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Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

sessantotto68

Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

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Se io dovessi spiegare a mio figlio….

In amore, Anomalie, Antifascismo, Giovani, Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 maggio 2013 at 18:33

L’idea mi è venuta in questi giorni, dopo un altro 25 aprile, come tanti e dopo aver letto di come un padre spiega la resistenza a sua figlia in questo libro, citando scrittori e storici del novecento.
Non che il suo libro e le sue ragioni non mi abbiamo in qualche modo incantato, provando quella certa fascinazione che si prova di fronte alle imprese titaniche sia che risultino riuscite oppure no, ma dopo l’incanto che si prova di fronte a tutte le prove di erudizione, mi è salito in bocca quel sapore spiacevole dei cibi rimasti sullo stomaco e mal digeriti.
Ma partiamo dall’inizio citando dalla presentazione del libro “La Resistenza è stata la dimostrazione del meglio di cui gli italiani fossero capaci: un’assunzione di responsabilità, una volontà di riscatto che non riguarda solo la storia del fascismo e della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale. Si affrontano qui alcuni problemi controversi della storia della Resistenza senza cedere alla sacralità o alla strumentalizzazione politica: si ricostruisce infatti una narrazione anti-eroica, senza aggettivi, ma ricca di colori. L’obiettivo è cercare una via d’uscita alternativa alla ricostruzione spesso rancorosa degli eventi.
Non una storia di fatti sanguinosi, di efferatezze, di morti e di corpi violati, ma un tentativo di individuare le motivazioni profonde di un periodo di grandi speranze e di crescita collettiva. E di cogliere le ragioni di una storia, ma anche le ragioni della vita. Un libro per le giovani generazioni che cerca di dare risposte esaurienti a quesiti difficili e spesso trascurati.”
Capita che quella che oggi appare come un atteggiamento di mistificazione, ossia di sacralizzazione di un evento o di strumentalizzazione politica alla fine sia un “atto” di assunzione di responsabilità e una volontà di riscatto che è costata molto sia in termini  di vite che di sofferenze.
Vale poco dire: che non fu la Resistenza a liberare l’Italia dal nazifascismo, ma fu l’intervento alleato, tanto meno dire che ogni parte politica considerata ha una sua qualche dignità politica. Perchè se è vero che l’italia non è mai stato un paese unito in cui mai è stato coltivato l’idea e l’amor di patria, alla fine del ragionare bisogna pur ammettere che nei momenti difficili questo paese ha dimostrato il suo miglior volto e le sue migliori qualità.
Vero è che l’Italia allora stava col fascismo, dando fiato a quella parte del nostro paese che preferiva servire i forti e prendersi delle piccole rivincite vestendo una divisa dal triste colore della morte, ma anche solo una semplice divisa, passata dal partito, che rendeva tutti uguali e ordinati anche nelle differenze tra ricchi e poveri, acculturati ed ignoranti.
Ma allora chi invece di seguire l’onda degli avvenimenti e godere dei privilegi concessi ai consenzienti aveva preferito riunirsi in bande e salire su in montagna, come dobbiamo considerarlo?
Sembra che i primi a prendere la strada dei boschi furono i soldati e per fortuna loro sì che sapevano da cosa stavano fuggendo, e anche un po’ come farlo. Poi salirono i comunisti altrettanto ben organizzati che i soldati, poi i professori e gli studenti, i letterati insomma, che da quel “viaggio” ci fecero pervenire almeno dei significativi diari di militanza. Meno erano gli operai e i contadini che se non vestivano le divise di guerra, dovevano combattere la loro battaglia col vivere quotidiano.
Non erano molti i ribelli sulla montagna, era molto di più i quiescenti a popolare le strade dei paesi e delle grandi città.
Chissà quanti come mio padre si erano rifiutati di vestire da giovani balilla, spinti da incomprensibili e inspiegabili ragioni, ma poi si erano fatti, senza protestare, 10 anni tra servizio militare, guerra e prigionia.
In effetti in lui non ho mai notato una particolare animosità per chi gli aveva, ragionevolmente, sottratto gli anni più belli della sua vita, che forse a tutti gli effetti erano stati ugualmente belli per lui, malgrado tutto.
Molto più tardi nella sua vita da pensionato, riuscii a fargli superare il terrore di volare, lo portai a visitare il mondo, quel mondo che aveva entusiasticamente iniziato a conoscere, ironia della sorte, proprio da giovane soldato e poi non più.
