rossaurashani

Archive for giugno 2009|Monthly archive page

Al dio dei viandanti

In Berlinguer, Miti ed eroi, Pietas on 15 giugno 2009 at 7:53
Annunci

Magica è la notte

In Amici, amore, Gruppo di scrittura, personale, Venezia on 12 giugno 2009 at 18:40

bobo

Era la loro città. Il tempo era passato lasciando la sua bava argentea sopra i loro corpi. Ma la città resisteva. Sopratutto la notte.
Andare a incontrare amici è l’impegno di questi tempi. Certo anche cento altre cose. La politica, le manifestazioni, la cultura, l’arte, ma gli amici, quelli prima di tutto.
Questi Michele non li conosceva. Appartenevano al mondo di lei. Non ne avevano parlato prima, Lui sapeva che Rossana ci teneva, ma non sapeva quanto né perché.
L’isola riceveva l’ultima luce del tramonto. Dorata e soffice, la luce rendeva omaggio al luogo che sapevano non averlo mai visto insieme. Allora avevano fatto tante cose, ma mai nessuna lì. Non c’erano ricordi ad attenderli.
Con Alberto si erano visti sul battello e avevano già preso a parlare. Un vecchio ragazzo dagli occhi buoni, sul viso i segni distinti di una bellezza che neanche il tempo ha saputo intaccare. Alto, un corpo avvezzo ad essere ammirato. Un’eleganza trasandata da vecchio gentleman. Uomo ormai solo. Ormai pago.
La casa stava proprio sulla riva del canale. Davanti, ma distante, l’altra riva. La loro città sgranata in segni fluidi lungo la sponda opposta. Città orgogliosa e magnifica. Nessun dubbio, solo certezza.
Tra loro le parole fluiscono gentili da un dialetto che sembra di altri tempi, elegante, quasi lingua cantata. La musica giusta per entrare nell’atmosfera intima di quella casa che conserva intenso l’odore del legno di sandalo.
Rossana attraversa l’aria sapendo dove andare, cosa toccare. Michele rimane quasi sulla soglia, quasi stupito, forse interdetto. Nessuno lo aveva preparato. Non era una casa come le altre. Non si nutriva di quotidianità, Quella era una casa in divenire. Dove il colore trovava il coraggio di essere in tutte le sfumature della luce. Dove le stoffe sulle pareti, prendevano vita in movimenti di onde. Dove i quadri sembravano usciti da una giornata di vento. Dove i colori sono luce e movimento allo stesso tempo.
Lì, gli amici. Hèléne  e Bobo. Pittori della loro realtà. Artisti senza regno, senza voglia di gloria. Pietre preziose nascoste dentro uno scrigno. Sorrisi accoglienti. Versi di lingue lontane. Parole. Contenitori fantastici di cose mai dette.
Michele resta in silenzio mentre lei lo conduce per mano in un luogo che conosce e che ama.
Attorno ad un tavolo si sciolgono le parole. Si disegnano ricordi, cose vedute, immagini dipinte e film immaginari. Tutto reale. Realtà rarefatta. Come fosse lo stesso discorso, ma espresso in lingue diverse ed esotiche. Incomprensibili, ma melodiose.
Una sera con il cuore che si apre e la mente che dispiega le sue ali. Immagini di luci ed ombre. Calore che si annida nel cuore. Alberto racconta gli aneddoti di una vita. Hèléne e Bobo si guardano da lontano come se fosse la prima volta. Ma in tutto questo c’è la poesia di anni e anni trascorsi insieme. Di pensieri conosciuti. Di atti condivisi.
Susanna e Pietro si sorridono. Solo in quel luogo ritrovano la poesia dei loro primi incontri. Giocano a rimpiattino con le parole. Vogliono essere concreti, ma rincorrono le prose degli altri. Incoerenti. Metafisici.
Il tempo passa con un ritmo sincopato. Nessuno si accorge se è lungo o breve. Tutti sono lì per riconvertire le sensazioni in emozioni da portarsi dietro per tutto il tempo che serve. Rossana sorride e abbraccia Hèléne. Michele osserva e tace. Tutto questo non gli è estraneo. Lui sa che in qualche luogo della loro vita anche questo li attendeva.
Ora si torna sulla riva. E’ notte. Il buio ha ingoiato tutta l’acqua del canale, ma si sente il rumore delle onde agitate. Il vento spazza l’aria e le case come nei quadri di Bobo. Sembra che il vento abbia un colore preciso, un profumo di sale, un sapore di cocomero che ricorda l’antica infanzia perduta.
Tutto questo è Venezia. Questa è semplicemente la sua magia. Questa è la sua strada silenziosa nella notte. Quando il vento teso spazza la luce delle stelle. Quando si è dissipato il calore delle pietre. Inutile attesa del domani. Solo ora, solo oggi vale la pena di vivere.

