Mario

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Quel piccolo pasticcio della vita

In Amici, amore, personale, Senza Categoria on 26 settembre 2016 at 19:15

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Stamattina quel tuo messaggio sottovoce: “Ti chiamo solo ora perchè in questi giorni abbiamo combinato un pasticcio… sai uno dei nostri” la voce si apre in un sorriso, può una voce, al telefono, svelare un sorriso? Sì può e stamattina l’ho capito. Un pasticcio? Un sorriso? Voce bassa dall’emozione, dal piacere, un po’ dal timore, un po’ in equilibrio tra pudore e azzardo. Com’è strano che a volte una parola ti fa capire il senso di una telefonata.

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vacanze sull’isola, vista sul mare e a duecento metri di distanza, gli uni dagli altri, ma duecento metri di rovi e terrazze franate, mai l’indomita idea di trovarci o da me o da voi. Ormai le ginocchia e l’età non ci consentono più di queste valorose imprese. E poi voi sempre impegnati in una vita mondana che io non amo, che rifuggo, che non frequento e io eremita che mi nutro di tramonti e silenzi. La nostra montagna ci unisce, ma ci divide più del mare.

Eppure voi c’eravate quando io avevo bisogno di un abbraccio fraterno nel giorno più brutto della mia vita,  voi c’eravate anche nei giorni più importanti quelli che le donne sognano sempre o quasi. Amici nel cuore, amici nella vita. Vicini sempre, pronti all’abbraccio, alle lacrime, ai sorrisi: amici indissolubili, amici solidali. E sono passati trentacinque anni dal giorno che, sempre sull’isola, abbiamo incrociato la nostra vita nel bene e nel male, senza nessuna promessa, ma forti dell’affetto naturale che ci ha unito subito.

E’ chiaro che io al vostro “pasticcio” ci sarò e lapalissiano che dopo quarant’anni anche voi potrete realizzare quel sogno nascostamente accarezzato per lungo tempo, quel rapporto mai apertamente imposto, mai troppo sdolcinato, mai troppo invasivo. Chi vi amava sapeva e non c’era bisogno di parole, di mezze confessioni, di confidenze tra noi. Riguardo le nostre foto di quando eravamo belli e giovani, i nostri viaggi, le nostre serate a chiaccherare nei bar lungo il mare, o al fuoco del camino nella casa sull’Appennino, le gite in barca, i bagni in mare che non finivano mai, il mio pancione e voi due a farmi da scudieri, i primi a sapere tutto, i primi a correre alle mie telefonate. Io fra voi, ma anche no, perchè io c’ero, correvo alle vostre disavventure, nel dolore, nelle gioie, ma mai invadente. Io ci sarò con il cuore traboccante di gioia, nel giorno che potrete dire finalmente ecco “questo è il mio compagno per la vita”. Forse sarete meno belli di allora, forse sarete più feriti e stanchi, ma fra qualche giorno inevitabilmente io ci sarò e piangerò per tenerezza come una ragazzina.

Che bel pasticcio che qualche volta è la vita.

 

 

 

Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

La libertà non è in vendita (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:40

