Mario

Archive for ottobre 2009|Monthly archive page

Senza memoria

In poesia on 28 ottobre 2009 at 15:18

anziani

Quando le persone care invecchiano
e non si ricordano piú di te,
non puoi dire accade a loro
non puoi fare finta di niente,
l’orrore ti sta gettando
nel suo angolo buio
dove c’è un passaggio stretto
come la follia,
sei di fronte al tuo mistero
e te la devi cavare da solo,
ti devi sdraiare nudo
sopra un pavimento umido
farti piccolo
e trovare una coperta
nel tuo corpo

poesia di  LORENZO MULLON

Un’altra possibilità…

In poesia on 27 ottobre 2009 at 16:01

fond. zattere

Dentro ai miei occhi
se ne sono aperti altri
di un ragazzo
e di un bambino
e di un vecchio.
Immobili di fronte al mare
non abbiamo nessuna età.

un’altra possibilità di Lorenzo Mullon

CarminaDantPanem Editore

Stamattina, camminando per le strade luminose della mia città, sono stata gentilmente fermata da un Poeta di strada. Sinceramente era la prima volta che succedeva. Credevo che non ne esistessero più. In questi tempi dove la poesia è la più dimenticata delle arti. Dove sono le immagini a parlare per noi, non c’è posto per le parole che ci regalino immagini. Il Poeta, che solo dopo ho saputo che si chiama Lorenzo Mullon, con gentilezza mi ha chiesto se  “leggevo poesie”. Confesso che mi sono un po’ vergognata a dire che: “sì! le leggevo e che le poese mi piacevano”. Vergognarsi perchè? Facile. Chi ama la poesia ha il tempo di fermarsi per la strada e di parlare con un ragazzo dagli occhi ridenti con quell’aria un po’ svanita che contraddistingue chi scrive poesie. Chi legge poesie è disposto a “credere” e a “parlare” con uno sconosciuto per strada. Chi si interessa di poesia alla fine si offre di dare un contributo per un libricino con dedica. Gli altri. Tutti gli altri non si fermano.  Non si fidano. Non sono curiosi. Sono concreti e adatti alla vita. Il tempo non va sprecato mai. Che tristezza. Quindi mi sono fermata e sono stati i minuti più ben spesi della giornata. Ho saputo che la poesia è un’arte di cui non si può fare a meno e che, se si vuole, può consentire anche di sopravvivere in questa società.  Sia poetare in un parco, leggendo le proprie rime ai passanti, sia cercando per la strada un passante con un sorriso simpatico, consente ad un poeta di vivere della propria poesia. Stamattina quel sorriso io ce l’avevo e ne sono stata felice. Lorenzo Mullon, triestino di origine, trasferito a Venezia per licenza poetica, mi ha consegnato il suo libretto scelto e personalizzato con un “origami girandola” di colore rosso vivo. Con orgoglio mi sono letta le poesie fermandomi agli angoli di strada. E’ bello poter vivere di poesia e far vivere gli altri con le proprie parole. Grazie a Lorenzo per avermi scelta tra tanti. Grazie alla sua poesia per avermi regalato tanta emozione.

Dubbio amletico……

In Ironia on 27 ottobre 2009 at 10:58

mobilità

mobilità

o posto fisso

wc

questo è il problema… questo è il problema!

I migliori anni della sua vita…

In amore, Gruppo di scrittura on 26 ottobre 2009 at 18:04

Odiava da sempre i bilanci. Quelli che si fanno nella propria vita, ma anche quelli che si fanno al lavoro. Lei quel lavoro non l’avrebbe mai fatto. C’era stato un tempo che pensava di poterci convivere. Poi invece aveva capito che lei era diversa e che la partita doppia non le poteva appartenere. Si chiedeva sempre come potessero esserci persone che sceglievano di fare i ragionieri o i commercialisti, oppure le segretarie degli avvocati o dei notai. Lei sapeva lavorare duro, ma di fronte, ad un lavoro come quello era impreparata. Le sembrava  di essere nata menomata, incapace. Intanto, per fortuna o per sfortuna, aveva scelto un’altra strada. Un lavoro che non era suo e che aveva rubato al padre di suo figlio. Già perché prima era padre di suo figlio e poi, tardi, era diventato suo marito. Era stata una storia molto complicata e difficile. Non era per niente scontato che si risolvesse così. Anzi. Il senso era che tutto si incasinava ad ogni passo. I sogni erano stati accantonati. L’unica abitudine che si era instaurata assomigliava più ad una sfida tra titani che ad un qualche amore che avesse un senso. Ma ora era tutto passato. Soprattutto perché lui non c’era più. Forse era riuscita a  convivere con la perdita improvvisa di quell’uomo. Aveva trovato ad aiutarla più che la sua forza, la sua antica caparbietà. Ora era molte cose assieme. Era una donna, una lottatrice, una madre e un padre. Non con questo ordine necessariamente. E forse anche i termini si confondevano. Ormai non se lo chiedeva più. Era passato così tanto tempo. Il figlio era cresciuto. Non le aveva dato troppi problemi. Era molto indipendente. Qualche volta chiedeva delle cose, ma non si  aspettava di riceverle, le chiedeva solo se era possibile. Se venivano era meglio. Altrimenti faceva senza o se le procurava lui. Ma lei faceva di tutto per far quadrare il cerchio. E per fortuna che la geometria le riusciva facile. Poi aveva toppato. Lo sapeva che era meglio restarsene sola. In fin dei conti la solitudine le dava una certa libertà. Poteva fare quello che voleva e uscire quando lo voleva, ma non desiderava né fare né uscire, quindi… il problema non esisteva. Non ci pensava proprio, soprattutto non pensava che avrebbe potuto ricominciare a vedersi come una donna in cerca di compagnia. In effetti non aveva cercato nessuno. In effetti le era capitato. Non era lei ad aver cercato un nuovo compagno e poi quel compagno. Era contraria alle differenze d’età. Ma tutto questo in linea di principio perché con suo marito aveva dieci anni di differenza, lui era più adulto. Non è che la cosa funzionasse proprio. Anzi, secondo lei, per la mentalità lui apparteneva ad un’altra generazione. Ma adesso adattarsi ad un uomo molto più giovane non le pareva una soluzione logica. Ma pensandoci bene niente era logico. Si capisce che anche un giovane cerca la sicurezza. Cerca una presenza materna. Ma, cavolo, lei si era dimenticata di dirgli che nemmeno suo figlio le chiedeva più così tanta attenzione e pazienza. Lui stava sempre ad armeggiare con le sue cose. Non amava ascoltare musica e nemmeno gradiva se lei l’ascoltava. Non gli piaceva incontrar gente, d’altra parte non aveva amici e non voleva fare amicizia. Lei lo portava fuori come un cucciolo recalcitrante. Lo imbarcava negli aerei o nei treni per fare qualche viaggio insieme e lui si imbottiva di sonniferi per resistere alla tentazione di fumare o per superare il totale disinteresse ad un viaggio. Piano piano lei rinunciò. Invece suo marito aveva poco tempo per viaggiare. Sinceramente aveva mille cose da fare, per prime, solo questione di priorità. Alla fine se facevano un viaggio dovevano imbarcare anche un sacco di amici e poi lui finiva per incolpare lei se c’era qualcosa che non funzionava. Ma quel nuovo compagno era l’opposto. Sempre solo e isolato. Ogni viaggio era una discussione. Se ne stava in silenzio e l’aspettava fumando al di fuori dei musei. D’altra parte non c’era nulla che lo attirasse nei viaggi. Ma davvero che senso c’era essere così giovane e anche così privo di interessi. Lei alla fine aveva rinunciato. Non ci credeva più di trovare un equilibrio. Non sperava più di condividere con qualcuno i suoi interessi. Nemmeno la quotidianità. Alla sera era sempre più difficile rincasare. Come sempre trovava la cena da preparare e il frigorifero vuoto. Così perdeva la voglia.  Perdeva perfino la voglia di accendere la tv. Lui stava davanti al suo pc. Distratto di lei e indaffarato per conto suo. Le cose non potevano continuare così  in eterno. Fingersi addormentati quando l’altro entrava nel letto non era un gioco divertente. E venne la fine sotto forma di un’altra donna incontrata per caso, per gioco o per volontà nel web. Lei non aveva voluto approfondire. Si disse che sicuramente era più giovane e più bella di lei. Che lui era giovane e ne aveva tutti i diritti. Ma per lei cosa restava?  Neanche due parole di giustificazione. Neanche un misero “mi dispiace”. Lei si era fatta una colpa perché, per la verità, sui mobili di casa c’erano solo le foto di suo marito, del suo bambino (quando era bambino) e qualche foto del suo matrimonio. Nulla era cambiato da quando il suo nuovo compagno era entrato in quella casa. Lei glielo aveva chiesto: “Ti danno fastidio le foto?” Lui aveva detto di no e poi se n’era disinteressato. Ora era uscito da quella casa senza mostrare un solo piccolo rimpianto. D’altra parte  non ne erano rimasti nemmeno a lei. Aveva continuato a vivere da sola come prima di incontrarlo. Faceva fatica a ricordare le ragioni che l’avevano fatta accettare quel nuovo rapporto, anche se a pensarci bene, lui all’inizio sembrava disposto a tutto per lei. Ora però lei se ne era resa conto che era stata trattata come tutti i suoi giocattoli, la novità lo coinvolgeva, ma durava poco. Ben presto tutto gli veniva a noia. Anche lei. Ed ecco perché ora doveva tentare di fare un bilancio. Ma non le andava giù. Si dovrebbe essere depressi quando la vita  riserva certe sorprese. Ma, a ragion di logica, per lei non era stata una grossa sorpresa. Prima o dopo doveva accadere.  Ora, appunto, la sua vita aveva raggiunto, almeno per gli affetti, il capolinea. Aveva vissuto i migliori anni della sua vita a faticarsi e a guadagnarsi un posto vicino a qualcuno. Ora basta. Ci avrebbe messo una pietra sopra. Era all’ultima fermata. Bastava scendere e lasciare che sia. Let it be dicevano i Beatles. Let it blood chiosavano i Rolling Stones. Non c’era nessun’altra possibilità che lasciar scorrere. Era pronta per il grande passo. Poteva nel pc della sua vita scrivere in un vecchio linguaggio informatico: “erase” e nessuno se ne sarebbe accorto, neanche lei avrebbe capito la differenza. Bisogna essere portati per l’amore. Bisogna crederci e lei non ci credeva quasi più. Si ricordava solo che da ragazzina aveva sognato l’amore e nella realtà i sentimenti non erano mai stati come quel sogno. Soprattutto ormai non aveva più l’età per sognare. Era diventata quello che non avrebbe mai voluto diventare: semplicemente vecchia.

EsseRE

In poesia on 22 ottobre 2009 at 11:02

Era sempre stato il mio chiodo fisso. Avevo chiesto una poesia tutta per me. No, anzi, l’avevo solo desiderata, sognata. Inutilmente perchè non mi era stata mai dedicata. Le poesie d’amore non erano il suo genere. Quindi mi limitavo a leggere tutto quello che parlava d’amore, anche se non parlava di me. La vita però è strana. Proprio quando quelle parole non le attendevo più. Proprio quando non ne avevo più bisogno. Quando la realtà era più dolce della poesia. Ecco improvvisamente:

rossana-passo-rollePer una poesia che non ho scritto allora. Per tutte le poesie che ho scritto da allora. Quelle chieste e quelle ignorate. Per quella poesia che mi ha riscattato. Per la poesia di oggi. Io ci provo:

EsseRE

Esserci e perderti.
Quante volte ti ho perduta
e ogni volta ti ho cercata
e sempre ti ho trovata, lì
per essere ancora
e quelle notti d’insonnia
e quelle notti
a trovarti nel silenzio
o ad aspettare il mattino
sempre per ritrovarti ancora.
Allora famelico s’è fatto il mio abbraccio
insaziabile il mio bacio
i nostri baci
i corpi son diventati il corpo
niente riusciva a soddisfare quella sete
come se niente potesse bastare
come se nulla potesse riscattare
solo per poter tornare
…a vivere.

A uno sconosciuto

In poesia on 21 ottobre 2009 at 12:59
MagritteWalt Whitman

A uno sconosciuto

Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio ti
guardo,
Devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo (mi
arriva come un sogno),
Sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita
di gioia,
Tutto ritorna, fluido, affettuoso, casto, maturo, mentre
passiamo veloci uno vicino all’altro,
Sei cresciuto con me, con me sei stato ragazzo
o giovanetta,
Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più
solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio,
Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua
carne, passando, in cambio prendi la mia barba, il
mio petto, le mie mani,
Non devo parlarti, devo pensare a te quando siedo in
disparte o mi sveglio di notte, tutto solo,
Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho
dubbi,
Devo vedere come non perderti più.

Spigone

In La leggerezza della gioventù, personale on 20 ottobre 2009 at 15:11

borgo

La loro casa è in cima ad un monte. C’era stata parecchie volte. Ha amato quel posto, fosse solo per il grande camino acceso nel salotto accogliente. Ma stavano quasi sempre in cucina. La grande stufa economica e l’acqua gelata del lavello. I vecchi mobili che da nessuna parte si usano più. Ad arrivarci è un’impresa. Difficile, anzi impossibile, senza una macchina che “tiri” in montagna. Mica solo quello. Per arrivarci bisogna avere una volontà di ferro. Loro sono i suoi migliori amici. Per molti anni i suoi primi confidenti. Loro sono quelli che nelle avversità sono venuti a prenderla sottobraccio e a portarla via. Un viaggio aiuta sempre. Rossana lo sa. Lo sanno anche loro. Questa volta però non c’era niente da cancellare. Anzi per la verità, questa volta doveva essere un bel ricordo da conservare gelosamente. Stavolta sarebbe stato un momento da condividere. Ogni volta che lei entrava nel bosco di Spigone le venivano alla mente i personaggi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. Il maresciallo dei carabinieri Santovito e il suo immancabile sigaro. La sua fidanzata Raffaella. E gli altri, i gregari. Ma Spigone è un paese ancora più piccolo. Si trova nel luogo più che preciso, sull’appennino tosco-emiliano. Ma per strada non c’è nessuno, solo qualche cane che viene liberato dalla catena a ore. Strana anche la storia dei cani. Ce ne sono due che servono per la caccia. Non sono mai liberi contemporaneamente. Uno è libero al mattino mentre l’altro è a catena e si scambiano nel pomeriggio. Sono dei veri compagni di bisbocce. Se sono liberi contemporaneamente vanno per le montagne a caccia di cinghiali. Oppure vanno abbaiando per spaventare le prede altrui. Da soli o solo con la gioia di essere in due. Ma gente in giro non ce n’è. C’è la grande stalla trasformata in Locanda degli Asini. Ma anche quella e chiusa. Strano nome per una Locanda, ed è ancora più strano sapere che gli Asini sono i due gestori che recitano in una mini compagnia, di due elementi, e che si esibiscono sull’aia della stalla. Che strano mondo. Il tempo sembra non essere passato mai. Forse più che i libri di Guccini, a Rossana viene in mente Pinocchio di Collodi. Dalla vecchia casa esce dal camino il fumo della legna bruciata. Avviso di tepore dentro e dell’ora del desinare che si avvicina. Oggi gnocco fritto e salumi assieme ad un Lambruscone che è una poesia. Rossana e Michele stanno sulla porta. Guardano i vecchi muri semidiroccati delle case, i tetti muschiati, la strada di selciato costellato di erba ancora verde. Tra i cespugli i colori vividi di un pavone che razzola lanciando al cielo il suo verso acuto ed inutile. Il sole sonnecchia tra le nuvole e le foglie variegate di questo autunno precipitato in un freddo troppo improvviso. Lei e lui si guardano. Che strana sensazione. Per lui sarebbe la prima volta eppure… sembra incredibile, stanno vivendo come in un ricordo. La sensazione è che, malgrado tutto il tempo che si sono aspettati, malgrado la distanza, le altre vite vissute uno senza l’altro, era questo il posto giusto e il giusto epilogo a cui tutto li doveva portare. Michele sorride. “Questo posto mi piace proprio.” Rossana gli posa un bacio sulla guancia. Alla pelle si mescola l’odore di bruciato del fuoco da poco acceso. Non è triste l’autunno della vita se era tutto quello che avevano aspettato e sognato.

Il mare di sabbia

In Gruppo di scrittura, Viaggi on 19 ottobre 2009 at 14:00

IMGP3770

Era stato un invito improvviso. Sembrava casuale, ma a pensarci forse l’avevano fatto apposta. Forse sapevano che non avrei rinunciato ad un viaggio con loro. Forse sapevano che dovevo lasciami indietro una brutta storia. Forse perchè poteva essere bello fare ancora un viaggio assieme. L’ultimo si perdeva nella notte dei tempi. L’ultimo ci aveva portato per le vecchie strade, ma a quel tempo quasi mulattiere, dell’isola di Creta. Vieni con noi nel deserto? Era la mia prima volta. Come facevo a dire di no? Partimmo subito dopo Natale. Il tempo giusto per stare prima un po’ in famiglia e poi fuori dalla pazza folla. In fin dei conti l’ultimo dell’anno porta con sè, sempre, pensieri fastidiosi che assomigliano a bilanci e a propositi di essere finalmente migliori. Propositi che non si realizzano mai. Per me andarmene via, proprio in quel momento, era un toccasana. Volevo liberarmi di pensieri tristi e di situazioni dolorose. Volevo finalmente riappropriarmi della mia vita. Certo non era la prima volta. Contavo che stavolta sarebbe stata l’ultima. E arrivammo lì a Siwa. Un luogo fuori del tempo, nato ai piedi della vecchia Shali che dopo tre giorni di pioggia si era sciolta nel fango lasciando, come un urlo disperato,  le sue guglie sperdute, come dita verso il cielo. Avevamo preso alloggio ad un resort ai margini del mare di sabbia. Davanti a noi il deserto libico. Prima una grande pianura spoglia e lontano le dune di questo mare in movimento. Chi pensa che il deserto sia vuoto si sbaglia. Il deserto è emozione. E’ silenzio. E’ ricerca di sè stessi. Guardare quella distesa di sabbia provoca la stessa emozione che si prova di fronte ad un mare sconfinato. Io ne ero attratta. Dal resort cercavo sempre un punto che mi permettesse di vedere il colore della sabbia cambiare nelle ore del giorno. Dune trasformarsi in onde minacciose. Piramidi di calcare e cascate di silicio. M’ero chiesta che odore avesse il deserto. Ora lo sapevo. M’ero domandata cosa avrei pensato in quella solitudine rarefatta. Non ci sono risposte. Il deserto è uno stato d’animo. La notte è una distesa di stelle indisturbate. Il freddo è intenso. I fuochi berberi attirano le nostre mani come fossero falene. Bevendo un bicchiere di tè affumicato e dolce, guardo il cielo nella speranza di ritrovarmi. Il cuore ricerca una fragile preghiera perduta nel tempo. La tua mente non riesce ad innalzarsi. Non vola libera dal peso degli affanni. Ma inevitabilmente giorno dopo giorno lascia su quel mare indomito e silenzioso tutto ciò che non serve. Tutto ciò che è eccesso e che non parla più al tuo cuore. La notte di capodanno la passammo sotto una tenda berbera, con le guide che ballavano strane danze tra uomini e le voci che cantavano del loro lavoro. Nessuna donna. Le donne berbere sono rinchiuse nelle loro povere case. Solo i bambini escono di giorno. Il primo giorno dell’anno siamo andati con la jeep con l’autista e la guida locale. Il pericolo era di piantarsi nella sabbia oppure di sforare e passare il confine libico. Certo il deserto è di tutti. Certo i berberi possono andare dove vogliono, ma per noi è un’altra cosa, si può sempre finire tra le mani dei predoni o dell’esercito di Gheddafi. La guida andava a naso. Nessun punto di riferimento, solo la luce del sole. Duna dopo duna. Onda dopo onda abbiamo costeggiato delle colline di calcare ai piedi delle quali si intravvedevano i resti di una foresta fossile. Ecco il silenzio più puro. Ecco il vento che veniva da lontano. La sensazione di una solitudine primordiale. Ho ascoltato il vento. Ho respirato l’odore di quel mare. Niente era tanto puro. Niente era così antico. Il sole accecante ed il freddo, comunque intenso, mi fecero lacrimare gli occhi. Piangevo? Non lo so, ma era liberatorio. Mi lasciavo dietro tutti i pensieri grevi di pioggia che mi ero portata appresso. Sarei tornata nuova. Sarei tornata alla vita. Corteccia rugosa, sabbia sottile, vecchie conchiglie dimenticate da un mare antico. Questa è l’origine della vita. Questo è l’inizio di un nuovo esistere.

IMGP3548

L’isola che non c’è

In Gruppo di scrittura on 16 ottobre 2009 at 12:31

l'isola

Ci avevo pensato subito. Appena l’avevo vista. Avevo percorso lo stretto sentiero in mezzo ai rovi. Il vecchio sentiero che poi non ero più riuscita a trovare. C’ero andata in una mattina di sole, ma senza la sensazione di disagio dei caldi giorni estivi. Era apparsa all’improvviso. I muri senza intonaco fino alla roccia viva. Il colore dei vecchi falò o degli antichi incendi sul muro. Ma questo lo vidi dopo. Prima una battaglia per districarmi dai rovi. Prima la confusione di un luogo che non c’era. Antonio era incerto. Anche lui non se la ricordava bene. Ci andava durante la stagione della caccia, ma solo se veniva preso da una pioggia improvvisa. Scendeva dalla montagna e si rifugiava dentro alla grotta appoggiando il fucile sul muro che si scrostava. Ci era apparsa davanti improvvisamente. Un rudere a pezzi. Le ginestre che crescevano sul tetto, come a certificarne il possesso. L’avevo guardata e l’avevo già presa nella mia vita. Sarebbe diventata un piccolo sogno impossibile. Quello che tiravo fuori dal cassetto non appena la vita mi sembrava troppo dura per accettarla così com’era. Un sogno fatto di muri anneriti, diroccati, di rovi e ginestre che sfidavano il sole. Io l’avevo già  chiamata l’Isola. Era un’isola nell’Isola ed io l’avevo eletta a eremo dei miei pensieri. Antonio ora che me la mostrava sembrava perplesso. Ci sarebbero stati troppo lavori da fare. Lo sapevo bene, ma non era quello il solo problema. La realtà era che non esisteva un percorso per far salire i materiali necessari. Neanche una strada per farci  inerpicare una cariola. Ma pazienza, quello l’avrei affrontato dopo. Non c’era nemmeno il nome di un proprietario. Anzi un nome c’era, ma quel vecchio era il padrino di quell’Isola e lui acquisiva sempre e non vendeva mai. Non ce l’avrei fatta contro quella testardaggine e quell’irragionevolezza. Neanche il mio nuovo amore verso quell’impresa ce la faceva contro quella volontà di ferro. Quindi l’Isola rimase la mia zampa di coniglio dei miei momenti bui. Pensavo che sarebbe rimasto un sogno e un nome nella mia testa. Ero certa che, come tante altre cose, avrebbe fatto da fantasma nella mia vita. L’Isola che non c’è. Ed invece mai dire mai. Ero arrabbiata quel giorno. Un cliente ossessivo mi aveva fatto salire la pressione. Ero stanca di  prendermi cura dei problemi degli altri. Non era giusto che fossero solo questi a rendermi difficile il sonno delle mie notti già difficili di per sè. Cercavo di sbrogliare il nodo che sentivo nel respiro, Tentavo di trovare un pensiero felice per la mia giornata impossibile. Pensai all’Isola. Mi venne in mente il sole e le ginestre sul tetto. Cercando nel sito, tanto per fare qualche cosa, mi era apparsa, eccola lì, mi guardava, con le sue orbite buie e affumicate. In vendita. Questo era il destino. Questa occasione non me la sarei lasciata scappare. Il vecchio padrino era schiattato e aveva lasciato tutto alla figlia che non ci aveva pensato un minuto per vendere tutto. Lei non sapeva neanche dove si trovasse  il mio sogno. Non l’aveva neanche mai vista e neanche gli passava per la testa  di andarla a vedere. Non discussi nemmeno sul prezzo. Tanto proprio perchè non sapeva cos’era e quanto valesse per me, la vendeva per un’inezia. Era il 2003 ed io divenni la proprietaria dell’Isola sull’Isola. Un sogno lungamente sognato. Un rifugio  per i miei pensieri. Un angolo di paradiso. Insomma seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino… poi la strada la trovi da te, porta all’Isola che non c’è…

vista

Bocca Mafiosa

In Anomalie, Disimpegno, Ironia, musica, politica on 12 ottobre 2009 at 13:14

Lo chiamavano Bocca Mafiosa
portava l’amore portava l’amore
lo chiamavano Bocca Mafiosa
portava le gnocche a Villa Certosa

appena egli scese in campo
contro le forze della sinistra
tutti si accorsero in un lampo
che era un colluso ed un piazzista

chi fa politica per un ideale
chi se la sceglie per professione
Bocca Mafiosa né l’uno né l’altro
lui per scampare alla prigione

ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
a frequentare le minorenni
fino a tradire la propria moglie

e fu così che da un giorno all’altro
Bocca Mafiosa subì l’affondo
degli scoop de La Repubblica
e dei giornali di tutto il mondo

ma tutti gli uomini del Presidente
con una strategia surrettizia
sui tg e nelle televisioni
non diffondevano la notizia.

Si sa che la gente mantiene il silenzio
come Mills fece per l’assistito
si sa che la gente mantiene il silenzio
se tale silenzio è retribuito

così una escort mai stata ministra
che le parole del premier registra
si recò alla procura di Bari
a testimoniare sui loschi affari

e rivolgendosi al Cavaliere
e all’avvocato suo faccendiere
disse “le cose che ho rivelato
saran valutate da un magistrato”

e quelli andarono da “Il Giornale”
e rilasciarono un’intervista:
“quella schifosa c’ha qualche mandante
sicuramente un comunista”

“E arrivarono a diffamarmi
questi cosacchi questi cosacchi
se qualcuno vuole incastrarmi
risponderò con le mie armi”

il senso etico non è una dote
di cui sian colmi i politicanti
ma quella volta a difendere Silvio
non si schierarono tutti quanti.

Dietro al suo culo c’erano tutti
Minzolini, Fede, Gasparri
con una lingua talmente asciutta
che sembravano dei ramarri

ad osannare chi da trent’anni
con le sue imprese, con le sue imprese
ad osannare chi da trent’anni
condiziona tutto il paese

c’era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva “candidami alle europee
te la do se mi fai far carriera”.

ma gli scandali di Berlusconi
che siano tangenti o che sian condoni
nella Repubblica delle Banane
durano solo due settimane

e all’occasione successiva
con altre zoccole si divertiva
chi ebbe un lavoro chi ebbe una spilla
lui solo in mezzo a tante Brambilla

persino il parroco lo disprezza
per la sua lotta all’immigrazione
lo spot effimero della monnezza
il nucleare, la sicurezza

e con Obama neopresidente
inevitabile è il paragone
a loro un giovane vincente
a noi un maniaco col pannolone!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: