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Posts Tagged ‘Ricordi’

Quel piccolo pasticcio della vita

In Amici, amore, personale, Senza Categoria on 26 settembre 2016 at 19:15

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Stamattina quel tuo messaggio sottovoce: “Ti chiamo solo ora perchè in questi giorni abbiamo combinato un pasticcio… sai uno dei nostri” la voce si apre in un sorriso, può una voce, al telefono, svelare un sorriso? Sì può e stamattina l’ho capito. Un pasticcio? Un sorriso? Voce bassa dall’emozione, dal piacere, un po’ dal timore, un po’ in equilibrio tra pudore e azzardo. Com’è strano che a volte una parola ti fa capire il senso di una telefonata.

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vacanze sull’isola, vista sul mare e a duecento metri di distanza, gli uni dagli altri, ma duecento metri di rovi e terrazze franate, mai l’indomita idea di trovarci o da me o da voi. Ormai le ginocchia e l’età non ci consentono più di queste valorose imprese. E poi voi sempre impegnati in una vita mondana che io non amo, che rifuggo, che non frequento e io eremita che mi nutro di tramonti e silenzi. La nostra montagna ci unisce, ma ci divide più del mare.

Eppure voi c’eravate quando io avevo bisogno di un abbraccio fraterno nel giorno più brutto della mia vita,  voi c’eravate anche nei giorni più importanti quelli che le donne sognano sempre o quasi. Amici nel cuore, amici nella vita. Vicini sempre, pronti all’abbraccio, alle lacrime, ai sorrisi: amici indissolubili, amici solidali. E sono passati trentacinque anni dal giorno che, sempre sull’isola, abbiamo incrociato la nostra vita nel bene e nel male, senza nessuna promessa, ma forti dell’affetto naturale che ci ha unito subito.

E’ chiaro che io al vostro “pasticcio” ci sarò e lapalissiano che dopo quarant’anni anche voi potrete realizzare quel sogno nascostamente accarezzato per lungo tempo, quel rapporto mai apertamente imposto, mai troppo sdolcinato, mai troppo invasivo. Chi vi amava sapeva e non c’era bisogno di parole, di mezze confessioni, di confidenze tra noi. Riguardo le nostre foto di quando eravamo belli e giovani, i nostri viaggi, le nostre serate a chiaccherare nei bar lungo il mare, o al fuoco del camino nella casa sull’Appennino, le gite in barca, i bagni in mare che non finivano mai, il mio pancione e voi due a farmi da scudieri, i primi a sapere tutto, i primi a correre alle mie telefonate. Io fra voi, ma anche no, perchè io c’ero, correvo alle vostre disavventure, nel dolore, nelle gioie, ma mai invadente. Io ci sarò con il cuore traboccante di gioia, nel giorno che potrete dire finalmente ecco “questo è il mio compagno per la vita”. Forse sarete meno belli di allora, forse sarete più feriti e stanchi, ma fra qualche giorno inevitabilmente io ci sarò e piangerò per tenerezza come una ragazzina.

Che bel pasticcio che qualche volta è la vita.

 

 

 

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Ambarabacicicocò… quattro gatti sul comò

In amore, Donne on 29 ottobre 2014 at 19:56

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Viene buio presto alla sera.
La strada è fredda e i passi risuonano strani sul selciato.
Passi stanchi… i suoi.
Devo passare a prendere qualcosa da mangiare.
Ma non sta pensando a lei.
Fa freddo e tira vento da nord.
Notte da lupi, notte da streghe.
Da quando lui se n’è andato, i suoi passi sono diventati più stanchi.
Inutile dire che si invecchia, inutile dire che una volta tornava a casa con più allegria.
Adesso pensa alla voglia di caldarroste. Almeno allora quando passava di lì, ne sentiva l’odore, e il sapore sulla lingua. Pareva ancora di scottarsi.
Un cartoccio prego…
Ora i cartocci sono proibiti dalle norme d’igiene. Tutto deve stare dentro ad igienici sacchetti di plastica.
Plastica inodore. Cibo insapore.
Allora si andava al cinema. Adesso anche quelli sono chiusi.
Anche i film sono chiusi in sacchetti di plastica.
Inodori ed insapori.
Fa freddo ed io torno a casa.
La casa vuota.
Il rumore della chiavi sulla toppa.
Il cigolio pietoso sui cardini.
Vago odore di ammoniaca.
Devo cambiare la lettiera. Puzza.
La caldaia che sbuffa in cucina.
La luce che illumina senza pietà la stanza.
Che orride queste luci al rispamio.
Vuoto intorno.
Le ciabatte per favore.
Ha voglia di mettersi sotto la coperta sul divano.
Ma manca qualcosa…
Ma dove sono?
Entra nella stanza da letto a piedi scalzi.
Aspetta ad accendere la luce, li vuole sorprendere.
Sente ovattato un tonfo e uno scricchiolio.
Amba rabà cici cocò quattro gatti sul comò…
Due sull’attenti, uno steso a pigrire, il quarto sospeso in uno sbadiglio.
Pure loro stanchi di aspettare.

Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

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La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Anima Libera

In Anima libera on 2 dicembre 2012 at 13:57

Storia di un’anima libera in un corpo ribelle. Libro a quattro mani e molti ricordi. Una bambina, baciata dalla conoscenza e illuminata dalla percezione, che, crescendo, perde le sue migliori qualità e diventa normale o quasi… è in quel “o quasi” c’è tutto.

animalibera
1 – 18 Maggio 19……
2 – Nessuno mette una bambina in un angolo
3 – Baia del Re
4 – Dalla prateria all’oppio dei popoli
5 – Sentimentale (sacro e profano)
6 – Tra anime sporche, carte geografiche e formicai
7 – Nuovi contenitori per nuovi contenuti
8 – Riflessioni sull’amore e sull’ideologia
9 – Bombe atomiche e viaggi interplanetari
10 – Fanculo
11 – Il nuovo incombe
12 – Proletari in mutande unitevi…
13 – La bambina dimenticata tra i fratelli
14 – Passare al nemico
15 – Le balle dell’informazione
16 – Per esempio
17 – Il ragazzo col ciuffo
18 – Guerra nucleare ed altre amenità
19 – La signorina Bombarda
20 – Ancora su mia madre
21 – Non hai fatto che il tuo dovere
22 – Zorro batte dio tre a zero
23 – Musica ed altri disastri
24 – L’onda che tutto travolge
25 – Cultura e Urania
26 – E venne chiamato Ultimo
27 – Il primo lavoro e il primo bacio si scodano quasi subito
28 – L’amore come le ciliegie
29 – Un passo avanti e scoppia il mondo beat
30 – Com’era bello il “Che”

La “Grande Acqua”

