Mario

75) La compagnia dei Celestini

In Un libro al giorno on 22 agosto 2010 at 8:00

PROLOGO
“È stato calcolato che il peso delle formiche esistenti sulla terra è pari a venti milioni di volte quello di tutti i vertebrati.” Così lo scultore ottocentesco Amos Pelicorti detto Mirmidone rispondeva a coloro che gli chiedevano perché componesse le sue opere in mollica di pane. Da quando aveva letto la notizia su un giornale era rimasto a tal punto folgorato da lasciare le predilette sculture di marmo per il candore alternativo della farina. I suoi capolavori venivano sfornati caldi e dati in pasto alle formiche.

PARTE PRIMA
Nell’anno 1990 e rotti, nel fiorente stato di Gladonia, nella ricca città di Banessa, nell’elegante quartiere dei Palazzi Vecchi nel misero refettorio dei Padri Zopiloti, erano le sedici e trenta, ora di cena.
La grande statua del Cristo col Colbacco sormontava la fila di orfanelli affamati davanti al cisternone di zuppa fumante.
Il volto livido del Signore sembrava annusare con una certa ripulsa il particolare odore che fraudolenza gastronomica di Don Biffero e alcuni Vegetali Ignoti riuscivano a comporre oggi più nauseabonda che ieri. Era un aroma che gli orfanelli, dopo mesi di tentativi e approssimazioni, avevano così felicemente definito: cimitero di cavoli, peti di zoo, fiato di cagnone.

Soluzione
Titolo: LA COMPAGNIA DEI CELESTINI
Autore: STEFANO BENNI

tema: Fine del XX secolo: la misteriosa profezia di Santa Celestina, una bambina di dieci anni beatificata in seguito ad un’ascensione fulminea e con il botto, incombe sulla corrotta e decadente nazione di Gladonia, nella città di Banessa.
In un piccolo e sudicio orfanotrofio di città (dedicato a Santa Celestina) tre ragazzi, Memorino Messolì, Luciano Diotallevi detto Lucifero, Bruno Viendalmare detto Alì, hanno fondato la banda di orfani più ribelle e scaltra dell’orfanotrofio, la Compagnia dei Celestini (inizialmente formata da 7 membri, poi ridottasi a 3 a causa del depennamento degli altri 4 per “decaduta orfanità” o “deceduto orfano”).
La vita nell’orfanotrofio è aspra e dura, ed i ragazzi hanno come unici svaghi la pallastrada e la speranza di trovare due genitori pronti ad accogliere tra le loro braccia poveri orfanelli.
L’aguzzino di turno è Don Biffero, strambo prete appartenente all’ancor più strampalato ordine degli Zopiloti, consacrati alla figura di San Zopilo e devoti appunto a Santa Celestina.
La vita degli orfani scorre noiosa e deprimente finché una sera alla Compagnia dei Celestini non giunge un’inattesa lettera dal Grande Bastardo in persona: i giocatori di pallastrada dell’orfanotrofio gladoniano sono convocati come rappresentanti della suddetta nazione a prender parte ai segretissimi campionati di pallastrada da giocarsi in luogo sconosciuto in data da destinarsi.
Comincia così il rocambolesco viaggio dei tre orfanelli: prima attraverso le segrete stanze di palazzo Bumerlo, la sede dell’orfanotrofio poi attraverso i meandri della città di Banessa e verso le più rinomate mete turistiche di Gladonia, sulle tracce dei leggendari gemelli Finezza ed alla volta del luogo segreto in cui si disputeranno i mondiali del gioco prediletto dagli orfanelli. Durante il loro viaggio verranno narrati gli incontri di personaggi straordinari, interrotti di volta in volta da brani dal Libro del Grande Bastardo.
Nel frattempo, sulle tracce degli orfani si mettono Don Biffero e Don Bracco, espertissimo cacciatore di orfani dell’ordine dei Sanmenoniti, i “mastini” di Dio. A completare gli inseguitori vi sono anche il leggendario cacciatore di scoop Fimicoli e il fotografo Rosalino, inviati dall’egoarca Mussolardi in persona che non vede l’ora di dare in pasto all’audience televisiva gladoniana le dirette dei campionati mondiali di pallastrada.
Intanto, nella segretezza più assoluta, da ogni parte del mondo cominciano a giungere strane bande di orfani, diretti verso un’unica meta: la massima competizione mondiale della pallastrada, appunto.
Ma quando i protagonisti arrivano sul luogo dell’evento, l’uomo più ricco di Gladonia, Mussolardi, e un generale passato alla mafia di nome Buonommo attaccano l’area di gioco per cercare di guadagnare soldi in interviste, gadget, squadre, ecc.
Durante l’attacco alcuni bambini vengono uccisi dalle truppe di Buonommo e quindi si decide di sterminare tutti quanti.
La finale tra i Celestini e i Diavoli si svolge in un antico palazzo che viene attaccato dalle truppe ma inspiegabilmente il palazzo sembra difendersi da solo. Alla fine, quando quasi tutta la zona è stata ripulita da qualunque anima con gas nervini e bombe incendiarie, un fantasma appare e Don Biffero capisce che è arrivata la fine. Infatti il fantasma spiega che è grazie a loro che Gladonia brucerà per sempre,avendo ucciso tutte le anime del campionato.
Il libro finisce con la totale distruzione dello stato di Gladonia da parte delle fiamme e l’entrata in paradiso di tutte le anime. In poche parole, muoiono tutti, anche Memorino, che mentre muore scopre chi è sua madre.
La trama principale è inframezzata da un’altra storia, a cui si ricongiunge nel finale. Si sviluppa tra un paragrafo e l’altro e parte con testi ripresi dal misterioso “Libro del Grande Bastardo”. Due soli sono i punti di contatto con la trama principale. Il primo è il personaggio Occhio-di-gatto, che nella trama principale compare unicamente all’inizio, quando vengono riepilogati gli iscritti alla Compagnia dei Celestini – “Occhio-di-gatto – tessera 2, cancellato in quanto fuggito, acciuffato e rinchiuso in riformatorio. Si ignora dove si trovi attualmente”. Il secondo punto di contatto è il gruppo musicale dei Mamma Mettimi Giù (MMG), band composta da bambini tra i 6 e i 12 anni, probabilmente estinto in quanto ad ogni uscita di un nuovo disco, a Capodanno, un componente si suicidava (ed erano usciti 6 dischi). Gli MMG sono citati in ambedue le storie, e Memorino prima di morire nomina, tra molte altre cose, la leggendaria cantante Million Kiss. La storia di Occhio-di-gatto è da ritenersi essenziale per comprendere in pieno i significati del romanzo, tanto che è qui che si incontrano le parole “Nel cibo diviso si siede l’angelo”, citazione posta in epigrafe. L’ultima locazione fisica che conosciamo di Occhio-di-gatto è il riformatorio, quelle successive parlano di luoghi distrutti, sepolti dalla neve. Luoghi indefiniti sotto un profilo spaziale e temporale, che sembrano invece appartenere ad un paesaggio “psicologico”, dove il freddo rappresenta l’insensibilità e il calore la fratellanza. Vi sono perlomeno tre passi che sembrano dimostrare come l’intera storia de “La compagnia dei Celestini” non sia altro che il frutto dell’immaginazione del bambino Occhio-di-Gatto. Il primo è al termine della parte seconda, nel brano “Dal Libro del Grande Bastardo, Capitolo 16” dove vengono esposte le modalità in cui il Grande Bastardo può apparire: “…altre volte come il dio ridente Anuman, o come verbljud, occhio-di-gatto, domovoj.” Occhio-di-Gatto è quindi uno degli avatar del Grande Bastardo, entità immanente che da vita e morte in tutto il romanzo (“Poiché il Grande Bastardo ricorda sempre: la vostra fine è la mia”) Il secondo è al termine della parte settima, quando dice: “I bambini dormivano, meno Occhio-di-Gatto, un bambino con un occhio nero ed un occhio azzurro, che dormiva di giorno”. Sembra esattamente la situazione di un bambino chiuso in un riformatorio, che di giorno vive passivamente, e di notte nei sogni si “risveglia” trasferendosi in mondi immaginari, in cui anche lui è libero. Il terzo lo si trova nell’ultima pagina, dove il “drago” con cui sono fuggite le anime (i bambini) della pallastrada, arriva nel mondo di Occhio-di-Gatto: “Occhio-di-gatto” si svegliò di colpo nella notte e non ricordò in quale letto, in quale casa, in quale parte del mondo. Per un attimo pensò di trovarsi nella camerata dell’orfanotrofio, ma non sentì vicino il respiro dei compagni. Allora pensò di essere nella stretta cella del riformatorio: ma agitò le mani nel buio e non c’erano muri intorno”. L’orfanotrofio e il riformatorio sono i due soli luoghi reali a cui pensa, prima di rendersi conto di essere invece nella “casa grande” dove sta per giungere il drago con le anime. Si può quindi ragionevolmente ipotizzare come “La compagnia dei Celestini” rappresenti la vita immaginaria che scorre nei pensieri del bambino Occhio-di-gatto, creata per fuggire, per essere libero, in un mondo in cui questo non è consentito. Un finale che lo rende vicinissimo ad un altro grande romanzo italiano, Castelli di rabbia di Alessandro Baricco, uscito quasi contestualmente (1991).

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  1. Il prologo è inconfondibile.
    E “La compagnia dei celestini” è da leggere e basta.
    Senza discutere. 😉

    • E’ un libro che adoro, ma cosa non adoro di Stefano Benni? No magari qualche libro lo considero non del tutto felice… ma la Compagnia dei Celestini e Comici spaventati guerrieri li amo senza riserve. E poi chi è che non sa giocare alla pallastrada? 😉

  2. sono d’accordissimo con voi. mitico;)

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