Mario

Archive for the ‘Ironia’ Category

Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

fra

Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

palma-rosa.jpg

Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

La signorina “Tumistufi”

In amore, Donne, Ironia on 22 settembre 2013 at 9:07

tacco 12

Era carina, intelligente, simpatica e molto colta e non capiva come mai non riusciva a trovare un uomo che apprezzasse tutto questo ben di dio. Non che non ne avesse mai trovato uno, qualche volte le era successo, ma erano stati quelli che lei non aveva mai preso in considerazione. Perché un uomo deve avere certe qualità, i “fondamentali” come nello sport. Doveva essere carino, intelligente, simpatico e preparato non meno di lei.
Sì c’era stato Silvano: famiglia bene, vestito come conviene, caruccio e che pure bazzicava l’università, ma alla fine aveva preferito quella troietta con le tette finte. Non che a lei mancassero, ed erano pure quasi tutte vere, ma cosa vuoi… gli uomini… era solo questione di misura. Per giunta se l’era sposata anche se era evidente che fosse una da una botta e via. Ma lei era superiore a queste cose, se non fosse stato così, l’avrebbe fanculato fin da subito, quando si girava a guardare le altre e faceva apprezzamenti sulla dimensione esagerate di quelle parti del corpo.
Poi più nulla, ma d’altra parte lei era stata troppo impegnata. Si era laureata e dietro ai libri ci aveva perso il sonno e la vista. Gli uomini non li aveva considerati, non aveva tempo da perdere dietro a quei pezzi di legno.
E adesso che aveva il suo bel posto fisso, i suoi abitini da boutique, i sui tacchi 12 e i suoi stivali sexy, gli uomini, quelli che piacevano a lei, non la degnavano nemmeno di uno sguardo.
Si lagnava sempre con la sua amica Lucilla di quanto scemi fossero a farsi abbindolare da quelle veline da strapazzo, ma Lucilla rispondeva che forse non era colpa degli uomini ma del suo atteggiamento verso gli altri.
Ma di cosa andava parlando? Proprio quella che oltre ad essere bruttina non era andata al di là del diploma di ragioniera e che si spacciava per una grande intenditrice di comportamento accattivante nei confronti degli uomini. Proprio lei che era sempre disponibile e cambiava un ragazzo dietro l’altro, che poi all’età che aveva… avrebbe dovuto ringraziare qualche santo in paradiso per averne trovato anche solo uno.
Lei sapeva che gli uomini si facevano irretire dalla facilità di portare a letto una donna e anche dal fatto che quelle, che li lasciavano fare, non erano certamente impegnative d’intelletto.
Un uomo dovrebbe capire le necessità di una donna, i suoi bisogni, dovrebbe condividere con lei le abitudini e gli interessi, dovrebbe portarle rispetto e coprirla di gentilezze e di attenzioni… altrimenti che razza di uomo è?
Sarebbe così bello che venisse a cena con i suoi genitori non dico tutte le sere, ma almeno due o tre volte alla settimana, anche perché è giusto che si faccia accettare dalla sua famiglia. E poi chiaramente non dovrebbe uscire con gli amici e appassionarsi ai soliti sport da tamarri. Quello proprio non lo sopportava era talmente poco elegante, talmente popolano e da ignoranti…
Ad un certo punto, aveva provato a frequentare i convegni, chissà mai se in un certo ambiente più vicino alle sue corde, non avesse trovato la persona giusta per lei. In effetti quella sera aveva conosciuto Gianluca, un tipo proprio a modo, insomma come piaceva a lei. Le aveva scostato la sedia e aveva lodato il suo tubino nero che lasciava scoperte un bel po’ di gambe e aveva pure riconosciuto dove aveva preso le sue scarpe da trampoliere. Dove lo trovi uno così? Uno che sa parlare e gesticolare con tanta grazia, che si comporta con una donna in modo intimo e gentile. Guarda quasi quasi stasera ci “casco”, chissà che non ne venga fuori una storia come si deve, che poi lascia a me… che me lo cucino a puntino.
Gianluca era tutto sorrisi e sottintesi, ma leggero come una farfalla, non greve come certi uomini che aveva conosciuto lei. Questa è “arte” stava pensando, mentre avvicinavano i visi per “cazzeggiare” del più e del meno. E lui si guardava in giro, ma non si soffermava sulle altre, che di gnocche qualcuna c’era, ma lui non lo dava a vedere, questo sì che è una perla rara… pensava lei con un’aria da “Questol’hotrovatoio” e si sentiva un metro sopra il pavimento, e non vedeva l’ora di mostrarlo a quelle sfigate delle amiche.
Lui scherzava simpaticamente con il cameriere, un bel ragazzo pure lui ed era un piacere vederli, perchè la bellezza è un piacere per gli occhi e per l’anima e tutti ne avevano diritto.
Alla fine della serata lui l’aveva presa sottobraccio con familiarità e le aveva sussurrato “E allora, anche tu qui per trombare?” Non aveva afferrato subito il senso delle parole e soprattutto non aveva capito subito che non erano dirette a lei, anche se l’occhiolino al cameriere, che gli aveva visto fare, non doveva lasciare dubbi.
Ecchè, cazzo, con chi crede di parlare questo burino, aveva pensato lei, che tra l’altro a pensarci bene l’aria da frocio ce l’aveva anche prima. Non penserà mica che io gli tenga bordone. Doveva fargli capire subito che si sbagliava di grosso, ma non trovava le parole giuste. Accidenti mai che uscissero quando ne aveva bisogno. Allora riprese la sua aria da signorina “Tumistufi” che le veniva sempre così bene e disse: “No stasera non si fa niente. Nessuno che mi “acchiappi” qui, e che meriti attenzione.” Un po’ come la volpe e l’uva, che quasi sempre, alla volpe, ha l’aria di essere acerba.
“Buonanotte!” E mai parole furono più azzeccate. Un buon sonno e via. Almeno l’indomani non avrebbe dovuto indossare l’aria della signorina “Maquantosonosoddisfatta” perchè questa non le veniva bene mai.

