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Quel piccolo pasticcio della vita

In Amici, amore, personale, Senza Categoria on 26 settembre 2016 at 19:15

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Stamattina quel tuo messaggio sottovoce: “Ti chiamo solo ora perchè in questi giorni abbiamo combinato un pasticcio… sai uno dei nostri” la voce si apre in un sorriso, può una voce, al telefono, svelare un sorriso? Sì può e stamattina l’ho capito. Un pasticcio? Un sorriso? Voce bassa dall’emozione, dal piacere, un po’ dal timore, un po’ in equilibrio tra pudore e azzardo. Com’è strano che a volte una parola ti fa capire il senso di una telefonata.

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vacanze sull’isola, vista sul mare e a duecento metri di distanza, gli uni dagli altri, ma duecento metri di rovi e terrazze franate, mai l’indomita idea di trovarci o da me o da voi. Ormai le ginocchia e l’età non ci consentono più di queste valorose imprese. E poi voi sempre impegnati in una vita mondana che io non amo, che rifuggo, che non frequento e io eremita che mi nutro di tramonti e silenzi. La nostra montagna ci unisce, ma ci divide più del mare.

Eppure voi c’eravate quando io avevo bisogno di un abbraccio fraterno nel giorno più brutto della mia vita,  voi c’eravate anche nei giorni più importanti quelli che le donne sognano sempre o quasi. Amici nel cuore, amici nella vita. Vicini sempre, pronti all’abbraccio, alle lacrime, ai sorrisi: amici indissolubili, amici solidali. E sono passati trentacinque anni dal giorno che, sempre sull’isola, abbiamo incrociato la nostra vita nel bene e nel male, senza nessuna promessa, ma forti dell’affetto naturale che ci ha unito subito.

E’ chiaro che io al vostro “pasticcio” ci sarò e lapalissiano che dopo quarant’anni anche voi potrete realizzare quel sogno nascostamente accarezzato per lungo tempo, quel rapporto mai apertamente imposto, mai troppo sdolcinato, mai troppo invasivo. Chi vi amava sapeva e non c’era bisogno di parole, di mezze confessioni, di confidenze tra noi. Riguardo le nostre foto di quando eravamo belli e giovani, i nostri viaggi, le nostre serate a chiaccherare nei bar lungo il mare, o al fuoco del camino nella casa sull’Appennino, le gite in barca, i bagni in mare che non finivano mai, il mio pancione e voi due a farmi da scudieri, i primi a sapere tutto, i primi a correre alle mie telefonate. Io fra voi, ma anche no, perchè io c’ero, correvo alle vostre disavventure, nel dolore, nelle gioie, ma mai invadente. Io ci sarò con il cuore traboccante di gioia, nel giorno che potrete dire finalmente ecco “questo è il mio compagno per la vita”. Forse sarete meno belli di allora, forse sarete più feriti e stanchi, ma fra qualche giorno inevitabilmente io ci sarò e piangerò per tenerezza come una ragazzina.

Che bel pasticcio che qualche volta è la vita.

 

 

 

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Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Fumose conversazioni di viandanti senza confini

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 15 febbraio 2014 at 11:57

ulivoGià al primo incontro prometteva bene…. molte facce giovani e sorridenti. Non che la gioventù sia sempre un valore aggiunto, ma in questo caso ci piaceva pensare che avrebbe fatto la differenza.
Noi di età più che matura guardiamo sempre ai giovani con affetto e curiosità, così fin da subito adottiamo Stef, una bambola di porcellana dai riccioloni neri e la bocca a forma di cuore. Affinità elettive si dice. Ma la cosa non finisce qui, man mano che il gruppo si compatta adottiamo due ragazzini molto simpatici e vivaci, un gruppo di sardi dalla parlata irresistibile, un ragazzo piombato come ufo in mezzo a noi e un gruppetto di ragazze, che a parte la bellezza e la giovane età, hanno sorrisi irresistibili e una gran voglia di vivere, e due coppie che figuravano bene nelle foto di famiglia come l’esempio di come si dovrebbe essere da giovani e da un po’ meno giovani.
Sia chiaro che un viaggio è il luogo dove andrai e le motivazioni per cui ci vai, questa è cosa che scegli prima, ma in gran parte dei casi è importante, anzi determinante, con chi ci vai e chiaramente questo non lo puoi scegliere a priori. Stavolta però il caso ha ordito delle sorprese che nessuno si era aspettato, delle condivisioni che travalicavano i confini dell’età e della provenienza, il viaggio era la metafora del nostro desiderio di sapere, informarsi, conoscere. Stavamo tutti alla linea di partenza con il nostro bagaglio di esperienze e di sapere, e con la mente aperta agli stimoli e alle potenzialità degli agenti stimolanti. Fossero come in questo caso le persone.
Ovviamente alcuni partecipanti erano un po’ sulle loro, normale processo prima di affidarsi completamente ad un gruppo. Forse sarebbe durato poco o forse avrebbe percorso tutto il tratto assieme, ma già verso gli ultimi posti del pullman si era formato lo zoccolo duro del gruppo: i giovani, i ragazzini, i sardi e altra varia umanità.
Lo stare alla fine significava avere più libertà di movimento e di chiacchera, trovato il posto, sarebbe stato difficile farci scalzare via.
Ma a prescindere dal valore delle cose viste insieme e dalla qualità del rapporto che si stava instaurando, quello che  non possiamo dimenticare è quello scambio di idee e di emozioni che facevamo a sera tardi, nell’angolo ristretto dedicato al fumo. Un dopocena che era diventato un momento topico senza il quale non si poteva andare a letto.
Ogni notte sempre più tardi, tra una chiacchera e una scappata alla “Tenda” per un hashisha in compagnia. Per me personalmente una sofferenza, perchè sia nell’angolo del fumo, sia al bar, il fumo mi faceva tossire e lacrimare gli occhi, ma sembrava a nessuno importare più di tanto e per questo nemmeno a me.
Vero era che i nostri percorsi mentali, lì, trovavano il momento di quagliare. Confidenze della propria vita, dei progetti per il futuro, dei sogni nel cassetto e delle emozioni della giornata, erano lì che venivano condivisi e in qualche modo elaborati. Ore a parlare, in barba alla stanchezza e al bisogno di stendersi a letto dopo le intense giornate che Luisa ci proponeva quotidianamente.
Luisa ci lasciava dopo le sue sigarette serali, forse con un po’ di invidia perchè noi resistevamo ancora e a volte più di un po’. A lei mancava la possibilità di stare in fondo al pullman con noi e di vivere il cuore caldo di quel viaggio. Che poi magari non era nemmeno il solo cuore caldo. Ma per me era il “mio cuore caldo” e niente e nessuno mi avrebbe fatto rinunciare a vederlo pulsare.
Luisa me l’aveva detto con un po’ di rammarico: “A volte dei viaggi non riesco a godere delle alchimie che si formano tra viaggiatori. Sono troppo presa nell’intrecciare gli eventi della giornata, di mettere insieme le tessere del puzzle. Vi invidio per questo.”
Ero davvero dispiaciuta di non poterla sollevare di qualche problema, di darle una mano seriamente, però conosco il modo di muoversi di alcune persone, abituate a lavorare da sole, ogni aiuto può diventare un intralcio, sia a causa delle velocità di movimento, sempre e comunque diverse, sia per le eventuali difficoltà di comunicazione tra menti organizzatrici. Mi dispiaceva che perdesse quello splendido momento della giornata e ora vorrei poterglielo riconsegnare, ripulito dalla stanchezza e dalla tensione di quei giorni.
Non sempre nel fumoso angolo delle idee bastavano i posti. Molto spesso si aggiungevano sedie qua e là e si intrecciavano voci, si rideva per il pagliaccio di turno, che dall’inizio si era dato il compito di rendere più leggero un percorso che leggero non sarebbe stato. Il lessico stava diventando famigliare, le battute si ripetevano e ormai erano diventate gergo.
Ero curiosa di sapere di quei ragazzi giovani quale fosse stata la spinta per partire e quali erano le loro direzioni, le emozioni, le riflessioni d’oggi. Ciascuno con il bagaglio che gli era stato dato o che aveva raccolto, procedeva a tentoni all’interno di una realtà difficile e piena di trabocchetti.
Perchè viaggiare dentro la Palestina è un percorso di trappole, te ne accorgi giorno dopo giorno, un viaggio per innamorati e per sognatori e anche per razionalizzatori e miscredenti. Difficile applicare le esperienze di prima, perché un prima c’è, quello che non sai è il poi.
E’ un viaggio che cambia, ma nessuno capisce come e quanto e in questo dubbio un po’ ci si perde, un po’ ci si innamora di tutto e di tutti, inutili quasi gli avvisi di Luisa: “I palestinesi si dividono in buoni e cattivi , come in qualsiasi altro posto…” sembra volerci mettere in allerta sulla possibilità di vedere solo il fascino delle vittima, mai quello dei carnefici, anche se vederli come persone mosse da cattive intenzioni, ci sembra davvero difficile: troppo gentili sono i loro gesti, troppo ospitali le loro case e troppo conquistatori i loro sorrisi e i loro grazie.
Comunque innamorati o no, ci siamo presi le nottate per raccontarci, chi più e chi meno, delle nostre vite e dei nostri sogni.
Fumose conversazioni certo, ma che tengo nel cuore.
Certamente viandanti senza confini perchè i nostri pensieri vagavano e valicavano i muri di questo paese senza pace e senza nome.
Abbiamo vissuto un’esperienza comune che ci ha avvicinato più che per una contingenza famigliare. Abbiamo scambiato idee e sorrisi… come potremo mai dimenticare?
Il viaggio è anche questo, amare e crescere insieme, va molto al di là del tempo che dura, va molto più in fondo, si radica in te come una pianta di ulivo, che resiste, fiorisce e dà frutti per anni e anni, contorce il suo fusto per esporre meglio i rami alla luce del sole e resiste, Resiste, malgrado le tempeste e le mani nemiche che la vogliono strappare. Questo è il senso di tutto: un viaggio e delle persone che fanno parte di te, che ti rendono più forte e più certa che la strada è giusta, che non sei sola a percorrerla, che da qualche parte conduce ed altri sono con te.
Sì sono innamorata della Palestina e come un grande poeta scrisse, non riesco più a farne a meno.
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò “”sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.”
(M. Darwish)

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Ty*, una Vita di risposte…

In Amici, Donne, personale on 18 dicembre 2012 at 2:14

ragazza

50% israeliana, 50% palestinese. Vivi in Italia. Vita da girovaga con qualche puntata in Siria.
( e la JUGOSLAVIA mio grande amore??? e l’Africa e il Brasile ecc eccc  ahahahah :-))

Amore sviscerato per i deboli. Forte identità umana. Potrei chiederti qual è il tuo paese? Quali sono le tue radici, insomma: da dove vieni e dove andrai? Ossia da dove pensi di aver origine e quale pensi sarà il tuo destino?

Ti correggo, non ho una FORTE identità umana, anzi sono un essere umano altamente imperfetto e non amo i deboli, mi hanno insegnato ad amare le persone, tutto qua.

Da dove vengo lo so, dal Medio Oriente, dove andrò, visto i regali che mi ha riservato la Vita e una vita da Cooperante Internazionale…chissà 🙂

Una volta chiesi a un Rabbino a Milano, (l’unico con cui abbia interagito in Italia), perchè il destino mi avesse riservato tutto quello che stava capitando nella mia Vita

Lui mi disse che il destino non esiste, che la Vita è un Disegno di Dio.

Da credente, un po’ a modo mio vivo la Vita con l’opzione del tasto “cancella  con la gomma e ricomincia”  e non credo che qualcuno dall’Alto si offenda 🙂

Quali sono le persone che nella tua vita hanno lasciato un segno profondo nell’anima? Perché?

Domanda davvero difficile..

Sono tante e delle più svariate tipologie, la Vita non smette di stupirmi, volti l’angolo e ti arriva un “pezzo” emotivo e umano, molto….moltissimo..anzi quasi tutto lo devo alle persone per cui ho lavorato che mi hanno insegnato e dalle loro vite mi sono segnata, portandomi sempre a casa quello che mi avevano dato chiudendolo a chiave a triplice mandata nel mio glaciale cuore 🙂

Se poi parliamo di segni dell’anima, bhè allora diventa facile:

Mia Figlia, meraviglioso regalo della mia Vita, che mi ha insegnato tutto quello che sono e forse qualcosa che devo ancora scoprire di essere.

Il mio fratello di “cuore” che mi ha fatto condividere con lui il bello della diversità umana e dell’arricchimento che ne comporta, quello che non mi giudicava e mi guidava senza rendersene neanche conto, che mi ha sostenuto le mille volte che sono caduta.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto, le piccole cose che vorresti fare, le grandi cose che vorresti realizzare? I tuoi progetti per il futuro, le priorità, i passi irrinunciabili?

Io voglio sempre realizzare grandi cose anche da piccola piccola come sono.

Il mio futuro: ehm…quello è in una mutazione talmente schizzofrenica che dovremmo scriverci un e-book 🙂

La mia priorità?: la libertà della mia Anima, adesso non lo è del tutto libera di esserlo e questa, non sono io.

Come descriveresti te stessa a persone che non ti conoscono e, secondo te, quale percezione trasmetti agli altri quando vengono in contatto con te?

Non sono mai stata capace di rispondere a questa domanda, di sicuro, sono come mi vedi senza troppi filtri o troppe elugubrazioni mentali.

Qual è la domanda che nessuno ti fa e a cui tu vorresti invece davvero rispondere?

Anche qui non sono preparata, non ho mai pensato a una domanda che non mi hanno mai fatto (OmG potrebbe essere grave??? me ne han fatte troppe? :-))

Hai un’arte, un mestiere, un luogo dove vorresti stare per poter a pieno realizzare te stessa?

No. un luogo  e una certezza non ce l’ho, tanti anni fa scrissi un racconto che parlava di me che non trovavo Pace perchè non avevo capito cosa volevo fare da “grande” sono passati 15 anni….non l’ho ancora capito :-), so però cosa voglio essere e so dove andare per cercare di provarci.

Però io stò bene in molti contesti (per citare la mia bis YddishMame” più son sporchi meglio è”) ma non mi adeguo alla superficialità, allo spreco, al perdere tempo se non per qualche ora, traggo gioia da cose che la gente talvolta guarda con occhi straniti ma…poveri loro. 🙂

Ty*

Amicizia: questa frequentazione sconosciuta!

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, Mala tempora currunt, personale on 3 ottobre 2012 at 9:51

Parlare di amicizia in questi anni, a me sembra un esercizio abbastanza al di fuori della realtà. Non che non esista l’amicizia anche oggi, è che di amicizia non si parla più, proprio come se questo sentimento non fosse più di moda e/o un punto centrale della nostra vita.
Nel 1968, si potrebbe dire quasi un secolo fa, passavamo le nostre serate a parlare di amicizia ed amore non facendo poi, a tutti gli effetti, una gran distinzione. Ricordo che per gli amici io sarei stata disposta a fare un po’ di tutto, se non proprio tutto tutto, almeno una gran parte del tutto. Cosa che forse per un amore, a quel tempo, non sarei stata disposta a fare.
Perché fosse così importante l’amicizia allora e non lo sia più oggi non lo so, o forse a pensarci bene lo so, ma non capisco se davvero, quella che penso io, sia la ragione più importante. Sentirsi allora, parte di un unico che ci “comprendeva” e ci rendeva più forti, era determinante. Avere amici era allora la dimostrazione del nostro successo sociale, era il modo per muoversi in sintonia con il mondo, era la nostra forza. Fatto sta che in piazza, allora, c’eravamo, ed eravamo in tanti, partecipavamo tutti agli stessi riti (fossero anche solo quelli di passaggio) dai concerti, alle manifestazioni oceaniche per la pace e alle contestazioni politiche degli anni successivi ed eravamo tutti amici, tutti come un unico individuo.
L'”Io” non esisteva proprio, c’era la predominanza di un “Noi”, un gruppo minore che apparteneva ad un gruppo maggiore e che finiva con essere inserito in una classe sociale che coinvolgeva altri gruppi più piccoli inseriti in gruppi più grandi… insomma c’erano gli studenti, gli operai, le femministe, gli intellettuali, i pacifisti, i rivoluzionari, i maoisti e i marxisti ma anche i marxisti-leninisti, gli stalinisti e genericamente tutti i gruppi extraparlamentari (ne ricordo moltissimi, ma sicuramente ne dimentico qualcuno), i freudiani e i seguaci di Jung, i fans dei Beatles e quelli dei Rolling Stones, i Rockers e i Moods, i cattolici e i laici, i credenti e gli atei (solo dopo decenni arrivarono i più miti agnostici).
Ovviamente c’erano anche gli estremi opposti, tipo i filoamericani, i guerrafondai, le forze dell’ordine, i fascisti (ai quali era sempre aggiunto un aggettivo piuttosto colorito, come continuo a pensare si meritino), i qualunquisti, gli invidiosi, i benpensanti, gli ipocriti e i “vecchi” o matusalemme (intendendo con questo termine gente che pensava all’antica e non sopportava i giovani).
Sì è vero, ho tagliato il mondo con l’accetta, ma non voletemene chi ha vissuto questa esperienza sa che tutto era bianco o nero e non si conoscevano le sfumature del grigio.
Gli amici erano tutti quelli che la pensavano alla stessa maniera, sia da una parte che dall’altra; essere dentro allo stesso gruppo, voleva dire essere amico, mentre l’altro era il nemico acerrimo.
Ecco perchè oggi mi trovo un pochino spaesata se considerandomi all’interno dello stesso gruppo non riesco più a distinguere gli amici.: troppe divisioni, troppi personalismi, un uso esagerato dei distinguo, mette tutto in discussione, ma anche in croce. Tutto sommato cosa ho io in comune con la persona che potenzialmente vorrebbe realizzare lo stesso mio scopo, ma che per realizzarlo usa sistemi diversi e a mio giudizio poco condivisibili? Apparentemente il risultato finale dovrebbe accomunarci, ma le battaglie interne sono guerre fratricide, non c’è più l’amicizia che crea un sentimento generale di comprensione e condivisione, c’è solo la voglia di apparire, di primeggiare e di raccogliere gratificazioni anche al di là dei propri meriti.
Va beh! ammetto, anche se per me l’amicizia aveva lo stesso valore dell’amore, non era per tutti così nemmeno allora. C’era chi professava amicizia eterna e poi provvedeva alla prima difficoltà o al primo tornaconto a cancellare la tua esistenza, tutta o in parte. Ho amici che resistono da allora, ci si trova e ci si frequenta ancora. Sembriamo i ragazzi di una volta, come in realtà siamo. Il tempo ci ha riunito invece che allontanato, sono nati figli, sono passati fiumi di vita, ma alla fine ci siamo sempre ritrovati e per lo più con lo stesso spirito dissacrante e la stessa voglia di vivere.
Poi invece ci sono gli amici “perduti”, alcuni sono perduti perchè ci hanno lasciato, ma questo gesto involontario non ha chiuso il nostro rapporto, ha soltanto reso impossibile incontrarci e parlarci ancora, ma l’intenzione comunque c’è. A volte per una ragione qualsiasi, una somiglianza o un ciuffo di capelli, li rivedo proprio come erano, giovani e vivaci, ma erano e sono amici. Poi c’è il gruppo dei “perduti” davvero, quelli che erano in un modo e forse era solo una posa, o forse non sapevano davvero cos’era l’amicizia. Quelli, quando ci si incontra, sbagliano tutti i tempi e le modalità, non sanno più comunicare con empatia, ti raccontano dei loro viaggi, dei loro presunti successi e tu li guardi come degli alieni e ti chiedi come hai fatto a pensare che fossero simili a te, che avessere qualche cosa di importante da dirti e loro avessero la capacità di ascoltarti.
Che profonda delusione. Ovviamente più profonda delle nuove amicizie a cui tu sei disposta di dare tutto e che, molto spesso, ti trovi contraccambiata con uno sgarbo, se non con un’acredine degna del peggior nemico.
Forse il mondo non è più abituato ad un’amicizia disinteressata. Forse il sospetto dell’interesse e del tornaconto la fa da padrone e per molti non è possibile pensare che se io do, significhi che necessariamente debba volere qualche cosa in cambio. E questo mi sconvolge, perchè riempie ogni mio gesto di significati che non ha e di volontà che non esistono.
Ma, alla fine come si fa a vivere senza amicizie? Come si fa a fare del sospetto un dettame di vita?
Credo che la colpa maggiore di questo stato di cose siano i rapporti virtuali che ti abituano ad una provvisorietà e poca sincerità nei contatti. La questione è che si vive in un mondo di squali, dove la morte tua è la vita mia e per emergere uno deve affondare gli altri. Triste verità. Io purtroppo essendo di altra generazione penso che il bene degli altri sia anche bene mio ed è su questa lunghezza d’onda che mi muovo. Non penso di privilegiare il mio “lavoro” a scapito di un collega, perchè a lungo andare ne perderemo tutti e due.
Vuoi vedere che il mondo va male proprio perchè non esiste la solidarietà e la lungimiranza che richiederebbero i sani rapporti umani?
Vuoi vedere che pure i contratti di lavoro, la salute e la scuola pubblica, le leggi sociali e il sostegno pubblico e del volontariato sono una schifezza proprio perchè manca il sentimento dell’amicizia e della condivisione?
Sono pessimista? Non saprei che dire, so solo che io gli amici ce li ho, e molti di loro farebbero carte false per me, come io le farei per loro. L’unica cosa che mi dispiace è che tutto questo non sia un sentimento diffuso…
Insomma a chi legge io chiedo: voi che tipo di amici siete? Che tipo di amici avete? E poi: siete interessati a diventare miei amici? Ma amici davvero s’intende… se sì, battete un colpo ;-).

La notte prima degli esami

In Amici, amore, Giovani, musica on 29 giugno 2012 at 15:09

Riascolto per caso la canzone di Venditti e  provo tanta e tanta nostalgia. Certo eravamo giovani, certo ci sembrava tutto possibile e, oltre a quello, pensavamo di poter superare tutto con un semplice balzo in avanti… ma non era così, e l’avremmo saputo dopo. Eravamo un gruppo strano, eterogeneo, tutti fuori tempo massimo, privatisti attempati, con una certa propensione all’ironia dissacrante e allo studio selettivo.
Certo eravamo i soliti tre: io (detta Bestia), Marina e Sandro (Alessandro come preferiva che lo chiamassi io) e poi gli altri. Più comparse che veri attori della nostra breve vita scolastica. Gli ultimi due anni in uno, un po’ come al supermercato, recuperare da privatisti, ecco l’impegno. I professori della scuola privata prevedevano il massimo del punteggio per tutti e tre. Io ci credevo meno, ma a quel tempo, malgrado il cipiglio, non ero per niente sicura di me. Però visto che c’eravamo da assoluti presuntuosi, avevamo scelto, per dare l’esame, le scuole pubbliche del capoluogo, ma non era stata una bella idea, l’unica a farcela e con un punteggio basso ero stata io, la meno sicura… ma questo è un altro discorso. Noi non ci eravamo confinati nei piccoli istituti della provincia più nascosta, dove gli altri sarebbero passati con ottimi voti, sapevamo di poter stare alla pari degli studenti in corso, pur se dovevamo sostenere un preesame con il programma di tutti e due gli ultimi anni, come si richiede ai privatisti.
Avevamo dato tutto, studiato e ampliato il nostro sapere più come studiosi che come studenti. Sfiancandoci in discussioni sulla nostra Weltanshauung e su un’analisi materialistica della storia a cui non potevamo rinunciare.
Marina, da poco, era rientrata in Italia dopo un lungo periodo di vita newyorkese con un marito americano, artista eclettico e piuttosto legato al dio denaro. Questo per dire che lei poco ci seguiva nelle nostre frequentazioni comuniste. Russell, Marcuse, Marx ed Engels li conosceva a livello “Bignami” se mai sono esistiti, ma io e Alessandro ne avevamo fatto una questione di principio. Ed era proprio per questo che la notte prima degli esami, Marina aveva dichiarato decisa: “Basta, io vado a dormire!”
Beata lei, che era in grado di guadagnare un po’ di sonno con l’aiuto del Valium. Noi eravamo rimasti lì, seduti al tavolo di cucina provando una sorta di vacuum mentale ed affettivo. Dio! domani la prima prova: italiano, chissà che titoli e chissà se ci sarebbe venuta in testa qualche idea… ne stavamo davvero dubitando.
Non so bene come fu, ma sarà stata la stanchezza e non ricordo nemmeno chi cominciò, se fossi stata io oppure lui, ma i nostri ragionamenti presero la strada dello “scazzo”. Credo si fosse partiti dal concetto universale di libertà al concreto, personale concetto di famiglia, affetti e amore. Lui già aveva deciso di prendere moglie, il pazzo! una ragazzina di 16 anni e di farci un figlio. Io avevo un amore sfortunato che di futuro non me ne dava e su queste basi era nata la discussione: “Sei troppo giovane e lei è una bambina, non farlo!” “Trovati un uomo che ti ami davvero, è solo per questo che non accetti l’idea delle unioni durature” “Unioni durature? Ma di che parli? Quanto pensi possa durare la tua di unione? Una ragazzina che non sa nulla della vita, un bambino da accudire, non una casa, non un lavoro e tu che ti stanchi di ogni cosa ancor prima di cominciare.” “Può essere, ma almeno io vivo e rischio, e tu…?” E le cose avevano preso una brutta piega, ci si guardava in cagnesco e il nostro senso dello humor era finito sotto i tacchi.
Certo, la tensione per l’esame del giorno dopo, certo la paura del cambiamento e forse anche la paura di perderci, tutto ci faceva pensare che da quella notte in poi il mondo sarebbe cambiato e bene o male noi saremmo diventati entità diverse, non più congiunti da un obiettivo comune, non più amici fino in fondo, non più gli stessi.
