Mario

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Quanta passione la vita, quanta passion….

In Amici, amore, Anomalie, uomini on 28 aprile 2010 at 21:48

Avevo sempre pensato che fosse il fatto di essere il fratello piccolo, non di statura ovviamente, ma il fratello minore. La differenza non era poi molta, ma era di qualità. La mia nascita, per la famiglia, era stata una benedizione di dio. Le cose erano finalmente cambiate e mio padre aveva trovato un lavoro che consentiva di vivere decentemente. Quando Marco è arrivato inatteso  tutto andava storto e mamma avrebbe preferito abortire, ma per fortuna dopo qualche anno è arrivato il suo figliolino bello, io, Matteo, e le cose sono andate a posto. Marco non è mai stato bello, a differenza di me, che ho sempre avuto un’aria scanzonata che conquista le donne. No! Non si poteva dire bello, per quanto non fosse il tipo da passare inosservato. Aveva davvero un sacco di amici che lo incensavano: Marco qui, Marco lì, com’è bravo, com’è intelligente… avessero immaginato come andava a finire! Aveva delle doti, o meglio dei gusti, di cui non ho mai capito l’utilità, sarà perché siamo sempre stati così diversi. Dipingeva e scriveva poesie, proprio da artista squattrinato! Comunque, alla fine, era inadatto ad affrontare la vita. Niente di catastrofico, ma certo che non ha mai dato la loro importanza ai soldi, alla qualità della vita, alle cose che contano, insomma non era fatto come me. Io ho sempre chiesto il massimo e l’ho sempre ottenuto. Facciamo un esempio: il lavoro. Marco era finito a fare il dipendente con uno stipendio da fame, stava lì nel suo ufficio a tener di conto delle forniture di economato. Io invece, mi sono preso i miei bei rischi e ho allargato la mia attività, girando di città in città a fornire certi negozi di articoli sanitari, quelli più difficili da trovare. Veramente questo è stato un ripiego. Precedentemente avevo a che fare con un altro lavoro, ma stavo sempre gomito a gomito con modelle mozzafiato. La cosa era di mio gradimento perché, confesso, sono un tipo passionale e le donne mi piacciono belle e se possibile in gran numero. Così Sabrina, la mia nuova moglie, si è incazzata e mi ha costretto ad un lavoro meno a contatto col “pubblico”. Vai a capire le donne! Pensano di smorzarti l’appetito se ti tengono lontano dalle tentazioni. Io delle tentazioni ho sempre con me il numero di telefono e tanto basta. Certo Sabrina è bella e giovane, non ha neanche l’età di mia figlia maggiore, forse per questo ho dovuto adeguarmi, non mi pareva il caso di far finire il matrimonio come con Paola. Sabrina, comunque è meno gelosa di quanto lo fosse la mia prima moglie, lei sì che dava di matto quando tornavo tardi e magari un po’ bevuto. Per quanto io con le donne sono fortunato, gelose sì, ma davvero belle gnocche. E’ inutile nasconderlo, io per le donne ho una grande passione… tanta passione e non riesco a nasconderlo troppo. Anche su questo, Marco, ha una marcia diversa, ha avuto sempre una donna per volta, sembrava destinato fin da allora, ad essere preso sottogamba e ad essere trattato come un nessuno. Perfino Monica che una bellezza non è, si era stancata e l’ha lasciato alla sua vita di piccolo cabotaggio. Non so neanche perché mi intestardisco a parlare di lui. Noi siamo troppo diversi per essere fratelli. Rocco, che era un nostro vecchio amico, dice spesso: “Matteo, io penso che sia un peccato per il carattere di Marco, some sai io lo inviterei, con noi, nella mia casa in montagna, ma si sa che lo metterei in imbarazzo, ho come paura di farlo sentire a disagio.” Perché l’aria dello sfigato lui ce l’ha sempre, senza dubbio. Non possiede un’auto; da quando si è separato vive in un mini, facendo vita monastica; mangia come un uccellino e come unico divertimento ascolta i suoi dischi e legge i suoi libri. E’ una pena vedersi a Natale, mai nulla da dire, Sabrina stessa mi chiede che cos’ha per la testa, perché sembra sempre soprappensiero. Non capisco cosa mi fa pensare a lui, forse perché qualche giorno fa Monica, la sua ex, dopo averlo buttato fuori dalla sua vita, mi è venuta a dire, con una certa rabbia mal repressa, che l’hanno visto in giro con una che sembra una gran signora. Dice che nessuno le ha saputo dire con precisione chi sia, ma pare si tratti di una sua ex. Le donne non sopportano mai di essere ex soppiantate da altre ex. Dice che è cambiato tantissimo, sembra un’altra persona. Non mette più i suoi vecchi abiti e sembra ringiovanito di vent’anni. Ha lasciato il suo antro buio e ha cambiato città, ora vive in un appartamento in pieno centro. Sembra che abbia ripreso le sue vecchie frequentazioni, quei quattro intellettuali morti di fame, che non hanno mai fatto i soldi perché si credono pieni di grandi principi. Sti furbi! Sempre con la puzza sotto il naso a guardare il pelo sull’uovo. Poi con i tempi che corrono… se non hai il Rolex, non mandi tua figlia alla scuola privata e non giri in SUV, non sei mica nessuno. Io queste cose le so, me le sono concesse perché sono i simboli che fanno la differenza anche nel lavoro. Io nel mondo ci so stare. Io amo la vita comoda. Nel mio ambiente sono qualcuno, io so come muovermi e come contare. Marco mi ha sempre fatto rabbia quando lo vedevo disegnare sui muri della nostra cameretta, credeva di essere Michelangelo, il tapino. Ci avrà anche saputo fare, ma alla fine sono stato io che ho deciso quando fosse l’ora di ridipingere il muro di quel bel color viola. A volte ci vuole un colpo di spugna per cancellare il passato. Io queste cose le so. Monica mi ha anche detto che la sua nuova donna si chiama Giovanna. “Giovanna chi?” ho detto e intanto mi ha preso un coccolone. Giovanna? La sua ex? Azzo… e chi glielo dice a Rocco? Eh sì! perché Rocco era da sempre che se la filava, anche se mi diceva che non gliene fregava niente. Per quanto pure io a quel tempo ci avevo fatto un pensierino, allora era proprio una gran gnocca. Ci sarei anche riuscito se non fosse stata la ragazza di mio fratello e alla fine, quando si sono lasciati, ho tirato un sospiro di sollievo. Per fortuna si erano persi di vista e questo aveva risolto molte altre cose. Ma adesso che sembra si siano rimessi insieme come faccio a rivedermeli davanti? Mi è stato detto che lei ha due Gallerie d’arte molto importanti e che ha fatto fortuna lanciando dei giovani artisti capaci e talentuosi, ma mio fratello è sfigato, non è certo più giovane e poi per il suo talento, se mai c’è stato, l’ha sicuramente scordato nella sua vita passata… Monica lo accusava sempre di non avere nessuna ambizione. Eppure Giovanna… azz… proprio lei, se è davvero Giovanna… quella Giovanna di quando eravamo giovani… proprio lei in carne ed ossa, con tutti i suoi soldi e il suo coraggio, se la conosco bene, e se ha conservato una piccola parte del carattere che aveva, può fare un miracolo e nessuno, questa volta, la potrà fermare.

Non si può parlar d’amore…

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 27 aprile 2010 at 12:45

Madina di fronte all’evidenza, mi guarda sempre con un’aria imbronciata. Non avevo detto niente di strano, le avevo solo fatto notare che stava passando le sue giornate a parlare di quello stronzo. Mica che lo dicevo io che era uno stronzo. Lo andava ripetendo lei. Mica che se l’era inventato, lo era, certo, con un’approssimazione millimetrica. Era stronzo di sicuro, ma non ero io a dirlo. Sinceramente non mi dava fastidio lo sproloquio della mia amica, più che altro non potevo accettare che lei soffrisse così tanto per una persona così da poco. Oddio, carino era carino, ma con questo non vuol dire che ci si deve giocare l’orgoglio. Tra l’altro Madina, proprio lei che era uno schianto. Bionda, alta almeno venti centimetri più delle donne normali (ossia me), laureata in lettere, con ogni ben di dio messo al posto giusto, ma chi glielo faceva fare di perdere tempo con quel figotto narcisista.
Ovviamente lui le aveva dichiarato amore eterno steso ai suoi piedi, tentando nell’alzarsi di mettere in evidenza ogni sfumatura della sua possente muscolatura. Sai com’è, ne conquista di più un “carapace” che un cervello funzionante. Sarei passata per invidiosa, se glielo avessi fatto presente che veniva chiamato “sopra i muscoli niente”, a parte il fatto che lei stessa andava affermando che per quello “anche sotto non c’era niente”, ma suppongo fosse l’astio per la delusione. Certo che a tradire Madina con quella gattamorta di Rebecca era stata la ciliegina sulla torta. Non era stato un bel vedere trovarlo dentro alla sua macchina a fare faticosa ricerche sulla suddetta. La cosa che faceva più rabbia è che il verme, di fiato per lei, Madina, sembrava non averne più. Proprio per quello la mia amica metteva in crisi il mondo creato. Si vedeva brutta, tracagnotta e sfigata. Ma guarda le donne come devono usare la testa. Non ti dico, poi, la descrizione della troia e dell’effetto finale della scoperta sul palestrato. Descriverlo come effetto moscio era un eufemismo. Sempre parole di Madina. Capisco, è dura sentirsi prese in giro da un ammasso di muscoli senza cervello, ma che differenza fa? Mica si può pretendere che quel corpo gonfiato di steroidi sia anche dotato di una testa utilizzabile no? Torniamo allo stronzo, mica si può parlar d’amore con uno così? Madina, dai abbi pietà, risparmiaci tutta questa pena. Dell’amore lui conosce solo le “posizioni” e di quelle preferisce senza dubbio le posizioni che mettono in evidenza il suo profilo migliore. Ma Madina mi guarda storto, come facevo ad essere così cinica e non capire che per lei quell’uomo era come il principe azzurro, che era così dolce perdersi nel suo abbraccio. Io taccio e me lo immagino, nemmeno Hulk e il suo colore bilioso potrebbe farla smettere di sognare.

Piccoli, comici, spaventati guerrieri

In Amici, La leggerezza della gioventù on 26 aprile 2010 at 16:42

Giacomino stava sul tetto, seduto sopra il vano dell’ascensore, controllava con i suoi occhialini da paracadutista la selva di condomini che circondava il suo. Non ci crederete, ma è un lavoro difficile guidare un Condominio. Mica sempre si riesce ad evitare uno scontro. Rosellina curiosa tra le antenne paraboliche e dopo averlo visto si mette davanti a braccia incrociate, come per fermare la sua corsa. “Giacomo, ma che stai facendo?” “Ros non vedi? Sto guidando il Condominio!” Ros, poco convinta, si allontana dal ragazzino borbottando: “Eppure a me sembrava che se ne occupasse il ragionier Sandri…”

(“Minimalia” dal ricordo dello splendido libro di Stefano Benni “Comici, spaventati Guerrieri…”)

Avrei dovuto

In amore, poesia on 25 aprile 2010 at 23:12

Avrei dovuto amarti a sedicianni
e invece il buon senso
ha filato un bozzolo denso come la paura,
non siamo rimasti nudi
e al vento è stato proibito di accarezzarci la pelle
e tra noi e il mondo
abbiamo messo uno schermo
con una trama cosí fitta di luce
che ci impedisce di passare, ma domani…
domani, ai margini della notte
quando la pioggia abbandonerà il sole
la terra ci apparirà
limpida come il cielo
e scenderò nei tuoi occhi
fino a toccare la mia anima
e il dolore non sarà piú dolore
ma profondità

Poesia di  Lorenzo Mullon

La poesia è pubblicata sul sito della rivista letteraria “La Recherche”, dove
puoi lasciare un tuo commento all’indirizzo
http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Poesia&Id=4067

Le difficoltà delle donne

In amore, Donne on 22 aprile 2010 at 11:09

Mi racconta Maria che c’erano stati momenti nella sua vita che aveva dovuto affrontare tutte le difficoltà delle donne in una volta sola. Certamente erano tempi difficili e su questo non c’era niente da dire, ma per quanto riguarda l’uguaglianza dei diritti e l’assistenza medica, forse oggi, almeno a mio parere, le cose erano cambiate. Maria è una donna troppo diretta per non far capire quello che pensa e mi guarda un po’ come si guarda un’illusa.
Sì, certo a quei tempi gli uomini pensavano che essere uomo era una storia diversa che essere donna. Ci avevano pensato bene le loro mamme a fargli vedere il mondo a senso unico. Poi ci mettevano del loro, ovviamente, e mai e poi mai si occupavano delle “cose da donne”. Così, visto che le femministe le loro lotte le avevano fatte, a noi donne di tutti i giorni capitava di dover affrontare tutti i problemi e di non poterne discutere perché non potevamo aver voce in capitolo. Così mi sono trovata incinta per la terza volta e lui ovviamente non ne voleva sapere. Quando glielo dissi anzi mi guardò stupito e finì col dire che no, non si poteva fare e che io dovevo pensare a qualche cosa. Fosse stata colpa mia! Ma era inutile. A qualcosa dovevo pure pensare perché un altro figlio mi avrebbe messa in ginocchio, avrei dovuto lasciare il lavoro proprio quando ne avevamo più bisogno. Lui era in cassa integrazione e i bambini me li teneva mia cognata, che era casalinga, ma ne teneva altri due di suoi. Quel terzo figlio non doveva esistere e hai un bel da pensare che era lui a dover fare attenzione perché era il periodo che avevi interrotto la pillola anticoncezionale. Ma per lui andava tutto bene lo stesso, come sempre, il problema me lo dovevo gestire io. Erano notti che non ci dormivo perché, pur non avendo la certezza, l’esperienza mi diceva che aspettavo senza ombra di dubbio. Poi quella certezza la ebbi. Quella mattina chiesi permesso e me ne andai al Consultorio Famigliare. Ci avevo pensato molto in tutta quella veglia e avevo messo tutte le barriere possibili perché il cuore non si avvicinasse a quel cosino che mi cresceva in pancia. Quando arrivai mi venne un po’ di coraggio perché era una ginecologa che mi avrebbe visitato e sottoscritto la mia richiesta per l’IGV. Era una donna molto giovane, bella, sorridente, con i capelli color d’oro raccolti in una molle crocchia. Io la guardavo immagata e vedevo nel suo viso l’immagine della distinzione, ma anche quella della fortuna. Quando le spiegai quello che avevo deciso i suoi modi cambiarono. Mi chiese l’età e il lavoro che facevo, mi disse che non era così che si doveva fare. Mi disse che al mondo c’erano molte donne che avrebbero fatto carte false per essere nella mia condizione e che avrei dovuto convincere mio marito a tenerlo. Non mi chiese quali erano le mie difficoltà e quali erano le ragioni di una simile decisione. Stranamente dopo essermi sentita una meschina egoista, da quell’avvilimento mi montò una rabbia inspiegabile. Nemmeno lei, una donna, capiva che un figlio doveva essere voluto, che non si trattava solo della fatica di generarlo, ma anche delle possibilità di crescerlo in un mondo accogliente e affettuoso. Io faticavo a crescerne due. Arrivavo a fine giornata stanca e incapace di reagire. Facevo la cena in uno stato di trance e la mia attenzione per loro era ridotta al minimo. Anche questo era “roba da donne”, mica nessun altro ci pensava. E adesso quell’intralcio… ma io amavo i bambini eppure la mia vita non mi permetteva di essere madre, nemmeno lui mi permetteva di essere una donna perché, in quel momento di transizione storica, io non potevo più affidarmi a lui. Ovviamente dopo essermi sentita una nullità, passai all’attacco e chiesi alla dottoressa se fosse sposata e se avesse figli, così non era e io le ribattei che si vedeva lontano un miglio. La cosa degenerò perché lei voleva farmi la morale ed io pensavo di essere nel mio diritto, e poi pensavo anche a tutte le donne meno motivate di me che le passavano tra le mani. Le dissi che non era adatta a fare quel lavoro e che imparasse un minimo di empatia prima di mettersi a giudicare dall’alto della sua povera esperienza. Ricordo che lei, con rabbia, mi firmò la carta ed io uscii come meglio potevo, ma piangendo come una fontana. Poi presi un altro permesso e andai in ospedale. Era mattina presto e faceva ancora buio. Mi fecero una puntura e mi misero a letto. Io tremavo come una foglia, ma non volevo cominciare a piangere. Era assurdo che mi lasciassi andare, se la decisione era mia e nessun altro ci aveva preso parte. Mi fecero l’intervento e mi sembrò cosa da poco, ma la sensazione potente che provavo era di essere reduce da una violenza carnale. Era come se qualcuno mi avesse privato di una parte di me. Mi sentivo svuotata. Violata. Senza nessuna consolazione. Uscita dall’ospedale me ne tornai a casa da sola. Avrei voluto chiudermi in camera e non vedere nessuno, ma i miei figli non avevano nessuna colpa e non potevo trascurarli. Alla sera lui tornò tardi con delle scuse vaghe per il ritardo. Tanto sapevo che non aveva nessuna attenuante. Certo che se in quel momento io odiavo qualcuno quello era lui.”
Poi mi guarda e mi sorride. “Pensi davvero che oggi le cose siano cambiate?” Personalmente, dall’alto della mia povera esperienza, non potevo dire di esserne certa. Dopo le ultime levate di scudo contro la legge 194 e contro la distribuzione della RU486, e con tutti i medici obiettori che c’erano negli ospedali, di questa cosa non potevo proprio esserne certa. Ma ormai avevo scelto la specializzazione e ancora non riuscivo a rendermi conto se anche all’università si ripetevano i pregiudizi e le pressioni di sempre. Certo io ero un medico e mi avevano allevata per avere potere assoluto sulla vita umana, per essere una specie di dio, ma ero anche donna e questo cambiava la mia visione del mondo. E poi sapevo che la mia carriera di medico dipendeva da quanto ero in grado di rinunciare alla mia specificità di genere, e anche da quanto ero capace di restare a galla in mezzo alle idee comuni e alle inevitabili costrizioni. A pensarci poi la vita era difficile comunque. Per me non era facile vivere una vita affettiva normale, questione di tempo da dedicare al rapporto di coppia e a futuri eventuali figli. Così le mie storie finivano sempre in un mare i rimproveri di chi aveva trascurato l’altro, ma anche per la certezza che una donna in carriera non si sposa mai. Anche queste sono le difficoltà delle donne e i tempi in cui si vive, incidono relativamente sulla loro qualità. Povera me e povera Maria sempre alle prese con la “roba da donne”.

Matilde e le sue ragioni

In Amici, amore, Anomalie on 20 aprile 2010 at 19:30

Era la sera dell’appuntamento al Ristorante di Biagio.  Matilde si sentiva molto nervosa ed irritata. Sapeva chiaramente che non sarebbe andata all’incontro annuale con le sue amiche, che si teneva ogni 8 di marzo. Le ragioni erano infinite, ma… la ragione più importante era che Anna non ci sarebbe stata, e lei senza Anna non voleva farsi vedere. La questione di Anna era troppo dolorosa. Più ci pensava e più la realtà le accorciava il respiro. Anna… la sua Anna, era perduta. Giulio sembrava più ottimista di lei. Giulio glielo aveva detto fuori dai denti, parole dure anche se, lei lo sapeva, essere dettate dalla sofferenza più che dal rancore: “Io non sono come te, il mio amore la salverà, tornerà da noi, dalla sua famiglia e tornerà guarita.” A chiunque sarebbe parso un rimprovero, una dimostrazione che lui era più forte di lei, e che aveva più diritti su Anna, e che il suo amore era importante ed immutabile. Eppure era proprio quell’amore che aveva perduto Anna. Matty si sentiva stanca.
Stanca di mentire e di nascondere i suoi sentimenti. Anche con le amiche, a quelle cene, ogni anno aveva dato il meglio di sé. Lei, la donna indipendente, piena di uomini, soddisfatta di se stessa. E nessuna di loro mai aveva sospettato che lei era nata diversa. Solo Anna sapeva, solo quella donna che era stata la sua terribile ossessione. Vivere apertamente in questo mondo la sua diversità era stato impossibile. La vita non glielo aveva permesso. Era impossibile nuotare contro i pregiudizi. Impossibile essere amati per quello che si è. Solo Anna l’aveva capita, solo lei le aveva dato tutto l’affetto che desiderava, che aveva sognato. Solo Anna era la sua vita. Era successo quella meravigliosa estate in quella vacanza sfrenata nell’azzurro del mar Egeo.
Lei lo sapeva da anni, ma Anna solo allora aveva compreso. Era rimasta stupita che i loro abbracci tra amiche si fossero trasformati, nell’ansia di non dimostrarlo, in qualcosa di diverso e inizialmente aveva preferito non pensarci, poi quella sera la cena in quel localino in riva al mare, i fiumi di retzina e l’ouzo le aveva rese euforiche. Il vino era troppo freddo e i loro corpi erano troppo caldi dopo una giornata di sole e… erano cadute le ultime resistenze.
Dopo non fu più lo stresso. Anna non fu più la stessa e Giulio se ne accorse. Era troppo difficile mentire anche con lui e Anna alla fine si era confidata, e lui aveva capito solo che ci avrebbe dovuto dividere e che non poteva perdere il suo amore per una storia omosessuale. Se avesse capito l’avrebbe potuta aiutare e forse Anna ce l’avrebbe fatta… Ma Giulio l’aveva sempre amata di un amore esclusivo ed egoista, non la voleva perdere, non poteva stare senza di lei. Anna era troppo bella e troppo sensibile e lui era disponibile a tutto pur di non perderla. Non mi è mai importato di me, se lei fosse stata felice e se avesse voluto quella vita io mi sarei allontanata per sempre, ma al ricatto di Giulio lei aveva risposto chiudendosi in sé stessa. E stava male e il suo mondo si trasformava sempre più, nella gelida morsa di un inverno. La depressione l’aveva resa fragile, insicura, spaventata.
Ovviamente tutto era peggiorato alla nascita di Tobia, e Giulio aveva cominciato a capire che la medicina era stata peggiore della malattia. Anna era terrorizzata, non voleva stare sola col bambino perché temeva di fargli del male. Giulio aveva tentato tutto. L’aveva fatta curare da un luminare, che l’aveva imbottita di medicine, ma senza risultato. Io non lo sapevo. Quando la vedevo a quella cena di amiche restavo sempre abbagliata dalla sua bellezza e dalla sua dolce tristezza. Anna me lo disse dopo, quando Giulio, per aiutarla, mi aveva chiamato e mi aveva chiesto di dargli una mano a farlo uscire da quell’incubo. Ma questo avvenne dopo, quando ormai Anna aveva perso la luce negli occhi e il controllo del suo cuore. Cosa avrei potuto fare, io, da sola, di fronte a tanta devastazione? Anna non era più la mia Anna, era un bel manichino pronto ad indossare l’abito e la maschera che il mondo le imponeva. Non era più in grado di lottare per se stessa e per l’amore che l’aveva tradita. La famiglia vedeva di lei solo l’immagine che preferiva, e le amiche la vezzeggiavano solo perché era tra tutte la più vulnerabile.
Io pagavo le mie colpe. Era stato il mio amore la causa di tutto. Non potevo immaginare che sarebbe stata la sua perdizione. E Giulio che si giustificava con quel sentimento che non lasciava requie, solo per il suo diritto di uomo, ci aveva perduto tutte e due. Ora Anna era diventata estranea a tutto e a tutti, non era valso il ravvedimento del marito, e nemmeno tutta l’energia che io avevo messo nel cercare di farla ritrovare. Lei mi ripeteva spesso: “Non chiamarmi Anna, non sono più la stessa persona!” Io cercavo di abbracciarla per farle sentire che non era sola, che se voleva poteva aggrapparsi a me, ma lei restava fredda e qualche volta mi allontanava esasperata. Quante volte ho pensato di aver sbagliato tutto. Avrei dovuto non confidarmi mai, l’avrei dovuta lasciare all’illusione del suo amore. Forse la sua vita non sarebbe cambiata, forse avrei potuto vederla e sfiorarla, sarei morta di dolore, l’avrei ingannata, ma non avrebbe saputo mai. C’era stato quel viaggio assieme, sperando che in quella vacanza… cosa speravamo? Che lei avrebbe potuto scegliere? Maledetto egoismo umano, non si gioca coi sentimenti di una persona così fragile. Eravamo tornati prima perché lei non ce la faceva. Non reggeva lo stress delle nostre aspettative. Io mi ero dedicata a Tobia, con tutto l’affetto che potevo: anche lui era fragile, anche lui era sofferente, e mi si aggrappava addosso come se fossi il suo salvagente. Anna o si chiudeva nella sua stanza oppure usciva e andava a fare compere dissennate. Abiti e gioielli inutili che non si metteva mai, regali esagerati che io non volevo accettare.
Alla fine passava il suo tempo inebetita da psicofarmaci e alcool, e solo qualche volta usciva dal suo mutismo, e guardandomi con quei suoi occhi ormai troppo dilatati mi sibilava “Matilde, sei una puttana, tu vuoi rubarmi l’amore di Giulio e anche quello di Tobia, ma io ti ho capito sai, fingi di volermi bene per poi lasciarmi sola. Sei una puttana, una sporca puttana.” Alla fine Giulio mi chiese di condividere con lui la scelta della sua ultima prigione, i soldi non sarebbero mai stati un problema. Nemmeno questa responsabilità voleva prendersi da solo. Quanto male le avevamo fatto, quanto dolore avevamo causato. Il giorno del ricovero Anna si era messa a gridare e a piangere, aveva gridato a me e a Giulio le offese più orribili che avessi mai sentito da bocca umana. Poi si era calmata e mi aveva stretta in un abbraccio sconsolato: “Matty non lasciarmi sola, almeno tu. Prenditi cura di Giulio e non odiarlo, lui credeva di salvarmi ed invece mi ha uccisa. Cura il mio bambino con tutto l’amore di cui sei capace, parlagli della sua mamma e raccontagli di come era bella e felice sotto il sole della Grecia. Amalo come io ti ho amata…” Così io ho promesso e così io manterrò la promessa. Dedicherò la mia vita alla sua famiglia e a lei, soltanto a lei… Affronterò il mondo che non sa come e perché le donne fanno cose incomprensibili, che è facile a criticare. Ma io ormai so chi sono, e non c’è più niente e nessuno che mi farà cambiare.

L’appuntamento mancato.

In Amici, amore, Donne on 16 aprile 2010 at 12:34

Anna era una ragazza bellissima. Capelli biondi e occhi scuri che ti levavano la parola. Un corpo ben fatto e generoso nei punti giusti. Anche le sue amiche la vedevano così, mica serve essere uomini. Quando una è bella è bella e non c’è niente da dire. Si era sposata con Giulio che era il suo fidanzatino delle medie. Avevano cominciato presto e si erano sposati con il benestare delle loro famiglie che li adoravano come se fossero i loro cuccioli. A dirla tutta, le amiche di Anna la consideravano una donna molto fortunata, perché, oltre ad essere indiscutibilmente bella, sposando Giulio era diventata anche ricca e soprattutto la consideravano una donna amata, molto amata. Sia chiaro che loro non la invidiavano, probabilmente non avevano personalmente nulla da invidiarle, ossia non erano gelose del suo successo, anzi, erano felici per lei, perché era una donna straordinariamente generosa e le sue qualità gliele riconoscevano tutte. In effetti anche loro tre avevano le loro fortune, chi più e chi meno. Laura non era bella, ma era di una simpatia straordinaria, suo marito era spiritoso quasi quanto lei e nella loro vita non c’era quasi mai malumore o litigi. Claudia era fisicamente un “tipino pepato” pur non essendo proprio una bellezza ed era anche l’unica ad aver continuato gli studi, aveva poi sposato un ingegnere, che le consentiva una vita da signora, lui viaggiava per l’Italia in continuazione a costruire strade e ponti e lei, molto spesso, si sentiva sola e organizzava al figlio, Nicola, attività sportive sane ed esclusive. Matty era l’unica che si contendesse lo scettro della reginetta di bellezza con Anna, ma aveva un’aria più spigliata e meno timida e poi, di sicuro, non aveva la stessa fortuna, a lei piaceva l’avventura e non amava sentirsi legata e in quanto a sposarsi, solo a sentirne parlare, torceva il naso.
Ognuna aveva scelto la propria strada che le aveva portate a non vedersi per lunghi periodi, poi con il passare degli anni avevano deciso di darsi un appuntamento preciso, in un luogo preciso, in un giorno preciso e nessuna di loro poteva sgarrare. Neanche le nascite dei figli e nemmeno altre meno piacevoli incombenze avrebbero potuto tener lontane le quattro “moschettiere” dal loro incontro annuale.
La data era l’8 di marzo e il ristorante era il locale storico “La Veranda”, così almeno non rischiavano di trovarsi a mangiare da nuovi gestori “cinesi” come succedeva per altri locali in città. Il proprietario, Biagio anzi era un loro vecchio amico che aveva fatto l’Università con Claudia, pertanto, teneva un tavolo per quattro ogni 8 marzo di ogni santo anno del calendario.
Quel marzo al loro tavolo invece di essere in quattro si trovarono solo Laura e Claudia. In un primo momento passarono il tempo a parlare delle loro novità di quell’anno passato, ma poi, sempre più a disagio, si cominciarono a chiedere dove fossero finite le altre due. Laura aveva tentato di trovare Anna al cellulare, ma il telefonino risultava spento e non raggiungibile. Il cellulare di Matty invece suonava a vuoto, nessuno rispondeva. Biagio che era andato a prendere le ordinazioni coinvolto dalle domande delle due amiche, pur cercando di mantenersi sul vago, si era lasciato sfuggire qualche frase che faceva pensare che sapesse molto di più di quello che pareva. Le due non lo intendevano lasciar tornare al lavoro fino a che non avesse detto tutto o almeno avesse fatto capire qualche cosa pure a loro.
Biagio parla, cosa sta succedendo?” Chiese decisa Claudia che era quella che aveva più familiarità con lui. “Ragazze non dovrei essere io a raccontare queste cose ma, visto che sembrate cadere dalle nuvole, mi sembra giusto raccontarvi almeno quello che io so. Negli ultimi tempi, qui al ristorante, da conoscenti comuni, mi sono pervenute voci che Anna è stata veramente male, sembra sia stata presa da una profonda depressione, le ragioni non le so, sapete come sono le donne, a volte capita senza un vero motivo. Così Giulio che era preoccupato per lei e per Tobia sembra abbia chiesto a Matty, visto che non non è impegnata con una famiglia sua, di dedicarsi un poco a loro, sapete, tanto per far compagnia all’amica e anche per guardare quel ragazzino che, con quella madre fuori fase, sembrava soffrire molto. La cosa è andata avanti per qualche mese e so che alla fine sono persino partiti per una vacanza in Tahilandia insieme. Poi quando sono tornati Anna è peggiorata. E’ stata vista in giro per i negozi a fare spese folli con la carta di credito, fino a che Giulio non deve aver deciso di ritirargliela. Sembra anche che l’abbiano vista girare in macchina in sottoveste o almeno non molto vestita. Sembra che sia ingrassata e imbruttita e che beva come una spugna. Ma forse sono sole chiacchiere senza fondamento. Comunque alla fine, mi hanno detto, che si sono decisi a ricoverarla in una casa di cura prestigiosa e specializzata.” “Ma Matty, cosa c’entra con questo, come mai non c’è?” fu la domanda che fecero le due amiche quasi contemporaneamente. “Beh, sembra che Matty abbia preso un po’ troppo sul serio l’incarico di seguire costantemente e affettuosamente sia Giulio che Tobia… ed è forse proprio per questo che non ha avuto il… ehm… tempo per venire se capite quello che voglio dire…” Biagio era molto imbarazzato e cercava di nascondere il viso fingendo attenzione alla porta di ingresso. Ovviamente le due donne incredule gli puntarono quattro occhi strabuzzati addosso e Claudia chiese: “Ma Biagio, sei fuori di testa?… vuoi dire che… Matty… e… Giulio… insomma… l’hanno deciso insieme?… Insomma, voglio dire… se ho capito bene… hanno avuto un motivo “comune” per ricoverarla?” Biagio sembrava sulle braci, ma un po’ piccato sbottò: “Io sono sanissimo Claudia, tutt’al più chi è fuori di testa… ma dai lasciamo perdere… io le cause non le so… però… insomma voglio dire che se io fossi Matty alla cena dell’8 marzo, con voi due, non mi ci farei vedere mai più!” Quelle parole calarono su di loro come un maglio. Laura scappò in bagno per non vomitare mentre Claudia non riusciva più a spiaccicare parola. Comunque una sola cosa era certa, quella sera come probabilmente ogni altro 8 marzo futuro Matty avrebbe mancato sicuramente a quell’appuntamento.