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Lo indica bene la grande chiave all’ingresso del villaggio che simboleggia il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la speranza che un giorno si realizzi.
Siamo al campo profughi di Aida, ci fa da guida Bagut, dei Comitati popolari che ci spiega che sulla chiave sta scritto in arabo e in inglese “non in vendita”, per significare che il diritto al ritorno non è cosa da negoziare o da comprare.
E’ stata piazzata in occasione del 60esimo anniversario della Nakba, 15 Maggio 2008 e Nel 2012, è stata mandata alla Biennale di Berlino.
È da 64 anni che vivono qui come rifugiati : inizialmente erano circa 1120 persone, ora son 4700, in un’area di 0,71 kmq che non ha potuto espandersi.
Per i primi anni si è vissuti nelle tende, ci dice Bagut, poi si sono costruite casette ciascuna di una-due stanze con blocchi di calcestruzzo.
In un campo profughi non puoi pianificare la tua vita. Pensi sempre che potrai tornare alla tua casa, ma ciò non avviene.
L’altra cosa che balza agli occhi entrando nel campo è l’incombere del muro di separazione, o di annessione, come in tanti chiamano muro della vergogna, in tutta la sua pesantezza militare, rasenta il campo e quasi lo invade, in un punto è tutto annerito per i segni di un incendio recente , in altri occupato da vasti grafiti che riportano scene di arresti e guerriglia, con i volti di numerosi prigionieri politici
Il murale è stato fatto quando Abu Mazen andò all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato, per dirgli che non ci possono essere accordi senza che i prigionieri vengano rilasciati. “Soltanto gli uomini liberi possono negoziare”: è una frase di Mandela e, come ci ricorda Luisa, è la stessa che fa parte della campagna per la liberazione di Barghouthi e di tutti i prigionieri politici.
Saliamo sulla terrazza di una casa per vedere meglio la zona. E’ la stessa terrazza dove sono saliti i soldati per controllare la situazione e sparare dall’alto. La nostra guida ci fa notare la scuola sostenuta dall’UNRWA (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), dove le ampie finestre sono state in buona parte murate lasciando solo una fessura in alto, perché gli spari dei soldati mettevano gli studenti a rischio.
Questo è il prezzo pagato, ci dice Bagut , e nel lungo periodo costerà anche problemi con l’equilibrio psichico dei bambini, perché hanno visto le aggressioni dei soldati. Ci racconta che, dopo una di queste giornate tremende, la figlia di un altro rappresentante del campo Munzher, non riusciva più a stare in piedi. Sua moglie che è psicologa è riuscita a curarla, ma altre famiglie non hanno la fortuna di avere genitori psicologi.
Dalla terrazza spiccano i tetti delle case palestinesi, sulle quali cui sono sistemate delle grosse taniche d’acqua, del tutto assenti dai tetti delle case degli insediamenti: questo perché a loro l’acqua non manca mai, mentre le case dei palestinesi hanno un’erogazione razionata, d’estate un giorno ogni 2 settimane, o anche un giorno al mese. La mancanza d’acqua si ripercuote pesantemente sulla vita dei palestinesi – Bagut osserva che questa è stata una delle fregature degli accordi di Oslo, in cui gli israeliani sono stati molto furbi, mentre la delegazione palestinese non aveva il controllo e la precisa conoscenza del territorio.
Da lassù notiamo bene che il muro di separazione esclude una vasta zona, che prima aveva anche molti campi coltivati e diverse proprietà palestinesi: ci sono terreni della municipalità di Ramallah, della chiesa armena, vari proprietari individuali, il comune di un altro paese.
Bagut racconta della famiglia Darwish, rimasta dall’altra parte del muro, area di Gerusalemme, ma a loro frequentare le scuole di Gerusalemme è proibito, perché non hanno ricevuto la carta d’identità di Gerusalemme; quindi per andare alla scuola del campo adesso devono fare un giro lunghissimo passando per un checkpoint.
Un altro esempio del sistema di apartheid che vige in questo paese.
I palestinesi di Aida cercarono di far parlare della loro situazione anche in occasione della visita di papa Benedetto XVI nel 2009, che celebrò una messa nel campo di calcio buttando giù un muretto e sistemando l’altare in modo che le riprese potessero inquadrare il muro sullo sfondo e visibile in tutto il mondo.
Alla fine della nostra visita saliamo al Centro culturale giovanile di Aida dove abbiamo modo di vedere foto e filmati sull’aggressione dell’esercito al campo.
Chiediamo a Bagut di spiegarci che cosa sono i comitati , come vengono eletti e a che cosa servono.
La nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, nasce da una lunga riflessione sulle esperienze del passato per traguardare e organizzare la resistenza non violenta, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno.
Ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare e decidere varie iniziative.
Ci racconta che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero.
Un Coordinamento eletto, composto da 5 persone, di cui alcune donne, che si rinnova ogni 2 anni.
Ci spiega che il metodo non violento, oltre a sottolineare la superiorità morale della loro lotta, è una scelta irreversibile perché consente di mantenere più stretti contatti internazionali, anche se gli stati arabi sono indaffarati nelle loro questioni; i palestinesi sono attualmente divisi, la comunità internazionale non ha mostrato nessuna intenzione di rendere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi.

Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

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No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

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Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

La tenda della libertà

In Amici, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 22 gennaio 2014 at 8:12

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Beh, viaggiare con Luisa non è sempre sofferenza, e non parlo di stanchezza fisica, levatacce e viaggi complicati, parlo del disagio o del dolore che si prova nel vedere ingiustizie, diritti umani cancellati e una terra stuprata.
Ne parlavo con lei, Luisa, mentre si viaggiava con un amico palestinese verso Ramallah. Notavo ancora, una volta di più, che gli insediamenti sono vere e proprie prove di forza. Sono stupri del territorio, dimostrazioni di potenza e possessività, non mancano nemmeno di difese e muri di vera matrice paranoica. Guardavo il tutto e affermavo: “Ma gli israeliani non amano proprio questa terra, lo si vede dalle costruzioni che sembrano fortezze e che paiono ingoiare la terra per poi richiudersi e ritornare mostri...” lei candidamente mi ha risposto: “Chi vuole possedere, non ama…” risposta semplice semplice, ma davvero illuminante, così vera che varrebbe un capitolo intero su questo viaggio e sulle riflessioni nel mio blog.
Comunque la sorpresa, mentre il temporale scoppia riversando sul nostro autobus pioggia a secchiate, Luisa ce la fa subito: “Sapete dove andiamo adesso???” e io che avevo avuto l’ardire di farglielo a mente il giorno prima, ho aperto subito le orecchie e il cuore alla speranza. “Vi porto a trovare Samer Issawi, che è uscito da una settimana dal carcere, dopo la lunga lotta ingaggiata con i suoi carcerieri… ma sapete chi è?”
Avrei voluto gridare certo che lo conoscevo e per me era un mito e che non avrei mai pensato di poterlo incontrare, e che un onore simile mi pareva troppo. Io una viaggiatrice, non per caso, in casa dell’uomo che ha portato quasi alle estreme conseguenze la sua battaglia per l’ingiusta carcerazione. “La tanto attesa scarcerazione, avvenuta poco prima di Natale, di Samer Issawi non è un regalo natalizio delle autorità israeliane ma la realizzazione dell’accordo, raggiunto otto mesi prima, che mise fine ai 266 giorni di sciopero della fame attuato dal detenuto palestinese fino al punto di rischiare la vita”.
La sua storia è presto detta: Militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, arrestato nel 2002 e condannato a 26 anni di prigione per presunte “attività terroristiche”, Samer Issawi era stato rilasciato nel 2011 come parte dello scambio tra mille detenuti politici palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero a Gaza per più di cinque anni.
Samer era stato nuovamente arrestato nel luglio 2012, con l’accusa di aver violato i termini della sua scarcerazione.
Secondo Israele avrebbe lasciato Gerusalemme per incontrare in Cisgiordania militanti della sua organizzazione e creare “cellule terroristiche”. Issawi invece ha sempre sostenuto di aver lasciato Gerusalemme solo per riparare la sua auto in Cisgiordania, dove i costi sono più bassi.” (tratto da NenaNews 24.12.2013)
Ma fosse come fosse per riuscire a trattare con Israele la sua libertà, ha avuto il coraggio di ridurre la sua vita a niente, ma il suo sciopero della fame, che è diventato esempio anche per altri detenuti, ha valicato i confini e il mondo civile ha cominciato a fare pressioni per farlo liberare. Le campagne di supporto con i prigionieri politici in sciopero della fame si sono moltiplicate fino a raggiungere lo scopo: Samer Issawi libero o almeno è stata contrattata una promessa di libertà, tanto da salvarlo proprio sull’orlo del baratro.
L’autobus arranca sotto la pioggia per le stradine di Issaiwi (in Palestina i nomi si ripetono e le famiglie portano il nome del villaggio e il villaggio porta il nome delle famiglie… non si sa mai chi inizia per primo) comunque la cosa sembra strana perfino ai bambini che avendo adocchiato la targa israeliana ci fanno segno del solito tiro di pietre.
Scendiamo sotto una pioggia insistente, entrando in un cortile buio già pieno di gente, tutti sorridenti e ci vengono a stringere la mano, una confusione di mani e di braccia sotto un cielo implacabile, Luisa con un grande vassoio di dolcetti apre la strada e ci fa salire per una scala esterna che porta al tetto della casa, fa buio e sul pianerottolo del primo piano altra gente a stringerci le mani, ma bisogna salire ancora e ancora verso il buio di pioggia interminabile. Ad un certo punto, non so come, mi trovo ad essere la prima, dopo Luisa a raggiunge la tenda innalzata sul tetto, luogo sufficientemente grande per ricevere gli ospiti numerosi, e lì davanti con un sorriso dolcissimo c’era Samer che mi riceve con una stretta di mano e che mi dice “Grazie!” Dice “Grazie!” a me che ho fatto la sola fatica di salire una scala sotto la pioggia e che vego sì dall’Italia, un paese lontano, ho sì appoggiato la sua lotta (ma lui che ne può sapere), ma mai ho patito la fame, mai ho vissuto l’ingiustizia che ha subito lui, mai ho fatto qualcosa di così grande…