Il mio Alessandro, sarebbe diventato il Sandro di un’altra ed io avrei continuato a fare i conti col mio amore sbagliato… niente di grave così deve andare la vita, ci si trova e ci si perde e forse ci si ritrova, basta saperlo accettare.
Ed era caduto tra di noi il silenzio, doloroso e teso, come un male oscuro che non si poteva dire e che ci toglieva la voglia di continuare a discutere per non farci ulteriormente male.
E il male era male, era disagio, incredulità, era la voglia di non vedere e di non capire, era l’inutilità delle parole di fronte ai fatti, alle decisioni conscie ed incoscie, a certezze incerte che avrebbero cambiato la nostra vita.
Lui dopo un tempo troppo lungo da reggere, mi aveva guardato, finalmente, e una strana luce si era accesa nei suoi occhi di quel colore chiaro e speciale. “Ehi, Bestia, siamo proprio due scemi a scannarci così… sembriamo proprio due stupidi innamorati…” e per fortuna accompagnò le parole con un sorriso dolce ed ironico allo stesso tempo. Era un terreno minato, era l’argomento sottaciuto, mai detto e che probabilmente ci spaventava ancor prima di averne coscienza. Attraversare quel territorio in punta di piedi avrebbe permesso la coesistenza di noi e delle nostre storie senza nulla a pretendere e senza nulla dovere. Era il nostro esame più importante, quello dell’amicizia per sempre, quello che trasforma l’affetto in qualche cosa di più, in un ponte verso l’infinito, un processo di crescita che non subisce degrado ed usura, perchè niente chiede e tutto dà e perchè alla fine si può amare liberamente, senza dover chiedere amore in cambio. Insomma un sentimento che se eravamo capaci di viverlo avrebbe travalicato i problemi e i percorsi delle nostre vite. Forse anche amore, almeno un po’, ma senza limiti e condizionamenti. Amore anzi certo, ma quello strano amore di ragazzi nella notte prima degli esami.
Poi venne la vita, lunga ed ingarbugliata, quella che ci portò distanti, ma anche vicini, quella che ci fece ritrovare più di una volta e che mi consentì di riprenderlo per mano e di portarlo ancora nel mio mondo, nei suoi momenti difficili, quella che lo vide ripartire per un altro “amore per sempre” che, alla fine, non lo fu, come troppo spesso l’amore non lo è.
Ci perdevamo e ritrovavamo alla fine dei suoi amori e nelle burrasche dei miei, tra le nostre parole sincere e le cose non dette mai, attenti alle sfumature e pronti a salvataggi improvvisi… ad aperture impensabili. Se il nostro fosse stato amore, quello di tutti i giorni, si sarebbe perduto nei rancori e nelle devastazioni dei sensi di colpa e nelle stanchezze umane, ma a noi era stato dato il modo di non dover spiegare niente, di poter essere incoerenti e umani senza pagarne scotto, di poter promettere un “sì” e mantenere un “no” senza levarci la pelle, consendendoci quella capacità di comprendere che era la forza della nostra diversità.
Ora che te ne sei andato e mi hai lasciato orfana di questo amore, comprendo che il nostro gioco continua… il nascondino delle cose taciute mi consente di pensare che nulla sia cambiato, che ci sarà un tempo per ritrovarci ancora, che da qualche giorno sono iniziati gli anni silenti, già visti, già conosciuti, quelli che passavano tra un contatto e un altro, quelli che erano gli spazi dovuti alle nostre vite. Sarebbe arrivato un’altro giorno che ci avrebbe ritrovati a guardarci negli occhi e a raccontarci tutto quello che avevamo perduto nel frattempo… giusto per aggiornarci del tempo passato e per consentire al tempo di fluire ancora.
E domani ci sarebbe stato un altro esame e ci sarebbe voluto ancora altro tempo per sapere come sarebbe andato, ma in fin dei conti il risultato non contava, quello che conta è che noi c’eravamo e ci saremo e tutto questo lo abbiamo vissuto insieme..

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

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