Lettera ad un papa appena nato

In Donne, Informazione, Ironia, Parola di donne, politica, Religione, uomini, Vaticano on 15 marzo 2013 at 16:34

papa francesco

Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.

Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?

Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
(Lidia Ravera)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/15/papa-francesco-ma-a-noi-donne-che-ci-manca/530997/

La lista…

In Ironia, personale on 25 ottobre 2012 at 14:44


Avete anche voi una lista simile?
La mia amica Martina http://lavitamarina.wordpress.com/2012/10/20/le-venti-cose ne ha trovata una, in un vecchio libro scovato nel bidone delle immondizie.
Sarebbe bello sapere quel è la nostra lista di cose assolutamente necessarie per poter dire sinceramente, alla fine: “confesso che ho vissuto”.

1 – Fare una vacanza di almeno due settimane assolutamente soli a leggere libri, ascoltare musica e guardare il mare
2 – Arrivare in una limpida notte invernale a New York dal Queensboro Bridge
3 – Avere un incontro ravvicinato del terzo tipo sugli allineamenti di Karnac
4 – Vedere realizzato in un bel film il libro che hai amato tanto
5 – Saper tornare bambini ogni volta che è necessario
6 – Provare sempre stupore di fronte alla bellezza della natura e alla solidarietà umana
7 – Riuscire a dipingere un quadro enorme, anche se soffri della fobia di sporcare i fogli bianchi
8 – Avere una stanza tutta per sè
9 – Poter comperare quel quadro che ti piace tanto senza chiederti se lo potrai mai pagare
10- Regalare un sogno ad un bambino
11- Regalare un sogno ad una persona anziana
12- Avere un appuntamento col destino e non arrivare tardi
13- Avere un amico per compagno di vita
14- Riuscire a rispondere per le rime in alcuni momenti topici della vita
15- Ricevere la risposta giusta ad una domanda importante
16- Non avere paura della morte
17- Non avere paura della vita
18- Avere un luogo tuo dove tornare
19- Fare per tuo figlio quello che avresti voluto che i tuoi genitori avessero fatto per te
20- Andare all’avventura in un coast to coast dell’America a suon di musica anni ’60.

Certo che se continuavo, ne avrei trovati altre cento cose assolutamente da fare, ma mi accontento di queste, tutto sommato per la mia vita non ho, come ben potete vedere, esagerate pretese 🙂

