Mario

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Quel ricordo sono io….

In Senza Categoria on 31 maggio 2012 at 20:39

Gran brutta giornata, difficile, contorta, greve. Non ero voluta uscire, non era giornata, conservavo le mie forze per la cerimonia civile che accompagnava il mio amico A. Qui poi tutti lo chiamano S., ma lui preferiva che lo chiamassi A. chissà perchè?
I figli per fortuna hanno voluto una cerimonia civile, senza i fasti della chiesa, ma purtroppo con i fasti nefasti della politica.
Anche nella morte c’è sempre chi si ricava lo spazio per le luci della ribalta, soprattutto in politica e pure nell’arrugginita macchina del sindacato. I vertici che avevano fatto di tutto per tagliarlo fuori, riuscendoci. Falsi venditori di merce avariata. Ipocriti e senza qualità. Lui invece le aveva le qualità, c’era dentro al suo tempo e volava alto nelle sue analisi e guardava nel futuro con lucidità e questo a molti dava fastidio, soprattutto a quelli.

La figlia, si è alzata e fatto smettere la sceneggiata con piglio deciso. Mi ha tolto un sorriso, sua figlia in tutto e per tutto, almeno questa parte del carattere riconoscevo e quegli stessi occhi nei chiari occhi del figlio e quel sorriso ammaliatore, lo stesso .

E mi sembrava tutto tristemente distante, che non mi apparteneva più. Parole e parole per riempire il vuoto che lui ha lasciato intorno a sé, troppe parole e io stavo zitta e non avevo niente da dire e non riconoscevo nulla, tranne alcuni riferimenti al suo modo di essere, alla sua testardaggine, alle sue spigolosità, ma anche alla sua umanità. Ma questa era la politica, che era pure parte di lui, ma di lui oggi che conoscevo io? Di quel ragazzo con il quale avevo condiviso tantissimo, di quello dalla battuta facile, sarcastica, esplosiva? Me ne ricordavo tante, troppe da stentare di tirarne fuori anche solo una piccolina…

Alla fine è salito sul palco un giovane, finalmente un suo amico. Un ragazzo speciale che aveva colto di A. tutta la fantastica e mirabolante poesia, quello che aveva raccolto e ripetute le sue frasi feroci dette in dialetto, ma che non le sapeva ripetere perchè non era il suo dialetto. Un po’ ha fatto ridere tutti: i giovani e i non più giovani ho visto occhi riempirsi di lacrime e di sorrisi, teste scuotersi in un sì continuo… ecco gli amici … i veri amici, ecco che pure io mi sentivo parte di un dolore un vero graffiante dolore comune. Il ragazzo diceva che lo aveva conosciuto nel 1999 e che da allora avevano fatto tante cose insieme, le cene tra amici, i suoi corsi di cucina, i due spaghetti che poi due non erano mai. Le serate con la chitarra e gli appuntamenti quando al ristorante prenotavano per quattro per poi invece andare in due, raccontando che gli altri avevano tirato il pacco e così potevano godere di un tavolino comodo e di uno spazio maggiore. E le telefonate assurde: “Scusa, sono in ritardo, ma i carabinieri mi stanno perquisendo l’auto.” “Ma perchè, che cosa hai fatto?” “Beh sai mi sono fermato un po’ in ritardo quando mi hanno fatto la segnalazione. Loro mi hanno chiesto: ma non ha visto la paletta? e sai com’è non ce l’ho fatta a tacere e gli ho risposto: l’ho vista sì, ma mi aspettavo anche il secchiello.” Eccome se ti riconoscevo, come la sera dentro a quel bar che l’ubriaco ti aveva tirato un pugno, perchè tu avevi detto che ogni tanto capita che il mondo girava un po’ troppo veloce per riuscire a stare in piedi. E poi con quel naso fratturato e con quella strana armatura che ti dava quel profilo-greco, o profilo-attico e giù a ridere per il doppio senso delle parole. Eravamo cretini… eravamo carini!

