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La morte e l’aranciata (di VC)

In Anomalie, palestina on 20 ottobre 2017 at 8:28

E’ stato quando, parlando di Hebron con un’amica davanti a un campo di basket, spettatrici distratte di un torneo in un pomeriggio domenicale, le ho detto “Questo è forse l’episodio del viaggio che più mi ha segnata e che più mi preme raccontare”, che mi sono resa conto di quanto poco, e a pochi, io stia effettivamente raccontando la mia ultima esperienza in Palestina. Compreso quell’episodio. Questa consapevolezza mi ha colpita come uno schiaffo di vento sulla faccia, in quella giornata di sole tenue e foglie immobili.

Ad Al Khalil la quotidianità non esiste.

Questa sera siamo sorprendentemente lanciati su una prospettiva di spenseriatezza e divertimento. Shuhada Street si è riaffacciata sulla mia vita, il suo tunnel verde si è riaperto nel mio cuore dopo tre anni di ricordo sofferto, di rabbiosa e paziente attesa. Le vie della città vecchia sono tornate dentro ai miei occhi, con le loro pietre color ocra e le reti che tassellano il cielo in gabbie quadrate sporche di piscio, di immondizia, di uova marce. Sono di nuovo ad Al Khalil, l’anima in gabbia, la residenza del dolore in Cisgiordania. Ma questa sera, i miei cari amici di qui – visti solo una volta di passaggio, sentiti saltuariamente, e nonostante ciò ora disposti a trovarci una sistemazione, offrirci un pranzo, la loro compagnia – ci portano fuori, a cenare e poi a fumare shisha. A ridere, a goderci la città, H1, quella dei Palestinesi. Faccio una doccia mezza fredda, mezza gettandomi acqua riscaldata sul fornello da un catino, sperando che il bagno non serva a nessuno dei volontari e pensando che dovrò lavarmi di dosso questa vischiosa sensazione di agitazione e insofferenza e scacciare tutte le immagini tristi dalla testa, per questa notte. Non ho alternative, perché i miei bagagli sono ancora sotto il sequestro del Ben Gurion, ma lo indosso ugualmente con una punta di vanità, come il vestito buono della festa: l’abito tradizionale palestinese, nero, coi suoi ricami rossi – in verità, non proprio il “tradizionale”, ma una sorta di imitazione, di cotone di pessima qualità prodotto chissà dove, ma il più conveniente, comprato a Gerusalemme come unica possibilità di ricambio che non mi intrappoli le gambe in qualcosa di caldissimo – mi scivola sul corpo. Il rosso mi dona, mi dico, guardandomi nello specchietto del bagno. “Il rosso dà beltà anche a chi non ne ha”, osserva civettuola la voce di mia madre nella mia testa. D’accordo, hai ragione tu. Mi trucco, mi tiro su i capelli, lasciando qualche ciocca fuori. Stasera è una serata di festa, stasera ci si deve sentire freschi e belli.
Izzat arriva nella casa dello Yas, ci dice che Jawad viene a prenderci di sotto in macchina. La sede in cui ci troviamo si trova a Tel Rumeida, su una collinetta dalla quale si vede tutta Al Khalil – il suo corpo flagellato, illuminata distesa orizzontale, le sue colonie che lo trapassano, le luci verdi delle moschee che potrebbero muoversi su di lei come fuochi fatui. Scendiamo al buio sulle stradine ripide di terra rossa e pietre nascoste tra gli ulivi. Mi aggrappo a Matteo: mi chiedo come potrei muovermi se non ci fosse la sua mano a sostenermi lungo questo percorso in questi giorni. “Hai dato la buonanotte a tua madre?”, mi chiede. “Sì”, rispondo, e ridacchiamo: spieghiamo a Izzat la piccola bugia per non rendere fatale la sua preoccupazione per questo viaggio, “Lei non sa che dormiamo qui, o potrebbe morire di ansia: pensa che alloggeremo a Betlemme”.
Jawad ci aspetta ai piedi dell’altura. Saliamo in macchina, ha la radio accesa e sorride. Siamo elettrizzati, quando mette in moto, all’idea di un’uscita “normale” nella notte di Al Khalil. Percorriamo le strade di H1, guardiamo dal finestrino i suoi palazzi monotoni, le insegne al neon, le luci dei locali: il pensiero del buio di H2 e delle sue trappole per topi anche in questo chiasso artificiale è una botola oscura mezza aperta dentro al petto. Ma c’è la musica, e ci sono loro che sorridono. C’è lo shisha che ci aspetta, e lo stomaco che inizia a reclamare cibo.
Poi il cellulare di Jawad suona. La radio continua a suonare qualcosa per un po’, poi la mano di Izzat si allunga sulla manovella del volume, e la voce gracchiante lì dentro si attenua fino a spegnersi come il sorriso di Jawad. I nostri sguardi interrogativi in realtà non oserebbero chiedere niente, il tono della voce di Jawad ci basterebbe, ci basterebbe per ora tacere guardando dallo specchietto retrovisore il suo volto che si è fatto di pietra. Ma Izzat si gira verso di noi e ci traduce l’arabo della telefonata. “Dicono che suo fratello è stato arrestato… E’ la moglie del fratello al telefono…. Hanno appena arrestato il fratello, sotto casa. Yes. Era col figlio, ha tre anni il figlio. Dice che ha fatto un video, ha ripreso l’arresto, sì. Forse lo rilasciano se porta il video.”.
Ci congeliamo, anche i nostri corpi ora si pietrificano. Sento la gamba di Matteo contro la mia diventare di colpo pesante. L’allegria ci scivola dalla pelle e dai vestiti come una polverina d’oro di marca scadente, troppo superficiale per trattenersi su di noi per più di venti minuti. La leggerezza evapora, era così inconsistente da dileguarsi ora insinuandosi attraverso le feritoie degli sportelli chiusi. Mi sento ridicola, intrappolata, dentro al mio vestito della festa. E’ totalmente inopportuno, i suoi ricami rossi e le sue maniche larghe sono offensivi. Mi sembra di essermi vestita in maschera per un appuntamento di lavoro.
Jawad riaggancia. Izzat ci scambia qualche battuta, si guardano seri. Poi si volta verso di noi, e ci racconta cosa è successo. Io che accolgo tutto in questi giorni con una gratitudine stupefatta, mi chiedo perché mai si prenda la briga di tradurci tutto subito piuttosto che preoccuparsi insieme all’amico. “You see”, alza le spalle, “questa è la vita ad Hebron. Non possiamo uscire una sera che succede questo. E’ la nostra vita.”.
Il fratello di Jawad tornava quella sera dai campi, insieme al figlioletto, il piccolo Mohammed, di tre o quattro anni. Proprio sotto alla loro casa c’è un checkpoint, uno dei venti permanenti che costellano le strade e l’esistenza dei Palestinesi qui. Spingeva un carretto di frutta e verdura, pesante. I checkpoint hanno dei tornelli metallici attraverso i quali si passa uno alla volta, i Palestinesi dopo essersi svuotati le tasche, sfilati la cintura, e recitato un codice identificativo – ogni Palestinese di Hebron è diventato una serie di numeri: è un po’ come un tatuaggio, un pezzo di stoffa cucito addosso. Accanto ai checkpoints c’è una via di accesso agevolata per i coloni, invece, che possono attraversarli senza cifre, documenti, e con i loro bei mitra attaccati alla schiena. Nel checkpoint sotto alla casa del fratello di Jawad, Nour, c’è una barra di plastica sulla via privilegiata dei coloni. Si solleva solo per gli ebrei. Ma il piccolo Mohammed di apartheid è ancora inesperto, e allora per agevolare il papà che col carretto attraverso le sbarre metalliche non sarebbe riuscito a passare, ha fatto per toccare la plastica. La punta del mitra di un soldato israeliano gli si è subito appiccicato alla tempia.
Le urla e le lacrime dei genitori sono incontrollabili e fisiologiche come la fame, il sonno, la pipì dei loro bambini. Nour ha urlato di paura. La canna dell’arma sulla testa del figlio ha fatto esplodere nella sua gola la miccia della consapevolezza che ai Palestinesi tutto può succedere, anche essere ammazzati a tre anni per un mucchio di frutta. Quella miccia soffocata ogni giorno da segatura umida di pazienza, resistenza, autocontrollo, si è infiammata: un urlo.
Ma un urlo è un delitto, così come la paura: Nour si è ritrovato coi calzoni abbassati al posto di blocco, e poi caricato su una camionetta militare verso il carcere. Dalla sua finestra, la moglie riprendeva tutto tremante con la videocamera del suo cellulare.
La strada ci scorre accanto, improvvisamente meno luminosa e accogliente. Ho un martello nel cuore che lavora e non sa a che ritmo andare, ma io so che non vorrei essere in altro posto che qui. In nessun altro posto al mondo se non qui, all’interno di questa microstoria nella storia. “La racconterò”, mi dico. “E’ questa la vita che vuoi fare”, mi sussurra una voce, convinta.
Andiamo a cena – ma come andiamo a cena, c’è un arresto, è suo fratello: sì, ma dovremo pur cenare, you see, è la nostra vita, questo è vivere sotto occupazione.
Entriamo in un locale di una catena molto occidentale, molto capitalistica, molto fuori luogo in questo posto, in questo momento, e non solo. Ci si mangia pollo fritto, e patatine, fritte e rifritte. Il mio blocco di pietra nello stomaco mi chiede come potrò mai mangiare ora. “Dobbiamo mangiare”, ci fa Izzat, e il suo tono è irremovibile, come quello che ci si sente mormorare all’orecchio quando in una casa palestinese ti viene offerto il decimo caffè, l’ottavo tè, l’ennesimo frutto o dolce della giornata: “Lo devi accettare”. Dobbiamo cenare. Se non altro, per educazione nei confronti di Jawad, che non ha voluto annullare la serata insieme a noi, e si siede al nostro tavolo con l’orecchio incollato al cellulare.
Tra una telefonata e un’altra, Jawad produce in me quello stupore che renderà questo locale dozzinale, coi suoi avventori arabi che imitano gli americani dei Mc, e il ronzio della luce del bagno a pochi passi da noi che a stare attenti sovrasta la musica, un ricordo bellissimo. Non tocca cibo, lui. Ma scherza. Parla un sacco. Ci racconta barzellette. E io mi incanto ad osservarlo, mentre mi inzuppo le dita unte in una salsina anche lei con ambizioni occidentali: lo ammiro, mentre ci racconta quella di un cittadino di Nablus, uno di Ramallah e uno di Hebron, e ci propina i luoghi comuni sui Nablusi che sono gli stessi dei nostri sui baresi, e sfotte gli Hebronite e la loro inflessione, la lentezza della loro pronuncia, il loro modo comico di allungare pigramente tutte le parole. E’ anche questa, la resistenza? Questo ridere di nulla con degli sconosciuti quando ti hanno arrestato il fratello, ignorando o fingendo di ignorare il mostro di rabbia che ti sta divorando le viscere? Tiro lunghi, lunghissimi sospiri davanti allo specchio del bagno. Guardo come il fermaglio mi tiene ancora in alto i capelli in un’acconciatura che non poteva scegliere serata peggiore per riuscire così bene. Mi sento sempre ridicola, ma un po’ meno, perché gli altri non sembrano farci caso. Eravamo ad una festa e siamo stati interrotti. Israele ci ha interrotti. Non è ridicola la geometria palestinese sul colletto del mio vestito, non lei.
“Non andiamo a fumare shisha”, ci fa Izzat, gentilmente sottolineando una cosa ovvia. Ma quando siamo in macchina aggiunge: “Andiamo a casa di Nour per vedere il video fatto da sua moglie, per capire se è utilizzabile, volete venire con noi?”.
Chiaro che sì. Non altrove.
Parcheggiamo a pochi passi dal checkpoint. La mia borsa sul loro tavolo, la cintura di Matteo, i nostri passaporti tra le loro mani, “Di dove siete?”, osano accennare un sorriso e noi lì ad addomesticare l’odio nelle nostre pance, a dargli carezzine sulla testa e mormorargli “Non adesso”. Poi le cinture di Izzat e Jawad, le loro monetine, i loro codici imparati a memoria. L’odio ha un colore, ed è verde militare.
Davanti alla porta della casa di Nour ci sono due bambine. Ci salutano, poi ci guidano lungo le scale. Una di loro, la più grande, le percorre all’indietro, davanti a me, per guardarmi e sorridere, e fissare la mia pelle troppo bianca, i miei occhi stranieri, i miei capelli stranieri, il mio vestito di imitazione.
Ci portano in un salottino, subito a destra dopo l’ingresso, e ci invitano a sederci. Siamo nella casa dell’arrestato, del pericoloso sovversivo. Il suo grido è stato una violenta aggressione al soldato, al garante della sicurezza. Jawad va in un’altra stanza a parlare con la cognata, Izzat si siede accanto a noi e come noi inizia a scherzare e giocare coi figli di Nour. Le tende pesanti che corrono lungo le due pareti ci separano dalla insostenibile notte piombata su Al Khalil, nera o verde militare.
La bambina ci osserva, poi si scioglie, inizia a parlare in arabo, a fare le moine. La sorellina più piccola si aggira per il salone spingendo una macchinina e ogni tanto ripete “Babà? Babà?”. La grande, nove anni, spiega che lei non sa che il suo babà è stato arrestato, per questo lo cerca. Scompare, e poi rispunta fuori per servirci dell’acqua fresca. In caso gli ospiti abbiano sete, avrà pensato la madre che le ha dato l’ordine. Le nostre gole secche tra i pensieri di una donna col marito dietro alle sbarre per nulla. Bevi, bevi tutto. Hai sete ed è anche la regola dell’accoglienza che lo impone. Ci sarà di fatto un vero e proprio decalogo che a te è in buona parte sconosciuto, in realtà: lo realizzi quando la bambina allunga il braccio per aprire il congelatore, tira fuori una bottiglia colorata, e versa nei bicchieri di tutti aranciata fredda.
Quell’aranciata. Non so ancora se sia stata la più dolce o la più amara della mia vita. La mando giù senza capire, senza spiegarmi perché nella casa di un arrestato io debba bere aranciata fredda e sedere come un’ospite serena. Come si possa avere la forza di versare dell’aranciata a uno sconosciuto quando hai la morte nel cuore. Qui, succede anche questo. C’è la morte e l’aranciata, insieme. Mescolate nel petto di questo popolo che, mentre uno stivale chiodato gli schiaccia la nuca, ti offre da bere una bevanda zuccherata.
Le barzellette e l’aranciata di quella sera. Come potrò raccontare a chi non c’era che la resistenza qui è anche questo? Che non si tratta di un gioco di potere, di una guerriglia, che non è il gingillo con cui gli “attivisti” a cui piacciono gli –ismi e gli intellettuali radical chic si solleticano, ma è diventata un apparato, una componente fisiologica di queste persone, l’essenza intima, la risposta subdermica sulla quale declinano la loro intera esistenza?
Poi si affaccia sull’uscio il musetto di un bimbo. Ha gli occhietti vispi e curiosi, un mezzo sorriso accennato e un po’ stirato dal sonno. “E’ lui Mohammed!”, esclama Izzat. Il terrorista. Il sedizioso ribelle che un’ora e mezza fa aveva un’arma puntata alla tempia. La sua tempia adesso è libera, piccola piccola, sotto ai capelli neri col taglio corto. Ci guarda con sospetto e si ferma di fronte a noi, mantenendo la dovuta distanza. In piedi così è forse meno alto del mitra con cui è stato minacciato. Lo saprà, che suo babà l’hanno portato in carcere. “You see, it’s our life”, dirà tra qualche anno anche lui. Ma per ora con noi non parla. E allora, per avvicinarlo, mi viene in mente di fare un tentativo, di chiamarlo con quel nomignolo che mi è stato detto appartenere solo ai bimbi che portano il suo nome. Non ne sono più tanto sicura, e soprattutto non so se voglio pronunciarlo qui, adesso. Magari non lo capirà, magari quel soprannome non esiste davvero, e mi guarderà perplesso più di ora mentre io arrossirò. Tiene le sferette nere degli occhi puntate nei miei, ha capito che voglio parlare. Snocciolo quel nome dai miei anfratti più nascosti, lo tiro fuori dal passato come una corda di piccoli secchi dall’abisso di un pozzo, e la dolcezza delle lettere mi sale lungo la gola, densa, confortevole, con il sapore dei fichi maturi, e le due consonanti vicine mi sigillano teneramente per un istante le labbra come la colla che stilla dalla buccia di quei frutti preziosi. “Hammoudi”, lo chiamo. “Mio piccolo Mohammed”. Il suo sguardo si illumina, il suo sorrisino si apre in una graziosa finestra, gli sboccia sul volto con la tenerezza di un giglio. Io mi godo quel bagliore – mentre lui finalmente si avvicina e decide di stare con noi – e la delicatezza che mi si adagia dentro lentamente alla scoperta di come una conoscenza così lontana, nel tempo e da me, depositata sotto cumuli di rancore, possa all’improvviso trovare il suo senso di esistere in un salotto ad Al Khalil, ed essere ravvivata inaspettatamente con amore per far sorridere un bambino. Tutto ha un motivo, è solo il tempo a separare le cause dai loro magici effetti, provo a formularmi nella testa un pensiero simile, che ancora oggi non riesco a replicare per la sua chiarezza di quella sera, mentre Izzat mi fa sorpreso: “Yes, yes, Hammoudi! It means my little Mohammed!”.
Hammoud – la i finale sta per mio, e per addolcire le parole quando stanno per finire – finisce presto per appiccicarsi a Matteo. Lo osserva con ammirazione per la sua altezza, in tutti i movimenti che fa noto che cerca con gli occhi la sua approvazione, anche quando spunta fuori da una dispensa in cui si era nascosto o si rifugia dietro a una tenda, in piedi sul divano.
Io intanto gioco con sua sorella, che mi mostra i suoi nuovi occhiali, poi me li infila sul naso, e io, ormai spavalda nel mio arabo di dieci parole, le domando “Helwa?”. Anche questo è giusto, “Helwa! Helwa!”, mi ripete lei.
Stiamo giocando al gioco di fingere che l’arresto non esista e che babà stia per tornare. Ma il video che Jawad ci mostra dal cellulare di sua cognata non sarà sufficiente come prova: se ti affacci alla finestra quando tuo marito torna a casa, non ti aspetti che gli punteranno delle armi addosso, lo bloccheranno, gli faranno abbassare i pantaloni e poi lo arresteranno. Tra la minaccia a tuo figlio, l’urlo e l’alt dei soldati, hai bisogno di afferrare il telefono e attivare la videocamera. Almeno qualche secondo, si suppone. Sicuramente non puoi documentare il gesto innocuo del tuo bambino di tre anni. Il video della moglie di Nour inizia quando Nour è già in stato di fermo con le braghe tirate giù. “Forse non sarà sufficiente”, commenta Jawad. E lo pensiamo anche noi, ma non osiamo dirlo. Qui la giustizia te la fai riprendendo tu stesso con i tuoi mezzi quello che subisci, altrimenti sei sbattuto in carcere arbitrariamente e nessuno testimonierà in tuo favore. Le prove esistono solo se a vantaggio dei coloni.
Nour infatti resterà in carcere per cinque giorni. Per non aver commesso nulla, assolutamente nulla. Ma cinque notti in una cella, cinque insignificanti notti in prigione, all’interno di una vita reputata insignificante, in un rosario di ingiustizie legate le une alle altre sul filo logoro della sopportazione, cosa potranno mai significare? Un grido sordo in mezzo al vuoto. Un colpo di tosse secca nella calura estiva.
Usciamo di nuovo accompagnati dai bambini. Mohammed resta fino alla fine avvinghiato alla mano di Matteo, lo guarda adorante e non vuole staccarsi da lui. Lasciamo Jawad biascicando dei mesti “Salam”, dire buonanotte al suo volto stanco, distrutto, sarebbe un ricamo fuori luogo in questa notte d’acciaio.
Risaliamo la stradina che ci porta a casa, muti. Il suono dei nostri passi sull’asfalto lo ricordo ancora, come la forma delle nostre ombre lunghe e deboli abbattute dalla furia dei lampioni. La torcia per orientarci in mezzo agli ulivi tra le tenebre, di nuovo la mano essenziale di Matteo che mi tiene su. Quando Izzat ci dà la buonanotte, scrollando ripetutamente le spalle, gli vado incontro e lo abbraccio forte. Assolutamente non convenzionale e forse irrispettosa dei suoi costumi. Ma lui ricambia l’abbraccio, sa che non potremmo parlarci altrimenti questa notte.
A luci spente sulla branda non ho pensato solo a Nour, ma a tutti i Nour distesi come me, come lui, in Palestina in quel momento. Non solo al suo Hammoudi, ma a tutti gli Hammoudi dei loro papà. Il buio di quella notte mi ha bruciato il cuore.