Lunga vita agli smemorati

In Anomalie, Ironia on 24 settembre 2012 at 14:48


Non so per quale ragione, ma io ho una buona memoria. Più passano gli anni e più mi stupisco di essere riuscita ad “archiviare” così tanti dati, che poi non è stato un lavoro organizzato bene, sarebbe troppo bello, ma ho trattenuto dati alla rinfusa, senza una vera logica e senza la volontà di farlo.
In questo modo il mio archivio mnemonico e vario e multiforme, ma probabilmente tralascia dati importantissimi, e visto che li ho dimenticati, e solo per questo, li sottovaluto e non me ne preoccupo.
Ho avuto a che fare molto spesso con persone che non hanno memoria e, quella che hanno, appare molto selettiva. Si lagnano sempre di questo problema, ma tutto sommato non so se si tratti proprio di una cosa negativa. Il mio cervello è iperattivo e valuta, seleziona, incasella e archivia oppure si mette in funzione ricerca, seleziona, valuta e propone… insomma un lavoraccio della madonna.
Chi ha poca memoria non sa che stress sia averne molta, non sa per esempio quanti collegamenti, intrecci di dati e riferimenti si debbano avere per ricordare bene. A me basta un semplice odore, una tonalità di luce, il sapore di un cibo per mettermi a disposizione un numero esagerato di emozioni, ricordi e riferimenti precisi. Dopo ci si chiede come mai, una come me, dorme pochissimo e quando si sveglia anche nel pieno della notta è totalmente presente a sè. Il mio cervello non chiude mai e persino i sogni vengono analizzati e schedati come ogni altro tipo di dato.
Ho un’amica che purtroppo per cause legate ad una grave malattia, ha perduto totalmente la memoria. E’ terribile a pensarci, lei non ha alcun riferimento di sorta, se non da breve tempo. Ha scordato tutto quello che sapeva, che aveva studiato prima, ha dimenticato i volti dei suoi famigliari e così pure i sentimenti che la collegavano a loro, si è dimenticata il suo nome e la sua storia… una cosa terribile, ma comunque, alla fine è tornata bambina piccola, ha imparato a parlare, scrivere e leggere, a ricominciato a voler bene e a conoscere chi le stava attorno. Insomma ha ricominciato a vivere. A parte il fatto che la cosa sembra inconcepibile a quelli come me, a guardarla, comunque mi stimola tenerezza e pure il suo corpo è tornato bambino, la sua pelle è levigata da rughe di espressione e da tensioni che prima vi leggevo. Parla come una bambina e prova le cose che provano i bambini, emozioni ed entusiasmi compresi… questa cosa è proprio così terribile?
Ho visto smemorati cancellare la loro vita precedente, senza rammentarsi nè il bene nè il male passato. Li ho visti buttarsi il mondo dietro alle spalle e riprendere a vivere senza pregiudizi e amarezze. Non so dire se è una reazione naturale di alcuni cervelli o di alcune coscienze volubili. Dimenticare aiuta a combattere i sensi di colpa e le responsabilità, l’unica cosa che non è certa è se si tratti di una reazione indotta oppure una funziona naturale della propria psiche.
Se penso alle mosse di qualcuno che conosco, mi par di capire che il genio sta nella smemoratezza e non nella sregolatezza. Come ho letto in una statistica presentata non so più da chi è l’egoista che vince in longevità e suppongo che la smemoratezza, se non è un fatto patologico, vinca sicuramente il primo premio in fatto di distrazione ed egoismo. Pertanto lunga vita agli smemorati, sebbene che un mondo fatto solo di loro, a me pare davvero un incubo terribile.

