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La morte e l’aranciata (di VC)

In Anomalie, palestina on 20 ottobre 2017 at 8:28

E’ stato quando, parlando di Hebron con un’amica davanti a un campo di basket, spettatrici distratte di un torneo in un pomeriggio domenicale, le ho detto “Questo è forse l’episodio del viaggio che più mi ha segnata e che più mi preme raccontare”, che mi sono resa conto di quanto poco, e a pochi, io stia effettivamente raccontando la mia ultima esperienza in Palestina. Compreso quell’episodio. Questa consapevolezza mi ha colpita come uno schiaffo di vento sulla faccia, in quella giornata di sole tenue e foglie immobili.

Ad Al Khalil la quotidianità non esiste.

Questa sera siamo sorprendentemente lanciati su una prospettiva di spenseriatezza e divertimento. Shuhada Street si è riaffacciata sulla mia vita, il suo tunnel verde si è riaperto nel mio cuore dopo tre anni di ricordo sofferto, di rabbiosa e paziente attesa. Le vie della città vecchia sono tornate dentro ai miei occhi, con le loro pietre color ocra e le reti che tassellano il cielo in gabbie quadrate sporche di piscio, di immondizia, di uova marce. Sono di nuovo ad Al Khalil, l’anima in gabbia, la residenza del dolore in Cisgiordania. Ma questa sera, i miei cari amici di qui – visti solo una volta di passaggio, sentiti saltuariamente, e nonostante ciò ora disposti a trovarci una sistemazione, offrirci un pranzo, la loro compagnia – ci portano fuori, a cenare e poi a fumare shisha. A ridere, a goderci la città, H1, quella dei Palestinesi. Faccio una doccia mezza fredda, mezza gettandomi acqua riscaldata sul fornello da un catino, sperando che il bagno non serva a nessuno dei volontari e pensando che dovrò lavarmi di dosso questa vischiosa sensazione di agitazione e insofferenza e scacciare tutte le immagini tristi dalla testa, per questa notte. Non ho alternative, perché i miei bagagli sono ancora sotto il sequestro del Ben Gurion, ma lo indosso ugualmente con una punta di vanità, come il vestito buono della festa: l’abito tradizionale palestinese, nero, coi suoi ricami rossi – in verità, non proprio il “tradizionale”, ma una sorta di imitazione, di cotone di pessima qualità prodotto chissà dove, ma il più conveniente, comprato a Gerusalemme come unica possibilità di ricambio che non mi intrappoli le gambe in qualcosa di caldissimo – mi scivola sul corpo. Il rosso mi dona, mi dico, guardandomi nello specchietto del bagno. “Il rosso dà beltà anche a chi non ne ha”, osserva civettuola la voce di mia madre nella mia testa. D’accordo, hai ragione tu. Mi trucco, mi tiro su i capelli, lasciando qualche ciocca fuori. Stasera è una serata di festa, stasera ci si deve sentire freschi e belli.
Izzat arriva nella casa dello Yas, ci dice che Jawad viene a prenderci di sotto in macchina. La sede in cui ci troviamo si trova a Tel Rumeida, su una collinetta dalla quale si vede tutta Al Khalil – il suo corpo flagellato, illuminata distesa orizzontale, le sue colonie che lo trapassano, le luci verdi delle moschee che potrebbero muoversi su di lei come fuochi fatui. Scendiamo al buio sulle stradine ripide di terra rossa e pietre nascoste tra gli ulivi. Mi aggrappo a Matteo: mi chiedo come potrei muovermi se non ci fosse la sua mano a sostenermi lungo questo percorso in questi giorni. “Hai dato la buonanotte a tua madre?”, mi chiede. “Sì”, rispondo, e ridacchiamo: spieghiamo a Izzat la piccola bugia per non rendere fatale la sua preoccupazione per questo viaggio, “Lei non sa che dormiamo qui, o potrebbe morire di ansia: pensa che alloggeremo a Betlemme”.
Jawad ci aspetta ai piedi dell’altura. Saliamo in macchina, ha la radio accesa e sorride. Siamo elettrizzati, quando mette in moto, all’idea di un’uscita “normale” nella notte di Al Khalil. Percorriamo le strade di H1, guardiamo dal finestrino i suoi palazzi monotoni, le insegne al neon, le luci dei locali: il pensiero del buio di H2 e delle sue trappole per topi anche in questo chiasso artificiale è una botola oscura mezza aperta dentro al petto. Ma c’è la musica, e ci sono loro che sorridono. C’è lo shisha che ci aspetta, e lo stomaco che inizia a reclamare cibo.
Poi il cellulare di Jawad suona. La radio continua a suonare qualcosa per un po’, poi la mano di Izzat si allunga sulla manovella del volume, e la voce gracchiante lì dentro si attenua fino a spegnersi come il sorriso di Jawad. I nostri sguardi interrogativi in realtà non oserebbero chiedere niente, il tono della voce di Jawad ci basterebbe, ci basterebbe per ora tacere guardando dallo specchietto retrovisore il suo volto che si è fatto di pietra. Ma Izzat si gira verso di noi e ci traduce l’arabo della telefonata. “Dicono che suo fratello è stato arrestato… E’ la moglie del fratello al telefono…. Hanno appena arrestato il fratello, sotto casa. Yes. Era col figlio, ha tre anni il figlio. Dice che ha fatto un video, ha ripreso l’arresto, sì. Forse lo rilasciano se porta il video.”.
