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Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

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No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

Quello che ho portato a casa (di Donato Cioli)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:39

2015-01-03 HebronChekpoint
Prima del viaggio fatto nel Dicembre 2014 in Palestina con Assopace Palestina, pensavo di essere una persona mediamente informata sulla situazione nei Territori Occupati: in fondo, seguivo le notizie su giornali e riviste, ne parlavo con gli amici e avevo anche letto qualche libro sull’argomento. Al ritorno mi sono accorto –con sorpresa e rammarico– che in realtà le mie nozioni precedenti erano solo parziali e, cosa ancora più preoccupante, che anche io ero rimasto vittima dell’approssimazione e della superficialità dei sistemi di informazione.
A dire il vero, mi ero liberato già da tempo dall’odiosa equidistanza di chi dice: “Vabbè, Israele uccide un po’ troppo, ma deve pur difendersi dai terroristi”. Avevo capito che l’autodifesa non poteva essere la ragione vera delle politiche di Israele, che gli atti di terrorismo arabo (che anch’io deprecavo amaramente) erano un ottimo pretesto per rappresaglie che si iscrivevano in un ben più ampio disegno di egemonia e di appropriazione. Ma, in fondo, devo confessare che nel mio immaginario istintivo di europeo un po’ arrogante, continuava a serpeggiare un seppur benevolo e inconsapevole divario razzista tra quegli Arabi un po’ selvaggi e primitivi e quegli Israeliani così civilizzati, così intelligenti e così eccellenti –da sempre– in tutti i campi del sapere e delle arti. Potevo immaginarmi più facilmente un fanatico arabo che commetteva qualche atto ignobile, piuttosto che un evoluto israeliano (in fondo così simile a me) che fosse dedito a qualche vile bassezza.
Credo che siano stati soprattutto i dettagli di quello che andavamo poco a poco osservando durante il viaggio, a invertire i miei cliché mentali.
Le disuguaglianze imposte, innanzitutto. Già all’aeroporto, le cure premurose per gli olim, gli ebrei neo-immigranti per cui vengono aperti al bisogno sportelli speciali per evitare le code fatte dagli altri. Poi la bella autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme, dove si impara subito il complicato sistema delle targhe colorate, per cui gli arabi non solo non accedono alla strada, ma ne sono danneggiati perché questa divide longitudinalmente il paese a metà e per andare da una parte all’altra chi non ha la targa giusta deve cercarsi gli appositi e ben separati sottopassaggi.
Il paesaggio, già così brullo e sassoso, doppiamente devastato dagli insediamenti israeliani e dai disperati tentativi palestinesi di metter in piedi una qualche testimonianza concreta della loro presenza su quella terra.
Gli insediamenti, arroccati sui punti più strategici, sono bianchi e ordinati, crescono a vista d’occhio e svelano ben presto simmetrie e connessioni con altre macchie biancheggianti, gli “avamposti”. Illegali i primi per la legislazione internazionale, illegali i secondi anche per la legislazione israeliana, ambedue concepiti per sottrarre terra e risorse.
Gli abitati palestinesi conservano a volte la dignitosa bellezza delle antiche murature, ma spesso sono grovigli disordinati di edifici moderni, spesso lasciati incompiuti e desolati, ma sempre facilmente riconoscibili per una specie di cresta scura sui tetti: sono i serbatoi di plastica nera per accantonare quanta più acqua possibile, quando arriva, spesso due volte a settimana o anche meno. Questa dell’acqua è una storia a parte, di ovvia importanza socioeconomica ma anche simbolica. La disponibilità giornaliera pro-capite di acqua è quattro volte più bassa per il palestinesi rispetto agli israeliani. Ma quando i palestinesi hanno costruito cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, se le son viste distruggere dall’esercito, con la motivazione che erano state costruite senza permesso. Gli insediamenti contengono spesso aree verdeggianti grazie all’irrigazione e ostentano talvolta maestosi ulivi plurisecolari che sono stati evidentemente sradicati dalle terre coltivate dai palestinesi.
Un fenomeno di cui non avevo apprezzato le dimensioni e la portata simbolica sono gli atti di pura violenza che i coloni cercano spesso di mettere in atto nei confronti dei ragazzi palestinesi che vanno a scuola. Abbiamo incontrato addirittura un corpo internazionale di volontari (TIPH) che hanno il compito di scortare i ragazzi per difenderli dagli attacchi dei coloni e abbiamo conosciuto ONG la cui attività consiste nell’accompagnare studenti, pastori o contadini nelle zone a rischio di attacco da parte dei coloni. La cosa più coinvolgente di questa difesa sta nel fatto che si tratta di un’attività completamente nonviolenta, la cui arma principale consiste in una semplice videocamera che documenta ogni eventuale illegalità. Un esempio prezioso di uso pacifico delle tecnologie moderne.
Hebron è certamente il luogo dove macro- e micro-strategie di sopraffazione e di umiliazione nei confronti dei palestinesi appaiono più scoperte e incredibili. La lugubre fila di porte sigillate di Shuhada street, le inferriate che ingabbiano le finestre e i terrazzi da cui si affacciava l’ostinata donna superstite, le reti che dovrebbero proteggere i suk dai lanci dei coloni, tutto questo è difficilmente rappresentabile in un racconto di qualunque tipo che non comprenda l’esperienza diretta dal vivo. Non meno sorprendenti le bandiere o i simboli israeliani che documentano a Gerusalemme l’avvenuta occupazione di pezzi della città vecchia che si incuneano e si incastellano in mezzo alle abitazioni arabe.
Il muro poi, colpisce per quell’altezza grigia che si snoda a vista d’occhio nel paesaggio, ma colpisce soprattutto il suo tracciato così scopertamente disegnato per ritagliare pezzi di territorio intorno agli insediamenti.
Una lezione di coraggio e di dignità dagli abitanti del campo profughi di Aida: con la loro scuola senza finestre, la stretta del muro incombente, i disagi dell’affollamento e tante ferite (anche sulla carne dei bambini) accumulate nelle loro lotte, hanno ancora la forza (forse disperata?) di organizzare una resistenza basata sulla nonviolenza. Amaro contrasto con l’altra realtà palestinese che invece affida alla lotta armata ogni prospettiva (ancor più disperata) di riscatto.
Ancora una volta le testimonianze di israeliani che si impegnano in vari modi contro l’occupazione mi sono parse doppiamente ammirevoli e commoventi: una minoranza coraggiosa che non vuole tradire la purezza di un antico sogno.