Donne disinformate

In Donne, Istruzione on 14 aprile 2010 at 11:29

Non ricordo bene a quale fratello o sorella si riferisse la pancia di mia mamma. Una cosa è certa: malgrado le gravidanze molteplici che giravano per casa, io, della cosa non avevo le idee chiare. Ero poco più di una bambina s’intende, ma la pratica sul campo avrebbe potuto essermi di aiuto, invece… Cercavo informazioni perché ero certa che i bambini crescessero dentro alla pancia, su questo non c’erano dubbi, ma su come ci entrassero e soprattutto come ne uscissero, non avevo per niente le idee chiare. Le mie amiche sinceramente avevano meno conoscenze di me e quelle che sembravano saperne di più, alle mie domande sparavano delle fantasie improbabili.
Quel giorno mia mamma stava sul terrazzo, l’aria era tiepida e stranamente, per l’andamento della mia famiglia, lei aveva trovato il tempo per fare, con la lana, le scarpine che a quel tempo facevano sempre bella figura nel corredino dei neonati. Ricordo che una ruga profonda sulla fronte le deformava il viso che di solito era piuttosto bello. Stavo seduta su uno sgabello vicino a lei, una situazione rara di tranquillità, di solito lei correva per le esigenze di tutti e non pensava né a se stessa né alla sua figlioletta femmina. Ricordo che era stata molto male nei primi mesi della gravidanza e i medici le avevano prescritto molti medicinali inutili che ad un certo punto lei aveva gettato via in un momento di rabbia, solo che in quel periodo erano usciti sui giornali i casi terribili di malformazioni fetali dovute al Talidomide e quell’antivomito lei non era certa di non averlo assunto.
Eravamo tutte e due impegnate con i nostri pensieri, i miei davvero irrisori in confronto ai suoi. Cercavo solo di sapere come entravano i bambini nella pancia e sopratutto come facevano a venirne fuori. Lei invece cercava di sapere se quel bambino che stava venendo alla luce avrebbe potuto essere, per colpa dei suoi malesseri, un bambino focomelico. Nessuna delle due ebbe il coraggio di chiedere nulla e soprattutto non avremmo potuto esserci di conforto, almeno io non lo potevo essere con lei. Fra me e lei non c’era mai stata quella confidenza che è tipica tra le donne di una stessa famiglia. E poi ero proprio solo una bambina. Così rimasi con i miei dubbi finché non riuscii a trovare nell’enciclopedia che avevamo in casa una spiegazione più o meno comprensibile, a parte per i termini usati che io non conoscevo affatto. Mia madre tirò un sospiro di sollievo solo alla nascita del piccolo, anzi facendo i conti degli anni, alla nascita della piccola, che nacque sana, vispa e con due splendidi occhi azzurri.
Certo erano gli anni ‘60, le donne vivevano i loro drammi senza l’appoggio di nessuno. non esistevano metodi di prevenzione, non possibilità di diagnosi, nemmeno l’assistenza di medici responsabili e comprensivi. Le donne erano sole in famiglia e sole nella società. Partorivano in casa con l’aiuto di una ostetrica che a volte era diplomata ed altre no. Affrontavano i loro cattivi pensieri senza poterli dividere con un marito od un familiare. E sole erano anche le bambine che avrebbero dovuto affrontare la vita con un minimo di “strumenti conoscitivi” e che invece si attrezzavano come riuscivano e come potevano.
Ricordo che successivamente feci per i miei giovani fratelli, memore della mia esperienza, corsi documentati sulla sessualità e sul concepimento e sulla nascita dei bambini, cose che impararono a conoscere quasi contemporaneamente all’uso della parola. Ricordo che il più piccolo un giorno, mentre saltava e correva, come era solito fare per sua naturale vivacità, mi diede involontariamente un brutto colpo sulla pancia, allora spaventato mi disse: “Scusa Tata, non volevo fare male al tuo bambino.” Questo mi fece capire che forse, anche lui, non aveva le idee proprio molto chiare e che comunque ci voleva anche età e maturità per ritenersi alla fine correttamente informati ;-).

Pesce d’aprile

In Ironia, politica on 13 aprile 2010 at 10:57

Questa me l’ero persa 😀

Ansa, 1 aprile 2010. Pier Luigi Bersani, segretario del Partito democratico, ha diffuso il seguente comunicato: “Anch’io, come Veltroni, getto la spugna. Non ce l’ho fatta. Mi dimetto. Però ho chiesto le dimissioni anche di tutto il gruppo dirigente del partito. È ora di lasciare spazio a una nuova generazione. A noi mancano le idee, non le persone: abbiamo centinaia di amministratori locali giovani, onesti e preparati che aspettano solo di mettere il loro entusiasmo al servizio del paese. Dobbiamo riaprire le sezioni, far tornare i cittadini, ricominciare a parlare con la gente. Abbiamo sbagliato a lasciare che la destra e il suo leader prendessero progressivamente il sopravvento: quando potevamo ancora fermarli, li abbiamo sottovalutati. È stata una sciocchezza. Abbiamo sbagliato a trascurare le vere emergenze nazionali: la lotta alla mafia e all’evasione fiscale, lo sviluppo del mezzogiorno, la scuola e l’università, la difesa dell’ambiente, una politica economica a favore delle donne e dei giovani. Per tutto questo vi chiedo scusa. Arrivederci”.
Pesce d’aprile.
Giovanni De Mauro

da Internazionale n.840

Se questo è il mondo…

In Anomalie, politica, Religione on 12 aprile 2010 at 15:40

Stamattina pensavo agli infiniti stimoli (leggasi “conati”) che le faccende di questo mondo mi suggeriscono. Per esempio seguo schifata le varie giustificazioni e le alzate di scudi che gli alti prelati della Chiesa cattolica pongono come sbarramento allo sfascio di questo millenario “corpo”. Sembra proprio che di corpo corrotto e deviato si tratti. Di questo è fatto il quotidiano “chiacchiericcio” demente di certi personaggi che, per difendere posizioni indifendibili, perdono l’amor proprio nonché la faccia. Ma il problema è a scapito di chi? Non certo di un Papa a dire il vero non molto amato che, malgrado il dogma della fede, sulla sua infallibilità spirituale, si trova a dover giustificare una fallibilità umana e religiosa oltremodo oltraggiosa. La domanda è d’obbligo: perché preoccuparsi di tutti quei poveri bambini non nati, a causa di madri debosciate ed assassine, che li hanno abortiti e non delle centinaia e centinaia di vittime innocenti dei soprusi dei preti pedofili? Per i primi l’orrore non c’è stato e non ci sarà mai più, per i secondi invece tutta la vita, che hanno avuto e avranno, non basterà a cancellare tanta infamia. Non voglia poi quel loro Dio, facile ad adattarsi alle situazioni, che non preveda il ripetersi della loro storia e non li trasformi in mostri dal comportamento simile. Allora sì che la diffusione del male sarà a moltiplicazione geometrica. Altro che Diavolo in Vaticano. Il male si diffonderà come un virus letale. E questo la Chiesa, per pararsi il culo, non lo dice e soprattutto non lo persegue. Ma si sa, la colpa è del popolo ebraico che non ha altro da fare che inventare fandonie per liberarsi della divinità fatta uomo. Non solo bisogna far attenzione perché i pedofili son tanti, milioni di milioni, come le stelle del salame, e suddivisi in categorie, quindi perché prendersela solo con i preti e non piuttosto con i ragionieri o i saldatori? Che poi a pensarci bene i ragionieri una pagina sporca ce l’hanno…
Ma se ogni giorno ci beviamo queste splendide secchiate di cacca, non possiamo fare a meno di aggiungerci dei tramezzini di “merde” e uso il francese proprio perché è dai francesi che il “nostro” ha preso l’ispirazione. Forse non vi eravate accorti che il governo non aveva sufficiente potere, forse pensavate che possedere tante televisioni, tanti giornali e giornalisti (non vorrei offenderne l’Ordine chiamandoli giornalisti) bastasse alla concupiscente voglia del Capo Supremo (che se mi sente chiamarlo così, sono certa di provocargli un orgasmo). Eh no cari miei, Lui non si accontenta, vorrebbe fare le riforme e pure condivise, ma… proprio non ce la fa, Lui non ha tempo per aspettare, la corona di re la vuole subito e se non gliela danno subito se la compra con i soldi suoi.
Qualcuno si dimena, ma fa la figura del pesce nel barile. Qualcuno parla, ma farebbe meglio a tacere. Anche per fare l’opposizione ci vogliono le palle e mica si comprano al mercato le palle, in genere ci si nasce, anche se dello stampo di quelli con le cose al posto giusto, se ne è persa la forma.
Voi direte: “Embè, tutto qui?” E no cari miei non finisce qui la nuotata. Una secchiata e due o tre tramezzini e poi via in un mare di merda. Esiste anche l’affare “Emergency”. Come si poteva eliminare quell’ospedale messo lì a controllare l’umanità di una guerra? Ma dai è semplice, lo fanno tutti i poliziotti del mondo, ecchè non avete mai visto un telefilm? Si filma il ritrovamento di droga, armi e qualche volta anche bombe, che come si sa sono sempre tenute dentro al cassetto sia negli ospedali di pronta emergenza che nelle scuole durante i G8.
Avete il vomito anche voi?
Beh se non l’avete vuol dire che il vostro stomaco è foderato da una bella spanna di pelo e vi consiglio la carriera ecclesiastica oppure quella politica, ché negli ultimi tempi poca differenza fa.
Se questo è il mondo… per favore fermatelo che io voglio scendere.

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