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Archive for the ‘Gaza’ Category

Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

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L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

Nessun sollievo, nessuna liberazione… ma restiamo umani

In Amici, Gaza, Giovani, Le Giornate della Memoria on 18 settembre 2012 at 7:05

Ieri è arrivata la notizia che il Tribunale Militare di Gaza ha emesso la sentenza contro i rapitori o fiancheggiatori, che dir si voglia, dell’assassinio di un caro amico.
In genere, di fronte alla fine di un incubo, si dovrebbe provare sollievo, non certo gioia, ma almeno quel po’ di senso di liberazione che la conclusione in genere promette.
Eh no, non so perché, o forse lo so troppo bene, questa notizia mi ha lasciato, oltre il senso di perdita, anche un gusto amaro in bocca che non so definire. Una sensazione che tutto ottenebra e che non mi lascia scampo.
Perché sapere che “giustizia” è fatta, non mi dà la sensazione che verità sia raggiunta? Forse proprio perchè l’atto contro il mio giovane amico era talmente inconsulto, talmente scellerato e forse dietro a questo atto ci sono tali verità nascoste che non sapremo mai, da trovare quasi offensivo pensare che “giutizia sia fatta” e che tutti i tasselli siano rimessi a posto?
La mia serenità sulla sua morte non ritornerà mai più. Si può accettare una morte inevitabile, ma non una mancanza ingiusta e un atto vergognoso, quello rimane dentro di te come una ferita non rimarginabile e qualsiasi legge, pure quella divina (se ci credessi e così non è) non saprebbe rimettere le cose a posto, ridarmi fiducia e capacità di accettare.
Ma questo mio sentire lo tengo per me, non lo dico a nessuno, se qualcuno è uscito dall’incubo e trova pace in questa sentenza, che ben venga, le mie paturnie sono solo l’espressione di un bisogno di verità, che travalica in genere la realtà.

Libertà di pensiero ovvero un mondo senza limiti

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Religione, Viaggi on 20 aprile 2012 at 9:27

Ci stavo pensando, in questi giorni, a seguito dell’importante iniziativa denominata “Benvenuti in Palestina”, che ha portato più di 1500 attivisti,  da tutto il mondo, a prendere un biglietto aereo per l’aereoporto di Tel Aviv, l’unico aereoporto concesso da Israele, per raggiungere anche i territori palestinesi.
Sulla prevedibilità di come è andata a finire, si potrebbero scrivere trattati. In pratica Israele ha inviato agli aereoporti di partenza, in territori che non sono di diritto proprietà israeliana, a compagnie aeree di bandiera di altri paesi, una lunga black list, che ha obbligato (?) i funzionari aereoportuali a non far salire gli attivisti segnalati, o a cancellare, di fatto, il volo del 15 aprile verso Tel Aviv.
Le considerazioni sono molteplici, a partire da quale diritto e potere abbia uno stato straniero, ad imporre ad altri stati di diritto, di vietare la partenza su un volo di linea, verso un qualsiasi paese (democratico?) che abbia un aereoporto e che sia l’unica possibilità per raggiungere quel paese.
Le considerazioni vanno oltre e sono realmente preoccupanti. Per quale diritto internazionale un paese, tipo Israele, fa un’azione di spionaggio all’interno di un territorio straniero e predispone delle liste di “indesiderati” che vengono sostanzialmente fatte rispettare dalle forze dell’ordine dei paesi di partenza, su cittadini che non sono israeliani?
Ammettiamo che non si sappia che il Mossad la sa più lunga di qualsiasi altra intelligence al mondo e che nessun stato di diritto lo possa fermare, il controllo sugli stranieri “indesiderati” lo avrebbero dovuto fare a casa loro, ossia in Israele, avrebbero potuto non far entrare nel loro paese questi personaggi dubbi e conturbanti: è veramente terroristico chiedere di andare a visitare i territori palestinesi, si potrebbe pensare che la Palestina esista, cosa che Israele nega, sotto gli occhi distratti (?) del mondo intero. La questione è può Israele limitare la mia libertà di cittadina italiana, ossia di un paese sedicente democratico? Avrò ben diritto di decidere di andare in qualsiasi posto io voglia, senza armi o strumenti di offesa, pagando il mio biglietto e mostrando il mio passaporto? Chi dà diritto ad un altro stato, che non mi conosce, di dire che le mie idee non sono gradite e mi faccia trattare, dalle forze dell’ordine del mio paese, come fossi una terrorista? Per quale ragione io dovrei essere considerata indesiderata se chiedo di andare in un posto che mi interessa, passando per l’unico aereoporto funzionante in quel territorio? Quale paranoica esistenza la popolazione di quello stato vive, per vietare una banalità e un diritto simile? Perchè il mondo intero consente una simile ingiustizia senza nessuna critica e ritorsione? Io credo che queste domande siano lecite.
Io penso che a questo punto, ogni stato che abbia una dignità e ogni compagnia aerea di bandiera che non sia solo un servizio aereo da stato delle banane, avrebbe rifiutato e denunciato un simile dictat. Seriamente avrebbe dovuto avvisare Israele che i voli di linea verso Tel Aviv sarebbero stati sospesi fino a che non venivano garantiti i diritti di libera circolazione per i propri viaggiatori. I governi (se non fossero stati marionette in altre mani) avrebbero dovuto far rispettare nel proprio territorio e anche nel territorio di sbarco, i diritti dei propri cittadini.
Questo non è avvenuto e questo non avviene mai. Questo è un vergognoso attentato alla libertà e ai diritti di chi viaggia. Ma cos’è che frena e non fa gridare allo scandalo? Perchè nei confronti di alcune negazioni dei diritti universali e della libertà, non c’è una levata di scudi generale?
Possibile che il tabù che consente a Israele di muoversi nell’illegalità sia a tal punto forte?
A mio avviso la libertà di movimento, fa parte integrante della libertà fisica e di pensiero, senza queste forme di libertà un uomo, una società, uno stato non possono dirsi liberi. E allora come la mettiamo con i muri e i ghetti o con gli sbarramenti di filo spinato e i carceri a cielo aperto? Se per muovermi io sono costretto ad avere un lasciapassare e a superare dopo lunghe ore di coda un ceck point, come posso pensare di essere libero e di vivere in un mondo libero e senza confini?
A essere chiusi dietro un muro che mi preclude la vista e la possibilità di uscire, e che mi nega per di più l’opportunità di essere visitato, di incontrare liberamente altra gente, quale potrebbe essere la mia reazione? Se fossi prigioniera dentro ad un territorio senza speranza e senza sogni, dove non esistono diritti e ragioni e dove mi viene negato il futuro, cosa diventerei? Essere cittadina del mondo perchè vivo in un mondo senza limiti, mi consente una capacità di pensiero a cui non posso rinunciare. I limiti di un mondo ingiustamente chiuso e senza scambi può portare a estremizzazione, ad azioni che possono condurre anche a poca o nessuna considerazione della vita. Tanto una vita così limitata che valore e senso ha?
L’altro giorno parlando con una giovane ragazza che era da poco tornata dalla Palestina, mi sono sentita dire che lo stress che aveva vissuto durante i pochi giorni di viaggio, nel momento che era rientrata in Italia, si era palesato tutto, e che non avrebbe mai creduto di poter, anche se solo per un breve periodo essere soggetta a tanta pressione. Per il solo desiderio di visitare la “terra santa” aveva vissuto nella paura e nella tensione di essere sorpresa a fare qualcosa di “sbagliato” che avrebbe potuto metterla nei guai nei confronti di un esercito dal potere assoluto. Tornata in Italia aveva davvero capito cosa significasse la libertà di movimento e l’enorme bellezza di potersi sognare e costruire un futuro.
Credo di capirla, come credo di capire chi questa libertà non ce l’ha e non gli viene concessa. Penso ovviamente a quello che succede in quel territorio, a tutte le limitazioni e le paure che l’occupazione provoca da decenni, alla cecità del mondo nei confronti di tanta barbarie, che solo raramente, come nel caso di domenica, ci appare in tutta la sua assurdità o meglio ancora insensatezza. Penso anche alle parole sagge del grande Nelson Mandela. “Nessun popolo potrà dirsi veramente libero, finchè la Palestina non sarà libera”. E lui di schiavitù e libertà se ne intendeva proprio, nessuno lo può negare.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

Handala (erba amara)

In Amici, amore, Anomalie, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 4 dicembre 2011 at 21:11

Handala (o Hanzala), dall’arabo حنظلة (“erba amara”) è un personaggio creato dall’artista palestinese Naji al-Ali (morto assassinato nel 1987).
È un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata.
Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non d’accordo con la situazione attuale (mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà); lo sguardo è rivolto ai villaggi, al mondo; è rimasto bambino, perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.
Su di lui, il suo autore ha scritto: «Inizialmente era un bambino palestinese, ma il suo significato si è sviluppato con un orizzonte prima nazionale, poi globale e umano. È un semplice bambino povero, e questa è la ragione per la quale le persone lo hanno adottato e lo sentono come simbolo della loro coscienza».
Questo è ciò che ci riporta wikipedia.
Questo personaggio mi è venuto in mente molte volte in questi giorni, sia perchè appariva come uno dei simboli nel manifesto della “giornata internazionale per la Palestina” che abbiamo organizzato in collaborazione con i Ragazzi di Ca’ Tron Città Aperta (giovani svegli ed attivi sul territorio, i quali si sono opposti alla vendita, a privati, di un palazzo sul Canal Grande sede della facoltà di Urbanistica dello IUAV di Venezia, occupandola) sia per la mostra “Post Traumatic Stress Disorder – I bambini disegnano il conflitto” che abbiamo ugualmente organizzato in una prestigiosa sede del centro storico.
Parlare dei disegni dei bambini di Gaza  e proprio di quei bambini che vivono nella situazione più difficile di tutte le zone del Medio Oriente, mi ha fatto davvero pensare ad Handala. Mi ha fatto fare un salto letterario anche  al piccolo Oskar che nel “Tamburo di latta” di Gunter Grass, si era rifiutato di crescere a causa dell’avvento del nazismo. Così Handala continuerà a guardare i villaggi, mostrandosi di spalle, proprio quella terra che è stato costretto ad abbandonare da piccino ed il suo rifiuto di crescere per diventare adulto è lo stesso che impose questa scelta  al piccolo Oskar durante gli anni bui del Terzo Reich.
Vorrei parlarvi della soddisfazione di vedere tanti giovani uniti e sorridenti, tutti partecipi e pronti a sostenere una causa e vorrei anche farvi apprezzare l’impegno di una mostra estremamente difficile e anche di grande impatto per la sua evidente denuncia sociale. Vorrei parlarvi di quei disegni incredibili di bambini che hanno perso la possibilità di vivere come tali. Di soli e case che piangono, di carri armati e buldozer che distruggono ulivi che nell’immaginario di quei bambini sono assimilati alla vita, di compagni di giochi lasciati nella polvere, di aerei ed elicotteri che bombardano case, scuole e ospedali, di donne che piangono la perdita dei loro cari, di muri alti e di corsi d’acqua proibiti, disegni di paura e di rabbia, ma mai rassegnandosi al proprio destino. Vorrei potervi trasmettere l’emozione che mi ha dato leggere i loro acerbi pensieri, le paure, la voglia di vivere, comunque, malgrado tutto e pure il sogno della rivalsa: “Quando sarò grande diventerò il Presidente della Spagna, sarò amato e benvoluto, tutti diranno che grande Presidente ha la Spagna. Poi metterò su il mio esercito e andrò a liberare la Palestina.”
Handala è un’erba amara e la mia speranza è che sia anche una pianta molto vitale e difficile da sradicare, solo questo può permettere ad un popolo di resistere al di là di ogni sventura e costrizione umana. Un giorno Handala mostrerà il suo volto di bambino e guarderà intono a sè, con occhi ridenti, la sua terra liberata e riconquistata, felice di essere tornato e anche di sentirsi finalmente libero di essere bambino e di poter diventare adulto, come è giusto che sia. Anche Oskar dopo tanto e forse troppo tempo aveva ricominciato a crescere ed era diventato uomo, dopo tanta sofferenza e puntigliosa resistenza aveva deciso che un nuovo mondo gli veniva promesso e che non gli serviva più il rullo del suo tamburino di latta per  fermare il tempo. Il tempo gli era stato riconsegnato di nuovo intatto e così  Oskar  ha potuto dimenticare. Riuscirà Handala a fare lo stesso? Avrà vita a sufficienza per attraversare la diaspora del suo popolo? Avrà forza sufficiente per non soccombere perdendo la sua identità?
Io non posso che dire queste parole, che spero diventino una realtà molto presto: Handala vive in una Palestina libera.

Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

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