L’equilibrio
Pubblicato in poesia | Tag:CarminaDantPanem, Lorenzo Mullon, poeta di strada
Una goccia d’acqua
Pubblicato in Anomalie, Informazione | Tag:acqua, diritti, goccia, privatizzazione
Senza domani
Da che si ricordava era sempre stato un giovane piacente. Su questo aveva sempre contato. Quando si è giovani tutto è a portata di mano, tutto esige fretta e noncuranza. L’amore per lui era stato un problema solo all’inizio. Non avrebbe dovuto innamorarsi così presto. Soprattutto non avrebbe dovuto innamorarsi di Lei. Non proprio allora, che con gli amici faceva quella vita pazza e divertente, senza pensare a niente di più che alle macchine veloci, alle donne facili e al denaro in tasca. Di quello ne aveva avuto in abbondanza. Certo lavorava come un cane tutto il giorno e poi alla sera faceva vita da randagio. Con i soldi a volte facevano chiudere il bar che diventava il covo delle loro piraterie. Ma poi dov’erano finite quelle donnine che non mollavano mai? Quelle che tiravano su la gonna appena vedevano la sua auto sportiva e che chiedevano di portarle a fare un giro che poi finiva come finiva. Essersi innamorato di lei era stato un gran brutto affare. Lei alle auto non ci teneva. Lei aveva la testa sulle spalle. Voleva avere una casa per loro due. Voleva che pensasse al futuro. Diceva con la sua faccia da bambina: “Non si può vivere bene senza pensare al futuro. Dobbiamo pensare a quando saremo vecchi e stanchi e non avremo più la voglia di uscire e di cercare avventure.” A lui sembrava un discorso assurdo, da vecchi. Lui non sarebbe mai diventato vecchio. Sperava di accorgersene prima. Era certo che la vita a lui non avrebbe mai presentato il conto. A lei lo fece quasi subito. Non aveva fatto a tempo di uscire dal bozzolo che si era schiantata in volo. Inutile farfalla. L’aveva lasciata sul letto di quell’ospedale senza riuscire a rimanere fino alla fine. Le aveva promesso di non dimenticarla mai. Ma il dolore è vigliacco, ti rende debole, ti fiacca e ti cancella i ricordi. Lui se n’era andato con la sua gioventù che gli pesava sulle spalle, ma l’avrebbe dimenticata, oh se l’avrebbe dimenticata. La vita aveva ripreso il suo percorso. Una vertigine dietro l’altra, una sbandata dietro l’altra. Le donne sanno essere generose se non ti chiedi mai chi siano davvero. Non voleva più cambiare. Voleva tutto e subito e lo teneva il tempo di qualche sigaretta. Non si era mai posto il problema di cosa c’era dietro all’angolo. Del colore e del sapore del domani che diventa oggi. Inutile corsa verso il vuoto. Non era uomo per il domani, era l’uomo per l’oggi. A volte ricordava quella ragazza che voleva il futuro e che non l’aveva mai avuto. Lui non era così, prendeva, consumava, gettava e riprendeva ancora. Gli amici se n’erano andati ormai da tempo. Le donne che prima lo cercavano ora si erano dimenticate di lui. Adesso la vita era avara di emozioni tanto che il suo corpo richiedeva una dose in più di eccitazione per poter continuare. Tutto si faceva confuso, perché facendo quello che aveva sempre fatto, non riceveva più la soddisfazione che gli spettava. Anche i soldi non bastavano mai. Non lavorava più come un cane e non capiva perché. Un giorno decise di tagliarsi quella barba che da giorni stazzonava sul suo viso. Incontrò nello specchio la faccia di quello sconosciuto. Era un viso segnato, gonfio, senza compattezza. Era il viso di un altro uomo. Distolse gli occhi da quegli occhi cisposi e posò il rasoio sul bordo del lavandino. Non voleva arrendersi, non poteva ammetterlo che quel volto più che quello di un vecchio era il viso di un uomo senza domani.
Pubblicato in Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù | Tag:dolore, domani, futuro, gioventù, morte, rifiuto, vecchiaia
Nel nome del padre.
Giovane notte
Lunga è la notte…
Un pensiero a Peppino Impastato dopo un entusiasmante concerto dei Modena City Ramblers
Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.
Pubblicato in Giovani, Informazione, Miti ed eroi, musica, uomini | Tag:I cento passi, mafia, Modena City Ramblers, Peppino Impastato, poesia, Sicilia
La lametta

La teneva nella scatola delle “sue cose”. Ossia quella scatola dove teneva le poche cose che alla sua giovane età era già riuscita a raccogliere. Era una scatola di latta che stava nascosta dentro al cassetto del suo comodino. Era tutto difficile. I fratellini vivaci e distruttivi, come tutti i bambini pieni di vita, non dovevano trovarla, l’avrebbero aperta e sparpagliato il suo contenuto ai quattro venti. Ma erano poi solo quattro i venti? A pensarci bene le sembravano molti di più. Erano domande oziose, che non portavano a niente. Poi lei se ne scordava subito. Ma ai fratellini doveva prestare sempre attenzione. A loro i suoi “tesori” sarebbero sembrati i giochi più divertenti da inventare. Adoravano le cose sue e se ne impossessavano appena girava la testa. Così avevano rotto il suo bambolotto di celluloide, quello che aveva chiamato “Cori”, chissà perché. Sì, non aveva più l’età delle bambole, questo era vero, ma a quel bambolotto ci teneva, perché portava gli abitini che le aveva confezionato la sua nonna prima di morire. Sembrava una storia strappalacrime, eppure era vera. Ovviamente loro ci avevano giocato lanciandolo nel vuoto. Povero bambolotto, ci aveva lasciato la testa e gli abitini erano stati buttati. Cerchiamo di capirci, lei ai fratellini voleva un gran bene. Nella sua famiglia erano la sola cosa a cui teneva davvero. Anche di fronte ai loro malanni lei non si lasciava scoraggiare. Li guardava come una chioccia guarda i suoi pulcini. Li amava teneramente. Li difendeva anche dalla noncuranza dei suoi genitori. Lei quella noncuranza la conosceva bene. Faceva molto male. O più che altro faceva crescere male. Certo teneva anche alla sua scatola di latta. Più che alla scatola, al suo contenuto. Ogni tanto la apriva e ripassava il suo tesoro. C’erano quelle lettere del ragazzino biondo con cui si era scambiata, l’estate prima, qualche bacio furtivo e molte confidenze. Un amore che la lontananza sbiadiva. C’era una collanina di vetro che era il pegno di quell’amore ormai distante. C’era qualche foglio in cui erano annotate delle poesie. Un libretto rosso che fungeva da diario. Un penna stilografica di madreperla bianca, immagine di altri tempi. E c’era pure una lametta. Certamente tra quelle cose era la lametta a stonare di più. Tutto il resto poteva appartenere agli oggetti di una ragazzina appena uscita dalla pubertà, ma la lametta no. Che ci faceva una lametta tra i suoi tesori ? Era difficile spiegare. Eppure tentava di farlo anche con se stessa. La questione era che ad una certa età la libertà non è quella che ti porta a vivere o almeno a decidere di se stessi. La libertà assomiglia di più all’estrema decisione di voler vivere oppure no. La libertà, si sa bene, è un principio importantissimo sopratutto per una come lei che si sentiva soffocare tra quelle mura. Aveva grandi sogni, lei. Non le bastava quello spazio. Non poteva sognare in quella casa. Insomma la libertà è il principio fondamentale che regola il mondo. Ma perché solo il mondo degli adulti? Lei libera non lo era proprio. Suo padre era all’antica e mica si accorgeva di avere una figlia che stava varcando il mondo dei grandi. In accordo con sua madre le poneva tutti i veti possibili, anche quelli più irragionevoli. Non solo quelle limitazioni. Nessuno le faceva sentire di essere amata. Ma questa era un’altra cosa. Ormai ci aveva fatto l’abitudine. Ma riguardo alla libertà… era troppo importante, lei amava la libertà, tanto quanto amava i suoi fratellini. Per la verità anche loro condizionavano notevolmente il suo sentirsi libera. Poi era lei che a pensare di lasciarli soli…. beh… insomma si sentiva in colpa. Lei voleva andarsene, voleva vivere la sua vita, non voleva limitazioni, non voleva dover pensare agli altri. Tutti le imponevano qualche cosa. Come doveva comportarsi, come doveva parlare, cosa dire, cosa pensare. Doveva essere responsabile, ma la responsabilità doveva essere applicata alle altre persone, mai riguardava se stessa, la sua autodeterminazione. Ma tutto questo la portava lontano. E poi non era solo perché avrebbe voluto prendere un treno per andare a trovare il suo ragazzo biondo. Questi erano motivi banali, cose marginali, lei voleva vivere per davvero. Ma torniamo al punto. Perché la lametta? Un po’ si vergognava ad ammetterlo che era la sua valvola di sicurezza. Un po’ le era faticoso sopportare questa mancanza di coraggio o forse le sembrava anche la sua maggior dimostrazione di coraggio. Quel coraggio estremo che solo la gioventù può concepire. Il coraggio della disperazione. Ma lei, che ancora non gli era stato dato di vivere, pensava che la libertà estrema avrebbe potuto venirgli solo da un atto estremo. L’unica libertà che poteva avere era quella di decidere se voleva o meno vivere la vita. Non quella vita, la sua vita. Ecco che la lametta stava lì a farle da monito. Lei era libera di scegliere. Intanto, nell’altra stanza, le grida dei bambini avevano distolto la sua attenzione dai cattivi pensieri. Le venne in mente il ragazzo dagli occhi verdi che ormai le sembrava dolorosamente, seppur vagamente, perduto. Le vennero in mente le facce allegre dei suoi fratellini. Aveva deciso, avrebbe tenuto la sua lametta nella scatola ancora per un po’, non avrebbe fatto male a nessuno. Prima o poi l’avrebbe gettata si sa. Probabilmente l’avrebbe tenuta fino a quando i suoi fratellini fossero cresciuti e lei se ne fosse andata da quella prigione.
Pubblicato in Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria | Tag:68, bambini, brutti pensieri, diario, gioventù, lametta, libertà, memoria, pubertà, racconto, scatole di latta, suicidio
Femminilità

Guarda se tutta la vita doveva faticare a far affermare il suo essere donna. Non era nata bella, ma questo a volte era stata una qualità che le aveva permesso di stare in mezzo alle altre e spesso di essere apprezzata per quello che era. Una donna pratica e “bastantemente” intelligente. Certamente non era ricercata come Rossana, la sua amica. A lei le cose arrivavano senza che le volesse. Anche i ragazzi. Non solo i migliori, ma anche quelli che non se li sarebbe filati nemmeno lei. Ma come si faceva a spiegare. Loro due se ne andavano quasi sempre assieme. Rossana la veniva a prendere al lavoro e poi gironzolavano in centro, dove incontravano sempre degli amici. Stavano sempre assieme, loro due, mica perché non ci fosse nessuno ad aspettarle. Eh no, loro avevano un bel giro di amici pronti ad accompagnarle ogni dove. Era una bella sensazione, anche se alla fine lei era la prima ad essere riaccompagnata a casa. Veramente lei era quella che abitava vicino alla piazza, in centro. Tutto iniziava lì e tutto finiva lì, almeno per lei. Rossana no, lei si portava via tutti i ragazzi che erano pronti ad accompagnarla a casa, anche se avesse abitato in capo al mondo. Perché nessuno si rendeva conto che anche a lei sarebbe piaciuto finire le serate un poco più tardi? Perché gli altri la vedevano solo come una buona amica? A volte si chiedeva se fosse un problema di femminilità. Non amava parlarne con l’amica. Ma che ne poteva capire lei della necessità di sentirsi donna? Tutti la guardavano e finivano fulminati. Eppure sfoderava quell’aria un po’ seccata. Aveva quell’aria da donna superiore che a pensarci bene faceva un po’ di rabbia. Ma che cosa aveva di così diverso Rossana. In fin dei conti anche lei si considerava piacente, anche lei dispensava sorrisi. Molto spesso si mostrava interessata alle storie degli altri. A tutti piace sentirsi ascoltati, anche a lei… ma perché nessuno si prendeva la briga di chiedere come la pensasse e come avrebbe preferito che il mondo girasse? Quella sera poi che avevano conosciuto Michele, Rossana sembrava non essersi accorta di lui. Meglio così, aveva pensato. Michele era diverso dagli altri ragazzi e non si sarebbe fatto conquistare dalle solite cose che vedevano gli altri. Con lui avrebbe parlato per ore, avendone la possibilità, avrebbe detto di sé ogni pensiero. Si sarebbe abbandonata con trasporto alla sua voce profonda e al suo sorriso scanzonato. Lui avrebbe capito le sue qualità e avrebbe saputo valorizzare la sua femminilità. Bastava poco, molto poco. Ma i giorni passavano e lui, che si faceva trovare ogni sera, le dedicava solo una distratta amichevole attenzione. Parlava con l’entusiasmo di un uomo dai grandi sogni. Gli stessi sogni allora erano diventati anche i suoi. Ai sognatori e ai poeti era concesso tutto, così anche lei scriveva poesie. Ogni sera lei gli sfiorava il braccio con il suo seno, con una piccola malizia che lui non avrebbe potuto non vedere. Lei si sentiva pronta. Lei avrebbe avuto finalmente la sua occasione. Avrebbe avuto finalmente la possibilità di superare la sua timidezza. Avrebbe saputo anche mostrare il suo coraggio con lui. Sarebbe diventato il suo ragazzo. Finalmente qualcuno si sarebbe fermato con lei nell’androne semibuio di casa sua. L’avrebbe abbracciata e baciata a lungo. Sarebbe stato di grande soddisfazione salutare Rossana. Lui non l’avrebbe accompagnata con gli altri. Sarebbe rimasto con lei.
Quella sera lei aveva forzato la mano. Era da un po’ che rigirava quella frase nella testa, ma non sapeva con che tono dirla. Non era sicura se per caso avesse aspettato troppo, oppure se il momento non fosse ancora quello giusto. Se ne uscì misurando le parole, tentando almeno di non farle pesare troppo. E così fece il verso al titolo di un libro che aveva appena letto e che era il massimo della sua dimostrazione di anticonformismo: “Ma tu che mi diresti se io ti confessassi che sono innamorata di Rossana?” Michele ci pensò su un poco e rispose sorridendo “Mi dispiacerebbe per te, però come potrei non capirti? Anche io sono innamorato di Rossana.” Le si erano spente le parole in bocca. Ora non aveva più bisogno di fargli sapere il suo amore. Ma era tutta colpa della sua femminilità che la rendeva diversa e complicata. Nemmeno Michele avrebbe saputo capirla e si meritava una donna come la sua amica. Si prendesse pure Rossana e alla fine se ne sarebbe accorto dell’errore che faceva.
Il punto fermo.
Adele si riteneva dalla parte della ragione. Non una ragione in senso letterale, perché, come lui glielo aveva ricordato dall’avvocato, era stata lei a dirgli che sarebbe stato meglio che si separassero. Ovviamente questo in senso letterale, ma le ragioni che avevano causato questa decisione erano tutte a carico suo, del marito. Marito? Fra poco non lo sarebbe stato più. Provava un senso di disagio. Forse qualcosa di più, un vero attacco di panico. Non ci aveva pensato all’inizio. Le cose avevano fatto il loro corso. Certo erano passati gli anni che ci volevano, ma non avrebbe mai immaginato che lui potesse pretendere di liberarsi dal loro legame. Le dava una certa rabbia sapere che s’era rifatto una vita, che aveva un’altra donna e che sembrava diventato un altro. No, non che gli volesse male. Era contenta, in linea di massima, per lui, ma lei aveva pensato che tutto sommato le cose potessero andare in un altro modo. E poi un’altra donna. Proprio lui che non mostrava di aver un gran spirito di iniziativa. Dove l’aveva trovata? Magari era una di quelle che lo facevano per i soldi. Però di soldi, ora che erano separati, lui ne era del tutto sprovvisto. E poi non aveva senso pratico, non ne avrebbe guadagnati mai senza il suo aiuto. Ma la cosa che faceva rabbia era che ora lui prendeva tutte le iniziative. Non l’aveva più fatto da tempo. Con lei oramai solo abitudini e rimproveri. Voleva testardamente che lei gli dedicasse il suo tempo, ma lei di tempo non ne aveva proprio. Il lavoro, i colleghi, la casa, i suoi vecchi portavano via tutte le sue risorse e a seguire lui non ce la faceva. Lui poteva anche adattarsi un po’, sono cose che si fanno quando si è sposati. “In fin dei conti ero sua moglie”. La questione stava proprio in quell’ero. Non riusciva a capire come un uomo così attaccato alle proprie abitudini potesse essersi allontanato da lei. Proprio lui che sembrava dipendere dalla sua organizzazione e dal suo senso pratico. In fin dei conti lei era il suo punto fermo. Se non ci fosse stata lei chissà dove sarebbe finito? Lui e le sue inutili utopie. I suoi fogli da disegno, le tele e i colori che puzzavano da far star male. Lui e le sue poesie, mescolate alle sue insopportabili sigarette. Tanto aveva fatto e tanto aveva detto che alla fine fumava nel terrazzino. Ovvio che lei lo aveva imposto per la loro salute e per quella della bambina. Per non parlare del rapporto con la figlia. A dir poco inesistente. D’altra parte i figli bisogna farseli, mica trovarseli fatti come succede a tutti gli uomini. Lei aveva fatto il possibile. Però non era giusto che finisse così. Da quando se n’era andato non l’aveva cercata mai. Mai una telefonata per sapere se avesse bisogno di qualche cosa. Magari avrebbe potuto dimostrarsi un po’ più dispiaciuto. Mai che l’avesse incontrato sulla sua strada che non fosse solo per caso. Possibile che lei non avesse più alcun diritto? Possibile che quella se lo fosse preso mentre lei era distratta? ”Ma se ne accorgerà di che pasta è fatto, allora sarò io a ridere…”
Pubblicato in Donne | Tag:divorzio, racconto, rimpianto, separazione
Grazie Alda

(Sono una piccola ape furibonda.)
Mi piace cambiare di colore.
Mi piace cambiare di misura.
Ai giovani
Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d’oro
sull’ombelico,
mi dici che fai l’amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l’amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di essere un poeta.
I FUNERALI MERCOLEDI’AL DUOMO DI MILANO ALLE 14,00
Pubblicato in poesia | Tag:Ai giovani, Alda Merini, Duomo, follia, funerali, Milano, poesia, sofferenza
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