Il Muro e la formica (di Daniela Marrapese)

In amore, Viaggi on 20 gennaio 2015 at 16:54

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Prima di partire avevo paura. Paura di dover assistere a manifestazioni di estrema violenza, timore di potermi trovare davanti a soprusi che non sarei stata in grado di sopportare.
Solo dopo ho capito che avevo peccato di ingenuità. Che, se vai in Palestina, non hai bisogno di essere sfortunato per testimoniare violenza e soprusi. Ti basta andarci e guardare, andarci e ascoltare. Ti basta andarci.
L’abuso, in Cisgiordania, non è episodico e “plateale”. E’ continuo. A volte, silente e reiterato, cerca di farsi “normalità” per passare inosservato, ma non ci riesce.

Lo incontri nelle strade interdette ai palestinesi, nei checkpoint, negli insediamenti che si mangiano la terra, palmo a palmo, nel colore diverso delle targhe delle automobili, nella sottrazione dell’acqua, negli ulivi bruciati, nei muri che separano le persone e nella grate che le ingabbiano. L’abuso è quotidiano, versatile e infaticabile. Quello che avevo sottovalutato, prima di andarci, è che altrettanto o, forse, ancora più versatile e infaticabile, è la resilienza di chi, da troppo tempo, subisce questa violenza.

La resistenza che ho visto, nei miei pochi giorni in Palestina, si serve di strategie costruttive, di strumenti creativi e non violenti; sa usare menti aperte e generose e, spesso, ti guarda con occhi sorridenti. Oppone (anche) la musica alla segregazione [Al Kamandjati]; risponde (anche) con i clowns allo spettro degli assedi [Human Supporters Association, a Nablus]; schiera (anche) contingenti disarmati di persone travestite da Avatar contro frotte di soldati armati [Bili’in]. Perché l’ironia, prima ancora che un’arma, può essere uno scudo corazzato.

Su un tratto del muro che rinchiude il campo profughi di Aida, a Betlemme, qualcuno ha disegnato una formica gigantesca, ritta sulle zampe posteriori che, mentre sembra ruggire, abbatte le sezioni del muro, come fossero tessere arrendevoli di un grande gioco da tavolo. Non si può rimanere indifferenti di fronte a una formica alta 6 metri, e io non l’ho fatto. Anzi, io le ho creduto. Ho creduto all’umiltà di identificarsi in una formica. Ho creduto nel fatto che una formica, se ruggisce, può abbattere un muro.
La formica è un animale dalla grande intelligenza collettiva e con una fortissima propensione alla socialità…tutto il resto, è un muro che cade, tessera dopo tessera, come in un inarrestabile effetto domino.

Inshallah.

Il presepe col muro (di Laura Marcheselli)

In amore, Viaggi on 19 gennaio 2015 at 11:08

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Siamo appena saliti sul pullman, ancora un po’ acciaccati dal sonno, sono più o meno le 7 e mezza e dobbiamo partire sempre a queste ore antelucane perché sennò non si fa a tempo a rispettare il programma, visto che la notte scende repentinamente alle 17, ora locale (cioè quando da noi sarebbero le 16).
Luisa comincia l’attività di banditrice che ha “intrapreso” da quando ci siamo trasferiti nell’albergo Sahara di Beit Sahour, praticamente Betlemme. Evidentemente, negli anni ha conosciuto moltissimi artigiani e venditori che confidano nel suo arrivo assieme a gruppi numerosi per poter fare qualche affare.
Comincia con “due presepi di legno d’olivo per 5 euro!” e voltata verso di noi dal posto di prima fila a destra, impugnando il microfono nella mano sinistra, ci fa vedere gli oggetti che decanta. Posso immaginare che il venditore sia giù, fuori dal pullman e che le passi i suoi oggetti per farceli vedere. Luisa sa fare anche questo, oltre a sapere tutto quello che riguarda la Palestina: politica, letteratura, storia, arte, persone, soprattutto le persone che conosce; è incredibile vedere quanto la amano tutti quelli che incontriamo, che la ringraziano e l’abbracciano. Sa tradurre velocemente da e verso l’inglese, parla con una semplicità e un’efficacia rare. È dotata di una naturalezza che ho incontrato raramente nella mia vita.
“Due stelle con i personaggi del presepio sempre di legno d’olivo, sempre 5 euro!”
E alza queste figurine che noi ben volentieri acquistiamo, perché di lei ci fidiamo, perché in quello che fa c’è una spontaneità unica.
È l’ultimo giorno di visita; tutto quello che abbiamo già visto ci ha colpiti al cuore e alla mente.
– Annuncia il presepio col muro, non lo prendo. Dice che la sera il signore che li vende verrà all’albergo.
– Visita al muro con tutte le testimonianze che ho poi trovato nel libro comprato al centro pace
– Visita al campo profughi Aida: il tetto, i murales, i martiri, la guida con occhi tristi e una quota di disperazione all’interno dell’ottimismo della volontà.
– La vista della casa fra gli ulivi al di là del muro , il racconto dei bambini che ci abitano, obbligati ad un percorso pazzesco: arrivare al check point di Gerusalemme e rientrare poi verso Betlemme per raggiungere la scuola del campo –che in linea d’aria si trova a circa 500 metri da casa loro.
– La testimonianza della donna del negozietto circondato dal muro
– La fantomatica tomba di Rachele
– La coscienza che si può venire a Betlemme senza vedere nulla di tutto ciò, ma solo la piazza della mangiatoia e la chiesa della natività
– I bambini che giocano ad un’intifada che fa un po’ di paura, vestiti di nero, col volto coperto, una bandiera di Fatah: metà ISIS, metà OLP
– Il freddo nel locale del comitato di resistenza popolare
La sera ho comprato il presepe col muro.

Nulla è eterno. Neppure il Male. (di Simonetta Madussi)

In amore, Viaggi on 18 gennaio 2015 at 0:58

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… “Un uomo perseguitato, che lo sia perché con le sue stesse mani ha trasformato tutto il prossimo in persecutore o perché nella sua mente bacata brulicano schiere di insidiosi nemici, in un caso come nell’altro una persona di questa fatta ha in sé oltre a della meschinità anche un difetto morale: la mania di persecuzione è fondamentalmente ingiusta di per sé. Fra parentesi, è nella natura delle cose che la sofferenza e la solitudine, le disgrazie e le malattie capitino a questo genere di persone più che alle altre, cioè a noi. Per sua natura infatti chi è diffidente è come predestinato alla tragedia. La diffidenza, al pari dell’acido, consuma ciò che la contiene e divora chi la cova: tenersi notte e giorno lontani dal genere umano, almanaccare continuamente su come sfuggire alle trame altrui e come respingere macchinazioni, non pensare ad altro che ai mezzi per fiutare da lontano le trappole tese – tutto ciò è causa di danni irreparabili. E sono queste le cose che portano l’uomo fuori del mondo …”

Sull’autobus che ci trasportava per le strade e le città di Israele e dei Territori Occupati rileggevo questo passo del libro “Giuda”, dello scrittore israeliano Amos Oz, che avevo portato con me per cercare di capire qualcosa di più e di meglio riguardo a ciò che andavamo vedendo. Quelle parole sono messe in bocca ad un vecchio israeliano che parla al telefono con un amico e sembrano dette in tono generale, commentando il comportamento di un terzo personaggio.
Come credo l’autore stesso volesse suggerire, esse mi sono sembrate drammaticamente adatte a rappresentare, in sintesi e come attraverso uno specchio metaforico, la situazione che i due popoli, israeliano e palestinese, vivono ormai da settanta anni.
Mi sono tornate alla mente, e mi sono rimaste vivamente impresse, in occasione di tutte le mille esperienze, di cui gli altri viaggiatori sicuramente parleranno. Ma mi sono riapparse improvvisamente alla mente durante il percorso sull’autostrada che congiunge Tel Aviv a Gerusalemme.
E’ questa un’importante arteria di comunicazione, l’unica che unisce rapidamente il Nord e il Sud del paese, ma è riservata ai soli israeliani e corre fra alti pannelli di cemento e filo spinato. Costruita in nome di una presunta “sicurezza”, imprigiona e segrega certamente soprattutto e dolorosamente, i palestinesi, ma costringe a vivere in una gabbia permanente di paura anche coloro che lo hanno eretto.
A circa metà del percorso, si incontra, lungo un lato della strada, un corridoio che conduce ad un ponte pedonale che la sovrasta e che costituisce l’accesso ad uno dei pochi punti di attraversamento per chi, e sono i più fortunati, dai Territori si reca ogni giorno a lavorare dall’altra parte, in Israele.
E’ un corridoio stretto, lungo qualche decina di metri, limitato da alti pali di ferro a “ T” che sorreggono una rete metallica e portano in alto rotoli di filo spinato. I palestinesi sono costretti a passare là dentro per accedere, dopo accurati controlli, in entrata e in uscita, alla struttura che passa sopra all’autostrada e che è altrettanto protetta, ancora per “sicurezza”, da altre gabbie e da altro filo spinato. Spesso prima di entrare, o di uscire, sono costretti ad aspettare anche due o tre ore, ogni giorno.
E’ stato lì che un lampo di memoria mi ha attraversato la mente. Qualcosa di terribilmente analogo l’avevo visto ad Auschwitz – Birkenau, durante un viaggio di istruzione con i miei studenti. Un corridoio simile, era riservato agli ebrei che entravano nel campo: ebrei “fortunati”, perchè non erano stati avviati direttamente alle camere a gas, e che, guardati a vista, erano costretti a camminare tra mitra spianati e cani latranti. Allora avevo pensato che nulla di analogo, dopo Auschwitz, sarebbe potuto più accadere, e che quel passato fosse per sempre sepolto per sempre, per sempre.
La storia di oggi, da Guantanamo alle atrocità che siamo costretti a vedere ormai quotidianamente, ci mostra che non è stato così.
Anche qui, nei Territori, muri, anzi il “Muro”, recinzioni, filo spinato, reti metalliche, alcune elettrificate, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio, mentre andavamo alla scoperta di realtà umane e urbane segregate da quelle divisioni.
Eppure, paradossalmente, quelle città e quei villaggi che visitavamo, sono apparsi abitati da uomini duramente provati da sofferenze e avversità, ma ancora ostinatamente aperti alla speranza della pace, a dispetto delle condizioni disperate in cui continuano a vivere.
Spesso, come a Betlemme, come a Ebron, come intorno alla tomba di Rachele, il Muro opera una deviazione che isola il territorio in enclavi , dalle quali non si può uscire od entrare senza imbattersi in pesanti controlli di “sicurezza”.
Il nostro gruppo è passato, senza neppure troppi disagi attraverso diversi varchi.
Ma eravamo considerati, e ci spacciavamo, per pellegrini cattolici in visita nella Terra Santa. Però abbiamo visto che bastava avere la pelle un po’ più scura o portare camere fotografiche o cineprese un po’ più professionali dei banali telefonini, per vedere accendersi l’ombra del sospetto nei soldati di guardia, e a volte iniziare una perquisizione,.
Ecco. I soldati: un altro elemento terribilmente inquietante. Sono dappertutto. Non solo nei varchi di passaggio, ma anche sui tetti delle case, per le strade, nelle città e nelle campagne. Eppure sembrano non avere un atteggiamento ostile, almeno verso di noi. Spesso sorridono, salutano con la mano, chiedono da dove veniamo, si sforzano di essere gentili, si lasciano persino fotografare. Ma ci accorgiamo con meraviglia che vivono la loro presenza armata come normale e banale quotidianità. L’ossessione della “sicurezza” e della necessità della diffidenza gli è stata inculcata fin dalla nascita cosicchè l’idea di una convivenza, fra diversi e in pace, è del tutto estranea alla loro mentalità.
Però, nonostante il nostro status di pellegrini cattolici e tuttavia sospetti ( che ci facevamo in uno sperduto villaggio palestinese in territorio occupato? ), ad AtTuwani, una camionetta ci ha seguito sempre, a debita distanza, ma passo passo, senza mollarci mai. In quel villaggio, i ragazzi, meravigliosi, appartenenti ad un gruppo di solidarietà che si chiama “Operazione Colomba”, sono lì per accompagnare i bambini a scuola e fungere da scudi umani, evitando che cecchini ortodossi, appostati sulle strade, sparino su di loro, come a volte qui e altrove, è successo.
Gli insediamenti israeliani, spesso abitati da ebrei ortodossi, stanno dilagando nei Territori occupati, con o senza il beneplacito delle autorità israeliane. Stanno rubando terre, e coltivazioni, e pascoli, e acqua, ai Palestinesi. Distruggono la loro economia. Ma operano un danno irrimediabile anche al paesaggio. Le belle colline pietrose e fertili , ondulate e coperte di ulivi, che avevo visto in un precedente viaggio, stanno scomparendo sotto un mare di cemento che le divora senza scampo.
Sono costruzioni moderne, spesso anche belle architettonicamente, ma dilagano a macchia d’olio. Hanno giardini e aiuole, con i tubicini d’irrigazione per mantenerli sempre verdi, mentre i villaggi e le città palestinesi ricevono acqua per vivere solo due volte a settimana; e i loro tetti sono imbruttiti dai neri contenitori che servono per conservarla.
Dei dettagli del viaggio altri compagni parleranno. Io dirò dei Luoghi Santi. Del Giordano, di Betlemme e di Gerusalemme. Per me, agnostica, ma con una formazione storica, sono luoghi che hanno un fascino particolare, perché la loro esistenza attraversa tutta la memoria del mondo, fin dai millenni in cui è sorta la civiltà, quando le città e gli stati sono nati per consentire all’umanità di uscire dallo stato di guerra di tutti contro tutti e garantire la coesistenza pacifica di coloro che li abitavano.
Oggi quei luoghi sono segnati tragicamente dalle divisioni, dal sospetto, dalla diffidenza e dalla prevaricazione.
Betlemme è una città morta. I turisti, “mordi e fuggi” visitano la Basilica e scappano, senza forse neanche accorgersi che la città è una prigione a cielo aperto, dove si entra e si esce solo attraverso un varco. Gli alberghi e i ristoranti palestinesi languono; l’economia, che, almeno qui, dovrebbe essere florida, è invece allo stremo.
La città vecchia di Gerusalemme, bellissima, nella parte che ancora cade sotto il controllo dell’Autorità Palestinese cade a pezzi. Una popolazione povera, che vive nel suk del misero commercio di frutta e verdura (buonissime) o di qualche souvenir a poco prezzo, si aggira nei vicoli o sta seduta in terra presentando le proprie mercanzie. Ragazzi disoccupati ciondolano ovunque, in attesa di qualcosa da fare.
La città nuova, occupata da Israele, risplende di luci e di modernità.
L’accesso alla magnifica spianata delle Moschee è consentito solo per poche ore al giorno, in orari impossibili, presidiata da soldati armati fino ai denti.. Non siamo riusciti a visitarla, ed è periodo natalizio!
Però le bandiere di Israele sventolano implacabili, e la teca con il candelabro d’oro a sette bracci domina l’accesso al sottostante Muro del pianto, quasi a presidiare e ad imporre una presenza simbolica, minacciosamente esplicita, su uno spazio che ancora non possono marcare del tutto come proprio.
In nome di che? Di quella diffidenza, di quel sospetto, della necessità ossessiva di prevenire, della garanzia, diventata un’alibi di una sicurezza, peraltro impossibile, di cui parla Oz. Che costringe gli antichi perseguitati a trasformarsi in persecutori e ad infierire su un altro popolo, condannando se stessi e gli altri a vivere come nemici.
Eppure nella risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 c’era scritto: “… La terra sarà divisa in due stati autonomi, uno ebraico e uno arabo, che avranno legami di ordine economico e una moneta unica. Gerusalemme e Betlemme saranno sotto controllo internazionale.”… Lo stato arabo non è mai nato e i legami economici ( e quelli sociali che ne dovrebbero scaturire ) non esistono, perché gli interessi sono antitetici.
Quando fu decretata la nascita dello stato ebraico, alcuni dei dirigenti del Comitato Sionista e dell’ Agenzia Ebraica, che pure avevano guidato la lotta contro gli inglesi e preparato il ritorno dei reduci dai campi di sterminio, si opposero strenuamente a tale decisione. Dicevano che essa avrebbe portato inevitabilmente a scontri armati e a guerre contro gli arabi, e che nessuno mai avrebbe potuto vincere definitivamente.
Quei dirigenti furono esautorati ed emarginati.
Ma la loro previsione si è mostrata drammaticamente vera.
Eppure della speranza concreta di una possibile pace abbiamo avuto un segno tangibile durante il commovente incontro che abbiamo avuto con i due genitori di “Parent’s Circle”: Rami, israeliano e Bassam, palestinese. Entrambi hanno perduto una figlia: a causa di un attentato suicida il primo, uccisa da un proiettile israeliano il secondo. Il dolore, dopo il primo momento della rabbia e della sete di vendetta, li ha uniti e hanno avviato un percorso di pace, insieme.
Mentre ci raccontavano la loro esperienza, ciascuno si riferiva all’altro con l’appellativo “brother”. Il nostro amico e traduttore Guido, dopo un paio di volte, ha sorvolato su questo termine, riferendo solo i nomi propri. Ma loro due, ogni volta, si intromettevano, sottolineando in maniera significativa la parola: “brother”.
Non c’è altra scelta. Da qui bisognerà per forza ripartire, dal percepirsi e sentirsi fratelli. Ci vorrà molto tempo. Dovranno morire gli ultimi testimoni oculari delle vicende drammatiche che hanno portato alla spartizione della Palestina. Dovranno morire anche i nati di seconda e terza generazione. Ma alla fine si dovrà trovare una soluzione, qualsiasi essa sia. Nulla è eterno. Neppure il Male.

Simonetta Madussi

2015-01-03 09.14.25

Barriere (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 17 gennaio 2015 at 11:42

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Ho scritto già molto su Bil’in, non è la prima volta che ci vado, ho scritto sulla lotta pacifica del suo comitato e sulla battaglia legale per lo spostamento del muro. Bil’in ha vinto, il muro è stato spostato, per fortuna è finito dietro un dosso, ma il muro è muro e l’ingiustizia rimane.
A Bil’in non si passa indifferenti. Innanzi tutto perché oggi è il primo di gennaio e ci viene ad accogliere Mohammed Al Khatib che si è svegliato presto per noi. Poi perchè è una giornata d’inverno che parte uggiosa e nebbiosa ma che si trasforma in una giornata di timido sole.
Per me lo stupore è che tutto sembra immutato: il giardino creato dalla mamma di Bassem, il gigante buono, ucciso da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, qualche anno fa, tutto sempre curato, i bossoli che fanno da vasi da fiori sono più in ordine dell’anno scorso, non c’è stata ancora la bufera di neve a scompigliare tutto. Anche gli ulivi sembrano gli stessi, anzi veramente è l’unica cosa che rimane la stessa da tanto tempo.
E’ un villaggio dove gli ulivi sono rigogliosi. La terra intorno è curata, ordinata, pulita. Dopo saprò che ci sono passati degli internazionali a raccogliere tutto il pattume di guerra che Israele scarica sul terreno delle manifestazioni. Ma rimangono i resti dei falò dei copertoni che non avevo visto l’anno scorso, segno tangibile che la lotta è stata comunque dura.
Dicevo che tutto sembra immutato, perfino il bel parco giochi che è stato costruito nello spazio recuperato dallo spostamento del muro. Ancora una volta mi chiedo dove siano i bambini di Bil’in. Andrà mai nessuno a giocare sotto gli occhi dei soldati armati di tutto punto? Come ci si deve sentire a stare nel mirino dei fucili?
Percorro, davanti al gruppo, la strada sterrata che porta al muro e qui una sorpresa mi aspetta. Sapevo bene che ad un certo punto il dosso si spianava e il muro risaliva la collina fino a sbarrare il passo ai visitatori. Mi aspettavo certamente quella sensazione di vietato e proibito che ne derivava, ma quello che non mi aspettavo erano i progressi dell’insediamento, quel mangiar territorio fino ad arrivare a ridosso del muro.
Ma non erano solo le case a rendere innaturale quel territorio coltivato, ma quel cumulo enorme di terreno scavato che faceva da barriera dietro alla già terribile barriera del muro.
Una montagna di terreno scavato che incombe e che fa pensare che quel muro sembra niente in confronto, che l’insediamento sta tracimando dal suo alveo e che molto presto andrà oltre, invadendo gli uliveti e la terra che i palestinesi, i nonni, i padri e i figli stanno difendendo con la loro vita.
Una montagna di terra dove l’anno scorso il muro, con tanta angoscia da parte nostra, aveva ingoiato avido il sole al tramonto.
Costeggio in silenzio il muro che si popola come sempre di due soldatini allarmati che ti controllano a vista.
Persino l’aria che respiri e l’acqua che bevi è controllata dall’esercito israeliano. E tu provi rabbia, ti senti controllata, indifesa.
Dal baluardo della mia età, con tanta esperienza e capacità provata di gestire anche i conflitti interiori, davanti a queste barriere io sono indifesa e rabbiosa. Mi chinerei a raccogliere un sasso e a tirarlo contro i soldati.
Ma non contro due fantoccini giovani e imbevuti di paura e di odio, ma nei confronti di un sistema che protegge il più forte a scapito del debole, che consente alla violenza di aver ragione sulla giustizia.
Ah Bil’in che ferita sei nel mio cuore.

Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Fuori dal mondo, dentro ad un muro

In Amici, amore, Informazione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 29 dicembre 2011 at 14:36


Ho colto su Facebook il diario di quella giornata di una ragazzina di 17 anni. Ovviamente una ragazzina talmente non comune, che è riuscita a cogliere da una giornata che pure io ho vissuto con gioia e condivisione, quel lato umano che noi adulti non siamo riusciti a cogliere.
Io c’ero ed avevo altri occhi e provavo altre emozioni, forse non meno forti, ma, sicuramente, mediate dalle esperienze che hanno riempito la mia vita, forse fuorvianti, forse desensibilizzanti o forse solamente diverse.
Rivedendo quella giornata con i tuoi occhi cara Sha Den, ho rivissuto quelle emozioni con gli occhi perduti della mia gioventù. Gli occhi che mi facevano vedere i sogni e possibile anche l’impossibile, che mi consentivano di vedere le lacrime interiori di un essere umano ferito, e credere a quelle esteriori fino in fondo.
Grazie per tutto amica mia e malgrado tutto RESTIAMO UMANI con Vik nel cuore.

“Domenica sera. Monotonia. Il silenzio. I biscotti nel latte. Il freddo. Le coperte. I compiti non fatti di matematica. Qualche misero pensiero che gironzola ancora per poco nella mia testolina. La stanchezza partorita da un’intera giornata di dolce far niente. Un’altra domenica oggi. Oggi… Ma ieri?

Da ieri ho un’immagine fissa in mente, è costante, e ritorna.. ritorna e si ferma, resta.

Sono gli occhi di un ragazzo: Mohammad, 26 anni, palestinese. L’ho incontrato ieri mattina al convegno “Assetati di giustizia“, evento al quale ho voluto partecipare ad ogni costo, e non solo per saltare l’odiata ultima ora di latino.

Bulciago (Lecco), città natale di Vittorio Arrigoni, ha ospitato così tante persone ieri: eravamo in tanti a voler prender parte a quell’incontro incentrato sulla terrificante realtà di Gaza city e di tutta la West Bank. Alla vista di tutta quella gente, la maggior parte italianissima,non ho pututo far altro che abbandonarmi ad una mega risata di gioia, che non sono ruscita a contenere perchè, per la prima volta, ho capito che sono in tanti a volere la libertà per il popolo Palestinese.

“Sei nata in Italia tu, cosa te ne frega Shaden, pensa a star bene qui, non puoi fare assolutamente nulla per la Palestina, il mondo va così, e tu non sei nessuno per fare qualcosa di reale e concreto!” Ecco, ecco le parole mescolate all’interno di frasi che tanto odio, e che mi vengono costantemente ripetute. Mi sento abbattuta, in me prevale un senso di frustrazione dopo aver udito la solita persona che se la sghigna ripetendomi cose che non vorrei sentire. Il sabato di ieri e Bulciago però, mi hanno sollevata da quel senso di “nessuno mi capisce, oh no sono persa”, perchè ho capito che se si guarda dall’altra parte della medaglia, c’è un lato bello, limpido, e non superficiale, c’è un gran bel gruppone di persone che ha riposto la parola “INDIFFERENZA” nel cassetto più sicuro dell’armadio che porta a Narnia. I miei occhi gridavano felicità ieri, e con i miei anche quelli di centinaia di persone… e la felicità si raddoppia quando è condivisa, è totale.. o quasi… Si, perchè tra quella folla c’era Mohammad e i suoi due occhioni scuri, freddi, indifferenti, sembravano aver perso tutto il calore che emanano gli occhi del deserto. Se ne stava fuori a fissare il vuoto mentre fumava una delle sue malboro; faceva freddo ieri a Bulciago, ma lui era lì immobile e la temperatura che sapeva d’inverno sembrava essere l’ultimo dei suoi problemi. Perchè era li, solo, zitto? Perchè non era stato colto anche lui da quell’ ondata perfetta di gioia e felicità? Perchè continuava a starsene da solo, perchè? Che arabo strano, non lasciava trasparire nulla. “Apatia portami via” pensavo tra me e me.. Sembrava fuori dal mondo, e a me, che per natura ho pregiudizi verso quasi tutti, iniziava già a stare antipatico. Sparisce, non lo vedo più, e io sinceramente ero stanca di improvvisarmi agente segreto/psicologa, così decido di rientrare per continuare ad ascoltare tutte le testimonianze che mostravano un popolo sofferente, sotto occupazione da anni, che resiste perchè nelle sue vene scorre sangue di Palestina, sangue forte.

Dunque rientro in quella stanza enorme, illuminata solo dal videoproiettore con l’immagine di Vittorio, e non sento altro che un suono perfetto: il silenzio. Sono bassa, mi rimpicciolisco ogni anno di qualche centimetro, ero troppo in fondo e decido di avvicinarmi per vedere meglio, e lo rivedo. Mohammad con il microfono in mano, gli occhi lucidi, pieni di lacrime di rabbia e tristezza, occhi nostalgici. Stringeva tra le mani una kufiah consumata, e continuava a piangere e a masticare qualche parola un po’ in inglese, un po’ in arabo. Vedevo quell’uomo così triste, e lo vedevo così fragile sebbene la sua corporatura fosse robusta. Solo dopo ho capito. Lui era una testimonianza, LA testimonianza. Dopo essermi trovata davanti all’immagine di Mohammad che consegna la kufiah consumata alla mamma di Vittorio, mentre continua a piangere e a chiedere scusa, ho cercato di ricostruire la sua figura.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, arrivato a Bulciago per l’occasione, per la prima volta in tutta la sua vita ha messo piede fuori da quel muro che sembra così imbattibile. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, uno dei migliori amici di Vittorio, uno degli ultimi ad averlo visto, l’unico ad essere in possesso della sua kufiah.

Solo dopo ho capito, solo dopo. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, amico di ViK, si ritrova in un mondo completamente diverso in cui tutto sembra dovuto, in cui tutto sembra così bello e libero rispetto alla sua realtà. Un mondo in cui le persone non vengono colte da getti di acqua e merda se vanno a fare la spesa, che non vengono colpiti da mitragliatrici se decidono di andare a pescare. Un mondo che lui deve abbandonare per ritornare a casa, lì dove i diritti dell’uomo non esistono, dove l’odore della morte e della sofferenza non abbandona nessuno.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, fuori dal mondo, dentro ad un muro.”

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