Credo di aver detto “Samer….” con voce talmente emozionata da risultare quasi strozzata e credo anche di aver accompagnato tutto con un confuso discorso in inglese che anche se fosse stato meno incoerente, lui non avrebbe potuto capire lo stesso. Credo di aver vissuto una di quelle emozioni che lasciano nel cuore una gioia vera, difficile da spiegare.
Samer è davvero un bel ragazzo, occhi grandi e luminosi, forse un naso un po’ importante, ma poco conta, un sorriso che accende tutte le lampadine dei cuori, almeno i nostri, ma nessun atteggiamento da divo, un ragazzo semplice, modesto, senza velleità di apparire. Sembra felice di essere festeggiato, ma forse vorrebbe anche scappare, e la tenda sul tetto si riempie di gente, i famosi 52 turisti, i famigliari, i vicini di casa, i bambini e le ragazzine che sorridono (senza farti capire il grado di parentela che li unisce a Samer) arrivano altri dolci, il caffè ed il tè, in quantità industriali, per tutti e anche di più. I ragazzi più grandi passano e ripassano e servono ad ognuno il bicchiere e il dolce, e tutti debbono partecipare e nessuno deve rimanere in disparte, tutti siamo sotto la stessa tenda a condividere la stessa gioia. C’è sua sorella che parla bene l’inglese e che ci ringrazia tutti di essere lì e di aver fatto tanto per quel ragazzo, c’è una mamma vestita di nero che lo guarda con occhi timidi, incredula, (dopo saprò che altri figli sono in prigione o altri sono stati uccisi dai soldati) una donna piena di dignità, un padre con una faccia onesta e simpatica che si tiene silenzioso in disparte, e rappresentanze politiche che non so da dove vengono, ma a noi poca differenza fa, noi stiamo partecipando alla “Libertà“.
Ad un certo punto salta la corrente e allora compaiono tanti telefonini, come candeline a fare luce a quel convivio confuso e felice.
Ci sono parole dette, e quelle taciute, ma più di tutto ci sono gli occhi di chi è lì a parlare, le emozioni a rendere tutto così magico. E gli occhi di Samer, ancora increduli, ma ovviamente non domati dalla terribile esperienza.
Una ragazzina palestinese, con il suo cellulare scatta foto a tutti e ci dice, forse le uniche parole che sa in inglese: “I love you” sperando così di farci sorridere e di immortalarci tutti con il nostro miglior vestito di festa: uno “smile” sincero. E foto di gruppo, foto singole, mamma, papà, sorella e Samer e Luisa e tutti assieme e in gruppi separati, e gente che ride e Mike, il nostro Mike, la guida integerrima sulla tenuta dei tempi, sorride felice risparmiandoci il suo solito “Yalla Yalla” per metterci in ordine a ammassarci ancora una volta nell’autobus.
Che momento indimenticabile! Lingue e suoni che si intersecano, parole che sembrano non avere senso, volano libere come tutti i pensieri, tutto frutto della felicità e dell’euforia che ti dà la libertà quando tanto è costata per ottenerla. Un pensiero grigio si insinua. Non voglio chiedermi quanto durerà ancora la libertà di Samer, e se avesse davvero ottenuto l’affrancamento dalle catene per sempre. Sempre è un termine improbabile qui in Palestina, soprattutto se si parla di libertà. La situazione non è poi così certa. Esiste anche l’ironia e la brutalità del carceriere, esiste anche la rabbia del carcerato che forse “dice cose che dovrebbe tacere”. E le parole possono costare care in Palestina, tutti lo sappiamo.
Ma oggi si celebra la libertà e stanotte altri 26 uomini usciranno dalla prigione e la gioia sarà ancora più grande e le bandiere sventoleranno per ore e la gente festeggerà per le strade e noi siamo qui, oggi, e ci dimentichiamo perfino perché siamo qui, perché la gioia è tanta e attraversando questo paese, sappiamo che sono così pochi i momenti come questi, ed è così bello poter dire assieme ai nostri amici palestinesi: finalmente liberi: “Free, free Palestine“.

Grazie Madiba, sono onorata di aver vissuto nel tuo tempo.

In Miti ed eroi, musica on 9 dicembre 2013 at 8:50

Un momento di silenzio, ad occhi chiusi, per sentire il sole e il profumo della libertà. Grazie Madiba.

Io c’ero, ma non è servito a niente…

In Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Senza Popolo, Stragi di Stato on 12 ottobre 2013 at 19:44

disarmo

Posso in qualche modo considerarmi fortunata. Ho avuto una vita di “io c’ero” che sono stati tanti, anche, se non altro per il fatto di essere nata la metà del secolo scorso.
La cosa certa è che per ognuno di quei “io c’ero” avrei una miriade di riflessioni da fare. Perché chiaramente ci sono dei momenti in cui, a posteriori si può dire che ad esserci si sono raccolti bei ricordi, indimenticabili, ed altri in cui, anche se incolpevolmente, si sono raccolti sensi di colpa e responsabilità che non si potevano prevedere.
Non tutti i fatti che mi hanno vista testimone sono belli da ricordare. Mi chiedo se ricordo ancora le emozioni che mi avevano preso il 10 ottobre di 50 anni fa…
A quel tempo, poi eravamo in pochi ad avere il telefono e la televisione, ma le notizie volavano lo stesso di bocca in bocca con la velocità del fulmine e quella mattina io ero andata a scuola che la notizia già la sapevo. Mio padre ascoltava la radio presto mentre si radeva.
Io ero a scuola, seconda media, una ragazzina magra e lunga con un grembiale nero più da commessa che da scolara. C’era qualcosa nell’aria come di attonito, un fermento confuso, un’agitazione che faceva muovere senza direzione. L’insegnante di lettere, sempre un po’ arcigna, era stata interrotta da una collega e ci aveva guardato con uno sguardo fisso che non ci vedeva.
Credo avesse usato la parola “incidente terribile” e ci aveva spiegato che dalla diga del Vajont era uscita un’onda insensata, che aveva distrutto tutto Longarone e i paesi della valle.
Sapevo troppe cose, sia che la tragedia era successa sia dove si trovasse Longarone, visto che ci ero passata qualche volta quando andavo in montagna nel Cadore.
Ma la diga non la conoscevo e non avevo mai avuto idea che fosse stata costruita in quella ferita grigia sulla montagna.
La morte era scesa dal cielo e le immagini che avevo in mente erano in bianco e grigio come nella televisione, ma erano anche figlie del fango di quella immane catastrofe.
Mi ricordavo quel paese che vedevo dal treno, che si sviluppava sotto la strada e che andava ad occupare tutta la valle spingendo sul pendio opposto la stazione ferroviaria e poche case. Quello spazio arrampicato che le aveva salvate dalla distruzione.
Ricordo ancora che ci tornai da grande, assieme ad un amico, anche lui curioso di ripercorrere quella strada che si inerpicava verso la diga e passando sotto Erto e Casso, scollinava verso l’altro versante.
Quel paese lunare non lo scorderò mai. Una degna cornice per delle morti tanto ingiuste.
E gli anni son passati e altre morti hanno fatto accumulare stupore e dolore, uno sull’altro, stipati dentro un contenitore senza fondo.
E piazza della Loggia a Brescia, e la strage alla stazione di Bologna, i morti di Ustica e quelle di Bhopal e ancora le torri gemelle (che avevo visitato solo pochi mesi prima assieme a mio figlio). E le guerre feroci che non sono state solo eco lontana, ma di cui abbiamo sentito anche il pessimo odore perché troppo vicine.
Passano gli anni e gli “io c’ero” belli sono stati soffocati da quelli odiosi e tristi. Ho incontrato persone fantastiche, ho visto e partecipato a manifestazioni oceaniche, spettacoli irripetibili, condiviso momenti storici che fanno parte del progresso del nostro paese, ma ho vissuto anche momenti tragici come per esempio i fascisti tornati al potere, un vecchio satiro a gestire l’Italia per più di 20 anni e un popolino ignorante fondare un partito con un certo seguito che riporta la gente ad essere orgogliosa di sparare le più becere cazzate.
Ho visto morire povera gente dentro ad un mare in cui da anni mi bagno quando sono in vacanza e ho provato vergogna per questo. Ho visto gente girare la faccia dall’altra parte, come se il colore della pelle e la povertà fossero una malattia contagiosa e pertanto da disprezzare ed odiare.
E tutti dimenticano il tempo che eravamo noi i fuggiaschi, i poveri, i puzzolenti, i rifiutati.
Ed “io c’ero”, ma non è servito a niente. Abbiamo tentato di cambiare l’Italia e avevamo pensato di essere riusciti a superare il punto di non ritorno, ed invece l’Italia è tornata indietro sempre di più, tanto da aver superato anche il passato.
E allora di chi è la colpa? Forse solo di chi sapeva e pensava di aver raggiunto la sua mèta? Di non doversi più consumare e dedicare alla continua conservazione della democrazia e della libertà? Forse di quelli che soli si erano sentiti responsabili e che poi hanno abbandonato la lotta?
Vero è che la responsabilità non ti abbandona mai e ti rende sempre e comunque consapevole e corresponsabile di ciò che accade.
Ho come la sensazione che l’Italia sia stata costruita da pochi, ma per essere distrutta ci sia voluto un tempo breve e la collaborazione di un popolo intero.

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

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