Se io dovessi spiegare a mio figlio qual era la migliore gioventù italiana di quegli anni di guerra che ci vedeva al fianco di quegli invasati, assetati di potere, della Germania del Terzo Reich, di quale ragionevole dignità politica potrei investirli? Avrei dovuto dare pari dignità ad ogni coerente esempio di fedeltà ad una causa, di qualsiasi tipo essa sia? Come potrei dare pure ai nazisti la stessa dignità politica di chi si è ribellato alla fascinazione di tanta messainscena e di così tanti roboanti principi di virilità ed appartenenza?
Certo le verità storiche non vanno a favore della Resistenza quale reale liberatrice, dal dominio nazi-fascista, anche se alcune importanti città si erano effettivamente liberate prima dell’arrivo degli Alleati, arrivo che in molti casi si fece aspettare più del dovuto, alleati che in molti casi non vedevano di buon occhio e né collaboravano con alcune parti della guerra partigiana. Queste sono le incongruenze logiche di un conflitto che aveva anche molto di ideologico.
Non credo che potrebbe un semplice libro e la parola di mille autori spiegare questo alto momento di storia italiana, che è la Resistenza. Inutile dire che questo momento fu, in qualche modo quello che ci è sembrato quanto di più vicino ad una guerra civile si fosse visto nel nostro paese.
Certamente a mio figlio non parlerei dei numeri dei nostri ribelli in proporzione agli altri numeri. So che la resistenza non stava solo tra le montagne, coinvolgeva anche le maestranze di certi posti di lavoro dove si boicottava la costruzione di apparati militari e anche nelle piccole comunità, i parroci dei paesini che nascondevano i partigiani, i contadini che nascondevano i soldati e gli ebrei in fuga, la solidarietà tra i poveri. L’Italia non è mai stato un paese totalmente negativo, anche se in certi momenti del suo travaglio di nazione prima o repubblica poi, si può ben dire di aver visto il lato oscuro di un popolo che si adatta con poco amor proprio a qualsiasi tipo di politica e a qualsiasi svendita della dignità, in cambio di un quieto ed imbarazzante sopravvivere.
Forse la mia unica fortuna è che la Resistenza a mio figlio non sono io a doverla spiegare, tutt’al più potrebbe essere lui a spiegarla a me, come mi succede di molti argomenti storici. Per ora da lui ho imparato com’è nato l’esercito di leva, e di sorprese ne ho avute parecchie, oltre a tutto non mi sarei mai aspettato che l’amor di patria, fosse introdotto in buona parte, dai cappellani militari, non molto ben visti nel Regio Esercito… ma insomma l’Italia ha molte sfumature e arriva a noi in una miriade di rivoli di libertà e condizionamenti a sfumature di tutti i colori, come erano i colori delle parti politiche in movimento. Purtroppo un arcobaleno che non fu mai parte integrante della nostra bandiera.
Portiamo in alto ancora il vessillo rosso del sangue dei nostri martiri, bianco del candore delle nostre nevi e verde del colore dei nostri campi.
Se potessi spiegare qualcosa a mio figlio, gli insegnerei il colore molteplice della pace che non abbiamo mai potuto vivere nella sua completezza, gli parlerei dell’inutilità di contingenti di pace armati fino ai denti, di Alleati che malgrado il nome non erano alleati di nessuno, di esportatori di democrazia a mano armata, di ribelli che ad est venivano chiamati partigiani e da noi venivano chiamati e uccisi come briganti. Vorrei raccontargli di un sogno che aveva conquistato parte della generazione dei suoi nonni e del sogno che aveva conquistato la generazione dei suoi genitori. Vorrei raccontare di una rivoluzione che abbiamo sognato pacifica e che si è presentata violenta e piena di incognite, se poi rivoluzione si può dire, del mondo nuovo e giusto che pensavamo di poter consegnare alle nuove generazioni, ma che è stato negato prima di tutto a noi stessi. Vorrei potergli dire che eravamo in tanti ed eravamo dalla parte giusta, anche se comunque eravamo meno di quelli che pensiamo.
Vorrei… vorrei… ma so che lui sa più di me e che ha dei sogni e un immaginario del mondo che sarei curiosa di conoscere e che spero sia più equilibrato, giusto e realizzabile del mio. Io ho del mondo la mia percezione e bella o brutta che sia, non può essere e non sarà mai quella di un altro. Su una sola cosa non posso tacere ed è che Resistenza è per sempre, si nasce resistenti, si diventa partigiani, e si combatte con le armi che si hanno, possibilmente con le armi della parola e della perseveranza, con la ragione e l’intelligenza, con il dialogo e la disponibilità, ma anche con una fermezza e un coraggio irrefrenabile.
Se io dovessi insegnare qualcosa a mio figlio cercherei di farlo sognare raccontandogli una storia di esseri umani pronti alla libertà e poi cercherei di non farlo sentire dentro a questo sogno in completa solitudine, in fin dei conti solo da questo sogno comune può nascere la fiducia nel futuro. Ed io questa fiducia nel futuro ancora, intatta ce l’ho e desidererei con tutto il cuore di consegnarla intatta pure a lui.

La giornata dell’Amnesia, ovvero essere spettatori silenti di altre atrocità.

In Anomalie, Antifascismo, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 4 febbraio 2012 at 1:08

 Lo so quest’anno non ho avuto tempo di scrivere il solito post commemorativo del Giorno della Memoria. Abitudine che trovo salutare, per il valore morale che ha, anche se mi rendo conto che molte persone e più qualificate di me lo fanno meglio e che pertanto ogni mio apporto risulta al confronto insignificante.
E’ giusto ricordare l’ingiustizia perpetrata verso altri esseri umani inermi. Le immagini e le storie degli ebrei, rom, omosessuali, oppositori rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento, non possono essere dimenticate. E’ spaventoso il male che è stato fatto, come è criminale il silenzio di chi sapeva.
Ma la domanda determinante è: chi sapeva? Erano pochi? Molti? Nessuno? Difficile dirlo, anche se è evidente che tutti sapevano, chi molto e qualcuno meno, ma tutti sapevano. C’erano i rastrellamenti, e i treni venivano caricati e partivano, passavano, tutti li vedevano e nessuno parlava. E allora ti chiedi: come si convive con la propria coscienza, sapendo di aver saputo? La risposta io non ce l’ho. Non credo avrei sopportato. E’ troppo difficile per il mio carattere restare muta di fronte ad un’ingiustizia, nemmeno oggi ci riesco, nemmeno ora accetto la verità comoda, la deresponsabilizzazione generica, il fatto che quello che non è a me non mi riguarda.
E allora come mai c’è così tanta gente intorno a me che è spettatrice silenziosa e “falsamente incosciente” di quello che accade? E oggi sarebbe anche più facile conoscere, approfondire. Non parlo di sapere, perchè per sapere si sa, solo che si cerca una giustificazione, una assoluzione frettolosa, generica.
Ma non c’è giustificazione per la smemoratezza, se ha già prodotto nel tempo così tanti danni. Essere spettatori silenti e immemori quanto ci costerà? Quando saranno alla portata di tutti le storiche ingiustizie e atrocità odierne a cui noi abbiamo assistito e che non abbiamo denunciato, come ci sentiremo? Come faremo a convivere con una simile responsabilità?
Continuo a non sapermi dare risposta. Vorrei da quest’anno, però, inserire nelle commemorazioni la Giornata dell’Amnesia. Quella giornata che ti fa chiedere se davvero hai pensato che il tuo impegno preso di fronte a tanta malvagità passata, appunto quella che ci ha fatto dire: MAI PIU’, forse non basta più e forse richiede un nuovo impegno, un approfondimento maggiore, una partecipazione memore che abbiamo dimenticato. Una giornata dell’Amnesia dove tutto va riconsiderato e da spettatori ciechi e silenti si diventi attori della vita, in tutte le sue parti, anche più nascoste e volutamente negate. Poter dire davvero MAI PIU’, e non ANCORA SI RIPETE, poter riuscire a convivere con se stessi e con gli altri in serenità e senso di completezza. Io voglio ricordare tutto e voglio che i diritti umani abbiano per tutti lo stesso valore, voglio che sia rispettato il valore umano in ogni luogo e in ogni situazione, voglio vedere un mondo di giusti che sappiano tendere la mano, di forti che garantiscano la sicurezza di tutti, vorrei un mondo partecipato. Probabilmente solo così domani sapremo perdonare e perdonarci.
E nel frattempo un solo invito che non mi dimenticherò mai di ripetere: malgrado tutto e soprattutto Restiamo Umani.

Se questa è l’Italia…

In Amici, Anomalie, Antifascismo, Cultura, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Informazione, Ironia, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 dicembre 2011 at 19:55

Le persone che mi conoscono da tempo sanno già di questa “storiella”.
Sento da più parti vocine ingenue (o ingenuamente false) ribadire che gli omicidi di Firenze siano stati gli atti finali di una mente malata.
IO FREMO DI RABBIA A SENTIRE QUESTE SCUSE ASSURDE. Io sono convinta che l’assassino di Firenze sia stato un nazi-fascista razzista e convinto del suo razzismo. Io credo che il razzismo abbia spinto la sedicenne di Torino a incolpare ingiustamente due immaginari ragazzi rom (perchè non ha immaginato due ragazzi torinesi?); il razzismo ha spinto un gruppo di persone, sempre di Torino, a reagire al finto stupro con un POGROM contro i rom del quartiere.
Il razzismo è anche la scelta del poliziotto romano che, fingendosi straniero, sequestra l’amico del figlio per chiedere un riscatto e pagarsi i debiti da gioco. Il razzismo anima i talk show, siede nei salotti televisivi dove, subito dopo gravi fatti di cronaca, si grida e si lascia gridare che “FORSE” l’assassino è straniero (ci sono casi irrisolti in cui all’inizio hanno seguito la pista dell’immigrato). Ci sono italiani ben pensanti che si ricordano dei delitti e degli stupri commessi da stranieri, ma non ricordano mai di citare le statistiche secondo le quali sono gli italiani a commettere più omicidi e stupri.
Poi c’è questa “storiella” che mi riguarda tanto da vicino. Nel nvoembre 2007 Obama si candidava per la casa Bianca col suo nome arabo, “BARAK”. Nello stesso mese mia figlia, con nome e cognome arabo (palestinese), si recò nel liceo-ginnasio che aveva scelto di frequentare l’anno successivo. Dopo la terza media si sarebbe iscritta in quel liceo! A novembre gli studenti delle terze medie vennero invitati per le giornate di orientamento. Mia figlia si recò insieme ad altri compagni della sua scuola. Avevo chiesto al docente, referente di orientamento, di inserire mia figlia in classe per farle vivere qualche momento al ginnasio. Quando fu in classe, mia figlia si presentò e a quel punto si sentì dire dalla professoressa: ” Ecco un’altra straniera al classico! Ma perchè si ostinano a venire al classico gli stranieri?”. Shaden rimase lì a guardarla. Non parlò e non rispose. Non le disse che lei di “strano” aveva solo il nome e il cognome e non era straniera. Ma anche se fosse stata straniera, quella prof non doveva parlare in quel modo! Disgustata da quell’esperienza, mia figlia è ritornata in quella scuola solo per dire “qualcosina” alla prof. Io ho provveduto a contattare il docente referente del progetto Accoglienza (bell’accoglienza), ho scritto al Preside (poichè non ha “avuto il tempo” di ricevermi) e nella lettera gli ricordavo che in quei giorni un nero americano (vabbè poi sappiamo che di nero ha solo la coscienza, come afferma l’amico Francesco Giordano :-)) correva alle presidenziali per la Casa Bianca con un nome arabo, mentre mia figlia, con un nome arabo, era stata “consigliata” di non frequentare il suo liceo, ritenuto un corso di studi troppo difficile per gli “stranieri”. Oggi Shaden frequenta un altro liceo con altri studenti dal cognome “straniero” :-).
Questo è accaduto un po’ prima che i leghisti vincessero le elezioni nel 2008.
Un leghista doc come Tosi è stato assessore alla sanità per il Veneto qualche anno fa. Tra le prime direttive impartì l’ordine che gli ospedali veneti non dovevano erogare in pronto soccorso tutta una serie di servizi sanitari, soprattutto agli stranieri (radiografie, eco..) perchè, secondo lui, era un modo per non pagare il ticket ..Sta di fatto che in quel periodo (2006) se capitavi in un pronto soccorso ed eri straniero, ci rimanevi ore e ore.
Ho depositato il libretto sanitario di mia figlia undicenne al desk del pronto soccorso, dove ci eravamo recate perchè lei sie era rotta la tibia. Ho aspettato 7 ore prima che qualcuno la visitasse. E l’hanno visitata quando io sono scoppiata in un moto di rabbia, quando mi sono accorta che al desk l’avevano scambiata per straniera…c’erano due pile di libretti. Noi eravamo in attesa da ore insieme a chi stava peggio di mia figlia..eravamo tutti stranieri….tutti la stessa pila.
Da denuncia, vero? Io ho fatto una scenata, accusandoli di razzismo.
QUESTO E’ UN PAESE RAZZISTA, PERCHE’ E’ UN PAESE IGNORANTE! Ancora oggi, dopo 30 anni quasi, se dico che sono sposata ad un arabo pensano sempre sia un marocchino. Non sanno nemmeno che l’inquilino polacco parla il polacco e non il rumeno….QUESTO E’ UN PAESE CHE NON SA DISTINGUERE MA SI SPRECA NELLE CLASSIFICAZIONI! E’ una brutta fotografia dell’Italia. Ma se non la guardiamo bene rischiamo di lasciarla così…senza nemmeno tentare di ritoccarla nel reale.
Pina

Questo è uno sfogo in Facebook di una mia cara amica, simpatica e molto coraggiosa. Proprio ieri le dicevo che mi sarebbe piaciuto raccontare o meglio scrivere la storia della sua vita e davvero ci sarebbe molto da scrivere. Spero di convincerla, un giorno, e di poter raccogliere tutte le sue memorie, che allo stato attuale sono moltissime, anche se lei è ancora molto giovane. Un giorno raccontò che …, ma no, dai, questa è troppo bella, ve la racconto un’altra volta 😉

Freedom… Now

In Antifascismo, Gaza, politica on 13 settembre 2011 at 12:00

Ritratto di Vittorio ArrigoniLibertà subito e libertà sempre. E’ di oggi (in questo caso di ieri) l’attesa notizia che la Freedom Flotilla è “Di nuovo in marcia. Con Vittorio nel cuore”. Io è la mia Compagna, naturalmente con i nostri meravigliosi amici, abbiamo avuto dei giorni febbrili ma densi di soddisfazioni. Abbiamo entrambi cercato di dare testimonianza di quanto stavamo facendo ma forse c’è bisogno, anche per me, di alcuni chiarimenti. Questo Weekend siamo intervenuti all’interno di MestREsiste.

Logo della manifestazione Mestresiste a Forte Marghera (Venezia-Mestre)MestREsiste: Musica, teatro e incontri di Resistenza

La “manifestazione”, al suo secondo anno, in quello spazio “libero enorme” che è Forte Marghera si propone di rilanciare l’idea resistente dell’ANPI attualizzandola e “svecchiandola” con quella parola d’ordine sempre cara e attuale che suona come: ORA E SEMPRE RESISTENZA. I promotori dell’evento sono stati la stessa ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), l’Ass. Luoghi Comuni, l’Ass. ControVento e la Cooperativa Forte Carpenedo Onlus. Attraverso vari punti di incontro e di spettacolo si sono svolte tutta una serie di iniziative a tema sulla resistenza e i 150 anni dell’Italia. Non mi soffermo sul nutrito programma, che comprendeva spettacoli musicali e di recitazione di racconti (con Schegge di liberazione) e vari, perché si può vedere nella pagina Facebook dello stesso evento richiamata anche dal link sul logo. Contemporaneamente, e per tutta la durata dei due giorni, si sono creati dei punti informativi su varie realtà di grande interesse sociale e politico presenti nel territorio come Emergency, Libera (presidio Venezia e terraferma), etc. Noi abbiamo ritenuto opportuno presenziare e presentare in quel contesto, con un banchetto, un nostro nuovo progetto:

Logo dell'evento Restiamo umani, con VikRestiamo umani, con Vik

Abbiamo approntato un punto per la vendita di magliette, bandiere, libri, kefiah, gadget vari, etc. Naturalmente abbiamo provveduto ad issarvi la bandiera palestinese e a spiegare quelle della Flotilla. Senza voler creare un gruppo nuovo, che di gruppi ce ne sono fin troppi, è invece nostra intenzione provare a mettere in essere un presidio locale sulla pace partendo da Gaza e la Palestina come momento di sintesi quanto emblematico, tenendo in vita l’esempio di Vittorio Arrigoni (il pacifista italiano che ha dato la vita per fare da scudo umano a Gaza regalandoci pagine memorabili a testimonianza della grave situazione che vive quel popolo). Vorremmo collegare questo nostro lavoro ai gruppi “seri” che già lavorano sul campo a livello nazionale e internazionale per fare un opera di sostegno e servizio. Noi ci proponiamo di portare avanti una politica di “pacifismo attivo” che si basa su proposte che non sono mai contro ma a sostegno: “mai antisemiti, sempre per una Palestina libera”. Abbiamo anche nell’occasione pensato di presentare delle poesie palestinesi e sul tema della pace. In alcuni casi siamo riusciti ad affiancare poesie sulle stesso tema, una scritta da un poeta ebreo e l’altra da uno palestinese (come in questa nota di esempio) con l’intento di dimostrare come gli uomini, anche i poeti, siano fondamentalmente uguali anche nel pensare. Abbiamo potuto verificare che avvicinando le persone con cortesia e dicendo loro “posso regalarti una poesia?” si venga accolti con garbo e simpatia; nessuno rifiuta l’offerta di una poesia, la poesia è come un fiore. Poi, se si mostravano interessati, li invitavamo ad aderire al nostro appello per creare questo gruppo di lavoro. La fine ci ha visti stanchi ma come detto soddisfatti. Certo non pensavamo di cambiare il mondo. Ci accontentavamo di cambiare un po’ noi e di dare il nostro piccolissimo contributo. Già il fatto di esserci incontrati e aver potuto lavorare assieme era una gratificazione più che sufficiente. Dopo questo attimo di respiro arriverà il tempo delle riflessioni, della valutazione dei pro e dei contro, e degli eventuali altri progetti. Per ora ci godiamo questa breve pausa. In fine, per i più curiosi, qui potete trovare una modesta testimonianza fotografica della nostra presenza.

Una nota di servizio: Per chi volesse contattarci può farlo in Facebook o attraverso la nostra mail: restiamoumanivik@gmail.com. Non resta che ribadire ancora una volta e ripetutamente in modo infaticabile: RESTIAMO UMANI.

Dieci anni e sembra ieri

In Anomalie, Antifascismo, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 20 luglio 2011 at 11:01

Quel giorno di luglio mi ero svegliata con uno strano senso d’ansia dentro, che non sapevo spiegare. Mio figlio aveva da poco finito la scuola e per fortuna avevano deciso di partire per un viaggio studio in Inghilterra. L’ansia poteva essere legata al fatto che non amavo saperlo lontano, ma mi adattavo da brava madre. Tutto sommato il fatto che non andasse a Genova per il G8 mi faceva sentire un po’ meno preoccupata per lui. E proprio da questa riflessione mi era venuto il dubbio che fosse proprio per quella grande manifestazione che mi stavo facendo delle paranoie. La verità è che quando si ha figli, anche gli altri figli sconosciuti, di altri genitori sconosciuti, diventano in qualche modo figli tuoi. Nel pomeriggio ho acceso la tv per seguire la diretta. Il caldo torrido da tutte e due le parti e la luce accecante. Una marea di ragazzi: uomini e donne dai quali si percepiva chiaramente la tensione di un giorno che non sarebbe stato come un altro. Un giorno luttuoso. E se ci scappasse il morto? Pessimismo di madre, mi ero detta. Cosa vai a pensare. Non saranno così irresponsabili da creare una situzione così pericolosa. E questo pensiero non lo dedicavo certo a chi faceva la manifestazione. Guardavo le forze dell’ordine, nere e spaventose come anomalie subumane che frequentano i nostri incubi peggiori. Attenti alla provocazioni! Mi dicevo e soffrivo di quella tensione e del calore infame di quel sole.
Passo a passo la folla diventava più grande e ammassata. Non ricordo più se gli scontri erano già iniziati oppure se solo ne stavano parlando, non ricordo più nemmeno le parole, ricordo solo le cariche di quelle inquietanti figure nere, la loro violenza e la loro determinazione. E tutto si confonde e la massa di gente sbanda, si ritrae, c’è chi scappa, chi risponde lanciando sassi. La polizia picchia e picchia duro. I lacrimogeni nascondono le immagini. I fantasmi colorati si contraggono, i neri aprono varchi, isolano, picchiano. E ogni strada sembra pullulare di gente che scappa e di uomini travestiti da mostri che li inseguono. Li chiudono dentro a vicoli e piazze. Li massacrano.
Io ho il fiato sospeso da un pezzo. Non voglio vedere eppure non riesco a togliere gli occhi. Per fortuna mio figlio è lontano. Strano egoismo di madre. Se lo sapevo lì, sarei sicuramente morta. Ma lì c’erano gli altri miei figli e non potevo allontanarmi, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se lo avessi fatto sarebbe potuto succedere di tutto. E succedeva di tutto. Ore di angoscia davanti a delle riprese reticenti. A giustificazioni poco plausibili. La colpa solo da una parte. Essere giovani e velleitari… la colpa peggiore. I Black Bloc, di loro non sapevo, erano vestiti di nero e mi parevano più poliziotti che dimostranti. Erano arrivati in massa. Ma se li avevano visti arrivare perché non li avevano fermati? Ne avevano fermati tanti alla stazione, al valico di frontiera, perché loro no? Solito cercare il complottismo anche dove non c’è. Spero che almeno loro saranno responsabili. Ed invece la responsabilità quel giorno non c’era. Non c’era nessuna volontà di far andare le cose per una strada ragionevole. Si doveva fermare il movimento e qual era il posto migliore se non nel nostro paese? Ed il morto ci fu, quasi in diretta televisiva, e quel ragazzo in canottiera riverso per terra mi straziava il cuore, il suo sangue scuro mi bruciava l’anima. Ho pensato a tutti i suoi sogni perduti. Ho sofferto il dolore di suo padre e di sua madre, quello dei suoi amici, quello di tutte le madre deprivate di un figlio. Ho pianto e ho gridato dentro al cuore: “Assassini!” Ma non sarebbe stato l’ultimo grido. La carneficina sarebbe continuata e continua ancora. L’avremmo vista alla Diaz, a Bolzaneto e ancora per le strade, ne avremmo avuto pieni gli occhi e la testa. Il morto lo avete avuto, perchè cercarne degli altri? E dopo di allora nulla è più stato uguale. E’ stata uccisa l’innocenza e dopo di allora tutto è stato avvelenato ed intossicato.
Dieci anni e sembra ieri, anche perché proprio ieri, di fronte a gente che voleva essere ascoltata e che chiedeva giustizia, si sono presentate le stesse dinamiche, la stessa volontà. Stavolta lo sfondo non era il mare, ma i monti, comunque lo stesso copione e le stesse immagini. E ho tremato ancora.
Sabato, la vecchia madre che ha pianto davanti a quelle immagini ha preso su il suo coraggio e la sua voglia di non farsi schiacciare e andrà a Genova. Anch’io ci sarò assieme al mio vecchio e imbattibile compagno. Ci confonderemo tra la folla e grideremo insieme agli altri. “Carlo vive“.

Odio gli indifferenti

In Antifascismo, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 23 febbraio 2011 at 5:21

Foto di Antonio Gramsci propriettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Avevo già in mente tra i “Materiali resistenti” di ricordare Antonio Gramsci. Lo volevo ricordare attraverso un altro suo scritto. In maniera diversa. Per sviluppare un discorso diverso. Il fatto che due comici, Luca e Paolo, lo citino a Sanremo, davanti ad una sua foto gigantesca (sopra riprodotta), è una cosa talmente insolita che mi spinge a farne cenno qui e ora. Mi riservo di tornarci con quanto mi ero precedentemente prefisso. Nel frattempo cerco di vincere la sorpresa per un festival della canzone di cui l’ultima cosa che ricorderò sono le canzoni e non per colpa delle stesso. Scuoto la testa da quel senso di beata ebetudine per rendermi conto che l’hanno fatto veramente.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Piccola vittoria di vecchi resistenti

In Amici, Antifascismo, Miti ed eroi, politica on 30 marzo 2010 at 15:46

Il Menotti come impietrito guardava, senza vederle, le carte che aveva in mano. La televisione andava da sola senza che nessuno di loro la stesse decisamente guardando. Era vero che Rino aveva giocato la prima carta del nuovo giro di scopa coll’asso, ma Gustavo che doveva tirare era rimasto con la mano alzata a mezz’aria. A dir la verità sembravano un quadro con quattro personaggi fissati sulla tela nell’atto di giocare a carte. La loro immobilità non era fotografica, si trattava solo dell’attenzione che le loro otto orecchie prestavano a quello che diceva il giornalista in tivù. Erano da qualche ora al tavolo dell’osteria tanto per stare nell’abitudinarietà, ma questa volta era stato faticoso far passare il tempo. Gustavo aveva tartagliato più del solito e questo era indice che si sentiva molto nervoso. Rino invece era ringhioso, ma si sa lui reagiva così allo stress. Erano quattro vecchi amici e forse erano solo quattro amici vecchi però passavano insieme molte giornate a tirar moccoli e a sbattere le carte consunte sul tavoli di legno dell’Osteria Vini da Arturo. Che poi Arturo non c’era più da un pezzo. Ora c’era Graziella che però di grazia ne aveva ben poca. Ma era inutile fingere di essere interessati al gioco. Erano troppo vecchi per tentare questi miseri sotterfugi. Fingere disinteresse cercando di non guardare la tivù per infantile scaramanzia. Invece erano terribilmente preoccupati che oltre alla Provincia e alla Ragione questa volta potevano perdersi anche il Comune. Già Rino aveva perso nel tempo tutti gli amici della sezione del Partito, quello che lui metteva sempre con la P maiuscola. Ora era tutto cambiato, alla Sezione si era sostituito il Circolo che per lui aveva il fascino della canonica dove si teneva ancora il corso di taglio e cucito di Don Amintore. Lui al Circolo si vergognava di farsi vedere, lì non si faceva politica, ma solo robetta da donne. Il Panetti, che c’era stato qualche volta, perché lì c’era ancora la sede dell’ANPI, aveva precisato che nessuna delle facce che giravano li, le aveva mai viste. E questo chiudeva la discussione. Come fare a iscriversi ad un partito che non si chiamava più Comunista e che tremava alla sola idea di farsi così apostrofare? Graziella aveva alzato il volume dell’apparecchio spostando la sua voluminosa mole da dietro al bancone. “Ste’ siti tosi che vogio sentir… no gavarà miga vinto quel pimpirinea di un nano no?” Tutti sapevano bene di chi stava parlando perché pure lei la pensava come loro, era ben figlia del vecchio partigiano, quello della beffa al Teatro Goldoni. “Che muso rotto quel vecio, farghela sotto el naso ai gerarchi fasisti!” Così aveva liquidato l’eroico gesto il Menotti ridendo. Dalla televisione uscivano i numeri dei risultati finali delle amministrative per dare un nuovo sindaco alla loro città. Dopo “il filosofo”, che se non altro era presentabile, non era possibile vedere eletto “il nano malefico”, questo si rifiutavano di accettarlo. Gustavo, che oltre alla balbuzie era anche duro d’orecchi, inciampando su ogni lettera chiese: “Ma… co… co… co cossa i… i… i dise Gra… Graziela ti …ti … ti che ti… ti… ti se… senti.” “Tasi un poco Gustavo che ti me fa perdere le percentuali. El “nostro” più del 51% e staltro, el “molton”, el xe fermo al 42. Porca l’ostrega, se no me sbaglio, anca stavolta un calcio in culo gheo gavemo dà!” e corre dietro il banco per prendere una bottiglia di vino e un gotto per lei e con un’agilità inconsueta la mette sul tavolo dei quattro “Questa la offro mi, sta inteso, bevemo alla salute de me pàre e a quella del nostro Leon, che no se fa metter sotto da un ometto insulso come quelo.” I cinque riprendono vita e tra discorsi sconclusionati e pacche sulle spalle iniziano i brindisi di quello che si prefigura come un pomeriggio di grandi bevute e sopratutto di allegra compagnia. Anche stavolta la loro città aveva saputo resistere.

Vini da Arturo

In Amici, Antifascismo, uomini on 29 marzo 2010 at 23:46

Come ogni sera si trovavano al tavolo dell’osteria. Succedeva sempre salvo qualche defezione dovuta ai malanni del Menotti che su quelli ci si poteva contare almeno una o due volte al mese, oppure da qualche problema di organizzazione familiare che era il punto debole di Gasparino detto Rino, sempre per colpa di sua moglie che pur di tirarlo fuori dall’osteria, organizzava vere “conventions” di parenti. Gli altri due, Panetti e Gustavo erano dei punti fermi. Sarà che uno era vedovo ormai da vent’anni e l’altro era rimasto “signorino” per colpa di una madre invadente e di una balbuzie fastidiosa. Quella sera però non era sera. Tutti e quattro avevano un che di assente e di posticcio. C’era la solita caraffa di quello buono della “casa” e il solito mescolio di carte nervoso, eppure qualcosa non quadrava. Il Menotti masticava la punta di uno stuzzicadenti e guardava distratto la televisione sintonizzata sui risultati delle votazioni amministrative. A Venezia cambiavano il sindaco dopo dieci anni di governo cittadino di un antipatico seppur capace personaggio soprannominato “il filosofo”. Il Panetti pensoso smistava le carte: “Stemo a zogar a scopa coll’asso eh! Che poi no se diga che zoghemo a tresette!” Il Menotti si gira a guardare Rino e brontola: “Tresette col morto!” Rino, che da piccolo aveva fatto la staffetta per i partigiani e che non reggeva mai troppo bene le attese, sputando veleno si sfogò: “Sì, sì col morto… mi so chi vorria veder morto…” e guardava di sbiego il Menotti che spostava con difficoltà gli occhi dalla televisione alle carte. “Mi co’ lo vedo me vien in mente la “vecia” (fante) de spade…” “Mi… mi… co’… co’… lo vedo… me… me… me vien… da ca… ca… cagar!” Liquidò con i soliti inciampamenti vocali il Gustavo. Rino tirando con rabbia la prima carta, sbattendo con il pugno sul tavolo, sbottò: “Dai, dai tosi, non xe dita l’ultima parola, qua xe tornà el tempo della Resistenza. Lo dise sempre anca Tonin: bisogna resister… dovemo ancora resister.” Intanto alla tivù davano i dati definitivi per le elezioni del primo cittadino.

Anni di piombo e lacrime di rame

In Anomalie, Antifascismo, Giovani on 1 marzo 2010 at 15:29

La mia amica blogger venuta dall’Irlanda mi ha portato da leggere un libricino di cui avevamo parlato: si tratta del libro “Non vendere i sogni, mai” di Umberto Lucarelli. Il libro, che è l’opera giovanile di Lucarelli, mi ha portato alla mente quanto fortemente incideva nei giovani di sinistra la realtà delle bande armate e la reazione dei poteri forti.
Qualche volta bisognerebbe tornare indietro con la memoria e analizzare il passato per poter comprende l’apatia e l’ignavia del mondo giovanile ai giorni nostri.
A quel tempo tutti gli studenti non erano terroristi e le bande armate non erano solo bande armate, le bombe venivano messe per spargere il terrore e di quel terrore non si identificarono mai i responsabili. Ci furono morti da ambo le parti, ma ci furono anche ragazzi angariati e torturati solo per il sospetto o per dimostrazione di potere.
Appartengo anche io a quella generazione di disadattati alle regole e alle imposizioni che dal 1968 in poi subirono una potente repressione ideologica, morale e fisica.
Ricordo molti fatti, ricordo come agiva il potere delle forze dell’ordine, sempre e comunque giustificate e legalizzate da leggi che hanno forse debellato il cosidetto terrorismo, ma che hanno segnato tutta una generazione.
Contemporaneamente mi tornano alla mente altri periodi storici. Sarà che in casa il mio compagno sta leggendo con la stessa sofferenza, che aveva accompagnato pure me leggendolo, il libro Asce di guerra del collettivo Wu Ming. Infatti dopo la liberazione d’Italia dal fascismo e la fine della guerra, non fu vero, come siamo stati cresciuti a pensare, che chi fece la resistenza ebbe una vita migliore di chi invece aveva sostenuto attivamente il fascismo. Per quelli che erano più radicali, non c’erano posti di lavoro e subivano continui controlli dalle forze dell’ordine,  ci furono arresti e carcere.  Il potere tornò in mano ad individui e ad una parte della società che in precedenza si era macchiata di gravi colpe, collaborazionismo e omertà e che occupavano anche i precedenza quei posti, dopo aver goduto di un benefico e ingiustificato atto di perdono per una presunta idea benefica di rappacificazione nazionale.
Ancora ripenso al Cile e alla dittatura che strappò la vita ad Allende e a tutta un’intera generazione di giovani, passati per le più umiliati e terribili torture che l’uomo possa riuscire ad immaginare e troppo spesso per la morte.
Non è che la memoria sia una dote che frequenti le menti del nostro paese, ma purtroppo non è neppure dote di altri e ugualmente provati territori. Come l’Italia, il Cile stesso ha ripreso la strada verso quei carnefici che gli avevano  portato tanto disonore. Anche qui i giovani, gli eredi di quei padri seviziati e disillusi, che dovrebbero essere la nostra risorsa e la nostra rivincita, non trovano la voce per chiedere nuova considerazione. E’ anche vero che sono i reduci di quei giorni, come me e tanti tanti altri, che, colpevolmente,  non hanno nè più la forza nè più l’orgoglio di rivendicare ancora giustizia.
Quanti sono stati i giovani a cui i sogni sono stati strappati e quante e di quale peso sono state le lacrime su quei volti di illusi?
Quanta strada c’è  ancora da rifare prima di chiamarci nuovamente uomini?

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