Ma io ancora ero distante perchè distante era il nostro inizio era il 1972 e noi insieme avevamo 30 anni di più dei ricordi di quel ragazzo e quindi lì dentro non c’ero, non c’era la tua musica, non c’erano le discussioni sui libri letti, sulla politica, sulla voglia di vivere, sull’amicizia, non c’erano le tue donne e i tuoi figli e i nipoti, non c’era ancora niente di quello che saresti stato e non lo posso dire perchè nessuno potrebbe capire. Noi c’eravamo e nessuno lo sa e a nessuno posso dirlo: tu avevi i tuoi riccioli incolti e i tuoi jeans sdruciti e io un po’ più grande ti facevo da mamma e da confidente. “Non sposarti ti prego!” ti avevo detto:  “sei troppo giovane e lei è una bambina… non durerà, non può durare… ragiona!” E tu l’avevi fatto e avevi pure voluto quella bambina, anche se poi tutto era andato a male ed io ti avevo tirato fuori da quella sorta di depressione. Dai la vita continua ed eravamo partiti… Improvvisamente il giovane che parla ricorda: “S. ci raccontava un sacco di storie, dei suoi libri, di quello che avrebbe voluto fare, di quel suo viaggio a Londra quando era giovane…”  Il viaggio a Londra??? Ma quello era il nostro viaggio, l’unico viaggio a Londra che sapevo tu avevi fatto ed era il nostro, la nostra partenza, quella per cercare di dimenticare, un poco, quella bambina partita per il Canada… Allora quel viaggio non era solo il mio ricordo era pure il tuo, quel viaggio era il nostro viaggio e io ero quel ricordo, ne facevo parte e ho pure tutte le foto e mi ricordo pure come si chiamava la guesthouse e com’era la stanza  e il letto matrimoniale ed il singolo che ci eravamo giocati ai numeri assieme al nostro amico V. Tutti a mirare il singolo oppure no, ma che importa tanto a dormire nello stesso letto si può se si è solo amici…

Strana cosa la memoria mi è parso di ricominciare a esistere in una giornata tutta da cancellare solo nel momento in cui ho acchiappato un piccolo ricordo e quel ricordo, guarda caso, sono io….

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

Il canone inverso

In Amici, amore, musica on 14 maggio 2012 at 0:32

Qualche volta succede che quello che fai e quello che dici, venga stravolto e travisato. Non succede spesso, ma quando succede è un brutto colpo, perché, comunque, ti accorgi che non te l’aspettavi e in più, ti chiedi come sia possibile che una cosa che per te ha un senso preciso e chiaro, per altri ha il senso inverso.
Se poi questo travisamento viene da persone che tu conosci bene e in cui tu credi e hai fiducia, alla fine non sai più se è semplicemente il dolore di un sentimento  mancato o se bruci di più la ferita del tradimento umano.
Di mio c’è che sono sempre molto sincera e diretta, ma questo ha un limite, non ferisco mai volutamente la persona a cui mi rivolgo. Ci metto quasi sempre una buona dose di diplomazia e di buon senso. A meno che non ci sia malafede, non mi scaglio quasi mai in un inconsulto attacco frontale e preferisco la discussione infinita ai colpi bassi.
E come reagisco di fronte a chi non bada a spese e da un’amicizia appassionata passa ad una critica acerrima?
Io questo lo vivo come una profonda delusione affettiva, che è la ferita più grave che quella persona mi fa. Resto basita perché non capisco quali siano i meccanismi che portino una persona, che lavora al mio finaco o condivide con me pensieri e progetti, a considerarmi improvvisamente un ostacolo o una essere umano che le suggerisce sospetto.
Perché in realtà a me personalmente non succede mai. Perché se mi fido di una persona difficilmente cambio la mia opinione. Perchè non sono diffidente. Perché credo nelle persone e nell’onestà delle loro azioni e delle loro idee. Perchè io sono così. La mia sinfonia, se posso usare una metafora, va solo in un senso e non si arrotola su se stessa e non torna indietro.
Credo nelle buone intenzioni degli esseri umani, anche se feriscono e mordono senza davvero nessuna ragione e soprattutto per motivi che travalicano i fatti contingenti.
Se io credo profondamente nelle persone, allo stesso tempo, di fronte a certe reazioni di critica e scontro rabbioso, mi trovo a prendere per un momento le distanze dalla situazione, e a guardare con un minimo di razionalità quelle che potrebbero essere le ragioni più profonde di tanto accanimento e nuovo risentimento. A volte leggo dietro ad azioni e parole, quello che non vorrei leggere mai. Anime ferite e profonde insoddisfazioni, di cui non si è mai noi la causa diretta. Una situazione triste che dovrebbe metterti in allerta e far sì che queste cose non abbiano da ferirti mai.
Nel canone inverso la musica si svolge e si riavvolge senza cambiare la sostanza della melodia, ma nei sentimenti non è mai così, il riavvolgimento di un sentimento d’amore può diventare odio o qualche volta rabbia o indifferenza e lascia dietro sé le scorie di emozioni e sentimenti che non potranno più ritornare gli stessi. E fa male, e quanto fa male 😦

Cuore di mamma

In amore, auguri, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 8 maggio 2012 at 22:05

Non so, un po’ mi vergogno di comportarmi in modo così sdolcinato, ma certo che è sempre una grande emozione vedere il proprio figlio laurearsi. Voglio dire che è una cosa di per sè particolare su cui emozionarsi, anche se so bene che al cuore di mamma comunque ogni scarrafone e bello a mamma sua. La questione è che non c’è solo l’amore di mamma, che vede il suo ragazzo, che qualche tempo fa era un bambinetto dagli occhi dolcissimi, diventato grande e grosso è che comunque, ogni volta che lo vede, le sembra più grande e più grosso della volta precedente. Non è lui che cresce, si sa e lei che ne perde ogni volta la misura.
E poi è così strano vederlo vestito un po’ curato, non era successo mai. Il suo massimo era un paio di pantalonacci blu con una camicia stropicciata. Ebbé almeno una volta nella vita: pantaloni nuovi rossi (grande eccezione perchè i colori forti non gli piacevano mai) e poi il gilè coi bottoni e la camicia bianca con il papillon rosso, la giacca no, perché fa troppo caldo.
Che stranezza un figlio vestito bene seppur in modo eccentrico, non l’ha fatto mai eppure per questa laurea aveva consumato più di un’ora del suo tempo per correre con me in un negozio e scegliere proprio quell’abito che comunque, conoscendolo, non avrebbe fatto il monaco. Almeno questo era il concetto. Chissà se mai lo rimetterà? Non credo, almeno non prevalga la sua natura di ragazzo parsimonioso e allora tutto si usa, fino allo sfinimento, finchè non c’è più modo di rattoppare e aggiustare.
Mio figlio ha la sua laurea e ha raggiunto la sua meta. Non il suo fine, solo una delle tappe per riprendere la salita. Come molti ragazzi d’altra parte, tutti pronti allo start per il loro futuro in un mondo che futuro non ha. Sarà la crisi che ha rubato il futuro ai nostri figli? Davvero non so. Le cause sono molte e più ci penso e più ne scopro e mai nessuna sufficientemente valida per causare una così terribile penuria di sogni.
I nostri figli non sognano e se sognano non ce lo fanno sapere, forse sanno che tanto li amiamo e tanto ci sfianchiamo per loro, per consetire a loro una vita decente e con un minimo di soddisfazioni, che se ce lo facessero sapere ci scanneremmo ancora di più.
Ma torniamo al punto, quel ragazzone che mi sembra sempre più grande ogni volta che lo rivedo ha preso il suo attimo di gloria, e sembra diventare più uomo e io leggermente più piccola e vecchia. Niente che mi dispiaccia però, ho fatto un buon lavoro e sebbene ogni mio pensiero abbia contenuto sempre un po’ della sua presenza, lui è stato comunque il centro della mia vita.
Ora credo che in qualche modo dovrò pensare ancora a lui perchè è così che la vita vuole, ma non dovrò più pensare per lui e decisamente c’è una bella differenza. Non che lo riuscissi a fare in modo preciso nemmeno prima, ma mi pareva che un po’ di bisogno lui l’avesse sempre  e comunque.
In una mattina calda di sole, in una città che se l’era preso per il tempo dei suoi studi, ho abbracciato mio figlio che subito prima di entrare a discutere la sua tesi mi ha fatto vedere la dedica:
A mia madre che con il suo amore e il suo coraggio mi ha insegnato a sorridere alla vita. Grazie.
Quale dono più bello? Quale compenso migliore anche se mai e poi mai mi pareva di dovermi aspettare tanto lusso? Eccolo lì con l’alloro in testa e il suo viso scanzonato che abbraccia la nonna che ha mirato per prima. Quella nonna che si era alzata coraggiosamente all’alba e camminando incerta con il suo bastone, si era sobbarcata un lungo viaggio per raggiungere l’Università in un’altra città, le sue cugine-sorelle che vanno pazze di lui e lui di loro, la sua amica del cuore che da sempre c’è come c’è lui per lei, gli zii e gli amici. Io mi sono riempita gli occhi e mi sono scordata di me. Macchisenefrega se sono la mamma e il suo abbraccio mi cerca per ultimo, lo so che non importa se comunque è il più lungo, un po’ ci vergognamo, un po’ ci pare di rubare qualche cosa agli alti, ma fra noi non serve e lo sappiamo, fra noi basta solo uno sguardo, lui sa e io so che comunque ci saremo e comunque il nostro amore resterà anche in barba agli affanni e alle offese della vita, malgrado la possibile assenza e anche alla probabile perdita che sta nell’ordine delle cose.
Tutto questo vale altrettanto e forse più del suo caparbio 110 e lode e la vita scorre sempre con il suo sorriso sornione e generoso e noi con essa.

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