I numeri di telefono che non si cancellano mai

In Amici, Anomalie, Ironia on 11 settembre 2012 at 16:22

Non so, credo non succeda a tutti, però a me succede, qualsiasi cosa capiti non riesco mai a cancellare un numero di telefono sul mio cellulare. Già succede, involontariamente, quando un telefonino dà forfait, ma volontariamento io non riesco a farlo. Credo appartenga ad una delle mie idiosincrasie: come quella di non poter dormire con le ante degli armadi aperti o non riuscire a tenere le porte delle stanze di casa chiuse… (che a pensarci bene potrebbe sembrare un controsenso).
Quella di non cancellare i numeri di telefono, che non uso più, mi costringe ad avere una rubrica interminabile, di cui, molta parte, composta da numeri che riguardano la mia attività, ma altri ovviamente dei miei amici, ossia quelli che lo sono ancora e sono moltissimi e quelli che non lo sono più, che pur essendo un numero minore, sono la parte più dolorosa della rubrica. Poi i numeri, ancora più difficili, sono quelli degli amici che non ci sono più per sempre, ossia quelli che nel corso della vita ci hanno lasciato (notate bene che non riesco ad usare la parola: deceduti… e neanche niente di simile) insomma di quelli: cancellare il nome e il numero è una cosa che mi strazierebbe il cuore, come se, con un gesto così banale, io potessi davvero cancellarli anche dalla mia memoria o dare alla nostra amicizia una fine definitiva che non voglio dare.
Pensandoci bene è come se, ad un certo punto della mia giornata, potessi potenzialmente sentire il bisogno della loro voce e li potessi ancora chiamare…: “Ciao, sono io, come va?” e potessi sentire la loro immancabile risposta “Bene, ho avuto molto da fare…” Certo starei attenta a non dir loro “Ciao, è da un pezzo che non ci sentiamo, ma dove eri finito…?” perché lo so questo sarebbe di cattivo gusto e avrei il sospetto che i più simpatici una pronta risposta me la darebbero e pure macabra, a dirla tutta.
Non so davvero se sia una brutta cosa essere incapaci di tagliare i rapporti con gli amici anche quando la separazione è definitiva. Questo mi succede anche con gli amici che si sono trasformati, anche ingiustificatamente, in nemici. Tenere il numero mi consente che se dovessi dire di nuovo le mie ragioni, gliele potrei dire direttamente, senza mettere in mezzo altri, in fin dei conti non ho mai avuto paura di dire quello che penso in modo diretto e sincero, se possibile evitando le offese personali, anche se qualche volta… vabbè! anche se hanno fatto capolino nella mente per fortuna sono riuscita a trattenermi in tempo. L’esperienza di vita vissuta con me stessa, sarà servita almeno a qualche cosa.
L’unica possibilità è il famoso telefono defunto, che quasi mai dialoga, negli ultimi rantoli della sua esistenza, con il nuovo telefonino che lo sostituirà. Io credo che le cose abbiano un’anima e che il vecchio telefonino sia quasi sempre geloso della propria intimità, un po’ come in “Toy’s story” odia farsi sostituire da alcunchè, e pertanto si tiene i suoi segreti e se li porta via nella sua memoria, in modo che quando tu lo abbandoni ne porti con te sempre il rimpianto assieme a quel numero di telefono che mai più potrai recuperare, perchè mai più incontrerai quella persona e mai più potrai ricomporre l’amicizia che era vostra in un tempo passato.
Il nuovo telefonino si ricompone di una sua memoria personale, di dati nuovi e un po’ distaccati, almeno per i primi tempi. L’unico pregio è che azzera anche le inimicizie, e su questo non posso che pensare in una sua positività. Ricominciare da zero, in una tabula rasa mentale e affettiva, può essere anche una buona cosa, magari fossi più giovane e fossi meno attaccata al mio mondo relazionale. Vale a dire che se “mia nonna avesse avuto le ruote, sarebbe stata sicuramente un treno…” e che se sapessi cancellare i numeri di telefono inutili nel mio cellulare sarei sicuramente un’altra persona. Chissà mai, un giorno, prima o poi, quei numeri potrebbero essermi utili e se non lo saranno almeno li terrò lì a farmi compagnia.

Dalla perdita dei fluidi corporei all’autostima

In amore, Anomalie, decrescita, Donne, Ironia, personale on 9 settembre 2012 at 13:55

Credo vi sarete accorti tutti che, negli ultimi tempi, la donna viene indicata come l’unico soggetto a perdita di fluidi corporei a ciclo continuo.
Noi donne non lo sapevamo, ma abbiamo la necessità di bardarci di assorbenti in tutti i periodi della nostra vita e 24 ore su 24. Durante il ciclo, dopo il ciclo, nell’intermezzo (di che non si sa), prima del ciclo, in “quei giorni”, quando fa umido e anche quando splende il sole e se poi il ciclo, per fortuna o per maledizione, propendo più per la prima che per la seconda, finalmente smette… beh allora, care donne siete messe male, cominciate a soffrire di diuresi o minzione incontrollata e pure a dirla tutta un po’ puzzolente.
Provate a guardare in un supermercato, nel reparto assorbenti: non avrete che l’imbarazzo della scelta (super, midi, mini, con ali, con becchi e con unghie…) insomma tutto congiura con la nostra autostima, che a dirla tutta è già bassina di per sé e non avrebbe bisogno di inutili deterrenti.
Perchè, a noi donne basta poco per sentirci inadeguate, inadatte, incapaci di stare al mondo. Basta una nuova ruga, un abitino dei grandi magazzini, un abbassamento del seno anche se inesistente, la scoperta che usare i gambaletti e i collant giustificano il calo del desiderio del compagno, un filino di riga bianca di ricrescita sui capelli, un maglioncino vecchio ma tanto amato, il capufficio che ci coinvolge nei suoi pesanti complimenti alla giovane collega appena arrivata… ecco se poi si aggiunge il fatto che siamo dei colabrodi… beh allora rasentiamo il suicidio.
Tutto questo accanirsi sulla donna, mi fa pensare o che realmente abbiamo dei grossi problemi di immagine, oppure l’accanimento nasconde invece la paura, da parte dell’uomo e della società dei consumi, di vederci sciatte e felici.
A mio giudizio proporrei una sana decrescita su certi consumi, come pannolini e prodotti di seduzione. Le aziende chiuderebbero, e di questo mi dispiace, ma almeno avremmo generazioni di donne più serene e contente di sé.
Avremmo bocche e seni meno gonfi, capelli meno stressati e sorrisi più naturali. Forse forse ne guadagneremmo anche in salute, ovviamente non costrette più a finanziare chirurghi plastici e psicologhi e nemmeno le tasche e le ville di creatori di moda, case produttrici di cosmetici, portafogli di fotografi coronati e di editori di giornali di gossip.
Non vedo perchè una donna non possa essere quello che è, banalmente e semplicemente. Voi, amiche, direte: “Bella forza… e la concorrenza?” Inutile dire che la risposta non ve la posso dare io, se c’è concorrenza e voi pensate che a correre più forte sia l’unico sistema per salvarsi, non è colpa mia se vi trovate con gli uomini di cui vi lagnate e se quando diventate un po’ usate, questi vi buttano nel riciclo della plastica. Stare dentro al gioco vuol dire partire già perdenti, se la teoria della perdita di fluidi corporei, da parte delle donne di qualsiasi età è la metafora della nostra vita, allora sappiate subito che questa vita vi sta colando via, senza aver trovato nessuno che abbia pensato, ad un modo qualsiasi, per tappare quel buco, anzichè altri e per far si’ che la vostra vita abbia quel che di naturale che consente a tutti di nascere, crescere, diventare maturi e invecchiare, riservandoci la possibilità di morire senza lasciare ai posteri la nostra mummia preimbalsamata.
E poi cosa c’è di peggio di pensare di vedere il proprio nipotino che quando ti chiama: “nonna” lo fa con una certa apprensione e con quello sguardo frammisto di preoccupazione ed incertezza, che è stato il primo sentimento che avete avuto pure voi quando, per la prima volta, da bambine, vi siete davvero guardate allo specchio.
Sarà perchè sono una donna più che matura, senza l’aiuto di aggiunte o di detrazioni e che per me il mercato degli assorbenti potrebbe andare bellamente in fallimento, come altri mercati altrettanto lucrosi, che analizzando la mia autostima posso dire finalmente: “Mai stata meglio in vita mia!”.

Storie d’amore e di corazze

In amore, Donne, Ironia, Parola di donne, Senza Categoria, uomini on 1 agosto 2012 at 20:26

La prima storia.
Lei è bella. Magari non bella nel senso classico, una bella dentro e fuori nel senso più spirituale del termine. E poi la bellezza non vuol dire niente, c’è chi la vede e chi no. Lui, l’altro, l’aveva vista e non ci aveva più dormito per mesi.
Ma andiamo con ordine.
Lei era da tempo che si era accorta di aver sposato un pesce surgelato. Il suo più caro amico l’aveva avvisata: “Se lo sposi ti vengo a prendere a calci in culo.” E adesso sapeva quanto avesse avuto ragione, ma lui non era più lì, anzi non era proprio più. Maledizione!
E poi era stata tutta colpa di quell’amico… ma andiamo per gradi.
Lei aveva allora deciso di adeguarsi, si era indossata una corazza spessa e si era infilata nel surgelatore, almeno così non c’era pericolo, nessuno l’avrebbe notata e avrebbe preteso da lei alcunchè.
Aveva scritto all’amico che ora lei viveva bene, stava bene con se stessa, che nessuno l’avrebbe ferita e che pure col marito c’era un giusto equilibrio, tutti e due freddi uguale.
Il suo amico lontano le aveva risposto: “Sei ancora più pazza di quello che pensavo” e l’aveva minacciata un’altra volta, ma poi non era più tornato. Oh quanto le mancava!
Ma almeno una cosa l’aveva fatta. un piccolo attentato alla sua corazza e al suo gelo personale, le aveva dato l’incarico di far avere certi documenti ad un amico che abitava in un’altra città. Cosa banale se si guarda bene, ma a volte sono proprio quelle che ti fregano.
Lei c’era andata, bene armata della sua corazza, e con quella giusta temperatura che non le avrebbe consentito una vera e propria comunicazione. Lui, l’altro, le aveva parlato a lungo, aveva chiesto, era rimasto a lungo in silenzio, aveva ascoltato… Insomma, ecchecavolo, le solite cose in fin dei conti. tutti ne sono capaci… Eppure il suo silenzio parlava e le sue parole accarezzavano… niente da fare, però,  la sua corazza gelata resisteva. E poi i suoi occhi scuri a volte seri e a volte ridenti, la sua volontà di sapere, di conoscere…
Lei aveva messo km di distanza e pure il telefono di mezzo, non aveva tempo per queste cose, aveva troppo da fare.
E a casa apriva il frigorifero estraendo verdure colorate e piene di sapore, tagluzzava, condiva, salava, insaporiva con spezie speciali e suo marito la guardava senza il coraggio di fermare la sua frenesia.
Le amiche beneficiavano di tanto ben di dio, e anche qualche amico aveva ripreso a passare all’ora di cena e si riempiva gli occhi e il cuore di quei profumi e sapori.
Lei cucinava con puntiglio e rabbia. Peperoncino e curcuma e qualche erbetta speciale che nessuno usava più e che il nome aveva dimenticato.
Sarà stato quello a scioglierle il cuore: il calore dei fornelli e il pizzicore del pepe in grani grandi e neri. Sarà stato il telefono oppure quelle parole sussurrate tra un intingolo e un cous cous.
Un giorno il frigo fu vuoto e pure il suo cuore. Si chiese cosa avrebbe fatto ora che si sentiva così… così inutile e senza nulla da fare. Cosa avrebbe dovuto ancora aspettare?
Prese allora quell’aereo e aveva il cuore che faceva capriole e che suonava l’ultima samba che aveva sentito alla radio. Lui l’aspettava e la prese semplicemente per mano e un altro aereo li portò via, lontano, con la speranza di non più tornare.
Che ne fu di loro? La storia non lo dice, so soltanto che quell’amico che li guardava ridendo sornione, da un luogo, quello sì senza ritorno, aveva detto alzando in alto il pugno, in segno di vittoria: “Te l’avevo promesso, amica mia, che sarei tornato per darti un calcio in culo…”

Il silenzio non paga

In Ironia, Mala tempora currunt, personale on 27 luglio 2012 at 14:59

Siamo cambiati! E’ vero! me ne sono accorta quando di fronte ad alcuni eventi spiacevoli della vita, ho avuto reazioni che risultavano agli altri fuori dal mondo. Non è che il mio modo di essere sia stato mai troppo omologato, e questo è un fatto, ma quello che non mi sarei aspettata e che la società si assestasse su livelli via via sdoganati da cattive abitudini e cattivi maestri, e che oggi diventino il codice comune di buon comportamento.
Facciamo un esempio banale? Di fronte ad un vecchio marpione che si sollazza con le ragazzine giovani, io provo un senso di ribrezzo, com’è che invece una buona parte delle persone lo guardano ammirati e lo votano? Sì, lo so, parlo ancora di lui, e dovrei invece averlo scaricato dai miei pensieri, ma che ci posso fare se si sta riproponendo e forse tornerà agli allori politici, visto lo sdoganamento di cui sopra?
Ma arriviamo al succo dei miei fastidiosi pensieri di oggi: secondo voi, di fronte ad un aspro attacco e a delle accuse ingiustificate, una persone che si chiude in un dignitoso silenzio che figura fa? Di essere in colpa e di meritarsi tanti improperi oppure di non voler scendere in basso facendosi coinvolgere da una rissa che non avrà fine? Temo di ricevere le vostre risposte. Credo che in una società dove quel che conta è l’apparire quel che non conta è la sostanza. Un fesso che tace, sempre più fesso è. Un fesso che grida se non ha proprio ragione subito, prima o poi se la farà. E pensare che io vivo ancora nel mondo dei buoni sentimenti e dei gesti di lealtà e di correttezza, nell’orgoglio di essere come sono e di non chiedere l’approvazione degli altri, bastandomi l’approvazione di me stessa.
Che fessa direte voi. Che fessa dico io e pure presuntuosa: mai pesare gli altri con la tua bilancia e mai pensare di essere in buona compagnia. Certo qualcuno di simile a te c’è, ma la maggioranza sarebbe capace di rivotare quel vecchio marpione, dal che si deduce che il peggio lo dovremo ancora vedere e che in certi casi il silenzio è provocato da un fatto semplice, ossia: “non trovo più parole da dire…” Ma che tristezza… 😦

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: