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Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

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Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

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Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

This is my land, Hebron

In amore, Anomalie, Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 21 gennaio 2012 at 23:59

Piccola storia di ordinaria follia umana
La quotidiana violenza che subiscono i palestinesi
Questo articolo racconta un sopruso, una delle tante ordinarie violenze che un qualunque cittadino palestinese subisce sotto l’occupazione israeliana
19 gennaio 2012 – Jeff Halper – traduzione di Daniele Buratti (pacifista israeliano)
Fonte: Jeff Halper – Pagina Facebook – 10 gennaio 2012

Questa mattina mi ha chiamato Jawdi Jaber, un amico palestinese della Baka Valley vicino a Hebron. Dei coloni di Kiryat Arba, il grande insediamento realizzato sulla sua terra, anzi proprio a ridosso di casa sua, avevano creato uno sbarramento di sassi e pietre contro la sua casa e gli avevano bruciato la macchina.

Come automobile non era un gran che, una malconcia Peugeot mini van del’79, ma vitale per la sua famiglia. Jawdi la usava per le frequenti visite all’ospedale per trasportare la madre 90enne ammalata, non potendo permettersi ogni volta un’ambulanza. O per portare i bambini a scuola quando pioveva forte: 7 chilometri a piedi su sentieri di montagna, dove non di rado venivano attaccati da coloni israeliani armati, a volte, di mazze da baseball. Se aveva qualcosa da vendere (quest’anno le autorità israeliane gli avevano smantellato l’impianto di irrigazione, e così gran parte dei suoi prodotti – pomodori, cetrioli e uva – non sono arrivati a maturazione), lo caricava sul suo mini van e andava al mercato di Hebron. La macchina era “le braccia e le gambe della famiglia”, mi ha detto con voce calma e rassegnata.

E’ uno di quei ‘piccoli’ incidenti di cui non si viene mai a sapere, parte della sostanza di quella violenza quotidiana subita da Palestinesi di tutte le età. “Non ho mai vissuto una sola giornata di normale felicità in tutta la mia vita”, mi ha detto Jawdi di recente. Nel 2001 aveva tirato su una casetta per sua moglie e i suoi cinque figli sulla proprietà di famiglia, vicino alla casa di quattro stanze dei suoi genitori, in cui vivevano 17 persone; nel 2002 è stata fatta demolire dalle autorità israeliane, alla stregua di altre 26.000 case palestinesi demolite nei Territori Occupati a partiredal 1967, perché Israele non rilascia concessioni edilizie ai Palestinesi.

Al fratello di Jawdi, Atta, che abita sulla collina di fronte, hanno demolito la casa tre volte. Nel gennaio del 2000 dei coloni gli erano piombati in casa, di venerdì, cacciando tutta la sua famiglia di casa, e ci erano rimasti dentro per tutta la durata dello Shabbat (con la protezione della polizia); e poi, nella notte di sabato avevano dato fuoco alla casa, dissacrando i versetti del Corano infissi sulla porta, e se ne erano andati. E nessuno di loro venne arrestato.

Se qualcuno vi dice che Israele non fa pulizie etniche oppure che fa quello che fa per ragioni di ‘sicurezza’, mandatelo dalla famiglia di Jaber. Gente simpatica (Jawdi e Atta parlano un ottimo inglese), e le loro mogli, Aisha e Rudina, vi prepareranno del delizioso makluba, e i loro bambini sono sve egli e fotogenici – ma attenzione, siete in presenza di veri eroi. Sono persone spaventate, ferite, traumatizzate, tristi, impoverite e oppresse, eppure sono ‘sumud’, tenaci. I Jaber vinceranno. Possono resistere a qualsiasi violenza, ingiustizia e sofferenza inflitte dal governo israeliano e dalle persone apatiche delle colonie. Di fatto, è sulle spalle di gente così che poggia il nostro mondo.

Solo una cosa li può piegare. Non la ‘superpotenza’ americana e il suo Congresso militarizzato e ‘pro-Israele’, né i governi lacchè europei filo-americani che non hanno il coraggio di far rispettare i diritti umani che proclamano ai quattro venti, ma noi. Noi possiamo fiaccare la volontà di resistenza degli Jaber, se li abbandoniamo, se noi, le persone brave e privilegiate, rimaniamo in silenzio. Immaginate come sarebbe stato stare al fianco di Jawdi e della sua famiglia questa mattina, mentre la loro macchina veniva distrutta dalle fiamme. E allora, voi che pensate di fare?

Se questa è l’Italia…

In Amici, Anomalie, Antifascismo, Cultura, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Informazione, Ironia, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 dicembre 2011 at 19:55

Le persone che mi conoscono da tempo sanno già di questa “storiella”.
Sento da più parti vocine ingenue (o ingenuamente false) ribadire che gli omicidi di Firenze siano stati gli atti finali di una mente malata.
IO FREMO DI RABBIA A SENTIRE QUESTE SCUSE ASSURDE. Io sono convinta che l’assassino di Firenze sia stato un nazi-fascista razzista e convinto del suo razzismo. Io credo che il razzismo abbia spinto la sedicenne di Torino a incolpare ingiustamente due immaginari ragazzi rom (perchè non ha immaginato due ragazzi torinesi?); il razzismo ha spinto un gruppo di persone, sempre di Torino, a reagire al finto stupro con un POGROM contro i rom del quartiere.
Il razzismo è anche la scelta del poliziotto romano che, fingendosi straniero, sequestra l’amico del figlio per chiedere un riscatto e pagarsi i debiti da gioco. Il razzismo anima i talk show, siede nei salotti televisivi dove, subito dopo gravi fatti di cronaca, si grida e si lascia gridare che “FORSE” l’assassino è straniero (ci sono casi irrisolti in cui all’inizio hanno seguito la pista dell’immigrato). Ci sono italiani ben pensanti che si ricordano dei delitti e degli stupri commessi da stranieri, ma non ricordano mai di citare le statistiche secondo le quali sono gli italiani a commettere più omicidi e stupri.
Poi c’è questa “storiella” che mi riguarda tanto da vicino. Nel nvoembre 2007 Obama si candidava per la casa Bianca col suo nome arabo, “BARAK”. Nello stesso mese mia figlia, con nome e cognome arabo (palestinese), si recò nel liceo-ginnasio che aveva scelto di frequentare l’anno successivo. Dopo la terza media si sarebbe iscritta in quel liceo! A novembre gli studenti delle terze medie vennero invitati per le giornate di orientamento. Mia figlia si recò insieme ad altri compagni della sua scuola. Avevo chiesto al docente, referente di orientamento, di inserire mia figlia in classe per farle vivere qualche momento al ginnasio. Quando fu in classe, mia figlia si presentò e a quel punto si sentì dire dalla professoressa: ” Ecco un’altra straniera al classico! Ma perchè si ostinano a venire al classico gli stranieri?”. Shaden rimase lì a guardarla. Non parlò e non rispose. Non le disse che lei di “strano” aveva solo il nome e il cognome e non era straniera. Ma anche se fosse stata straniera, quella prof non doveva parlare in quel modo! Disgustata da quell’esperienza, mia figlia è ritornata in quella scuola solo per dire “qualcosina” alla prof. Io ho provveduto a contattare il docente referente del progetto Accoglienza (bell’accoglienza), ho scritto al Preside (poichè non ha “avuto il tempo” di ricevermi) e nella lettera gli ricordavo che in quei giorni un nero americano (vabbè poi sappiamo che di nero ha solo la coscienza, come afferma l’amico Francesco Giordano :-)) correva alle presidenziali per la Casa Bianca con un nome arabo, mentre mia figlia, con un nome arabo, era stata “consigliata” di non frequentare il suo liceo, ritenuto un corso di studi troppo difficile per gli “stranieri”. Oggi Shaden frequenta un altro liceo con altri studenti dal cognome “straniero” :-).
Questo è accaduto un po’ prima che i leghisti vincessero le elezioni nel 2008.
Un leghista doc come Tosi è stato assessore alla sanità per il Veneto qualche anno fa. Tra le prime direttive impartì l’ordine che gli ospedali veneti non dovevano erogare in pronto soccorso tutta una serie di servizi sanitari, soprattutto agli stranieri (radiografie, eco..) perchè, secondo lui, era un modo per non pagare il ticket ..Sta di fatto che in quel periodo (2006) se capitavi in un pronto soccorso ed eri straniero, ci rimanevi ore e ore.
Ho depositato il libretto sanitario di mia figlia undicenne al desk del pronto soccorso, dove ci eravamo recate perchè lei sie era rotta la tibia. Ho aspettato 7 ore prima che qualcuno la visitasse. E l’hanno visitata quando io sono scoppiata in un moto di rabbia, quando mi sono accorta che al desk l’avevano scambiata per straniera…c’erano due pile di libretti. Noi eravamo in attesa da ore insieme a chi stava peggio di mia figlia..eravamo tutti stranieri….tutti la stessa pila.
Da denuncia, vero? Io ho fatto una scenata, accusandoli di razzismo.
QUESTO E’ UN PAESE RAZZISTA, PERCHE’ E’ UN PAESE IGNORANTE! Ancora oggi, dopo 30 anni quasi, se dico che sono sposata ad un arabo pensano sempre sia un marocchino. Non sanno nemmeno che l’inquilino polacco parla il polacco e non il rumeno….QUESTO E’ UN PAESE CHE NON SA DISTINGUERE MA SI SPRECA NELLE CLASSIFICAZIONI! E’ una brutta fotografia dell’Italia. Ma se non la guardiamo bene rischiamo di lasciarla così…senza nemmeno tentare di ritoccarla nel reale.
Pina

Questo è uno sfogo in Facebook di una mia cara amica, simpatica e molto coraggiosa. Proprio ieri le dicevo che mi sarebbe piaciuto raccontare o meglio scrivere la storia della sua vita e davvero ci sarebbe molto da scrivere. Spero di convincerla, un giorno, e di poter raccogliere tutte le sue memorie, che allo stato attuale sono moltissime, anche se lei è ancora molto giovane. Un giorno raccontò che …, ma no, dai, questa è troppo bella, ve la racconto un’altra volta 😉

Se questo è il nuovo che avanza…

In Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La Sinistra, Mala tempora currunt on 31 ottobre 2011 at 23:41

E’ da tempo che evito ad entrare nelle beghe della politica italiana, non solo perchè la cosa mi sconforta, ma anche perchè mi diventano sempre più incomprensibili le ragioni delle parti. Parti politiche s’intende, quelle che ormai dai più, vengono chiamate “casta”.
Non nego che a suo tempo, avevo cercato di seguire le vicissitudini iniziali del Partito Democratico, senza mai, comunque arrivare a tesserarmi. Tutto sommato com’è nel mio carattere, mi sono data da fare, con bancarelle, raccolta firme, volantinaggio. Insomma sono scesa in campo, con tutta la mia buona volontà.
Sinceramente l’esperienza è stata stramaledettamente deludente. Il circolo, salvo qualche raro tentativo di analisi, era il ritrovo di persone fuori della realtà, chiuse nei propri confini asfittici, senza la capacità di sognare in grande, di sconfinare. Un piccolo mondo chiuso in sé stesso.
Smisi di andare perchè l’ho trovato tempo perso e anche stramaledettamente deprimente.
Ogni tanto qualcuno tenta di farmi tornare, con la scusa che quando arrivo io e mi decido a parlare riesco a far “ruggire le pecore”. In poche parole mi scontro quasi con tutti, ma per qualcuno di loro è il momento più emozionante da tanti mesi a quella parte.
Insomma quasi sempre finiscono col dire che non si dovrebbe far parlare chi la tessera non ce l’ha. Ci rimette un po’ la democrazia, ma sai quanto è piacevole raccontarsela tra loro. Mica si deve guardare in faccia la realtà. Basta solo dirsi quanto bravi si è e quanto gradimento si ha.
Ragionandoci sopra poi che: se questo è il Partito Democratico, chissà cos’è un qualsiasi altro partito della maggioranza. Non oso pensarlo. Diritto di critica nullo. Sebbene anche da quest’altra parte non si scherza.
E allora perché oggi mi va di riparlarne? Beh, semplice: perchè ho ascoltato l’intervento del politico che impersona il “nuovo che avanza”. Veramente qualcuno dice che è il nulla che avanza, ma diamogli giustamente almeno la possibilità di raccontarsi. Il nuovo è un ragazzotto sotto i quaranta, dall’aria del bravo ragazzo che ha smesso da poco i pantaloncini da boy scout, per scendere in campo e portare alla riscossa il suo gruppo preferito, detto dei “rottamatori”. Tanto per dire quelli che vogliono sostituirsi ai padri, per fare meglio e di più. Sì, perchè anche lui è sceso in campo non per se stesso, ma per servire l’Italia (dov’è che l’ho già sentita questa?). E poi sia chiaro che lui non intende candidarsi, questo non l’ha ancora detto apertamente, ma a differenza degli altri lui pensa che: “la sinistra deve innovare. Non può difendere i diritti dei garantiti e lasciar morire gli esclusi. Chiedere a un lavoratore di lavorare un anno o due di più per avere un asilo nido in più, credo sia equo. E credo che preoccuparsi dei trentenni precari o dei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro sia più di sinistra che discutere dell`articolo 18. Rabbrividisco a sentire certe posizioni contro la lettera Bce lanciate da chi non prenderebbe voti nemmeno nel suo condominio.”
Rimango davvero perplessa quando sento che la stazione Leopolda si apre agli applusi nel sentire tanto geniale e giovane impegno. Strozziamo i lavoratori per migliorare la vita di altri più infelici di loro. Se questo e il nuovo che avanza, allora comprendo quella che fu la mia prima impressione quando lo sentii parlare: questo ha più ambizioni di un politico, vecchia maniera, in scalata del suo personale successo. Ma questo è ancora poco. Che poi dopo che se ne andò a cena ad Arcore per parlare della sua città, Firenze, allora tutto fu chiaro, abbiamo per le mani il nuovo Berlusconi in formato giovane e rampante, che mette tutte le sue energie per fare carriera evitando così di sprecarle con le escort, purtroppo però questo è iscritto al PD.

Benefattori dell’umanità

In Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Pietas on 24 ottobre 2011 at 15:40

Diffondo quest’altra riflessione di Marinella Correggia e v’invito a guardare la vergognosa performance della Clinton. Abbiate solo la pazienza di far passare qualche secondo di pubblicità prima di assistere all’incontenibile gioia di questa benefattrice dell’umanità. E’ cosi forte nel suo ruolo di donna emancipatasi sui peggiori valori del peggior maschio, che si differenzia dalla soldatucola di Abu Graib solo per la divisa. E questa gente porterebbe la democrazia, la libertà, il rispetto della vita……….

 Patrizia
Intanto vi prego di diffondere questi pochi secondi, protagonista l’orrenda dittatrice a casa d’altri H. Clinton in un siparietto fra due trasmissioni: http://www.youtube.com/watch?v=mlz3-OzcExI Il fatto che lei abbia chiesto a Tripoli il giorno prima di ucciderlo o prenderlo, e il giorno dopo ciò sia avvenuto, fa sorgere tante domande ma una certezza c’è: la Clinton che ride e parafrasa quell’altro criminale di Giulio Cesare, dopo le immagini di una macellazione con tortura, è la sintesi del pensiero  dei governi e di buona parte delle popolazioni dell’Occidente consumista/militarista (a proposito, la ricostruzione della Libia con i soldi libici magari farà uscire dalla crisi alcuni paesi d’Occidente; una ragione di più per fare la guerra. Un investimento).

 L’altra parte dell’Occidente possiamo identificarla con le tre scimiette “non sento non vedo non parlo”.  A questa appartengono quasi tutto il “movimento” e la “sinistra” occidentali. E non lo vediamo solo dai loro siti di questi giorni ma anche dal loro “nulla” lungo sette mesi. Un nulla totale (se glielo dici, ti rispondono che a marzo avevano fatto una dichiarazione contro la guerra). Perfino l’occasione d’oro del 15 ottobre, centinaia di città in piazza, è stata del tutto mancata. Eppure, un appello era stato lanciato.

 Dimenticavo i media mainstream: a quale gruppo appartengono? a quello della Clinton, decisamente.

 Marinella
AGGIUNGO QUESTO QUANTO ALLA DINAMICA DEL 20 OTTOBRE.

La macellazione di Muammar Gheddafi (giacché di macellazione si tratta e io sono contraria anche a quella degli animali) al di là dei non commentabili commenti dei leader politici (crimini in sè, quei commenti) ha seguito lo stesso andamento binario di questa guerra di riconquista.

 1) La Nato ha fatto tutto il lavoro, permettendo la consegna di Gheddafi ai carnefici (e nei sette mesi precedenti permettendo un’avanzata degli anti-Gheddafi altrimenti impossibile, malgrado le armi ricevute e il reclutamento di consiglieri e mercenari). La Nato ha fatto il lavoro asettico: i bombardamenti dall’alto magari con droni non prevedono contatti fisici con la vittima, “occhio non vede cuore non duole”

2) Gli alleati locali della Nato (non direi solo libici) hanno completato, direi accessoriato mettendoci del loro: hanno fatto il lavoro sporco, quello del carnefice che guarda e uccide la vittima. Non lo hanno fatto solo con Gheddafi; da mesi circolano video di inaudite crudeltà da pate dei “ribelli della Nato” (e nemmeno uno su crudeltà da parte dell’ex esercito libico pure accusato a parole di ogni nefandezza). Video ignorati. Alla luce della macellazione finale, quei video dovrebbero essere ristudiati in una denuncia per crimini di guerra.

Dalla parte della verità

In Blog, Gaza, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Nuove e vecchie Resistenze on 28 agosto 2011 at 16:45

Sinceramente mi dispiace sentirmi al di là di una barricata e trovarmi in netto contrasto con una persona che ritengo intelligente, appassionata e pure eticamente corretta, come Ifigenia.
Le nostre discussioni sono storiche, e spesso travalicano i post sull’argomento anche perchè io, quasi sempre,  non posso commentare i suoi perchè in genere li chiude ai commenti e lei fatica a non commentare i miei e ci casca in argomenti che non c’entrano niente con la nostra ragione del contendere.
Sia chiaro lei ha le sue ragioni. E’ ebrea, anche se questo vuol dire poco. Io non ho nessun problema nei confronti degli ebrei, anzi. Comunque  nemmeno io sono araba o meglio palestinese e spero che questo non mi debba escludere dal poter parlare della situazione nel Medio Oriente.
Certo che, se fra noi, che non viviamo quella realtà, non è possibile trovare mediazione, posso capire che per i diretti interessati sia da escludere assolutamente. Eppure la voglia di pace dovrebbe essere uguale da tutte e due le parti. Certo che un altro discorso è pensare che lo stesso desiderio sia di chi governa uno o l’altro paese (perchè, malgrado quello che racconta il video, con probabile non integra buonafede, se la Palestina non è uno Stato, questo lo dobbiamo a chi preferisce “contendere” i territori, ma che a tutti gli effetti li “occupa militarmente”).
Non cerco di approfondire, anche se lo potrei, le ragioni e le colpe di questa carneficina, non pubblico mappe che mostrano l’escalation territoriale di Israele dal 1948 ad oggi, non parlo dell’enorme potere economico di questo paese che tiene in pugno buona parte del mondo finanziario mondiale, uno per tutti gli Stati Uniti d’America. Obama può prendere il suo premio Nobel per la Pace, purchè non si intrometta, anzi, non prenda l’altra parte nel conflitto tra le due parti.
Non faccio liste della spesa. I morti e gli attacchi di una parte confrontandoli con quelli dell’altra, perchè a dir la verità, se mettiamo in bilancia la conta dei morti allora non c’è storia. Se si parlano di armi in quantità, volume e modernità… beh allora è come parlare di un fucile a tappi contro uno stormo di F16 o droni, scelta a piacere. Ma cosa cambia? Abbiamo forse meno morti o almeno persone più ragionevoli? Abbiamo una realtà più accettabile? No, non credo. E la domanda successiva è cosa dovrebbero fare i palestinesi per non essere massacrati? E gli israeliani per rendere meno impossibile la vita dei nativi autoctoni di questo paese? Purtroppo malgrado la protervia di una parte, quel paese può essere la loro terra promessa da Dio, ma mai la loro terra di origine. Checchè ne dicano i sostenitori di una verità, quella terra si chiamava Canaan ed era abitata dai popoli cananei, lontani progenitori dei palestinesi. La prima definizione di terra promessa (Genesi 15:13-21) parla di “questa terra”. In Genesi 15, questa terra viene promessa ai “discendenti” di Abramo, attraverso suo figlio Isacco, mentre in Deuteronomio 1:8 viene promessa esplicitamente agli Israeliti, discendenti di Abramo attraverso Giacobbe. Già, Mosè regolò con dettami la vita di questo popolo e diede precise indicazioni per la conquista di Cannaan la loro “terra promessa” piena di pericoli ed insidie.
Oggi la conquista continua. Dal 1948 quella terra sta diventando la loro terra a scapito di un popolo che lì viveva, possedendo case e terre,  ma che da più di 60 anni non ha e non avrà più una patria.
Dove sta il margine di discussione? Fino a che punto gli invasori debbono spingersi per garantire la loro “sicurezza” e contemporanemante che diritto ha l’espropriato a resistere e lottare per riottenere le proprie case, le proprie terre ed l’inalienabile diritto di esistere?
Sì, vorrei la pace per quella terra. Il mio è lo stesso sogno utopico di Vittorio. Dovrà questo sogno finire nello stesso modo, solo perché, non c’è sdegno che riesca a fermare questo abominio? Perché la “verità” non può trionfare? Perché nemmeno noi (io e te) che non viviamo quelle contraddizioni non poassiamo operare per una più corretta distribuzione di territorio e per la possibilità di un popolo di convivere con l’altro con la stessa spettativa di riconoscimento e di dignità? Perché Ifigenia? Su questo chiedo risposta, non sulla guerra dei video o dei media, l’attendibilità dei quali, purtroppo, viene sempre meno, dovendosi allineare per esistere, alle indicazioni del più forte.  Questa è lo scontro di Davide contro Golia e su chi è l’uno o l’altro lascio a te l’interpretazione.

Ingresso negato

In Gruppo di discussione politica. on 18 luglio 2011 at 8:09

Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese

Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011

“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori.

Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.

Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (www.palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.

Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.

Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.

Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.

La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.

L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno..

Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.

Verra’ il momento in cui si potra’ visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perchè questo avvenga.

In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosita: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

Il nuovo “progresso” della classe operaia

In Gruppo di discussione politica. on 23 giugno 2010 at 22:49

FIAT Auto e Avio di Pomigliano d’Arco – Referendum sul Piano di Marchionne. Ora la FIOM deve firmare quello che gli altri sindacati hanno già sottoscritto senza ascoltare i lavoratori. I dati parlano chiaro, questo accordo mostra un 40% degli operai in disaccordo. Che futuro per Pomigliano?

I dati del colleggio operai:
4231 aventi diritto
4151 voti validi
2494 si 60%
1657 no 39,9%
23 bianche
57 nulle

colleggio impiegati
413 aventi diritto
410 voti validi
394 si
16 no
1 bianca
2 nulle

come si evince da questo dato gli operai al 39,9 % bocciano il piano Marchionne e considerando il ricatto e le pressioni possiamo dire che è davvero un successo della dignità e dei diritti. (Domenico Loffredo)

A20NO

In Gruppo di discussione politica., Sinistra e dintorni on 11 giugno 2010 at 17:26

Ieri sera sono andata a letto decisamente preoccupata, ho dormito male agitata da sogni confusi e angoscianti, mi sentivo braccata e avevo la sensazione che mi mancasse la libertà di essere quello che sono sempre stata: una irriducibile liberale. Al risveglio, malgrado la certezza che nella notte non avevo subito metamorfosi, mi sono fiondata al pc e ho localizzato, se mai ne avessi avuto bisogno la causa del mio malessere. Non voglio tediarvi con le solite notizie ansiogene. E’ vero, se ieri eravamo sull’orlo del baratro, oggi abbiamo purtroppo la certezza che dal dirupo siamo brutalmente saltati. La soluzione, se soluzione c’è è quella di passare ad una organizzazione di lotta contro il potere insediato, molto più incisiva anche se ci hanno costretto a renderla del tutto clandestina.
Ma i tempi saranno maturi?
Il titolo mi è stato suggerito dal post di Riciard A20NO

 

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