Ci congeliamo, anche i nostri corpi ora si pietrificano. Sento la gamba di Matteo contro la mia diventare di colpo pesante. L’allegria ci scivola dalla pelle e dai vestiti come una polverina d’oro di marca scadente, troppo superficiale per trattenersi su di noi per più di venti minuti. La leggerezza evapora, era così inconsistente da dileguarsi ora insinuandosi attraverso le feritoie degli sportelli chiusi. Mi sento ridicola, intrappolata, dentro al mio vestito della festa. E’ totalmente inopportuno, i suoi ricami rossi e le sue maniche larghe sono offensivi. Mi sembra di essermi vestita in maschera per un appuntamento di lavoro.
Jawad riaggancia. Izzat ci scambia qualche battuta, si guardano seri. Poi si volta verso di noi, e ci racconta cosa è successo. Io che accolgo tutto in questi giorni con una gratitudine stupefatta, mi chiedo perché mai si prenda la briga di tradurci tutto subito piuttosto che preoccuparsi insieme all’amico. “You see”, alza le spalle, “questa è la vita ad Hebron. Non possiamo uscire una sera che succede questo. E’ la nostra vita.”.
Il fratello di Jawad tornava quella sera dai campi, insieme al figlioletto, il piccolo Mohammed, di tre o quattro anni. Proprio sotto alla loro casa c’è un checkpoint, uno dei venti permanenti che costellano le strade e l’esistenza dei Palestinesi qui. Spingeva un carretto di frutta e verdura, pesante. I checkpoint hanno dei tornelli metallici attraverso i quali si passa uno alla volta, i Palestinesi dopo essersi svuotati le tasche, sfilati la cintura, e recitato un codice identificativo – ogni Palestinese di Hebron è diventato una serie di numeri: è un po’ come un tatuaggio, un pezzo di stoffa cucito addosso. Accanto ai checkpoints c’è una via di accesso agevolata per i coloni, invece, che possono attraversarli senza cifre, documenti, e con i loro bei mitra attaccati alla schiena. Nel checkpoint sotto alla casa del fratello di Jawad, Nour, c’è una barra di plastica sulla via privilegiata dei coloni. Si solleva solo per gli ebrei. Ma il piccolo Mohammed di apartheid è ancora inesperto, e allora per agevolare il papà che col carretto attraverso le sbarre metalliche non sarebbe riuscito a passare, ha fatto per toccare la plastica. La punta del mitra di un soldato israeliano gli si è subito appiccicato alla tempia.
Le urla e le lacrime dei genitori sono incontrollabili e fisiologiche come la fame, il sonno, la pipì dei loro bambini. Nour ha urlato di paura. La canna dell’arma sulla testa del figlio ha fatto esplodere nella sua gola la miccia della consapevolezza che ai Palestinesi tutto può succedere, anche essere ammazzati a tre anni per un mucchio di frutta. Quella miccia soffocata ogni giorno da segatura umida di pazienza, resistenza, autocontrollo, si è infiammata: un urlo.
Ma un urlo è un delitto, così come la paura: Nour si è ritrovato coi calzoni abbassati al posto di blocco, e poi caricato su una camionetta militare verso il carcere. Dalla sua finestra, la moglie riprendeva tutto tremante con la videocamera del suo cellulare.
La strada ci scorre accanto, improvvisamente meno luminosa e accogliente. Ho un martello nel cuore che lavora e non sa a che ritmo andare, ma io so che non vorrei essere in altro posto che qui. In nessun altro posto al mondo se non qui, all’interno di questa microstoria nella storia. “La racconterò”, mi dico. “E’ questa la vita che vuoi fare”, mi sussurra una voce, convinta.
Andiamo a cena – ma come andiamo a cena, c’è un arresto, è suo fratello: sì, ma dovremo pur cenare, you see, è la nostra vita, questo è vivere sotto occupazione.
Entriamo in un locale di una catena molto occidentale, molto capitalistica, molto fuori luogo in questo posto, in questo momento, e non solo. Ci si mangia pollo fritto, e patatine, fritte e rifritte. Il mio blocco di pietra nello stomaco mi chiede come potrò mai mangiare ora. “Dobbiamo mangiare”, ci fa Izzat, e il suo tono è irremovibile, come quello che ci si sente mormorare all’orecchio quando in una casa palestinese ti viene offerto il decimo caffè, l’ottavo tè, l’ennesimo frutto o dolce della giornata: “Lo devi accettare”. Dobbiamo cenare. Se non altro, per educazione nei confronti di Jawad, che non ha voluto annullare la serata insieme a noi, e si siede al nostro tavolo con l’orecchio incollato al cellulare.
Tra una telefonata e un’altra, Jawad produce in me quello stupore che renderà questo locale dozzinale, coi suoi avventori arabi che imitano gli americani dei Mc, e il ronzio della luce del bagno a pochi passi da noi che a stare attenti sovrasta la musica, un ricordo bellissimo. Non tocca cibo, lui. Ma scherza. Parla un sacco. Ci racconta barzellette. E io mi incanto ad osservarlo, mentre mi inzuppo le dita unte in una salsina anche lei con ambizioni occidentali: lo ammiro, mentre ci racconta quella di un cittadino di Nablus, uno di Ramallah e uno di Hebron, e ci propina i luoghi comuni sui Nablusi che sono gli stessi dei nostri sui baresi, e sfotte gli Hebronite e la loro inflessione, la lentezza della loro pronuncia, il loro modo comico di allungare pigramente tutte le parole. E’ anche questa, la resistenza? Questo ridere di nulla con degli sconosciuti quando ti hanno arrestato il fratello, ignorando o fingendo di ignorare il mostro di rabbia che ti sta divorando le viscere? Tiro lunghi, lunghissimi sospiri davanti allo specchio del bagno. Guardo come il fermaglio mi tiene ancora in alto i capelli in un’acconciatura che non poteva scegliere serata peggiore per riuscire così bene. Mi sento sempre ridicola, ma un po’ meno, perché gli altri non sembrano farci caso. Eravamo ad una festa e siamo stati interrotti. Israele ci ha interrotti. Non è ridicola la geometria palestinese sul colletto del mio vestito, non lei.
“Non andiamo a fumare shisha”, ci fa Izzat, gentilmente sottolineando una cosa ovvia. Ma quando siamo in macchina aggiunge: “Andiamo a casa di Nour per vedere il video fatto da sua moglie, per capire se è utilizzabile, volete venire con noi?”.
Chiaro che sì. Non altrove.
Parcheggiamo a pochi passi dal checkpoint. La mia borsa sul loro tavolo, la cintura di Matteo, i nostri passaporti tra le loro mani, “Di dove siete?”, osano accennare un sorriso e noi lì ad addomesticare l’odio nelle nostre pance, a dargli carezzine sulla testa e mormorargli “Non adesso”. Poi le cinture di Izzat e Jawad, le loro monetine, i loro codici imparati a memoria. L’odio ha un colore, ed è verde militare.
Davanti alla porta della casa di Nour ci sono due bambine. Ci salutano, poi ci guidano lungo le scale. Una di loro, la più grande, le percorre all’indietro, davanti a me, per guardarmi e sorridere, e fissare la mia pelle troppo bianca, i miei occhi stranieri, i miei capelli stranieri, il mio vestito di imitazione.
Ci portano in un salottino, subito a destra dopo l’ingresso, e ci invitano a sederci. Siamo nella casa dell’arrestato, del pericoloso sovversivo. Il suo grido è stato una violenta aggressione al soldato, al garante della sicurezza. Jawad va in un’altra stanza a parlare con la cognata, Izzat si siede accanto a noi e come noi inizia a scherzare e giocare coi figli di Nour. Le tende pesanti che corrono lungo le due pareti ci separano dalla insostenibile notte piombata su Al Khalil, nera o verde militare.
La bambina ci osserva, poi si scioglie, inizia a parlare in arabo, a fare le moine. La sorellina più piccola si aggira per il salone spingendo una macchinina e ogni tanto ripete “Babà? Babà?”. La grande, nove anni, spiega che lei non sa che il suo babà è stato arrestato, per questo lo cerca. Scompare, e poi rispunta fuori per servirci dell’acqua fresca. In caso gli ospiti abbiano sete, avrà pensato la madre che le ha dato l’ordine. Le nostre gole secche tra i pensieri di una donna col marito dietro alle sbarre per nulla. Bevi, bevi tutto. Hai sete ed è anche la regola dell’accoglienza che lo impone. Ci sarà di fatto un vero e proprio decalogo che a te è in buona parte sconosciuto, in realtà: lo realizzi quando la bambina allunga il braccio per aprire il congelatore, tira fuori una bottiglia colorata, e versa nei bicchieri di tutti aranciata fredda.
Quell’aranciata. Non so ancora se sia stata la più dolce o la più amara della mia vita. La mando giù senza capire, senza spiegarmi perché nella casa di un arrestato io debba bere aranciata fredda e sedere come un’ospite serena. Come si possa avere la forza di versare dell’aranciata a uno sconosciuto quando hai la morte nel cuore. Qui, succede anche questo. C’è la morte e l’aranciata, insieme. Mescolate nel petto di questo popolo che, mentre uno stivale chiodato gli schiaccia la nuca, ti offre da bere una bevanda zuccherata.
Le barzellette e l’aranciata di quella sera. Come potrò raccontare a chi non c’era che la resistenza qui è anche questo? Che non si tratta di un gioco di potere, di una guerriglia, che non è il gingillo con cui gli “attivisti” a cui piacciono gli –ismi e gli intellettuali radical chic si solleticano, ma è diventata un apparato, una componente fisiologica di queste persone, l’essenza intima, la risposta subdermica sulla quale declinano la loro intera esistenza?
Poi si affaccia sull’uscio il musetto di un bimbo. Ha gli occhietti vispi e curiosi, un mezzo sorriso accennato e un po’ stirato dal sonno. “E’ lui Mohammed!”, esclama Izzat. Il terrorista. Il sedizioso ribelle che un’ora e mezza fa aveva un’arma puntata alla tempia. La sua tempia adesso è libera, piccola piccola, sotto ai capelli neri col taglio corto. Ci guarda con sospetto e si ferma di fronte a noi, mantenendo la dovuta distanza. In piedi così è forse meno alto del mitra con cui è stato minacciato. Lo saprà, che suo babà l’hanno portato in carcere. “You see, it’s our life”, dirà tra qualche anno anche lui. Ma per ora con noi non parla. E allora, per avvicinarlo, mi viene in mente di fare un tentativo, di chiamarlo con quel nomignolo che mi è stato detto appartenere solo ai bimbi che portano il suo nome. Non ne sono più tanto sicura, e soprattutto non so se voglio pronunciarlo qui, adesso. Magari non lo capirà, magari quel soprannome non esiste davvero, e mi guarderà perplesso più di ora mentre io arrossirò. Tiene le sferette nere degli occhi puntate nei miei, ha capito che voglio parlare. Snocciolo quel nome dai miei anfratti più nascosti, lo tiro fuori dal passato come una corda di piccoli secchi dall’abisso di un pozzo, e la dolcezza delle lettere mi sale lungo la gola, densa, confortevole, con il sapore dei fichi maturi, e le due consonanti vicine mi sigillano teneramente per un istante le labbra come la colla che stilla dalla buccia di quei frutti preziosi. “Hammoudi”, lo chiamo. “Mio piccolo Mohammed”. Il suo sguardo si illumina, il suo sorrisino si apre in una graziosa finestra, gli sboccia sul volto con la tenerezza di un giglio. Io mi godo quel bagliore – mentre lui finalmente si avvicina e decide di stare con noi – e la delicatezza che mi si adagia dentro lentamente alla scoperta di come una conoscenza così lontana, nel tempo e da me, depositata sotto cumuli di rancore, possa all’improvviso trovare il suo senso di esistere in un salotto ad Al Khalil, ed essere ravvivata inaspettatamente con amore per far sorridere un bambino. Tutto ha un motivo, è solo il tempo a separare le cause dai loro magici effetti, provo a formularmi nella testa un pensiero simile, che ancora oggi non riesco a replicare per la sua chiarezza di quella sera, mentre Izzat mi fa sorpreso: “Yes, yes, Hammoudi! It means my little Mohammed!”.
Hammoud – la i finale sta per mio, e per addolcire le parole quando stanno per finire – finisce presto per appiccicarsi a Matteo. Lo osserva con ammirazione per la sua altezza, in tutti i movimenti che fa noto che cerca con gli occhi la sua approvazione, anche quando spunta fuori da una dispensa in cui si era nascosto o si rifugia dietro a una tenda, in piedi sul divano.
Io intanto gioco con sua sorella, che mi mostra i suoi nuovi occhiali, poi me li infila sul naso, e io, ormai spavalda nel mio arabo di dieci parole, le domando “Helwa?”. Anche questo è giusto, “Helwa! Helwa!”, mi ripete lei.
Stiamo giocando al gioco di fingere che l’arresto non esista e che babà stia per tornare. Ma il video che Jawad ci mostra dal cellulare di sua cognata non sarà sufficiente come prova: se ti affacci alla finestra quando tuo marito torna a casa, non ti aspetti che gli punteranno delle armi addosso, lo bloccheranno, gli faranno abbassare i pantaloni e poi lo arresteranno. Tra la minaccia a tuo figlio, l’urlo e l’alt dei soldati, hai bisogno di afferrare il telefono e attivare la videocamera. Almeno qualche secondo, si suppone. Sicuramente non puoi documentare il gesto innocuo del tuo bambino di tre anni. Il video della moglie di Nour inizia quando Nour è già in stato di fermo con le braghe tirate giù. “Forse non sarà sufficiente”, commenta Jawad. E lo pensiamo anche noi, ma non osiamo dirlo. Qui la giustizia te la fai riprendendo tu stesso con i tuoi mezzi quello che subisci, altrimenti sei sbattuto in carcere arbitrariamente e nessuno testimonierà in tuo favore. Le prove esistono solo se a vantaggio dei coloni.
Nour infatti resterà in carcere per cinque giorni. Per non aver commesso nulla, assolutamente nulla. Ma cinque notti in una cella, cinque insignificanti notti in prigione, all’interno di una vita reputata insignificante, in un rosario di ingiustizie legate le une alle altre sul filo logoro della sopportazione, cosa potranno mai significare? Un grido sordo in mezzo al vuoto. Un colpo di tosse secca nella calura estiva.
Usciamo di nuovo accompagnati dai bambini. Mohammed resta fino alla fine avvinghiato alla mano di Matteo, lo guarda adorante e non vuole staccarsi da lui. Lasciamo Jawad biascicando dei mesti “Salam”, dire buonanotte al suo volto stanco, distrutto, sarebbe un ricamo fuori luogo in questa notte d’acciaio.
Risaliamo la stradina che ci porta a casa, muti. Il suono dei nostri passi sull’asfalto lo ricordo ancora, come la forma delle nostre ombre lunghe e deboli abbattute dalla furia dei lampioni. La torcia per orientarci in mezzo agli ulivi tra le tenebre, di nuovo la mano essenziale di Matteo che mi tiene su. Quando Izzat ci dà la buonanotte, scrollando ripetutamente le spalle, gli vado incontro e lo abbraccio forte. Assolutamente non convenzionale e forse irrispettosa dei suoi costumi. Ma lui ricambia l’abbraccio, sa che non potremmo parlarci altrimenti questa notte.
A luci spente sulla branda non ho pensato solo a Nour, ma a tutti i Nour distesi come me, come lui, in Palestina in quel momento. Non solo al suo Hammoudi, ma a tutti gli Hammoudi dei loro papà. Il buio di quella notte mi ha bruciato il cuore.

(V.C.)

I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

donna-misteriosa1

La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Una valigia troppo pesante…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 31 gennaio 2013 at 19:45

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E’ giunta l’ora di smontare le tende… di questo viaggio tanto atteso e che non so ancora completamente quanto mi abbia segnato dentro.
Ricordo il commento di una ragazza al ritorno del suo primo viaggio in Palestina, mi disse: “Solo quando sono scesa all’aereoporto della mia città, sono riuscita a rilassarmi e ho provato di nuovo, dopo giorni, la sensazione bellissima che ti dà la liberta di muoverti, andare e fare quello che vuoi. Di non sentirti controllata.”  Per me, ora so che non sarà così, tornata a casa, non mi renderò conto completamente di aver abbandonato quel luogo e quelle persone al loro destino. Ci sto attaccata con il pensiero e la mente, mi sento partecipe, come se ogni gesto violento e ingiusto, fatto a loro, fosse fatto direttamente anche a me. Io anche se sarò lontano, mi sentirò ugualmente parte di loro, e  gioirò o soffrirò con loro, di ogni piccolo passo avanti o indietro della loro storia.
Dentro la mia valigia comunque ho un fardello troppo pesante da portare. Porto il sacchetto della terra di Palestina e due pietre della mia voglia di Intifada, ho anche un mucchio di rabbia, un grande bagaglio di delusione, ma soprattutto il grave peso della responsabilità.
Riportare a casa quella terra di Nabi Saleh, raccolta con l’aiuto dei Tamimi e con la gioia dei loro bambini, quella terra pesa come non mai, so che c’è attesa tra i miei amici, so che ci sarà un pellegrinaggio per prendersi un po’ di quel sogno e di quella lotta che noi abbiamo toccato con mano e di cui portiamo a casa il testimone.
La nostra valigia pesa di ricordi e di memoria, pesa di libri e Kufije, pesa di vita e di lotta, che nessuno spegnerà mai.
All’aereoporto la fanno passare per tre volte sotto i raggi X, forse capiscono che dentro c’è qualcosa di strano, forse vorrebbero sapere cosa c’è nel sacchetto e se siamo dei ladri della terra per cui hanno fatto scorrere tanto sangue innocente. Ma stranamente a loro interessano i libri della valigia e mi chiedono se sono libri presi in Italia oppure presi lì? In Italia per carità, da voi non prenderei nemmeno una nocciolina, ma tanto a che serve, conosco poco e male perfino l’inglese, pensa te se mi prendo un libro in ebraico oppure in arabo.
La valigia prende la strada per l’imbarco, ma noi aspettiamo tutti quelli del gruppo e la cosa è lunga ed è fatta di domande: “Dove siete andati, perchè avete fatto questo viaggio, con chi siete stati a contatto, siete un gruppo….” Ma a te che te ne frega? Sarò ben libera di andare dove voglio, oppure questo paese non è democrazia e ci sono cose che posso vedere e cose no, e ci sono persone giuste e altre da trattare come appestate, da angariare fino allo sfinimento, da cancellare dalla faccia della terra?
Prendiamo l’aereo ed è un sollievo, il Ben Gurion è un aereoporto popolato da alieni. Ho visto busti di personaggi che spaventano persino più della mia peggiore fantasia horror. Ho visto giovani senza sorriso che ti trattano come un quasi appestato, che ti guardano come per carpire i tuoi pensieri. Ragazzi che sono infelici e depressi, che pensano di essere soli e invisi da tutti, che ogni persona che guardano in faccia è il nemico che li vuole cancellare dalla faccia della terra. Ma come si fa a crescere figli in una simile situazione di paura e di stress, in un simile ricatto emotivo? Mi chiedo se l’autodeterminazione di un gruppo di persone debba per forza passare attraverso il ricatto del dolore e della rivalsa universale. Avevano diritto ad una loro terra? Teoricamente no, visto che non sono un popolo, ma una gruppo di persone che segue una determinata religione e che vive in tutte le parti del mondo e in ogni parte prende la cittadinanza che gli spetta. Un ebreo nato in Italia è un italiano e forse in aggiunta, di religione ebraica. Soprattutto non hanno diritto di prendersi, con l’avvallo di parte del mondo “che conta”, la terra di altri. Bel ricatto morale: la terra palestinese in cambio del senso di colpa provocato dalla Shoah; ma anche in cambio del potere del denaro, mica che Herzel era un perseguitato quando pose le basi del sionismo vero?
Io ho amici ebrei, ma lo sono solo se ci penso e attentamente, non sono diversi da me nè da nessun altro. Non è che quando ci sto assieme mi viene particolarmente voglia di piangere per la loro storia passata. Certo la storia è importante e ci insegna molto, quello che ci dice è che certe cose non dovrebbero mai accadere e che non dovrebbero, se accadute, ripetersi mai, ma la storia insegna davvero? Probabilmente è davvero una grande maestra, ma noi siamo sicuramente dei pessimi allievi.
E con questi pensieri, mi accingo a rientrare nella normalità, che mi sta sempre più stretta e che mi piace sempre meno. Dovrei, come quasi tutti, essere contenta del mio orticello, dovrei vangare, seminare, annaffiare, raccogliere senza preoccuparmi dei vicini. Questa è la filosofia del mondo in cui vivo, anzi questa è la filosofia degli ignavi con cui vivo, poi ci sono anche gli altri, quelli che ti rubano la terra e anche l’acqua, quelli che ti rubano sia il nome che l’esistenza, e gli ignavi tacciono, non vedono, non se ne accorgono o meglio non lo vogliono fare. Ma ci sono anche quelli che hanno fatto il “viaggio” insieme a me, quelli che hanno gridato finchè hanno avuto fiato “restiamo umani” e che non sappiamo scordare.
E io mi sento un po’ persa in questo ritorno, mi sento divisa, straziata, una parte è rimasta dietro quelle mura e l’altra ha preso la strada del ritorno. Ma sento come se le due parti di me tendessero a unirsi ancora una volta, ma non trovano né il luogo né il tempo per farlo.
Tornerò mai quella di prima, con le mie incertezze di oggi e le mie ambiguità di ieri? Tornerò?… ma tornare dove?
Sono certa che è lì che tornerò a cercare quella parte di me che ho lasciato, forse raccoglierò tutti i quei pezzetti straziati che ho perduto lungo quella strada.
Un abbraccio agli amici che ho lasciato lì e a quelli che ho portato con me, amici cari, che mi siete entrati nell’anima, spero solo di potervi rivedere presto e di poter festeggiare con voi, quello che oggi è ancora impensabile: uno stato libero di Palestina.
Vedremo finalmente il volto di Handala e il suo sorriso, magari chissà avrà il viso di un bambino felice o il sorriso di Vittorio, ma qualsiasi sia il suo viso ci porterà il messaggio che la Palestina finalmente esisterà e che vivrà in pace.

E’ stata lunga la strada e pesante il fardello per diventare finalmente palestinese.

Ah l’invidia… questo strano sentimento che…

In Anomalie, personale on 7 dicembre 2012 at 16:41

Bronzino_invidia

L’invidia è un sentimento latente che agisce di solito in maniera silenziosa e indiretta. Ciò non toglie che esso raggiunga livelli di intensità molto elevati, inducendo l’invidioso a soffrire profondamente. Essendo un sentimento non manifesto, non dichiarato, non definito e chiaro come possono esserlo la gioia o l’affetto, esso viene a volte confuso con altre emozioni. L’invidioso, dunque, non sempre è consapevole di esserlo. Va anche aggiunto che l’invidia può essere rivolta verso una persona, o un gruppo di persone in particolare, oppure essere generalizzata. Un’invidia generalizzata è devastante in quanto rende la persona perennemente insoddisfatta e sofferente, e continuamente alla ricerca di un che di indefinito che nella sua personale visione delle cose dovrebbe colmare il senso di bisogno che prova. L’invidia diviene manifesta quando il suo livello di intensità giunge a picchi talmente elevati da spingere la persona ad agire contro gli altri. L’invidioso più accanito, infatti, non si accontenta di ottenere ciò che appartiene ad altri, ma desidera al tempo stesso che le persone da esso invidiate perdano ciò che possiedono. A questo punto il termine “invidia” dovrebbe forse essere sostituito con un altro più appropriato, come ad esempio “malignità” o “perfidia”.  Tuttavia l’invidia, prima di colpire persone esterne, agisce sull’invidioso stesso generandogli grande tormento. Vivere in un costante bisogno di avere ciò che non si possiede fa soffrire intensamente. http://www.nienteansia.it/test/test-invidia.html

Cercando i sinonimi di invidia trovo anche: gelosia, livore, malevolenza, rivalità.

“Non invidio la persona che diventa a sua insaputa oggetto di invidia, come non invidio chi prova questo sentimento così potentemente usurante.”
Usare comunemente questo termine “non invidio” vuol dire che il suo contrario, ossia “invidio” è un sentimento molto più comune di quello che si pensa. Personalmente non ho mai pensato di conoscere persone invidiose, forse è proprio perchè, mi è difficile accettare che ci siano persone che si rovinino la vita per questa malattia senza cura, e poi perché, che senso ha?
Un giorno, però, ho dovuto ricredermi, per quanto mi sembrasse strano e senza senso il livore che quella persona ha manifestato per me, tutto quello che ha fatto e come lo ha fatto mi ha messo nelle condizioni di analizzare questo sentimento in tutte le sue sfumature peggiori.
L’invidia non consente requie, il tempo non serve a dimenticare, anzi l’odio e la repulsione, col passare del tempo, diventano sempre più forti ed esasperati anche se immotivatamente.
Difficilissimo è porre rimedio o fine a questo sentimento. Un tentativo può essere quello di cadere dalla considerazione del mondo intero ed essere cancellato anche dalla memoria di ogni essere umano, solo che l’invidioso avrà sempre la percezione della tua esistenza, anche se passata, e seppur godendo delle tue disgrazie, resterà insoddisfatto perchè in un qualsiasi momento della sua vita, qualcuno potrebbe mettere in pericolo, ancora una volta, la sua posizione. Tu rimani il simbolo delle sue ansie e cercherà sempre di screditarti e di farti il vuoto intorno, anche con sistemi poco ortodossi, come la calunnia e l’infamia.
Imparare a convivere con gli invidiosi è impossibile. Non verrà mai il giorno in cui l’invidioso si accorgerà di aver provato un sentimento inutile e deleterio, per la sua stessa vita, non ammetterà mai che aver odiato così tanto una persona qualsiasi, e solo per questo suo sentimento, l’ha resa più grande e più importante di quello che era. Non saprà accorgersi mai di aver perduto inutilmente tempo ed energie, di aver bruciato nel suo fuoco dell’odio con ogni probabilità anche la sua credibilità. Ma che ci possiamo fare??? Mica siamo invidiosi noi. Mica siamo nati per distruggere il mondo. Non abbiamo nè memoria così lunga nè così tanta malignità da tenere vivo simile ardore. Saremo persone piccole senza dignità, ma se la grandezza la devo misurare attraverso la perfidia che genera, che ne so… preferisco vivere 🙂

Lunga vita agli smemorati

In Anomalie, Ironia on 24 settembre 2012 at 14:48


Non so per quale ragione, ma io ho una buona memoria. Più passano gli anni e più mi stupisco di essere riuscita ad “archiviare” così tanti dati, che poi non è stato un lavoro organizzato bene, sarebbe troppo bello, ma ho trattenuto dati alla rinfusa, senza una vera logica e senza la volontà di farlo.
In questo modo il mio archivio mnemonico e vario e multiforme, ma probabilmente tralascia dati importantissimi, e visto che li ho dimenticati, e solo per questo, li sottovaluto e non me ne preoccupo.
Ho avuto a che fare molto spesso con persone che non hanno memoria e, quella che hanno, appare molto selettiva. Si lagnano sempre di questo problema, ma tutto sommato non so se si tratti proprio di una cosa negativa. Il mio cervello è iperattivo e valuta, seleziona, incasella e archivia oppure si mette in funzione ricerca, seleziona, valuta e propone… insomma un lavoraccio della madonna.
Chi ha poca memoria non sa che stress sia averne molta, non sa per esempio quanti collegamenti, intrecci di dati e riferimenti si debbano avere per ricordare bene. A me basta un semplice odore, una tonalità di luce, il sapore di un cibo per mettermi a disposizione un numero esagerato di emozioni, ricordi e riferimenti precisi. Dopo ci si chiede come mai, una come me, dorme pochissimo e quando si sveglia anche nel pieno della notta è totalmente presente a sè. Il mio cervello non chiude mai e persino i sogni vengono analizzati e schedati come ogni altro tipo di dato.
Ho un’amica che purtroppo per cause legate ad una grave malattia, ha perduto totalmente la memoria. E’ terribile a pensarci, lei non ha alcun riferimento di sorta, se non da breve tempo. Ha scordato tutto quello che sapeva, che aveva studiato prima, ha dimenticato i volti dei suoi famigliari e così pure i sentimenti che la collegavano a loro, si è dimenticata il suo nome e la sua storia… una cosa terribile, ma comunque, alla fine è tornata bambina piccola, ha imparato a parlare, scrivere e leggere, a ricominciato a voler bene e a conoscere chi le stava attorno. Insomma ha ricominciato a vivere. A parte il fatto che la cosa sembra inconcepibile a quelli come me, a guardarla, comunque mi stimola tenerezza e pure il suo corpo è tornato bambino, la sua pelle è levigata da rughe di espressione e da tensioni che prima vi leggevo. Parla come una bambina e prova le cose che provano i bambini, emozioni ed entusiasmi compresi… questa cosa è proprio così terribile?
Ho visto smemorati cancellare la loro vita precedente, senza rammentarsi nè il bene nè il male passato. Li ho visti buttarsi il mondo dietro alle spalle e riprendere a vivere senza pregiudizi e amarezze. Non so dire se è una reazione naturale di alcuni cervelli o di alcune coscienze volubili. Dimenticare aiuta a combattere i sensi di colpa e le responsabilità, l’unica cosa che non è certa è se si tratti di una reazione indotta oppure una funziona naturale della propria psiche.
Se penso alle mosse di qualcuno che conosco, mi par di capire che il genio sta nella smemoratezza e non nella sregolatezza. Come ho letto in una statistica presentata non so più da chi è l’egoista che vince in longevità e suppongo che la smemoratezza, se non è un fatto patologico, vinca sicuramente il primo premio in fatto di distrazione ed egoismo. Pertanto lunga vita agli smemorati, sebbene che un mondo fatto solo di loro, a me pare davvero un incubo terribile.

Le grandi manovre di pochi potenti decidono la vita di uomini stanchi…

In amore, musica on 14 giugno 2012 at 20:32

Se è vero che adesso possiamo parlare
di libera scelta del bene e del male
di tecnologia votata a cambiare
ti chiedi a che prezzo e chi deve pagare.
Le grandi manovre di pochi potenti
decidon la vita di uomini stanchi
di generazioni costrette a sparare
per credo o per noia ma spesso per fame.
E se vuoi scrivere una canzone apri il giornale c’è l’ispirazione.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che prendi l’amore che dai…

Sei dentro o sei fuori dal gioco virile
dal culto del forte o dell’apparire
qualcuno che vuole cambiare la storia
denunciano un vuoto di poca memoria.
Discorsi importanti regalan speranza
ma intanto son chiusi dentro una stanza
se senti il bisogno di un po’ d’amore
mettiti in fila che c’è da aspettare
scaldati all’ombra di un raggio di sole
gioca più forte non ti fermare.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai.

(L’amore che cerchi l’amore che dai – Nomadi)

Un anno e niente più

In Amici, Anomalie, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, poesia, uomini on 4 aprile 2012 at 23:27

E’ tutto oggi che ci penso: è mai possibile che ci siano sistemi che tremino di più di fronte alla poesia che alle bombe?
Si chiamava Juliano Mer-Khamis era al 100% israeliano e al 100% palestinese. Quello che significava questa frase era che, dal padre palestinese, aveva ereditato tutta la poesia dell’uomo di pensiero e dalla madre israeliana, la grande perseveranza della donna di azione.
Lui aveva scelto di stare dalla parte dei bambini palestinesi, come l’aveva scelto la sua coraggiosa madre Arna l’israeliana. Il teatro era stata un’idea della madre lo aveva voluto a Jenin, un campo profughi nato dall’esodo forzato della Nakba.
Perché spaventasse alcuni “poteri forti” un registra-attore, che aveva fondato il suo teatro a Jenin e che l’aveva chiamato, chissà perché, Freedom Theatre, insegnando ai ragazzini a diventare qualcun, mettendoci la faccia, non si riesce a capire.
Tanto che hanno distrutto il suo teatro e lui l’ha ricostruito, hanno arrestato i suoi aiutanti e lui ha continuato l’attività e alla fine comunque l’hanno ucciso.
Ma il Teatro continua e i suoi bambini continuano a calcare le scene, qualche volta sbagliano le battute e altre volte lasciano la scena, perché così hanno scelto o qualcun altro ha scelto per loro. Chi può dire se è davvero un errore? Chi può negare loro il diritto di resistere?
Dedico anch’io, dal mio modesto blog, un piccolo tributo alla coerenza e al coraggio. Arrivederci Juliano… è da un anno che un’altra stella splendente sta nel cielo dei grandi.

Sogni ricorrenti

In Anomalie, Guerra, personale, Scissione on 3 aprile 2012 at 7:46


Solo quando i sogni vanno persi come lacrime nella pioggia è arrivato il momento di morire – Jim Morrison

Secondo me diamo troppo poca importanza ai sogni. Non sto parlado dei sogni che fanno parte dell’immaginario di chi è sveglio, a quelli invece diamo molta importanza, qualche volta un po’ troppa, ma di quelli che frequentano le nostre notti, con assiduità, ed è proprio perché ci fanno compagnia da tempo noi non li vediamo più.
Non li vediamo certo, ma quasi sempre ci lasciano in bocca un retrogusto, assieme a delle sensazioni che molto spesso ci cambiano la giornata successiva.
Di questi sogni ricorrenti, belli o brutti che siano, ne ho di tre diverse categorie: una che riguarda le persone (persone amate o meno e che mi hanno dato “ansie” in alcuni momenti della vita), una che riguarda i luoghi (posti sconosciuti e mai visti che mi ritornano in modo ripetitivo alla mente, oppure case che ho acquistato e poi dimenticato, oppure ancora altre che vorrei acquistare, perché “fanno proprio parte dei miei sogni”), ultima categoria sono le “avventure”: salvataggi dopo iperboliche azioni, oppure “contorti ragionamenti” su come agire nei confronti di persone in difficoltà: bambini o adulti che siano.Che poi l’eroina di questi sogni non è che sono sempre io direttamente, spesso sono solo spettatrice, anzi regista.
L’ultima categoria di questi sogni-incubi è legata alla guerra. Guerra che non ho mai vissuto direttamente, ma il cui pensiero sembra essersi annidato in me, come ricordo ancestrale e trasmesso nei geni dai miei genitori.
In realtà, nei sogni, riesco a mantenere quasi sempre un grado di controllo che mi permette, nel momento che diventano troppo ansiogeni, di sapere perfettamente che si tratta di sogno e di provvedere al mio risveglio. Questa è una buona cosa che mi risparmia un sacco di fastidi, ma mica sempre, a volte l’impronta di quel sogno, magari un’impronta latente, perché del sogno non porto ricordo, almeno a livello cosciente, mi rimane attaccata anche per giorni, così precisa che mi turba a lungo e che non sempre riesco a spiegare.
A parte per i sogni incubi, che mi sconvolgono per ovvi motivi, quelli che sono meno dirompenti, ma che mi rimangono vivi in testa, sono quelli dei loghi che non ho mai visto e che ritornano. Mi ricordo, moltissimi ani fa, che con precisione fotografica avevo sognato un assembramento di case tipo paese spagnoleggiante che dopo alcuni giorni ho trovato, tale e quale, in un film di Bertolucci. Ovviamente questo è un caso limite, di solito questi luoghi sono vallate in mezzo al verde che penso di non aver mai visto e non capisco che ritornano a fare. Certo sembra non aver senso. Certo che ho il sospetto che un qualche senso ci sia.
Sicuramente quando sogno di salvare persone in pericolo, in qualche modo vero o solo percepito, ho, nella realta, persone care in difficoltà. Il sogno poi delle case che scopro di aver acquistato e di essermene dimenticata oppure di aver trovato case da sogno (il mio sogno in questo è davvero creativo: non si tratta mai di villa hollywoodiana, ma di grande casa piena di angoli speciali, vista particolarmente affasciante e tante tante finestre, da restaurare totalmente, ma proprio in quello sta il fascino).
Sul primo genere preferisco non parlare. Quelli sono sogni che mi “sfrugugliano” il cuore in tutti i sensi. Tanto io sogno sotto metafora, una cosa ne significa chiaramente un’altra, ma senza tanta difficoltà e senza l’aiuto del vecchio Freud, ci arrivo in un battibaleno al significato vero e non mi servono tante interpretazioni. Insomma, la mia complessità da sveglia, quando sogno diventa, senza timore di sbagliare, una semplicità sconcertante. Sarà che mi conosco? Può essere, comunque effettivamente sono più facile da capire mentre dormo di quando sono sveglia. E sinceramente non so se sia un difetto ;-).

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

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