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Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

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Un anno e niente più

In Amici, Anomalie, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, poesia, uomini on 4 aprile 2012 at 23:27

E’ tutto oggi che ci penso: è mai possibile che ci siano sistemi che tremino di più di fronte alla poesia che alle bombe?
Si chiamava Juliano Mer-Khamis era al 100% israeliano e al 100% palestinese. Quello che significava questa frase era che, dal padre palestinese, aveva ereditato tutta la poesia dell’uomo di pensiero e dalla madre israeliana, la grande perseveranza della donna di azione.
Lui aveva scelto di stare dalla parte dei bambini palestinesi, come l’aveva scelto la sua coraggiosa madre Arna l’israeliana. Il teatro era stata un’idea della madre lo aveva voluto a Jenin, un campo profughi nato dall’esodo forzato della Nakba.
Perché spaventasse alcuni “poteri forti” un registra-attore, che aveva fondato il suo teatro a Jenin e che l’aveva chiamato, chissà perché, Freedom Theatre, insegnando ai ragazzini a diventare qualcun, mettendoci la faccia, non si riesce a capire.
Tanto che hanno distrutto il suo teatro e lui l’ha ricostruito, hanno arrestato i suoi aiutanti e lui ha continuato l’attività e alla fine comunque l’hanno ucciso.
Ma il Teatro continua e i suoi bambini continuano a calcare le scene, qualche volta sbagliano le battute e altre volte lasciano la scena, perché così hanno scelto o qualcun altro ha scelto per loro. Chi può dire se è davvero un errore? Chi può negare loro il diritto di resistere?
Dedico anch’io, dal mio modesto blog, un piccolo tributo alla coerenza e al coraggio. Arrivederci Juliano… è da un anno che un’altra stella splendente sta nel cielo dei grandi.

Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

La giornata dell’Amnesia, ovvero essere spettatori silenti di altre atrocità.

In Anomalie, Antifascismo, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 4 febbraio 2012 at 1:08

 Lo so quest’anno non ho avuto tempo di scrivere il solito post commemorativo del Giorno della Memoria. Abitudine che trovo salutare, per il valore morale che ha, anche se mi rendo conto che molte persone e più qualificate di me lo fanno meglio e che pertanto ogni mio apporto risulta al confronto insignificante.
E’ giusto ricordare l’ingiustizia perpetrata verso altri esseri umani inermi. Le immagini e le storie degli ebrei, rom, omosessuali, oppositori rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento, non possono essere dimenticate. E’ spaventoso il male che è stato fatto, come è criminale il silenzio di chi sapeva.
Ma la domanda determinante è: chi sapeva? Erano pochi? Molti? Nessuno? Difficile dirlo, anche se è evidente che tutti sapevano, chi molto e qualcuno meno, ma tutti sapevano. C’erano i rastrellamenti, e i treni venivano caricati e partivano, passavano, tutti li vedevano e nessuno parlava. E allora ti chiedi: come si convive con la propria coscienza, sapendo di aver saputo? La risposta io non ce l’ho. Non credo avrei sopportato. E’ troppo difficile per il mio carattere restare muta di fronte ad un’ingiustizia, nemmeno oggi ci riesco, nemmeno ora accetto la verità comoda, la deresponsabilizzazione generica, il fatto che quello che non è a me non mi riguarda.
E allora come mai c’è così tanta gente intorno a me che è spettatrice silenziosa e “falsamente incosciente” di quello che accade? E oggi sarebbe anche più facile conoscere, approfondire. Non parlo di sapere, perchè per sapere si sa, solo che si cerca una giustificazione, una assoluzione frettolosa, generica.
Ma non c’è giustificazione per la smemoratezza, se ha già prodotto nel tempo così tanti danni. Essere spettatori silenti e immemori quanto ci costerà? Quando saranno alla portata di tutti le storiche ingiustizie e atrocità odierne a cui noi abbiamo assistito e che non abbiamo denunciato, come ci sentiremo? Come faremo a convivere con una simile responsabilità?
Continuo a non sapermi dare risposta. Vorrei da quest’anno, però, inserire nelle commemorazioni la Giornata dell’Amnesia. Quella giornata che ti fa chiedere se davvero hai pensato che il tuo impegno preso di fronte a tanta malvagità passata, appunto quella che ci ha fatto dire: MAI PIU’, forse non basta più e forse richiede un nuovo impegno, un approfondimento maggiore, una partecipazione memore che abbiamo dimenticato. Una giornata dell’Amnesia dove tutto va riconsiderato e da spettatori ciechi e silenti si diventi attori della vita, in tutte le sue parti, anche più nascoste e volutamente negate. Poter dire davvero MAI PIU’, e non ANCORA SI RIPETE, poter riuscire a convivere con se stessi e con gli altri in serenità e senso di completezza. Io voglio ricordare tutto e voglio che i diritti umani abbiano per tutti lo stesso valore, voglio che sia rispettato il valore umano in ogni luogo e in ogni situazione, voglio vedere un mondo di giusti che sappiano tendere la mano, di forti che garantiscano la sicurezza di tutti, vorrei un mondo partecipato. Probabilmente solo così domani sapremo perdonare e perdonarci.
E nel frattempo un solo invito che non mi dimenticherò mai di ripetere: malgrado tutto e soprattutto Restiamo Umani.

Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

Fuori dal mondo, dentro ad un muro

In Amici, amore, Informazione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 29 dicembre 2011 at 14:36


Ho colto su Facebook il diario di quella giornata di una ragazzina di 17 anni. Ovviamente una ragazzina talmente non comune, che è riuscita a cogliere da una giornata che pure io ho vissuto con gioia e condivisione, quel lato umano che noi adulti non siamo riusciti a cogliere.
Io c’ero ed avevo altri occhi e provavo altre emozioni, forse non meno forti, ma, sicuramente, mediate dalle esperienze che hanno riempito la mia vita, forse fuorvianti, forse desensibilizzanti o forse solamente diverse.
Rivedendo quella giornata con i tuoi occhi cara Sha Den, ho rivissuto quelle emozioni con gli occhi perduti della mia gioventù. Gli occhi che mi facevano vedere i sogni e possibile anche l’impossibile, che mi consentivano di vedere le lacrime interiori di un essere umano ferito, e credere a quelle esteriori fino in fondo.
Grazie per tutto amica mia e malgrado tutto RESTIAMO UMANI con Vik nel cuore.

“Domenica sera. Monotonia. Il silenzio. I biscotti nel latte. Il freddo. Le coperte. I compiti non fatti di matematica. Qualche misero pensiero che gironzola ancora per poco nella mia testolina. La stanchezza partorita da un’intera giornata di dolce far niente. Un’altra domenica oggi. Oggi… Ma ieri?

Da ieri ho un’immagine fissa in mente, è costante, e ritorna.. ritorna e si ferma, resta.

Sono gli occhi di un ragazzo: Mohammad, 26 anni, palestinese. L’ho incontrato ieri mattina al convegno “Assetati di giustizia“, evento al quale ho voluto partecipare ad ogni costo, e non solo per saltare l’odiata ultima ora di latino.

Bulciago (Lecco), città natale di Vittorio Arrigoni, ha ospitato così tante persone ieri: eravamo in tanti a voler prender parte a quell’incontro incentrato sulla terrificante realtà di Gaza city e di tutta la West Bank. Alla vista di tutta quella gente, la maggior parte italianissima,non ho pututo far altro che abbandonarmi ad una mega risata di gioia, che non sono ruscita a contenere perchè, per la prima volta, ho capito che sono in tanti a volere la libertà per il popolo Palestinese.

“Sei nata in Italia tu, cosa te ne frega Shaden, pensa a star bene qui, non puoi fare assolutamente nulla per la Palestina, il mondo va così, e tu non sei nessuno per fare qualcosa di reale e concreto!” Ecco, ecco le parole mescolate all’interno di frasi che tanto odio, e che mi vengono costantemente ripetute. Mi sento abbattuta, in me prevale un senso di frustrazione dopo aver udito la solita persona che se la sghigna ripetendomi cose che non vorrei sentire. Il sabato di ieri e Bulciago però, mi hanno sollevata da quel senso di “nessuno mi capisce, oh no sono persa”, perchè ho capito che se si guarda dall’altra parte della medaglia, c’è un lato bello, limpido, e non superficiale, c’è un gran bel gruppone di persone che ha riposto la parola “INDIFFERENZA” nel cassetto più sicuro dell’armadio che porta a Narnia. I miei occhi gridavano felicità ieri, e con i miei anche quelli di centinaia di persone… e la felicità si raddoppia quando è condivisa, è totale.. o quasi… Si, perchè tra quella folla c’era Mohammad e i suoi due occhioni scuri, freddi, indifferenti, sembravano aver perso tutto il calore che emanano gli occhi del deserto. Se ne stava fuori a fissare il vuoto mentre fumava una delle sue malboro; faceva freddo ieri a Bulciago, ma lui era lì immobile e la temperatura che sapeva d’inverno sembrava essere l’ultimo dei suoi problemi. Perchè era li, solo, zitto? Perchè non era stato colto anche lui da quell’ ondata perfetta di gioia e felicità? Perchè continuava a starsene da solo, perchè? Che arabo strano, non lasciava trasparire nulla. “Apatia portami via” pensavo tra me e me.. Sembrava fuori dal mondo, e a me, che per natura ho pregiudizi verso quasi tutti, iniziava già a stare antipatico. Sparisce, non lo vedo più, e io sinceramente ero stanca di improvvisarmi agente segreto/psicologa, così decido di rientrare per continuare ad ascoltare tutte le testimonianze che mostravano un popolo sofferente, sotto occupazione da anni, che resiste perchè nelle sue vene scorre sangue di Palestina, sangue forte.

Dunque rientro in quella stanza enorme, illuminata solo dal videoproiettore con l’immagine di Vittorio, e non sento altro che un suono perfetto: il silenzio. Sono bassa, mi rimpicciolisco ogni anno di qualche centimetro, ero troppo in fondo e decido di avvicinarmi per vedere meglio, e lo rivedo. Mohammad con il microfono in mano, gli occhi lucidi, pieni di lacrime di rabbia e tristezza, occhi nostalgici. Stringeva tra le mani una kufiah consumata, e continuava a piangere e a masticare qualche parola un po’ in inglese, un po’ in arabo. Vedevo quell’uomo così triste, e lo vedevo così fragile sebbene la sua corporatura fosse robusta. Solo dopo ho capito. Lui era una testimonianza, LA testimonianza. Dopo essermi trovata davanti all’immagine di Mohammad che consegna la kufiah consumata alla mamma di Vittorio, mentre continua a piangere e a chiedere scusa, ho cercato di ricostruire la sua figura.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, arrivato a Bulciago per l’occasione, per la prima volta in tutta la sua vita ha messo piede fuori da quel muro che sembra così imbattibile. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, uno dei migliori amici di Vittorio, uno degli ultimi ad averlo visto, l’unico ad essere in possesso della sua kufiah.

Solo dopo ho capito, solo dopo. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, amico di ViK, si ritrova in un mondo completamente diverso in cui tutto sembra dovuto, in cui tutto sembra così bello e libero rispetto alla sua realtà. Un mondo in cui le persone non vengono colte da getti di acqua e merda se vanno a fare la spesa, che non vengono colpiti da mitragliatrici se decidono di andare a pescare. Un mondo che lui deve abbandonare per ritornare a casa, lì dove i diritti dell’uomo non esistono, dove l’odore della morte e della sofferenza non abbandona nessuno.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, fuori dal mondo, dentro ad un muro.”

Benefattori dell’umanità

In Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Pietas on 24 ottobre 2011 at 15:40

Diffondo quest’altra riflessione di Marinella Correggia e v’invito a guardare la vergognosa performance della Clinton. Abbiate solo la pazienza di far passare qualche secondo di pubblicità prima di assistere all’incontenibile gioia di questa benefattrice dell’umanità. E’ cosi forte nel suo ruolo di donna emancipatasi sui peggiori valori del peggior maschio, che si differenzia dalla soldatucola di Abu Graib solo per la divisa. E questa gente porterebbe la democrazia, la libertà, il rispetto della vita……….

 Patrizia
Intanto vi prego di diffondere questi pochi secondi, protagonista l’orrenda dittatrice a casa d’altri H. Clinton in un siparietto fra due trasmissioni: http://www.youtube.com/watch?v=mlz3-OzcExI Il fatto che lei abbia chiesto a Tripoli il giorno prima di ucciderlo o prenderlo, e il giorno dopo ciò sia avvenuto, fa sorgere tante domande ma una certezza c’è: la Clinton che ride e parafrasa quell’altro criminale di Giulio Cesare, dopo le immagini di una macellazione con tortura, è la sintesi del pensiero  dei governi e di buona parte delle popolazioni dell’Occidente consumista/militarista (a proposito, la ricostruzione della Libia con i soldi libici magari farà uscire dalla crisi alcuni paesi d’Occidente; una ragione di più per fare la guerra. Un investimento).

 L’altra parte dell’Occidente possiamo identificarla con le tre scimiette “non sento non vedo non parlo”.  A questa appartengono quasi tutto il “movimento” e la “sinistra” occidentali. E non lo vediamo solo dai loro siti di questi giorni ma anche dal loro “nulla” lungo sette mesi. Un nulla totale (se glielo dici, ti rispondono che a marzo avevano fatto una dichiarazione contro la guerra). Perfino l’occasione d’oro del 15 ottobre, centinaia di città in piazza, è stata del tutto mancata. Eppure, un appello era stato lanciato.

 Dimenticavo i media mainstream: a quale gruppo appartengono? a quello della Clinton, decisamente.

 Marinella
AGGIUNGO QUESTO QUANTO ALLA DINAMICA DEL 20 OTTOBRE.

La macellazione di Muammar Gheddafi (giacché di macellazione si tratta e io sono contraria anche a quella degli animali) al di là dei non commentabili commenti dei leader politici (crimini in sè, quei commenti) ha seguito lo stesso andamento binario di questa guerra di riconquista.

 1) La Nato ha fatto tutto il lavoro, permettendo la consegna di Gheddafi ai carnefici (e nei sette mesi precedenti permettendo un’avanzata degli anti-Gheddafi altrimenti impossibile, malgrado le armi ricevute e il reclutamento di consiglieri e mercenari). La Nato ha fatto il lavoro asettico: i bombardamenti dall’alto magari con droni non prevedono contatti fisici con la vittima, “occhio non vede cuore non duole”

2) Gli alleati locali della Nato (non direi solo libici) hanno completato, direi accessoriato mettendoci del loro: hanno fatto il lavoro sporco, quello del carnefice che guarda e uccide la vittima. Non lo hanno fatto solo con Gheddafi; da mesi circolano video di inaudite crudeltà da pate dei “ribelli della Nato” (e nemmeno uno su crudeltà da parte dell’ex esercito libico pure accusato a parole di ogni nefandezza). Video ignorati. Alla luce della macellazione finale, quei video dovrebbero essere ristudiati in una denuncia per crimini di guerra.

Sulla fine di un tiranno

In Guerra, Informazione, Pietas on 21 ottobre 2011 at 15:21

I CONTENUTI DI QUESTO VIDEO POSSONO ESSERE INAPPROPRIATI E OFFENSIVI, CHI VOLESSE CONTINUARE LA VISIONE E’ STATO AVVISATO DEL CONTENUTO

Invio questo contributo alla riflessione a:

1) a tutt* i plaudenti, sinceramente democratici ma un po’ distratti,
2) a tutt* coloro che – come me – erano convintamente e attivamente critici di Gheddafi e del suo trattamento dei migranti anche quando il governo italiano ci faceva affari

3) a tutt* coloro che credono che la legalità internazionale sia in serio pericolo, visto l’agire e le dichiarazioni di chi rappresenta organizzazioni internazionali e sovranazionali… oltre a quelle di capi di stati che sembrano ballare sulla preda… di cui si stanno dividendo le spoglie

4) a tutt* quell* che invece non se ne sono accort*

5) a tutt* gli altri che vogliono leggere, criticare, diffondere…

…ma per favore, manteniamo un po’ di dignità, almeno quella! La piètas è ormai roba d’altri tempi e si confonde con la pena o l’emozione indotta dalle immagini, perciò non ne parliamo neanche…

 Patrizia Cecconi

Libia. MACELLAZIONI FINALI, CARNEFICI (NATO-CNT), PLAUDENTI (BAN KI MOON, NAPOLITANO, UE…) E ASTENUTI

1.   Ecco la nuova Libia di Napolitano, di Ban Ki Moon, di Barroso e di tutti gli altri che hanno espresso oggi soddisfazione. Eccola in questo video atroce: fra tante altre immagini che invece erano montaggi (http://www.youtube.com/watch?v=75YhFScM5sU&feature=share&skipcontrinter=1) riprende un essere umano gravemente ferito, strattonato, circondato dalle blasfeme urla “allah u akbar” che accompagnano le esecuzioni di Al Qaeda, in Iraq come in Libia (da mesi ormai), come altrove. Macellazione: il termine è appropriato, perché il sangue scorre, le urla di soddisfazione degli esecutori si levano come gli onnipresenti colpi di fucile, e l’indifferenza per le sofferenze dei viventi scannati è la stessa che c’è nei macelli per animali. Del resto, ricordate che in Iraq, i militari americani dicevano ridacchiando di aver fatto il tiro al piccione con i soldati iracheni? In Libia, Nato e i suoi alleati del Cnt hanno fatto tabula rasa di molti civili e di moltissimi lealisti; e dire che avrebbero dovuto limitarsi a far rispettare la no-fly zone e a proteggere i civili se minacciati. Chi minacciava in civili in genere (e tanto più nel caso delle città assediate da fine agosto)?  Le truppe armate del Cnt. Alleate e protette dalla Nato come se fossero civili.

2.   Allucinante, un assassinio ordinato o compiuto direttamente dalla Nato dai paesi “democratici”. Dai paesi consumisti e militaristi, anche durante la crisi. Allucinante ma non per Ban Ki Moon, per il quale questa giornata è “storica” per la Libia. Ban Ki Moon è il segretario generale delle Nazioni Unite!! Lo stesso che non ha speso un parola su questa guerra, nemmeno sui civili di Sirte assediati e uccisi (e immaginarsi se può provare pietà per i soldati libici sui quali la nato ha fatto il tiro al tacchino. E Napolitano? Anche lui contento. Napolitano è il presidente della Repubblica italiana: ci rappresenta davvero questo guerrafondaio capo (il più accanito di tutti, a parlare di “iniziativa umanitaria”)? E i capi dell’Unione Europea che si compiacciono della nuova era? Ci rappresentano? Forse sì. Questo è l’”orrore su cui si fonda il consumismo” (frase di un’amica); sì, anche in tempi di crisi.

3.   Oggi 20 ottobre vicino a Bani Walid è stato assassinato anche Sheik Ali, ottant’anni, capo tribale della tribù Warfalla. Uomo di pace, non aveva in casa nemmeno un fucile da caccia.

4.   Non si è risparmiato nulla ai perdenti, per ridicolizzarli meglio. Un pro-Cnt (di quelli che senza la Nato non avrebbero fatto un passo) mostra la “pistola d’oro” che avrebbero trovato nelle tasche di Gheddafi! E poi naturalmente, dove l’hanno trovato ferito (è poi “morto in custodia”)? Saddam lo pescarono, barbone, in una buca, per avviarlo subito alla forca. Gheddafi, dicono, si era rifugiato ferito in un tubo di cemento sporgente dalla sabbia. Così hanno cercato di annullare il fatto che sia rimasto fino all’ultimo nel luogo della Libia più pericoloso, Sirte.

5.   E’ stata la Nato a colpirlo? Ecco cosa dice il colonnello Lavoie in una di quelle dichiarazioni che a leggerle rivelerebbero altrettanti crimini di guerra o violazioni della risoluzione 1973 (alla quale la Nato ha continuato ad aggrapparsi): “aerei della Nato hanno colpito due veicoli militari pro-Gheddafi che facevano parte di un gruppo di veicoli militari che manovravano vicino a Sirte”. Allora ho chiesto all’ufficio stampa della Nato (cjtfuppress@jfcnp.nato.int):  come mai avete colpito quei veicoli?” Loro, coda di paglia, si lanciano in una excusatio non petita: “La Nato li ha colpiti perché erano una minaccia per i civili. La Nato non prende di mira individui specifici”.  Allora ho risposto: “Non vi ho chiesto quale obiettivo specifico fosse quello. Ma in che modo minacciavano i civili? Dov’erano i civili minacciati?” Allora hanno fatto rispondere a Lavoie: “given the nature of their conduct these armed vehicles continued to represent a threat towards civilians”. “Data la natura del loro comportamento, erano una minaccia. I combattimenti sono continuati fino alla caduta di Sirte”. Il tirapiedi di Lavoie aggiunge che non può aggiungere altro. Ma è chiarissimo: visto che Lavoie si riferisce ai combattimenti, significa che gli unici civili che la Nato ha voluto proteggere sin fall’inizio del resto, erano gli armati del Cnt. Ma ciò è illegale.

6.   Dunque quando si farà un processo alla Nato sarà sempre troppo tardi.

7.   E qui, gli occidentali – anche i “movimenti” – che sanno tutto (ma anche là, gli arabi addormentati da Al Jazeera), che hanno fatto? Non ha indignato quasi nessuno, nemmeno gli indignati, il macello che dura dall’inizio delle bombe (già: prima, i famosi 10mila o seimila morti erano stati un’invenzione. Lo hanno dichiarato gli stessi che l’avevano denunciato all’Onu…). Forse perché qui è dal 1945 che il cielo non ammazza di bombe e molti difettano di immaginazione. Adesso diranno: “Eh però era meglio processarlo…”. Siamo democratici e civili, noi gli altri li processiamo gli altri (noi stessi mai). Ammazziamo solo con le bombe e la rapina economica ed ecologica. Di cui le guerre come questa sono conseguenza e causa. Ma come mai non se ne rendono conto?

Marinella Correggia

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Segni indelebili di un conflitto

In Cultura, Gaza, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 27 settembre 2011 at 23:57

Sono rimasta piuttosto basita dalla notizia che il Museum of Children’s Art (MOCHA) di Oakland ha cancellato la mostra dei disegni dei bambini palestinesi di Gaza, sotto la spinta di enormi pressioni di gruppi pro-israeliane. Il Consiglio di Amministrazione del Museo, che ha votato per la cancellazione della mostra d’arte una settimana fa, a causa delle enormi pressioni da parte di gruppi pro-israeliani, malgrado abbia ricevuto una lettera del Middle East Children’s Alliance (MECA), sottoscritta da migliaia di sostenitori in tutto il Paese, in cui si chiedeva di rivedere la decisione, ha alla fine deciso ugualmente di censurarla.
Strana cosa davvero se si pensa che dalla parte di chi ha fatto pressioni per la censura, vengono organizzate gite scolastiche in varie parti del Paese per vedere Musei sull’Olocausto e sugli orrori nazisti. Diciamo che almeno per i bambini, non ci dovrebbero essere due pesi e due misure, soprattutto in un Paese dove la Libertà e la Democrazia si esporta come un prodotto di largo consumo.
Proprio la banale notizia che qui riporto, mi capita nel momento in cui mi è stato chiesto di organizzare nella mia città, una mostra di disegni di bambini palestinesi affetti da PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Sindrome terribile che affligge bambini sottoposti allo stress di bombardamenti, sparatorie, escursioni di carrarmati e bulldozer, rapimenti, privazioni varie, detenzione e torture fisiche e psichiche. Insomma tutto quello che un conflitto senza precedenti può provocare su un bambino che originariamente sarebbe sano.
Io credo che in Italia questa mostra si terrà e sarà sicuramente una grande esperienza umana. I bambini, si sa, per loro natura, sono  sensibili ed è facile ferirli nel profondo, lasciando dei segni indelebili che non riusciranno mai a dimenticare. I disegni sono lo specchio di questa realtà e non comprendo come ci siano persone indifferenti e pronte a far tacere questo denuncia che va al di là degli interessi territoriali e politici di un paese.
I bambini nei loro disegni trasferiscono tutto il loro sofferto, scene di guerra e di sangue, di aerei e bombe, di carroarmati e soldati, descrivono il dolore e la morte come se fossero una cosa di tutti i giorni, ma nella loro crescita la paura e l’ansia, la depressione, l’incapacità di interagire con gli altri e anche i semplici mal di testa li rendono dei bambini spezzati.
Non è consolatorio pensare che questa sindrome non si presenti solo nei bambini arabi che comunque ne sono affetti per l’80% dei casi, ma che pure i bambini israeliani ne soffrono almeno per il 20%. Che tristi primati! Esistono molti trattati e convenzioni, che spesso si sovrappongono, nonché protocolli e risoluzioni, che regolano il trattamento dei bambini in situazioni di conflitti del tipo instauratosi nel Medio Oriente, eppure sono del tutto disattesi. Rimanderei alla lettura di un documento, che ho avuto da una ONG che si occupa di disagio infantile, che parla in modo chiaro e puntuale di negazione dei diritti basilari dei bambini palestinesi nei Territori Occupati sottomessi all’arbitrario dominio di Israele. “Relazione sulle principali violazioni dei diritti dei minori palestinesi detenuti commesse da Israele.” dell’Avv. Dario RossiAssociazione Giuristi Democratici. Da questo trattato ho imparato che i bambini, in molti casi, ma in questo, in particolar modo, sono considerati meno di niente e vengono usati al solo scopo di intimidire e vessare una popolazione che ha l’unica colpa di abitare un territorio che è nelle mire di un paese colonialista e xenofobo. Ma questo in genere non si può dire perché c’è subito qualcuno che ti accusa di antisemitismo, dimenticandosi che le cose che dico io vengono denunciate da una moltitudine di ebrei e israeliani contrari all’occupazione e alle poltiche apertamente sionistiche dello Stato d’Israele.
Io non comprendo, e su questo sono in buona compagnia, come uno Stato che ha raccolto molto persone che sono sfuggite dall’Olocausto si comporti nello stesso modi di chi, questo Olocausto, l’ha prodotto. Non esiste religione o propaganda che tenga. Non esiste voglia di lasciare il passato dietro di sé, se quel passato nulla ti ha insegnato. Il tuo presunto diritto non può essere la mia eliminazione fisica e morale. La tua idea di sicurezza non può negare i miei diritti. La determinazione di un popolo non può vietare l’autodeterminazione di un altro. Ed è proprio su questo terreno che ci si dovrebbe confrontare. Le sofferenze dei bambini sono la manifestazione evidente delle nostre colpe. Chi non riesce a comprendere quanto male si può fare ai propri figli, e ai figli degli altri, non è degno di averne e nemmeno è degno di essere annoverato tra gli esseri umani. D’altra parte perfino gli animali a volte hanno comportamenti più umani dell’animale uomo. Non credo che senza un minimo di etica e di coscienza civile riusciremo mai a trovare la strada e il tempo sufficiente per cancellare i segni lasciati nei bambini da questi stupidi e disumani conflitti.

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