(V.C.)

La Palestina a casa mia – Noi chiacchieroni delle opportunità perdute

In La Palestina a casa mia on 28 settembre 2015 at 12:10

vittorio

Io sono del segno del Toro.
Buono a sapersi direte: ma che c’entra? E invece c’entra anche se me ne accorgo solo ora, che sto a spiegare come mai io sia approdata alla Palestina.
Chiaramente non “approdata” in senso stretto, perché alla Palestina, tra tante cose è stato rubato pure il mare, e se un mare c’è, è totalmente vietato sia all’approdo che alle partenze.
Comunque la questione del segno zodiacale, credetemi è determinante.
Per prima cosa i nati sotto questo segno hanno il senso della giustizia molto spiccato, quindi con la questione palestinese ci vanno a “nozze”, mai visto un luogo dove l’ingiustizia è così palese e che arrivi a vette così alte. Ma ancora prima c’è che come Toro io ho assolutamente bisogno di una casa.
La casa per me è il centro di tutto: affetti, attenzioni, incontri, condivisioni, insomma per me è una patria, un porto sicuro, aperto a tutto e tutti.
Aggiungo che sono una giovane che nel ‘68 avevo cominciato ad assaggiare la puzza dei lacrimogeni e il gusto delle barricate, amavo la ribellione e l’impegno, parlare di politica e di giustizia sociale e ovviamente ammiravo i fedayin e le loro kefije, la resistenza come diritto dei popoli oppressi, ma col tempo e alcune estreme posizioni della resistenza violenta, mi avevano via via allontana dalla Palestina.
Però non mi ero assentata dalla scena dei diritti civili: integrazione razziale in America, e in Sudafrica. Non mi ero assentata nemmeno dalle manifestazioni pacifiste per la guerra del Vietnam e per quelle successive, e a pensarci bene di guerre da allora ce ne sono state e ce ne sono troppe.
Comunque io una casa non ce l’avevo, ossia l’avevo, ma non era come intendevo io. La prima fu quella di famiglia, piccola e sovraffollata: un tripudio di bambini e di adulti che si contendevano gli spazi vitali. La seconda una casa condivisa con altri e pertanto a libertà limitata, dove la mia stanza era diventato tutto il mio mondo. Poi ebbi una casetta in cui diedi l’avvio al primo luogo di ritrovo, ma era microscopica e durò pochissimo, da questa migrai con il pancione della mia prima e unica gravidanza ad un appartamentino che condivisi presto con il padre di mio figlio. Inutile dire non ero mai riuscita a fare della mia casa quel luogo tanto agognato e che faceva parte dei mie sogni. E poi avevo un bambino che richiedeva tutta la mia attenzione e quel po’ di tempo libero che il lavoro mi lasciava.
Inutile dire che un sogno notturno ricorrente era quello che trovavo una casa grande e luminosissima e che diventava mia, non per la gioia della proprietà, ma per il sano desiderio di abitarla come pensavo io.
Nei sogni le case oniriche ritornavano a trovarmi, dandomi la strana sensazione di essere una possidente che si dimenticava di avere delle proprietà.
Comunque allora trovai una casa bellissima, su più piani, faticosa ma sempre e comunque un bel sogno.
Fu il tempo in cui i miei orizzonti avevano avuto una piccola contrazione, colpa dei problemi che incontra una donna quando ha un figlio e un compagno da accudire. Un misto tra il tentativo di diventare una chioccia o l’estensione di una caverna per proteggere gli affetti.
Allora, oltre ad avere un lavoro e una famiglia, comunque esigente, m’innamorai della causa irlandese, amore che trasmisi assieme al gusto di leggere e di ascoltar musica a mio figlio. L’Irlanda era vicina allora e la Palestina lontana, più lontana ancora di quello che realmente era fisicamente. Il Mediterraneo ci divideva invece che unirci come fa ora.
E la causa irlandese mi prendeva il cuore, come i suoi eroi romantici e l’amore che avevano per la loro terra. Ascoltavo la loro musica, sognavo di viaggiare e di vivere in un cottage a strapiombo sul mare, con la vista più bella del mondo.
Iniziava così una casa grande con delle stanze grandi e delle belle finestre che si affacciavano su di un giardino. Insomma, alla casa per sempre, però ancora una volta in condivisione. Non che il padre di mio figlio non amasse ospitare ed avere la casa piena di gente, ma erano i suoi amici, le sue modalità, non le mie.
Già ero riuscita a far trasformare una grande camera da letto al piano superiore, in una grande cucina, con grandi litigi con il mio compagno, dove io lavoravo volentieri sempre con la possibilità di parlare con gli ospiti e di far annusare il profumo dei cibi, e condividere così anche quel tempo che mi avrebbe tenuto lontano dagli altri. A lui non entrava che si potesse ricevere in cucina, mi faceva fare su è giù per le scale coi piatti che finivano col diventare freddi e per fortuna poi gli amici, dopo essere saliti in cucina si sistemavano lì e non li schiodavi più. Quindi la cucina diventò il centro della casa, a tutti gli effetti, ma quel mondo che ci girava intorno era un piccolo mondo di amicizie e convenzioni che mi annoiavano un po’. Ma questa era la vita che avevo scelto e mi ci adattavo anche se non completamente.
Nella soffitta poi avevo creato un appartamentino per gli ospiti che successivamente divenne dopo la morte di suo padre il regno di mio figlio e che poi, quando mio figlio cominciò a vivere la sua vita in altre città, divenne parte del mio regno.
Era passato così tanto tempo e così tanta acqua sotto i ponti che avrei dovuto dimenticarmi di quel luogo dell’anima che io chiamavo volgarmente casa, ma il destino tramava ancora. Ovviamente io sono del sogno del Toro: caparbia e testarda che nemmeno il tempo, che può tutto, era riuscito a piegare. Avevo ri-iniziato da zero tante vite, e per questo avrei dovuto immaginare che alla vigilia dei mie 60 anni, avrei rimesso in gioco me stessa in un nuovo amore e in una nuova passione.
Per quanto riguarda il nuovo amore si tratta solo di un eufemismo, in effetti l’amore era vecchio in tutti i sensi, sia per età e sia perché quella persona era il mio fidanzatino del ’68.
Una storia platonica (a quei tempi si usava) ma mai completamente dimenticata. La casualità ci aveva fatto ritrovare e ci aveva rimesso insieme con le stesse modalità di quando eravamo giovanissimi. Sempre pronti alle avventure, sempre curiosi, sempre generosi, totalmente incapaci di essere due persone che invecchiano insieme tra le loro piccolo cose nel loro piccolo mondo, i vecchietti più litigiosi e con le stesse idee che avessi mai potuto vedere.
Non sono mai stata una persona scontata, a quasi 60 anni scrivevo e gestivo due blog, usavo internet, facevo amicizie e mi si confondeva, nell’anonimato della rete, con chi era più giovane e ne capiva molto di più di me.
Così, in rete, “conobbi” Vittorio e diventai una sua “amica” di blog. Mi affascinava la sua serietà nei confronti dell’attivismo e della partecipazione alle lotte per i diritti umani.
Fu il primo a ripropormi la questione palestinese in termini non più scontornati, ma puntuali e precisi. Mi riavvicinavo a piccoli passi a quella che sarebbe diventata poi la mia principale occupazione e passione se così vogliamo dire.
Quando ritrovai il mio nuovo compagno, la miccia era già accesa. Con lui si litigava, come facevamo quando eravamo ragazzi, e io parlavo di Palestina e tuonavo contro Berlusconi e le due cose avevano molto in comune, e lui non voleva sentire. Per lui erano tutti e due “dei problemi” marginali e non era corretto che io mi fissassi solo su questi due problemi.
Ma questa volta non mi sono lasciata mettere agli angoli, ero diventata troppo vecchia per aspettare ancora il mio momento, non c’era davvero più spazio per attendere che ci fosse una capitolazione, quindi insistevo e insistevo con la solita caparbietà.
Poi arrivò la tragedia: Vittorio era stato ucciso e noi “chiacchieroni delle opportunità perdute” nel frattempo che lui era lì, lo avevamo lasciato solo.
Così col mio senso di colpa in cuore costrinsi il mio compagno a leggere: Restiamo Umani Gaza, il libro di Vittorio scritto sotto le bombe di Piombo fuso e Mario capitolò totalmente.
La Palestina non era “un problema”, come diceva lui all’inizio, ma era “il problema” come sostenevo io da sempre. E dalla sua capitolazione si aprì la nostra casa alla Palestina.

Palestine on the road… storie di amicizia e di coincidenze

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 4 marzo 2014 at 18:24

zia 1 MuradDi questo viaggio non scriverò le mie impressioni sull’inferno di Hebron, o meglio Al Khalil, perché ci sono viaggiatori che ne hanno scritto emozionandomi tanto, trasmettendomi sensazioni che sono difficili da trasformare in parola.
Andare per la Palestina non ti consegna mai un vuoto ed un abbandono così agghiacciante come in Shuhada street, quella strada di Hebron, nella zona destinata ad essere una città fantasma all’interno di una vera città palestinese, incupita e straziata dall’apartheid dell’occupante.
Andare per le strade in Palestina, vuol dire correre per strade palestinesi che diventano di esclusivo uso israeliano. Basta guardarsi in giro, ogni villaggio subisce atti di vero ostruzionismo e apartheid da parte di Israele. Strade chiuse da gate, da cubi di cemento, da montagne di detriti e sassi. La Palestina non esiste e pertanto non ha strade, non ha abitanti, non ha vita né sogni, non ha cultura, non ha nome. E’ invisibile a tutti, o almeno quasi tutti, non per la politica di Israele, non per l’esercito di occupazione; lì le regole sono fisse: levare ai palestinesi l’identità e farli sloggiare, sparire.
E’ l’ultimo giorno di Palestina. Si dovrebbe andare tutti nella Valle del Giordano a capir meglio cos’è lo sfruttamento delle risorse e il furto dell’acqua in Palestina. Altra triste pagina sui diritti negati ai palestinesi e sul loro destino.
Noi e Luisa però abbiamo un’altra visita da fare, anzi non una bensì due. Stavolta si parte da Betlemme, quindi il tassista rimane lo stesso, possiamo partire e tornare con lui ed è già una buona cosa.
Un’altra difficoltà sarà come trovare i luoghi senza indicazioni stradali, per esempio provate ad andare a Kufr Qaddom, un villaggio a ovest di Nablus, a cui ci si arriva solo per una strada “alternativa” che alternativa è a dir poco.
A parte che nessun villaggio Palestinese ha più l’onore di avere un nome e un’indicazione stradale, a Kufr Qaddom hanno anche portato via la strada per arrivarci. La scusa è che lì intorno ci sono quattro insediamenti di coloni che, oltre ad impossessarsi di molti dunum di terreno agricolo del villaggio, si sono pure portati via la strada di accesso al villaggio.
Noi a Kufr Qaddom ci andiamo per trovare Murad, coordinatore del comitato popolare per la resistenza non violenta e Sameer, il sindaco palestinese più simpatico che c’è. Amici conosciuti quando sono stati ospiti in Italia. Murad è uscito da poco dal carcere, è stato arrestato di notte, tirato giù dal letto nella sua casa, davanti ai suoi quattro bambini, l’ultima appena nata.
Andarli a trovare è un’impresa, nessun navigatore che ci dia una dritta, nessuna segnaletica, ma ci arriviamo ovviamente per la strada sbagliata, la principale, in due minuti saremmo arrivati al villaggio, guardando in lontananza si vedono le prime case, ma niente, ci troviamo di fronte ad un gate giallo sbarrato con una garritta deserta. Sulla destra spuntano le prime case di Qadumim, pure il nome si sono fregati questi ladri di identità e di terra.
Impossibile passare. bisogna tornare indietro e noi vogliamo arrivare sia per vedere i nostri amici sia per capire cosa vuol dire essere palestinese da queste parti.
Ed è difficile, difficile, chiediamo indicazioni, nessuno sa dirci con certezza qual è la strada, superiamo villaggi, centri abitati, campi, ulivi, tanti ulivi, sassi ed ulivi. Ma la strada dov’è?
Finalmente troviamo una nuova ferita tra gli ulivi, è una nuova strada che passa tra i terreni coltivati e arriviamo a Kufr Qaddom. Il villaggio è antico, lo si capisce dalle vecchie case in rovina: archi a volta in pietra, angoli di distruzione.
Mi annoto che devo chiedere se sono solo antiche case abbandonate oppure distrutte dall’esercito. Qui e là sorgono nuove costruzioni, quelle sono un po’ pretenziose, mi fanno venire alla mente quelle di alcune nostre periferie della provincia italiana. Insomma quelle che sono la miglior espressione dei geometri dei nostri paesi agricoli. Perchè Palestina è anche voglia di normalità e desiderio di partire, di respirare aria libera, per poi magari poter tornare.
Kufr Qaddom, un villaggio diverso dagli altri, meno palestinese in qualche modo suo, che non riesco a capire. Però non fatevi ingannare… una strada chiusa e una economia messa in ginocchio, ha unito davvero più che un proclama.
Ed ogni venerdì escono i giovani e i meno giovani del villaggio fasciati nelle kefije o nei passamontagna, assieme agli internazionali armati di macchine fotografiche e cineprese, e marciano verso gli sbarramenti. E lì l’esercito li aspetta e spara di tutto: candelotti lacrimogeni, proiettili è acqua chimica puzzolente. La marcia è un trasporto di sassi che a volte si posano e altre si lanciano, e il bulldozer li sposta e le Jeep sparano e i soldati rincorrono con i fucili spianati e con i cani allevati per aggredire. Un gioco delle parti che lascia a terra feriti e contusi. Ogni settimana un bollettino di guerra, senza contare gli arresti durante la giornata di protesta, e uno o due giorni prima, senza contare i posti di blocco improvvisati, giovani fermati senza ragione, ma non serve un vero motivo a questo parallelo.
Arriviamo alla casa di Murad che si trova dietro alla curva sulla strada della vergogna. Ci aspettano in tanti: Murad sorridente, Sameer che ci abbraccia caloroso, altri che non riusciamo nemmeno a capire chi sono. Siamo confusi e frastornati, è bello ritrovare gli amici. Improvvisamente si materializza sulla strada una donnina minuta, vestita come le vecchie contadine palestinesi, o almeno come io ho sempre pensato fossero vestite: abito chiaro e lungo e velo bianco… Ho pensato in quel momento, rimanendo folgorata, che se questa donna ha un nome, dovrebbe essere Palestina.
E’ la zia di Murad, una coincidenza della vita che fa sorridere e scalda il cuore. Nella mia casa a Venezia abbiamo una bellissima foto di un fotografo palestinese, che avevamo preso in una manifestazione a Brescia: “Con la Palestina nel cuore”, quella foto la tengo in una stanza dove casualmente sono entrati sia Sameer che Murad per farsi consegnare una maglietta “Stay Human” in regalo. Murad stranito guarda la foto e dice: “Ma questa è mia zia!” ed eccola lì ad attenderci, come fossimo ospiti d’onore, nella strada rubata di Kufr Qaddom.
Una bella sorpresa davvero, tutto avrei pensato tranne conoscere la famosa zia: due grandi occhi luminosi e una dolcezza senza limiti, assieme a caparbietà e orgoglio. Si lascia fotografare come una regina anche se è l’ultima della terra. Sorride e alza il pollice ad ogni foto.
Dio che tenerezza la zietta. Potrebbe essere una nonnina, ma forse a guardarla bene non è così vecchia, potrebbe avere la mia stessa età, o al massimo quella di Luisa, ma diciano che gli anni lei li porta in modo diversamente anziano. Sulle rughe del viso si legge una volontà di ferro dietro ad occhi spauriti, che poi tanta paura non ce l’avrà se sfida l’esercito con i pugni o solo una ciabatta in mano.
Annoto che devo chiedere a Murad quanti anni ha la zia.
Salendo la lunga scala che porta alla casa di Murad guardo il portico con le piastrelle annerite dai candelotti lacrimogeni sparati la notte del suo arresto.
In alto ci attende una grande sala luminosa. Una veranda trasformata nel salotto buono di casa, pieno di divani comodi e poltrone per le riunioni famigliari o per quelle del Comitato. Penso ai soldati che sono entrati nell’intimità di quella casa e che si sono portati via il nostro amico tra le lacrime e lo spavento dei suoi bambini.
Ricordo con smarrimento quando Murad parlava dall’Italia con il figlio e con che dolcezza lo tranquillizzava e gli spiegava che era distante, ma non era stato preso dall’esercito, che era lontano per altre ragioni e che non doveva preoccuparsi perchè stava bene e che sarebbe tornato presto.
In Palestina s’impara presto ad andare a patti con la paura.
Arrivano i suoi bambini due maschi e una femmina. Il più grande è uguale al padre, stessi occhi e stesso sorriso. Il padre dice che è il primo della classe, non stento a crederlo, ha gli occhi di un bambino molto intelligente. Il più piccolo dopo poco scappa via, mentre la bambina mi osserva incuriosita, ma quando la guardo distoglie subito gli occhi. Timidezza? Guarda me come se vedesse un oggetto non di questo mondo. Mi sento davvero strana e mi chiedo se la colpisce più il fatto che ho i capelli rossi oppure perchè all’età della sua nonna porto i capelli senza coprirli con un velo. Potessi chiederglielo lo farei. Potessi capire cosa diconono i suoi occhi lo farei subito. Vorrei capire perchè siamo così simili eppure così diverse.
E’ strano il forte desiderio che ho di capire le donne palestinesi, e non è la stessa curiosità che mi spinge a conoscere le storie di qualsiasi altra donna, di qualsiasi altra parte del mondo. E’ qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile e complicato. Di fronte a loro ho come la sensazione di aver perduto qualche passaggio.
Il mio femminismo è guardingo con le palestinesi. Sono donne straordinarie, a volte anche molto belle, ma piene di passione e forza. Istinti che forse noi abbiamo perduto lungo la nostra storia. Mi sento stranamente anacronistica con le mie povere certezze di donna che ha fortemente lottato per la sua indipendenza ed emancipazione.
Intanto la bambina mi guarda di sottecchi ed io penso alla sorellina appena nata e alla sua mamma sicuramente giovane e bella. Penso che la loro vita è doppiamente complicata, certo a causa dell’occupazione che condiziona tutte le loro giornate e forse anche per quella situazione femminile, pure qui, non del tutto chiarita. Difatti la moglie di Murad non la vedremo, anche se questo può non voler dire nulla. Dopo aver bevuto il succo di frutta e il buon te dolce con i biscotti, salutiamo i nostri amici con un caldo abbraccio e partiamo per Nablus. Dobbiamo andare a teatro e ci stanno aspettanto, il tempo qui a volte si dilata all’infinito e a volte passa troppo in fretta. Inutile dire che lasciamo il nostro cuore sulla porta di casa di Murad e Sameer. Un abbraccio per tutti e un bacio sulla fronte a quel bambino dagli occhi vispi e dai capelli dal vago profumo della menta dei campi.
Arrivederci a presto amici. Ciao bambini e tu ragazzina ricorda, c’è un altro mondo fuori, puoi vederlo anche tu, e dopo puoi tornare, perchè ogni partenza è l’inizio di un nuovo ritorno, ed è bello poter tornare a casa.

ziakufrqaddum

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Tempo senza pietà

In Amici, Anomalie, personale on 9 luglio 2013 at 8:43

Marylebone Cricket Club members wait in a queue outside the ground before the second Ashes test cricket match between England and Australia at Lord's Cricket Ground
La percezione del valore del tempo credo sia soggettiva. Io col tempo ho avuto sempre un discreto rapporto, direi quasi buono. Ho accettato i cambiamenti che ha portato sul mio corpo, un po’ meno su quelli che cercava di portare nel mio modo di pensare e di agire. Involontariamente, però, il tempo agisce sul corpo delle persone in modo tale che non si riesce più a farcela a sostenere i “principi fondanti” del proprio essere.
Esempio è che per carattere vorrei dopo una stressante giornata di lavoro, farmi una doccia veloce e andare a quel benedetto cineforum culturale che tanto aspettavo, anche se contemporaneamente potrei passare a quell’incontro irrinunciabile sulla “green-economy”, senza contare che alla fine, prima di tornare a casa potrei, trovarmi con qualche amico al pub per parlare un po’ di politica o degli ultimi eventi in Egitto o Turchia.
Ovviamente ho la testa che è pronta a tutto, anzi ancor prima di pensare ho già fatto, ma non così il mio corpo che batte in ritirata e che mi ricorda che sono troppo vecchia per tutte queste attività.
Certo è che ho l’età per essere in pensione, per strafottermi una quantità di televisione per una buona parte della mia giornata, per non occuparmi dei mali del mondo: in fin dei conti io, personalmente, per età e condizione non posso farci veramente niente e poi di mali ne ho pure io in quantità industriale.
Ma allora perché non mollo l’osso e schiatto dietro a tutto o almeno a una buona parte di quel tutto, senza ammettere che a volte proprio non ce la faccio più?
Presenzialismo? No, non direi, non mi importa di quello che dicono gli altri, mi importa solo che vorrei sapere e conoscere di più, vivere di più. E se questa è una malattia, allora sono certa, io sono molto malata.
Il problema comunque non è quanto io riesca a voler fare e quanto poi nella realtà io faccio, ma il corollario di amici e conoscenti che non riescono a uscire dalle maglie di una vita di persone di mezza età e in pensione.
Incontro un gruppo di amici seduti al bar davanti al loro caffè decaffeinato (almeno questi non giocano a carte, come quelli del Bar Sport) che mi guardano passare con un po’ di commiserazione negli occhi. Ma dove va quella? Cosa corre a fare? Ma non ha proprio niente di meglio che correre qua e là piena di impegni, perchè non si gode la vita come facciamo noi?
Che poi a me della loro vita non invidio niente. Poche cose da dirsi, niente di nuovo su nessun fronte…
Una coppia di amici: il tempo scandito in risveglio, colazione al bar, lettura di quotidiani, pranzo, pennichella, televisione e cena. Lei che spera che lui vada a letto per riprendersi il telecomando.
Altri due: loro sono sportivi, vanno in barca, e questo è bello almeno per la parte dell’anno che si può fare, ma non si parli delle cose del mondo perchè sono cinici e prevenuti, hanno già visto tutto e non credono più a niente.
Poi c’è l’amica vedova che non sa dove andare e cosa fare da sola, e per fortuna che ha i nipoti di cui occuparsi quando la figlia esce con le amiche o con il marito. Per fortuna i nipoti sono la sua vita.
E via di questo passo, tanta gente stanca, disinteressata, che per veder gente va al bar e per sapere del mondo legge il quotidiano e che già va bene così, visto che c’è anche chi si rintana in casa a guardare la televisione e che televisione.
Il tempo davvero è senza pietà se trasforma la gente, sia i volenti che i nolenti, riducendogli sia i pensieri che i movimenti. Non ha pietà perchè oltre al peso degli anni, dei ricordi e del proprio vissuto, un essere umano deve portarsi addosso anche il peso della sconfitta di non poter più essere un vero attore nel mondo e solo una semplice comparsa. Certo ti consente di esserci, malgrado tutto e comunque, ma perchè non poter essere ancora padroni della propria vita? Oppure perchè pensare che essere vecchi pretenda il prezzo di volare basso, anzi di poter tentare solo dei saltelli che al volo non anelano più.
E non datemi quelli che se li incontrate vi raccontano tutti i loro malanni, come se a saperli tutti, per te, possa essere il viatico che ti accompagna nella vita. Che noia pazzesca.
Sarà per quello che ho trovato un compagno che mi somiglia un po’ e che malgrado una pigrizia atavica, alla fine mi segue o mi anticipa in una corsa divertente che non ha vincitori.
Sarà per questo che da qualche anno mi rifiuto di sedermi in un bar e di portare l’orologio al polso. Un vezzo per sdrammatizzare il passare del tempo e per non perdermi in chiacchere inconcludenti. Un ritorno al vecchio sistema di controllare la posizione del sole o il colore della luce. Chiedetemi che ore sono e vedrete che sbaglio solo di pochi minuti. Chiedetemi la direzione e vedrete che i miei occhi indicheranno sempre: adelante, avanti chiaramente con nessuna voglia di restare indietro. Incapacità di accettare che tutto ha un termine, una scadenza, anzi forse proprio perché la scadenza si fa sempre più vicina, non penso di doverla assecondare mai.
Insomma, non accontentarti mai finché avrai tempo di sognare.

Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Confesso che ci abbiamo provato…

In Amici, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 30 ottobre 2012 at 9:31

Questo ricordo mi era scappato. Il post di Annuska me lo ha fatto venire alla mente, e sorridere, non potendo farne a meno. Un capodanno come quello, come dimenticarlo? E se era la fiera degli sfigati, oppure solo una delle tante occasioni per capire che, quella sgangherata compagnia, sarebbe stata una delle migliori compagnie della mia vita, questo non lo so, sono certa però che sono stata fortunata a vivere una vita come la mia e ad avere ancora tante cose da ricordare.
Solita storia: io con il mio amore difficile e Annuska con i genitori, dai quali io ero scappata al raggiungimento della maggiore età. Ma come si faceva a resistere, che tra l’altro per lei erano rose e fiori in confronto, io la strada gliel’avevo già aperta e la sua libertà era infinita, in confronto alla mia.
Ed ecco capitarmela a casa: “E’ capodanno e non mi lasciano uscire con i miei amici, che palle, sempre così…” “Beh esci con i miei, magari, a casa, pensano che così almeno c’e qualcuno a controllarti…” Glielo avevo detto così per ridere, non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di controllarla, non ne avevamo bisogno nessuna delle due. D’altra parte, prima di partire, pure mio fratello più grande si era unito alla combricola assieme alla sua nuova ragazza, quella con la sclerosi multipla che si portava in pista montata a cavalluccio.
Dire banda di sfigati era poco. Fare capodanno, in una discoteca, era davvero l’ultima cazzata che potevamo fare. Per prima cosa odiavamo le discoteche, e poi tutto organizzato all’ultimo momento, senza neanche sapere cosa avremmo trovato al nostro arrivo e se avevamo voglia davvero di farlo, era una pazzia.
Innanzi tutto diffidate di una località che si chiama Terre Perse, e soprattutto non sperate di tornare da lì, con un mezzo di locomozione dopo la mezzanotte, a parte i propri piedi s’intende. L’unico mezzo che avevamo con noi era la macchina per portatori di handicap di Linda che era stata utilizzata anche per portarci appresso le bottiglie di spumante, da bere allo scadere di mezzanotte. Ovviamente squattrinati com’eravamo, non ci saremmo presi mai una bottiglia al bar della discoteca. Che poi discoteca non pareva, anzi forse lo era stata, ma forse… un secolo prima. Se avessi portato il mio giradischi e i miei dischi da casa avremmo ascoltato musica migliore e sicuramente ce l’avremmo fatta ad ascoltarla, almeno per buona parte della notte. Ed invece no, non era destino. Quello che ci aspettava era un angolo in un locale muffito e gelido, con una cenone anonimo, tipo mensa di un dopolavoro di sfigati, servito in piatti di plastica e consumato appoggiati a puff con macchie di dubbia provenienza. Poi le luci hanno cominciato a saltare. Benvenga, così almeno non riuscivamo nemmeno a vederci in viso e a subire l’ingiuria e la miseria del luogo.
Allora Alessandro, il solito, si era messo a battagliare con lo spiffero gelido che filtrava tra i tendaggi logori. Oddio l’alito dell’orso polare… e se almeno non ci vedevamo anche l’orso avrebbe avuto la sua bella difficoltà a trovarci. Si sa che il cibo surgelato non ha odore e se poi ti viene meno anche la vista… forse eravamo salvi.
Quello che poi successe, compreso l’impianto stereo saltato prima della mezzanotte e pure gli altri avventori che se l’erano presa ridendo e cazzeggiando, aveva reso la serata amena e piena di incognite. Non ricordo bene con chi ballai e forse lo abbiamo fatto tutti assieme facendo un po’ di casino e scaldandoci a fiato. Ricordo solo che fu una serata strana e anche piacevole malgrado la lunga strada del ritorno, senza sapere se poi avremmo trovato lo “yak” (sì quell’animale tibetano resistente al gelo) per superare l’ultimo tratto via mare. Insomma il capodanno più strampalato della mia vita, con una mezzanotte a brindare all’aperto, senza nemmeno cappotti e giacconi, passandoci la bottiglia di spumante (e chi si era pensato di portare i bicchieri) e ridendo come matti per quell’orso polare che, malgrado tutto, si era tenuto nascosto tra le tende e non era venuto a brindare con noi.
Mi spiace solo di non poter ricordarlo ancora con Alessandro, lui avrebbe avuto la sua versione della serata e ne sarebbe uscito il suo solito momento dissacrante. Mi spiace solo di aver perso un poco di quello spirito avventuroso e di quella sana allegria incoscente e mi fa piacere che a qualcun altro rimanga questo ricordo, che altrimenti con il tempo sarebbe svanito anche dalla mia memoria, di solito elefantesca.

Bei tempi, quei tempi, dove gli orsi polari, come nelle favole, si mischiavano agli esseri umani.

I numeri di telefono che non si cancellano mai

In Amici, Anomalie, Ironia on 11 settembre 2012 at 16:22

Non so, credo non succeda a tutti, però a me succede, qualsiasi cosa capiti non riesco mai a cancellare un numero di telefono sul mio cellulare. Già succede, involontariamente, quando un telefonino dà forfait, ma volontariamento io non riesco a farlo. Credo appartenga ad una delle mie idiosincrasie: come quella di non poter dormire con le ante degli armadi aperti o non riuscire a tenere le porte delle stanze di casa chiuse… (che a pensarci bene potrebbe sembrare un controsenso).
Quella di non cancellare i numeri di telefono, che non uso più, mi costringe ad avere una rubrica interminabile, di cui, molta parte, composta da numeri che riguardano la mia attività, ma altri ovviamente dei miei amici, ossia quelli che lo sono ancora e sono moltissimi e quelli che non lo sono più, che pur essendo un numero minore, sono la parte più dolorosa della rubrica. Poi i numeri, ancora più difficili, sono quelli degli amici che non ci sono più per sempre, ossia quelli che nel corso della vita ci hanno lasciato (notate bene che non riesco ad usare la parola: deceduti… e neanche niente di simile) insomma di quelli: cancellare il nome e il numero è una cosa che mi strazierebbe il cuore, come se, con un gesto così banale, io potessi davvero cancellarli anche dalla mia memoria o dare alla nostra amicizia una fine definitiva che non voglio dare.
Pensandoci bene è come se, ad un certo punto della mia giornata, potessi potenzialmente sentire il bisogno della loro voce e li potessi ancora chiamare…: “Ciao, sono io, come va?” e potessi sentire la loro immancabile risposta “Bene, ho avuto molto da fare…” Certo starei attenta a non dir loro “Ciao, è da un pezzo che non ci sentiamo, ma dove eri finito…?” perché lo so questo sarebbe di cattivo gusto e avrei il sospetto che i più simpatici una pronta risposta me la darebbero e pure macabra, a dirla tutta.
Non so davvero se sia una brutta cosa essere incapaci di tagliare i rapporti con gli amici anche quando la separazione è definitiva. Questo mi succede anche con gli amici che si sono trasformati, anche ingiustificatamente, in nemici. Tenere il numero mi consente che se dovessi dire di nuovo le mie ragioni, gliele potrei dire direttamente, senza mettere in mezzo altri, in fin dei conti non ho mai avuto paura di dire quello che penso in modo diretto e sincero, se possibile evitando le offese personali, anche se qualche volta… vabbè! anche se hanno fatto capolino nella mente per fortuna sono riuscita a trattenermi in tempo. L’esperienza di vita vissuta con me stessa, sarà servita almeno a qualche cosa.
L’unica possibilità è il famoso telefono defunto, che quasi mai dialoga, negli ultimi rantoli della sua esistenza, con il nuovo telefonino che lo sostituirà. Io credo che le cose abbiano un’anima e che il vecchio telefonino sia quasi sempre geloso della propria intimità, un po’ come in “Toy’s story” odia farsi sostituire da alcunchè, e pertanto si tiene i suoi segreti e se li porta via nella sua memoria, in modo che quando tu lo abbandoni ne porti con te sempre il rimpianto assieme a quel numero di telefono che mai più potrai recuperare, perchè mai più incontrerai quella persona e mai più potrai ricomporre l’amicizia che era vostra in un tempo passato.
Il nuovo telefonino si ricompone di una sua memoria personale, di dati nuovi e un po’ distaccati, almeno per i primi tempi. L’unico pregio è che azzera anche le inimicizie, e su questo non posso che pensare in una sua positività. Ricominciare da zero, in una tabula rasa mentale e affettiva, può essere anche una buona cosa, magari fossi più giovane e fossi meno attaccata al mio mondo relazionale. Vale a dire che se “mia nonna avesse avuto le ruote, sarebbe stata sicuramente un treno…” e che se sapessi cancellare i numeri di telefono inutili nel mio cellulare sarei sicuramente un’altra persona. Chissà mai, un giorno, prima o poi, quei numeri potrebbero essermi utili e se non lo saranno almeno li terrò lì a farmi compagnia.

Storie d’amore e di corazze

In amore, Donne, Ironia, Parola di donne, Senza Categoria, uomini on 1 agosto 2012 at 20:26

La prima storia.
Lei è bella. Magari non bella nel senso classico, una bella dentro e fuori nel senso più spirituale del termine. E poi la bellezza non vuol dire niente, c’è chi la vede e chi no. Lui, l’altro, l’aveva vista e non ci aveva più dormito per mesi.
Ma andiamo con ordine.
Lei era da tempo che si era accorta di aver sposato un pesce surgelato. Il suo più caro amico l’aveva avvisata: “Se lo sposi ti vengo a prendere a calci in culo.” E adesso sapeva quanto avesse avuto ragione, ma lui non era più lì, anzi non era proprio più. Maledizione!
E poi era stata tutta colpa di quell’amico… ma andiamo per gradi.
Lei aveva allora deciso di adeguarsi, si era indossata una corazza spessa e si era infilata nel surgelatore, almeno così non c’era pericolo, nessuno l’avrebbe notata e avrebbe preteso da lei alcunchè.
Aveva scritto all’amico che ora lei viveva bene, stava bene con se stessa, che nessuno l’avrebbe ferita e che pure col marito c’era un giusto equilibrio, tutti e due freddi uguale.
Il suo amico lontano le aveva risposto: “Sei ancora più pazza di quello che pensavo” e l’aveva minacciata un’altra volta, ma poi non era più tornato. Oh quanto le mancava!
Ma almeno una cosa l’aveva fatta. un piccolo attentato alla sua corazza e al suo gelo personale, le aveva dato l’incarico di far avere certi documenti ad un amico che abitava in un’altra città. Cosa banale se si guarda bene, ma a volte sono proprio quelle che ti fregano.
Lei c’era andata, bene armata della sua corazza, e con quella giusta temperatura che non le avrebbe consentito una vera e propria comunicazione. Lui, l’altro, le aveva parlato a lungo, aveva chiesto, era rimasto a lungo in silenzio, aveva ascoltato… Insomma, ecchecavolo, le solite cose in fin dei conti. tutti ne sono capaci… Eppure il suo silenzio parlava e le sue parole accarezzavano… niente da fare, però,  la sua corazza gelata resisteva. E poi i suoi occhi scuri a volte seri e a volte ridenti, la sua volontà di sapere, di conoscere…
Lei aveva messo km di distanza e pure il telefono di mezzo, non aveva tempo per queste cose, aveva troppo da fare.
E a casa apriva il frigorifero estraendo verdure colorate e piene di sapore, tagluzzava, condiva, salava, insaporiva con spezie speciali e suo marito la guardava senza il coraggio di fermare la sua frenesia.
Le amiche beneficiavano di tanto ben di dio, e anche qualche amico aveva ripreso a passare all’ora di cena e si riempiva gli occhi e il cuore di quei profumi e sapori.
Lei cucinava con puntiglio e rabbia. Peperoncino e curcuma e qualche erbetta speciale che nessuno usava più e che il nome aveva dimenticato.
Sarà stato quello a scioglierle il cuore: il calore dei fornelli e il pizzicore del pepe in grani grandi e neri. Sarà stato il telefono oppure quelle parole sussurrate tra un intingolo e un cous cous.
Un giorno il frigo fu vuoto e pure il suo cuore. Si chiese cosa avrebbe fatto ora che si sentiva così… così inutile e senza nulla da fare. Cosa avrebbe dovuto ancora aspettare?
Prese allora quell’aereo e aveva il cuore che faceva capriole e che suonava l’ultima samba che aveva sentito alla radio. Lui l’aspettava e la prese semplicemente per mano e un altro aereo li portò via, lontano, con la speranza di non più tornare.
Che ne fu di loro? La storia non lo dice, so soltanto che quell’amico che li guardava ridendo sornione, da un luogo, quello sì senza ritorno, aveva detto alzando in alto il pugno, in segno di vittoria: “Te l’avevo promesso, amica mia, che sarei tornato per darti un calcio in culo…”

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