Il fiume rosso

In Berlinguer, politica, uomini on 11 giugno 2009 at 7:54

11 giugno 1984 – 13 giugno 1984

Le parole a volte non servono a spiegare un’emozione. In questo caso parla per me quel fiume rosso della nostra memoria.

Rossana e Michele – La leggerezza della gioventù

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, personale, uomini on 9 giugno 2009 at 16:03

Erano tornati insieme. Sembrava che in molti dovessero sapere. Sembrava che nessuno si dovesse stupire. Eppure loro non ci credevano ancora.
Tornati da quale viaggio. Con negli occhi ancora le strade calcinate e ventose dei loro percorsi. Lei aveva detto: “Perché non rimani?” Lui aveva messo il suo libro sopra il comodino.
Michele era così, non aveva mai l’aria di saper stare fermo, non aveva mai avuto l’aria di sapersi fermare.
Rossana aveva perduto il suo sguardo sognante ed era rimasta silenziosa.
Era difficile fare i conti col passato. Era inutile spiegare dove le strade avevano portato, se poi dopo tanto tempo, erano ancora lì a tenersi per mano. A cercarsi senza perdersi un’altra volta.
Gli amici avevano deciso che era tempo di festeggiare.
I vecchi amici quelli che il tempo non aveva mai cancellato.
Alcuni si erano perduti. Alcuni erano vicinissimi, ma non erano più gli stessi. Avevano cambiato voce, avevano nascosto gli occhi.
Ritrovarsi era davvero una festa. Una corsa veloce. Un sopraffarsi di voci. Un bisogno di dire e di ricordare. Frammenti di vita. Ognuno il suo pezzo. Parole da mettere insieme. Da scegliere. Da incorniciare.
Il vino si mescolava. Gli uomini, proprio loro, quelli che avevano percorso più strade, quelli che erano arroccati di più alle certezze, proprio loro sentivano il bisogno di lasciare gli ormeggi. Avevano preso il largo con discorsi dal passato. Le loro donne no. Tenevano a freno l’esuberanza. Una dote che non era mai stata loro. Forse Rossana l’aveva avuta, quell’esuberanza. Forse le altre l’avevano criticata per questo. O forse no. Solo lei aveva saputo camminare più a lungo; più velocemente. Forse invidiavano inutilmente. Loro, non sapevano quanto avesse bruciato sulla sua pelle.
Le voci salgono e i bicchieri tintinnano facendo il coro alle posate sui piatti. Gabri, puntigliosa, cita dei versi a memoria. Quei versi di cui Michele non ha più alcun ricordo. Loro si guardano da lontano, basterebbe allungare una mano per trovarsi. Silvano versa da bere senza fermarsi. Parla con allegria delle avventure di allora. Nessuno ricorda più quella storia. Tutto la racconta, quella storia, ma non è più la stessa storia.
Gli uomini ridono sovraeccitati. Si punzecchiano, Si prendono in giro. Tornano ragazzi. Guardano con altri occhi, ancora con quegli occhi di allora le loro ragazze, ma stasera i loro occhi tornano a guardare nuovamente senza pudore, per un attimo, quella sola ragazza.
Solo Gabri ride e chiede attenzione. Ma i ragazzi rifanno sempre lo stesso gioco. Non sono ancora sazi. Il tempo non è bastato a fermare quel gioco. Neppure i loro corpi mutati. Gli occhi vedono quello che vogliono vedere. I sorrisi diventano troppo larghi. Rossana diventa silenziosa.
Michele parla con una voce che non è sua, fa gesti troppo larghi che non gli sono congeniali. Rossana lo sa che sono i movimenti esagerati della sua timidezza.
Tra loro basta molto meno, tra loro anche i sussurri sono minimi. Il loro amore è logorroico di silenzi e sospiri. Rossana si scorda di ascoltare. Perde il punto. Guarda Michele mentre si sente preda. Michele si avvicina e le posa dolcemente le mani sul viso. Non è un atto di possesso. Non sarebbe da lui. E’ solo che lui conosce quel silenzio e ne percepisce il disagio. Quelle mani consolano.
Lui sa che a volte, in mezzo alla gente, lei diventa straniera. Riconosce le sue fughe. Lui le sa. Lui le ha subite.
Le ragazze parlano più piano, loro non hanno bevuto. Le loro voci raccontano storie conosciute. Abitudini. Le vite sono scandite dai fatti di tutti i giorni. Le ragazze sono concrete e non cercano di apparire quello che non sono. Non sono più ragazze, sono diventate donne. C’è fra loro un breve disagio. Facile da lasciare, da giustificare. Ci fu un tempo che quel disagio le aveva allontanate. Separate. Loro oggi riconoscono i danni del tempo. Le sue mezze verità. I prezzi che ha preteso. Loro parlano adagio e sorridono a Michele. Lui era amico delle donne. Lui era amico perché non sapeva essere niente di diverso. Non allora, non in quel caso.
La serata è rumorosa. Il vento gonfia le tende in un tentativo di invasione. Le voci si alzano e dicono parole senza senso. Promettono nuova amicizia. Assicurano nuove complicità. Maschi abbracci di uomini tornati ragazzi.
Silvano solitamente più silenzioso degli altri. Racconta dei suoi libri. Cerca lo sfogo dei suoi silenzi prolungati. Rossana non li ha letti, ma sa che li ha vissuti a lungo. Gabri si fa vanto di ascoltare senza capire, ma è lei che riceve le confidenze di Silvano e lo dice guardandolo negli occhi. Si addolcisce quando Michele l’abbraccia. Solo allora riprende il filo dei ricordi.
Diana porta il dolce e gli animi si riscaldano. Le vecchie foto. “Avevi i capelli lunghi” “Ma no, li ho sempre tenuti corti” “Ma no dai, guarda qua…” Ricordano le gite di scuola. Parlano delle compagne che non ci sono. Marinella racconta quando aveva incontrato per la prima volta Alvise. Ricorda la nascita di Lisa. Lei era stata la prima che se n’era andata. Era così giovane. Solo Rossana l’aveva cercata e aveva tenuto il filo della loro antica amicizia.
Poi le altre.
Rossana e Michele si stringono la mano. Sanno che vivono la magia del tutto “che si ripete”. Oggi è il loro “giorno della marmotta”. Di sottofondo la stessa musica. Le stesse voci. I soliti discorsi.
Il tempo srotola i suoi tappeti magici.
Rossana riceve gli abbracci di sempre; affettuosi e maliziosi al contempo. Questa volta c’è una giustificazione. E’ tornata. Sono tornati. L’allegria non è forzata. Solo lei si sente a disagio. E’ lei che non vuole ferire. Lei questo non l’ha dimenticato. Lei questo non lo voleva neanche allora. Ma era successo. Solo Michele si accorge che ha parole troppo brevi. Sorrisi che non conosce e la stringe in un abbraccio.
“Portami via…”
E’ stata una bella serata. Tutti promettono di rivedersi così… presto. Tutti sprecano i “dopo di” e i “prima di”. Tutti ne sono sicuri.
Li inghiotte la notte.
Finalmente la notte. Finalmente Rossana e Michele ritrovano la pace. Ancora il silenzio tra lo sciabordio dell’acqua e il secco rumore dei passi. Loro tornano soli. Si fermano come hanno sempre fatto negli angoli per baciarsi. Questo non è cambiato nel tempo. Questo è proprio come allora. Un bacio e tornano i sorrisi. Quelli speciali, quelli che illuminano la notte. Rossana e Michele, quei due ragazzi timidi, quei due vecchi ragazzi, quelli che avevano conosciuto la magia di tutto il mondo, si sono ritrovati e si promettono ancora una volta amore “per sempre”.

Io ricordo Enrico

In Berlinguer, Miti ed eroi, politica, uomini on 9 giugno 2009 at 8:52

enrico

11 giugno 1984

Dopo pochi giorni è nato mio figlio. Era troppo vivo il ricordo di Enrico. Ci avevo pensato. Il nome glielo avrei anche dato, ma mi pareva troppo. Mi pareva indelicato.

Mi ricordo quel milione di persone che aveva affollato,in quel giorno di sole, le strade di Roma. Gente semplice, gente importante. Amici, conoscenti e popolo. Il rosso dominava. La commozione era forte e chiudeva le gole in silenzi imbarazzati.

Anche quella volta avevamo un grande Presidente, il più grande. Fumava la pipa e aveva visto una lunga vita. Lui ci ricordava la resistenza. Lui era commosso come tutta l’Italia.

Sono passati 25 anni. Mio figlio avrà 25 anni fra qualche giorno. Non si chiama Enrico solo perchè ho voluto che nessuno dei due si confondesse con l’altro. Oggi ricordo e penso se con lui a parlare a questo popolo disperso e avvilito, ci sarebbe potuto essere tanto scoramento. Avremmo avuto da subire ancora questa sconfitta di idee e valori.

La risposta io ce l’ho. Forse è solo un’idea balorda.  Forse è solo voglia di credere che la Storia avrebbe potuto essere diversa. Oggi quella storia me la racconto in silenzio, nei miei pensieri. Quella storia è andata perduta. Oggi è buio che promette il baratro. Quella invece  è fatta di sole e di bandiere che sventolano orgogliose del loro colore rosso. E’ fatta di popolo che fatica ma che sorride perchè sogna un futuro di pane e lavoro. E’ fatta di una moralità e correttezza che non lascia dubbi e che non cerca la via facile agli interessi personali. E’ fatta di comprensione e di progetti che raccontano anche la storia degli altri.

Ho visto il mio ragazzo, che non sa perchè non dovrebbe sapere, con le lacrime agli occhi a guardare il video del tuo funerale. Io riguardo ogni tanto il video del tuo ultimo discorso e non riesco mai ad arrivare alla fine. La tua fine, la nostra fine.

Io ricordo Enrico e mai come ora rimpiango.

Berlerezioni

In Anomalie, Donne, Ironia, politica, uomini on 5 giugno 2009 at 11:58

Questo è il nuovo gioco dell’estate si chiama “Berlerezioni” .

Il gioco consiste nell’indviduare nelle foto scattate in una “certa” villa della Costa Smeralda l’ “oggetto misterioso”. Chi dovesse alla fine trovarlo e spiegarne la natura, avrà qualche possibilità di vincere le elezioni europee…..

Avanti coraggio a voi la parola 😉

Il nuovo gioco dell'estate

Il nuovo gioco dell'estate

foto:  www.elpais.com

Donne Disuguaglianza Determinazione

In Disoccupazione, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Istruzione, politica on 1 giugno 2009 at 16:08

Attorno alla stessa tavola  si parla di donne e società. Chi ci ospita è Riciard e il primo che prende la parola è Betto e poi interviene Mamo.

Rifletto pensando anche alle parole di commento di Audrey nel post di invito a cena di Riciard. Il sunto del suo discorso è che essendo il periodo tanto duro, tutti si ha voglia di mollare. Purtroppo ci sono dei bisogni primari a farla da padroni  (il lavoro, la sopravvivenza…) pertanto come nella Piramide di Maslow  alla base ci sono i bisogni fondamentali, senza la soddisfazione dei quali non si riesce a porsi la necessità di soddisfare bisogni “superiori” e sono questi ad avere priorità. Tutto vero, anzi verissimo. Non ci asteniamo dalla discussione per pigrizia, ma per diverse priorità.

Di seguito a questi pensieri mi trovo in difficoltà. Le analisi non sono il mio forte. Le cose le percepisco prima con l’istinto e poi con la ragione. Ed essere Donna oggi, in questa Società, in questo Momento Storico è un problema marginale, quasi un problema da sottovalutare se non fosse che è proprio dalla Donna che ha inizio, nella Famiglia, la possibile  (probabile?) “trasmissione ” dei valori sociali  e dei concetti basilari di solidarietà e autodeterminazione.

Che ce ne facciamo, oggi, dell’analisi di come dovrebbe essere la Società in cui vorremmo vivere, se il problema di oggi è  quello stupido ma necessario  del sopravvivere?

Cos’è la Donna oggi?  Quale educazione e quali condizionamenti ha subito? Quali sono le sue risposte? Quale educazione trasmette ai suoi figli?

Certo sposto il peso della discussione forse troppo indietro. Ma vorrei parlare di Donne, della Disuguaglianza che le rende ombre vaghe in un mondo tipicamente Maschilista e della Determinazione che dovrebbero avere per raggiungere un’autonomia di pensiero “femminista” atto a preservare i figli dalla trasmissione di “idee dominanti”.

Che la Donna nella nostra Società non possa godere dei diritti che gli dovrebbero esser garantiti, fa il paio con la considerazione che pone la Donna primaria nel ruolo di chi dovrebbe accudire i propri figli e non l’incoraggia ad entrare nel mondo del lavoro. Si sa che  in mancanza di posti di lavoro, questo dovrebbe essere di pertinenza dei Padri di Famiglia. Ma anche se così non fosse, comunque anche di fronte ad una possibilità di lavoro la Donna non dovrebbe pretendere di farne parte attiva e soddisfacente, tanto ha altro da fare e di ben più importante.

Brava madre non è sinonimo di Donna in carriera.  La sensazione è che la sua funzione sia quella di crescere figli. Se la Donna lavora lo fa per integrare il reddito della famiglia. La Disuguglianza fra Uomo e Donna si perpetra anche nei piccoli discorsi “postprandiali” davanti ad una bottiglia di grappa, che come Donna, vuoi per questioni di linea o vuoi per questioni di “morigeratezza” non bevo.

Ho difficoltà, davanti ad un gruppo di convitati, a dire che anche da questi discorsi esce un’immagine di Donna Diseguale. La Donna Madre. La Donna che Lavora. Nessuna di queste figure è Uguale all’Uomo. L’Uomo Padre. L’Uomo che Lavora. Nessuna Donna è Uguale all’Uomo di fronte alla Società.

E noi stiamo qui a perpetrare l’abuso.

Leggete pure quello che dico come una provocazione, ma rivalutate le vostre parole. Analizzatele.

Ogni Donna Madre deve per forza essere Madre come la Società vuole. Non c’è mai una visione alternativa. Una Famiglia è composta da due entità, ma i ruoli sono separati. La Donna deve pensare come la Società ritiene opportuno che debba pensare.  Ci sono eccezioni, Donne più indipendenti, ma sono un po’ meno Donne delle altre, sono un po’ meno Madri. Pertanto auspico un ritorno alla revisione di quel sodalizio che è la Famiglia, tutto ciò per arrivare con le idee più chiare nel valutare l’atteggimento della Società verso la Donna in generale, che rispecchia pari pari la inevitabile consegna di Ruolo  al suo Genere.

In effetti mi chiedo che razza di figli vengano educati dalle Donne  così consegnate. Il ruolo che perpetuano e a cui aderiscono in modo così acritico, le conducono a crescere figli a dir poco  mancanti di “dialettica”, poco autonomi, niente critici, senza capacità rielaborative, già adeguati a questa Società, pronti a sposare il consumo sfrenato e la dipendenza dalla televisione  sia come informazione sia come  adorazione dell’immagine e di sè stessi.

Le Altre Donne, quello non uniformate, si sono mosse come gli Uomini. Hanno perso la loro identità. Sono diventate poco femminili. Sono diventate della grandi sfruttate sia nel lavoro che nella famiglia. Hanno rinunciato a far valere i propri diritti perchè erano e si sentivano come gli Uomini, ma alla fine non lo erano per davvero. La stessa Lotta che fa il Maschio non è sicuramente quella che deve affrontare la Femmina. Sicuramente il Maschio non apprezza quella Femmina, la trova Incoerente, Incazzosa e sopratutto Inaffrontabile.  A meno che non sia una “gnocca senza fine”  allora sì che avrebbe diritto di dire ciò che vuole, salvo non essere ascoltata.

Capisco che la mia analisi sia molto di parte. Capisco che non è tra le valutazioni più organizzate, ma io sono Donna e i bei discorsi, come quelli brutti, d’altra parte, li ho vissuti sulla pelle e mi fanno acidamente sorridere.

Certo i diritti delle Donne, nella Società e nel Lavoro, vanno ampliati e garantiti. Ma perchè non iniziamo a garantire questi diritti nei nostri cervelli di piccoli figli di Donne, che hanno subito un’educazione non propriamente autoDeterminante?  Che hanno ripetuo gli stessi “miti” di sempre? Che hanno emarginato le Donne che non si sono Uniformate. Esistono Donne che sono le peggiori nemiche delle Altre donne, lo sapete?

Se mi chiedete in quale categoria io mi riconosca, la risposta mi viene facile. Ho percorso le stade della vita andando controcorrente e subendo le conseguenze di queste scelte. Ma questo dice poco, sopratutto per chi sceglie il clichè classico della Famiglia di sempre, per chi pensa ad una Società più inclusiva , ma non si accorge che al primo livello, ossia nella Famiglia avvengono le prime discriminazioni, propriò lì avvengono le consegne dei ruoli e avvengono le accettazioni.

Sembrerò inconcludente, ma lasciatemelo dire, io so di cosa parlo.

C’ho un rigurgito antifascista……

In Antifascismo, Venezia on 1 giugno 2009 at 7:58

Perchè ripetere?

Amo la mia città. L’amo perchè non mi lascia mai quando c’è bisogno. Quando è necessario si sveglia e si alza. Sorniona come un felino a riposo, ma potente e  orgogliosa come una giovane  leonessa.

Sabato 30 maggio: Il fascismo a Venezia non passa.

La città è presidiata. Ad ogni punto d’ingresso gruppi di antifascisti presidiano la città. Musica e allegria. La gente si ritrova, si saluta, si riconosce.

L’ANPI alla stazione ferroviaria.

I giovani dei movimenti, gli studenti, i rappresentanti della Comunità ebraica, gli indomiti sessantottini, gli antifascisti, a S.Leonardo alle porte del Ghetto Ebraico. Tutti pronti a presidiare il luogo  e il simbolo di una città, sempre libera dal fascismo e dal razzismo.

Altro presidio colorato e vivace sulla Riva dei 7 Martiri, dove quei martiri erano Partigiani, dove stesa sull’acqua si trova la grande statua della Partigiana, figura straordinaria, parte del nostro orizzonte, il nostro simbolo contro il fascismo.

Loro arrivano dai treni e dagli autobus, vengono scortati dalla polizia verso i mezzi d’acqua per condurli nel luogo della  manifestazione tribolata. Sono in pochi, vengono subissati dai fischi.

Parte la motonave dei fasci, e contemporaneamente parte il corteo di barche che presidiavano la città nelle sue vie più conosciute. i canali. Innestate le bandiere rosse al grido “Venezia libera”.

Venezia non li vuole e lo grida ad alta voce. NOI I FASCISTI NON LI VOGLIAMO!!!!!!!!!

A S. Elena (lì erano stati relegati, come Napoleoni senza fama) senza dar loro la possibilità di percorrere le strade di questa città mobilitata, lì, come dicevo, protetti dai poliziotti e dai carabinieri in tenuta antisommossa, hanno concluso il loro triste ed inutile venire.

Ancora una volta Venezia ha trionfato: almeno qui IL FASCISMO NON PASSERA!!!!!! Almeno qui la Storia ha ancora un significato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: