luciindescai

Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

sessantotto68

Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Tu chiamale se vuoi: emozioni…

In Senza Categoria on 22 giugno 2014 at 5:45

rossaNon c’è età, davvero, non ha tempo provare quella pruriggine dell’anima, quelle farfalle dentro allo stomaco, quel senso di attesa che sai che potrai avere tempo di soddisfare… ed è così che non può appartenere solo ad un tempo particolare, provare quelle profonde emozioni che assomigliano all’innamoramento, alla voglia di reiterarsi dei sentimenti nuovi, leggeri, senza responsabilità.
Ci si emoziona di fronte alla dolcezza di un tramonto, ad un profumo che ti porta indietro con il tempo, oppure avanti quando dietro di te di tempo ne hai ben poco da ricordare, ma sai che avanti, di tempo ne avrai e quell’odore è lì che lo troverai. Ti commuovi al sorriso di un bambino ed al ruzzolone di un gatto, al cucciolo che esperimenta la vita che credi ti assomigli, anche se ormai non sei più un cucciolo nella tua vita.
Guardi gli occhi di quel ragazzo, i suoi capelli ribelli e la bocca piena di quella ragazza, e la sua pelle trasparente che ti conquistano il cuore. Eppure lo sai che non sarà per sempre, eppure per te è come la prima volta, come se tu non avessi mai avuto un amore, mai ricevuto un fiore od un bacio. Per te è sempre la prima volta. Ci penso sempre, mentre sto lì a lungo a guardare le piccole variazioni delle onde del mare. Il tempo passa veloce, la neve si posa sui nostri sorrisi e poi torna primavera, una nuova vita ancora, nuove foglie nuovi fiori e sorrisi delicati e voglia di baci tenui e di tenerezza.
Siamo sempre pronti a ricominciare, cambiando come la pelle del serpente, quella scorza dura che avevamo provato ad indossare lungo l’inverno.
Ma le emozioni non hanno voce, anche se spesso vorresti essere tu a dargliela.
Le emozioni hanno colori che ti dipingono l’anima, ma solo tu li puoi disegnare e fermare su il foglio bianco del tuo sentire.
E le emozioni hanno sapori e profumi che ti rimangono dentro e sono le matrici del tuo desiderio di vivere.
Le emozioni sono un viso, una bocca, uno sguardo, una carezza, il primo sole dell’alba, l’odore dei biscotti, il freddo dolcissimo del gelato sulla lingua… il silenzio della neve, la voce del vento, l’odore del mare, un libro aperto a metà, la voce di chi ami, un ricordo lontano che ti pizzica il cuore, svegliarmi e trovare la tua mano… ecco il mio mondo personale, la parte bella della vita, quella che non voglio condividere perchè solo mia. Un piccolo atto di egoismo perché le emozioni non sono di tutti e non sono per tutti. Le mie non sono uguali alle tue, lo sai, lo so….

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 100 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: