Carino, biondo e soprattutto abita a due passi da casa mia. Tento di farci la strada assieme, ma lui neanche mi bada. Credo di vederlo bello e importante perché suo padre è un poeta. Sapete: un vero poeta! Insomma uno che vive della sua poesia e dà da mangiare anche ai suoi due figli e che ha una casa bellissima, con una grande terrazza. Dalle finestre di casa guardo la sua terrazza e non so se preferirei vedere Lorenzo oppure sognare ad occhi aperti di coltivarci i miei fiori preferiti e magari anche i miei formicai che non ho ancora del tutto dimenticato.

Io e Marinella siamo diventate amiche. Ma proprio amiche. Di quelle per la vita. Mica c’è problema se lei è ripetente. Vive con una madre piccolissima che è un carabiniere e un fratellino piccolo che è un amore. Il padre è sempre lontano, credo sia malato o giù di lì. Lei è mite. Siamo molto diverse, ma ci capiamo molto bene. Sarà che lei è povera e vive in un piano terra dove arriva spesso l’acqua alta. Anch’io sono povera, ma di una povertà diversa. Già è terribile andare a scuola con gli stivali di gomma, ma svegliarsi e mettere giù i piedi nudi dentro all’acqua è molto peggio. Lei non si lagna mai. E’ straordinaria. Io provo molta più rabbia di lei per le condizioni in cui vive. Io vorrei dividere con lei il mio letto asciutto, ma già lo divido con quell’antipatico di Ernesto e starci in tre non mi sembra proprio il caso. Che poi Ernesto, l’ho capito, caccerebbe me dal letto e si prenderebbe cento volte più volentieri la mia amichetta. Sta diventando strano pure lui. E’ diventato uno spilungone e ha cambiato pure la voce, che adesso raschia come un mestolo nella pentola. Inoltre, cosa ancora più strana, adocchia le mie amiche.
Confesso che pure io ho avuto le mie cose e mi sono pure presa un coccolone. Non l’ho detto a nessuno, a nessuno tranne che a Marinella, ma lei sa. Possibile che nessuno potesse avvisarmi di come funzionava? Dovevo pensare di essere affetta da una grave malattia prima di capire che quella malattia mi sarebbe venuta ogni mese per il resto della mia vita. Mamma invece non sa. Che poi mia mamma si è spaventata più di me e non sapeva come spiegarmi. E’ corsa in camera sua e mi ha confezionato un panno di spugna e tela ripiegato un sacco di volte e fissato da due spille su un elastico che dovrei tenere attorno alla vita. Ma non c’è un sistema più comodo?
Inutile chiedere. Si fa così e così devo fare. Io sono perplessa. Non mi sembra logico dovermi regolare così, anche perché in quei giorni non mi sento mai a mio agio e mi si proibisce persino di fare il bagno. In realtà non mi sembra logico dovermele tenere tutti i mesi di tutta la mia vita. Dovrò inventarmi qualcosa, non le voglio. Uffa! che scocciatura; ma a che serve tutto questo? Devo abituarmici e accettare anche questo limite? Si vedrà. Non sono sicura che mi adatterò. Marinella mi dice che lei sta sempre male quando “le vengono”. Eh no, anche il dolore ci si mette. Non è giusto… non è giusto perché solo le ragazzine hanno le loro cose e i maschi no. Se ci fosse un Dio sono certa che sarebbe maschio. E’ una ingiustizia bella e buona verso tutte le femmine. Lei, Marinella, dice anche che così sono diventata donna. Non posso vivere col sangue tra le gambe. Provo vergogna. E imbarazzo. Se me lo chiede come lo spiego a Ernesto, che già del tutto a posto non è, e che me lo devo tenere dentro il letto lungo com’è. Cosa vuol dire che sono diventata donna? Ho solo un difetto in più. Mi stava giusto per scappare una parolaccia. Sono solo un po’ più piaga. Voglio essere maschio.
A parte queste stupidaggini, stanno succedendo cose entusiasmanti nel mondo. Ci sono quattro ragazzi in Inghilterra che suonano e cantano da Dio. Io li ascolto sulla radiolina, quella di papà che gli serve per ascoltare le partite. Cerco una stazione americana che credo sia trasmessa da una base militare americana, non capisco una parola di quello che dicono ma…. che musica ragazzi! Questo complesso ha un nome significativo: Beatles, che deriva da Beat che vuol dire battere e Beattle che vuol dire scarafaggio. Non sono scarafaggi, sono deliziosi. Sia chiaro che tutti quattro hanno il ciuffo! Ossia lo stesso ciuffo sugli occhi, come il ragazzo che ho incontrato all’edicola. Beh! non proprio lo stesso. Il suo era diverso. Lo faceva più… carino. Sempre ciuffo è. E’ una cosa moderna e ho deciso che pure io mi farò crescere il ciuffo e imparerò a cantare in inglese. Voglio essere rock e moderna e cercherò di farmi spiegare da Marinella come si fanno a ballare questi balli moderni, ammesso che lei lo sappia. Certo è più grande di me, ma con quella sua piccola madre carabiniere… mi sa che non ne sa più di me.
La musica rock mi mette le farfalle allo stomaco, prima che con le gambe la sento dentro alla pancia e mi si irradia alle braccia e alle gambe come una scossa elettrica. E non so stare ferma. E non riesco più a dominare i miei piedi… La musica è vita. La musica è amore. Io amo ascoltando musica e il mondo mi ama trasformandosi in musica. Il Piccoletto crede che io sia un Juke Box. Mi chiede che gli canti Sanremo e mi accenna i motivetti che io non capisco. Devo educarlo a qualcosa di meglio, non può andare avanti così, quella che vuole non è musica.
La Pargoletta diventa sempre più carina, ma vive in simbiosi con la mamma. Se mamma ha mal di pancia ne soffre anche la piccola e se la bambina ha fame, mia mamma si mette a mangiare. Che fenomeno strano. Io ho fatto di tutto per separarmi dagli adulti mentre la mia sorellina sembra vivere solo in rapporto esclusivo con mia mamma. Sono due corpi come un corpo solo. Mi fa strano. Avrei giurato che il mondo stava andando avanti e che non avrebbe mai potuto tornare indietro . Invece non è così. Mi sento molto sola perché non trovo nessuno che tenti come me di cambiarlo questo mondo. Chiedo a Marinella come le piacerebbe vivere e cosa le piacerebbe fare nella sua vita. Lei mi guarda stupita, sembra che non si sia mai posta la domanda, ma non è vero, lei se l’è posta, ma le manca la speranza che qualcosa possa cambiare. Lei mi dice che deve tenere i piedi per terra e che il suo destino è di finire le medie e di andare a lavorare.
Per quello ho anche io lo stesso destino, solo che lungo la strada sto facendo il diavolo a quattro. E se potessi studiare? Io lo so cosa vorrei fare e purtroppo non è una cosa sola. Per esempio vorrei scrivere. Mi piace scrivere. Adesso anche l’insegnante ha capito che non la sto prendendo in giro. Si è abituata al mio modo di scrivere sgangherato e debordante. Dice che ho talento, a parte gli errori di grammatica e anche quelli di distrazione. Legge i miei temi in classe però mi dà quattro per gli errori di ortografia. Valla a capire. A me interessa poco. Leggere e scrivere sono un piacere a cui non rinuncerò facilmente. Ecco visto che amo scrivere sono sicura di non poter diventare una scrittrice, però potrei per esempio diventare una giornalista. Sapete una di quelle famose che gira per il mondo e che guadagna quanto basta per potersi permettere questo lavoro. Ma non esistono donne reporter, almeno io non ne conosco. No veramente una la conosco ed è una veneta. Però scrive sull’Unità che è il giornale dei comunisti.
Come si sa solo i russi e i comunisti consentono certi lavori alle donne, come fare la cosmonauta oppure la giornalista. Questa giornalista che conosco è battagliera e mi piace il suo stile. Denuncia alcune irregolarità per la costruzione di una grande diga per la produzione dell’energia elettrica. Certo è giusto produrre la corrente elettrica in un modo così naturale, ma se quella diga si rompe? Beh non è proprio questo il problema, comunque anche lei fa il diavolo a quattro e capisco che bisogna sempre lottare per le proprie idee anche contro tutti. E Tina Merlin, così si chiama quella donna che ammiro e invidio, ha proprio contro tutti.
Un’altra cosa che vorrei fare è la pittrice. Magari vorrei specializzarmi in qualcosa di diverso dai formicai e dalle carte geografiche, qualcosa di più creativo. Ma a casa mia stentano sia i colori che i fogli bianchi. E poi se il Piccoletto ne vede uno lo riempie subito con la zeta di Zorro e addio capolavoro. Che poi a me andrebbe bene qualsiasi lavoro, io sono volonterosa e pratica, ma per arrivarci vorrei studiare e mica improvvisarmi. Prima bisogna curare il cervello e poi fare un qualsiasi lavoro. E’ anche per una mia soddisfazione. E perché non so liberarmi delle mie curiosità. Curiosa sono nata. E curiosa di tutto. Allora sì che si lavora bene e con voglia. Allora sì che si può amare qualsiasi lavoro.
Ma non ho voglia di pensare a cose serie. A volte si ha bisogno di pensare a cose stupide perché a sbattere la testa contro i muri si finisce per rompersela. E allora perché non esagerare coi sogni?… E se decidessi di diventare una cantante rock?

Roma e migliaia di bandiere, con Vittorio nel cuore.

In Amici, Gaza, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 maggio 2011 at 10:30

con vik nel cuore

Sabato c’ero anch’io! Anzi per la verità c’eravamo anche noi ed eravamo in tanti, davvero tanti, gente varia, da molte parti d’Italia, gente diversa, ma con un’unica parola d’ordine: “Restiamo Umani”.
Vittorio ci ha accompagnato passo a passo lungo tutto il corteo che man mano procedeva, si ingrossava sempre di più fino a diventare un mare di bandiere con i colori della Pace, della Sofferenza, della Volontà e della Cooperazione.
C’è una nave che salperà anche dall’Italia e che condurrà verso Gaza gli sforzi di chi desidera portare aiuto ad un popolo prigioniero e diseredato della sua dignità prima ancora che della sua patria.
Noi c’eravamo. Io, Mario, Daniela, Iris, Stefano, Sonia e pure Paolo il piccolino con la Bandiera palestinese piccola per le sue ridotte dimensioni. Tutti amici che si sono dati appuntamento e che si sono rivisti con gioia. Con entusiasmo abbiamo percorso la lunga strada che da Piazza della Repubblica ci ha condotto a Piazza Navona. Un corteo festoso che non ha neppure degnato di uno sguardo lo schieramento dei poliziotti preoccupati di difendere l’indifendibile: un governo corrotto e senza dignità che ci chiama quotidianamente terroristi, sporchi e comunisti.
Che c’importa se ci dileggiano ciò che conta è che dimostrano quotidianamente anche la paura che non sarà sempre così. Un giorno anche noi rialzeremo la testa e ci libereremo anche di questo oltraggio. Ma sabato no, era altro che volevamo raccontare. Volevamo rendere evidente una verità che quotidianamente viene nascosta e manipolata. Chi ha il potere e il denaro viene sempre e comunque rispettato. Chi è umile e povero possiede una vita che non ha valore, dei diritti che non devono per forza essere rispettati, i suoi figli possono essere martoriati e uccisi. Vittorio questo lo sapeva e ha cercato di farcelo conoscere rischiando ogni giorno la vita, per quegli umili e anche per noi stessi e per la nostra dignità.
Vauro Senesi ha ragione: Noi siamo responsabili perché Vittorio è morto, noi più degli altri perchè sapevamo, perchè, pur consci del pericolo, lo abbiamo lasciato solo nella lotta. Questo è quello che molti di noi non si perdonano. Io prima degli altri. Vittorio era un amico e non ho mai fatto abbastanza per difendere le sue e nostre idee. Non ho saputo fare da scudo umano di idee contro le menzogne ad uno scudo umano che rischiava ogni giorno la sua vita per quei derelitti vivi, future vittime di un nuovo genocidio e per quelli morti che non si possono dimenticare.
Mi sono fatta una promessa: difenderò con le unghie e coi denti e con le poche armi dell’informazione che sono in mio possesso il nuovo viaggio di pace della “FREEDOM FLOTILLA 2” che cercherà di forzare ancora una volta l’assedio israeliano di Gaza. Voglio con tutte le mie forze che certi scempi non siano più commessi in nome di un falso diritto alla sicurezza che viene sancito dalla prepotenza di un governo senza scrupoli nel favorire i propri diritti calpestando quelli di un altro popolo. Voglio che la pace sia fatta senza avanzare scuse alcune e senza vessare una parte a favore del più potente.
Ma adesso basta, non volevo fare un comizio, volevo solo raccontare di una giornata di sole dove i colori prendevano risalto e i sorrisi erano più luminosi che mai. Ho vissuto una giornata stupenda assieme ad amici stupendi che mi hanno fatto sentire veramente umana, umano è, in questo caso, un termine che non ha avuto quel valore di limite che in genere gli si dà. Essere umani è restare deboli ed indifesi nei confronti delle offese della vita. Restare umani e esserlo invece è, per me, quel valore aggiunto che sabato mi ha fatto stare bene con gli altri e con me stessa. Ringrazio i miei amici e tutti i partecipanti della manifestazione di appoggio alla FREEDOM FLOTILLA 2 e Marele e il grande Vauro per l’emozione che mi è stata data e concludo con le parole del nostro Vik: malgrado le brutture e le ingiustizie del mondo, amici “Restiamo Umani”.

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