In Le Giornate della Memoria, personale, Venezia on 1 novembre 2012 at 8:42

Che notte stanotte. C’è chi non se la ricorda, quell’altra volta, ma io la ricordo bene e ne provo ancora un forte disagio, forse paura, non so.
Era il 1966, e la notte era stata simile a questa notte, era il 4 novembre e ora è il 1 novembre, solito periodo, perché è proprio di questo mese le sfuriate di scirocco e qui l’acqua monta quando tira scirocco e la marea non se ne va, resta in laguna, la differenza è poca tra il massimo e il minimo e poi la marea rimonta e allora…
C’era l’acqua alta al mattino, abbastanza alta, da bloccare la città. Mio padre era uscito presto con gli stivali alti fino alle cosce, era partito presto perchè si sapeva che, quel giorno, l’acqua non avrebbe perdonato. Doveva andare al negozio a sollevare dal magazzino tutto quello che stava negli scaffali più bassi, un lavoraccio infernale: le stecche di sigarette, la cancelleria, i detersivi, tutto da alzare di un piano almeno, sperando che bastasse, ma alla fine non bastò.
L’acqua era alta davvero e la gente affacciata alle finestre guardava, in giù, la strada allagata, e i negozianti al lavoro per tentare di salvare qualche cosa. Il nostro cortile sotto casa, malgrado fosse più alto di un gradino, era già pieno e l’acqua lambiva il primo gradino di casa. Però la gente alle finestre l’aveva presa a ridere, tanto si sa, noi veneziani con l’acqua ci conviviamo bene, non ci fa paura, sale e scende come la fortuna nella vita, basta saperla prendere e lasciarla andare quando va, tutto qua.
Ad un certo punto, non so a chi venne in mente che proprio sulla strada, vicino al canale ci stava una casetta che al piano terra, ospitava due vecchietti, e lì l’acqua entrava anche con le maree meno preoccupanti. Il mio vicino, un signore piuttosto prestante, era partito con i suoi stivali da pescatore e aveva bussato alla porta. I vecchietti avevano gridato che stavano bene e che per il momento stavano riparati sopra il tavolo di cucina ad aspettare che l’acqua defluisse… Il vicino se ne tornò rincuorato, d’altra parte non era la prima volta.
A casa mia, a parte il pensiero per mio padre, le preoccupazioni erano minime, stavamo all’ultimo piano e non c’era davvero di che preoccuparsi. Però mio fratello più grande si era svegliato con un forte febbrone, e una guancia gonfia segno che aveva un ascesso al dente davvero considerevole, e si lagnava del male come fosse sulla graticola. A quel tempo gli antibiotici non si tenevano in casa in previsioni di catastrofi e ad uscire per andare in farmacia non se ne parlava proprio, troppo lontana e poi nella strada più bassa della zona. Non ci restava che aspettare che la marea si ritirasse, ma non fu così. La sessa aveva cominciato timidamente a scendere quando un nuovo attacco dello scirocco l’aveva mantenuta a quel livello fino al momento della sessa successiva e a quel punto l’acqua rimontò, veloce e aggressiva come noi sapevamo essere quando il mare s’incazzava.
Dalla radiolina di casa arrivavano le notizie: Firenze era sotto con l’Arno che era straripato e stava imperversando per le strade della città provocando morte e distruzione. E noi invece avevamo l’acqua che cresceva e cresceva sembrava non finire più. Adesso in cortile l’acqua lambiva il secondo gradino di casa. Avevano tolto la luce, il gas e il telefono e la città andava alla deriva.
Il vicino ormai con gli stivali alti fino alle ascelle, era ripassato alla porta dei vecchietti che si erano rifugiati sopra l’armadio. Ormai l’acqua aveva invaso tutta la casa e aveva superato il tavolo in cucina. Ma come aprire la porta? Il vicino si era portato un po’ di arnesi e aveva scassinato il portoncino, per fortuna non troppo sicuro e aveva portato in salvo i due sfortunati. Ma cosa ne era della mia amica Marinella che stava pure lei in balia dell’acqua? E ora c’erano le 4 famiglie del primo piano di casa nostra, per il momento l’acqua era in casa, per qualche centimetro. Né luce in casa e nemmeno per le strade e al buio l’acqua faceva ancora più paura. Non funzionava il telefono e mio papà non tornava e nemmeno il dottore per gli antibiotici si poteva chiamare per quel maledetto dente di mio fratello. Allora mi era venuta un’idea, il dottore abitava nell’edificio di fronte, abbastanza distante, ma a tiro di voce, l’avevo chiamato gridando dalla finestra e si era affacciato e, dopo aver saputo il problema, si era detto disponibile a calare il cestino dalla finestra per fornirci l’antibiotico. Allora, per fortuna, ero una ragazza alta e agile, mi misi gli stivali alti, quelli che arrivavano alle ascelle e scesi in strada per raggiungere la casa del medico. E’ terribile trovarsi in mezzo all’acqua, al buio con detriti di tutti i tipi ed animali morti a galleggiare e anche qualche topo vivo alla ricerca di un posto dove rifugiarsi, perchè i topi nuotano, e pure bene, e in quella traversata non ero sola. Presi le medicine e tornai a casa da vera eroina, ma dentro mi era rimasta quella sensazione di sventura e abbandono che si prova quando puoi trovarti immersa nell’acqua, senza punti di riferimento e senza sapere se tutto questo sarebbe finito, ogni passo la sensazione che l’acqua poteva superare la tuta degli stivali e allora mi sarei trovata ancorata sul fondo della strada e non mi sarebbe rimasta che la possibilità di uscire dagli stivali e mettermi a nuotare. Ore 18,30 +194 cm. dal livello del mare il che voleva dire tutta la città allagata e chi stava ai piani terra era scappato come un profugo ai piani superiori; e i negozianti? Mio padre? Ormai c’era poco speranza per la merce del negozio, ma lui dove stava?
E si stava lì tutti seduti, sui gradini della scala di casa, a guardare l’acqua alla luce tremolante delle candele e con il terrore che anche la terza marea sarebbe montata sulle prime due. Allora la città era persa davvero, per la prima volta nella sua lunga vita vissuta nel mare, sarebbe andata sotto definitivamente. Allora si calcolava: come fa una marea salire sull’altra? Ed è possibile che non scenda? Non scenda più? Un rumore sulla porta e mio padre si affaccia: “Sono tornato!” Accidenti come ha fatto? Stava su una barchetta che andava alla deriva e lui ci era salito e spingendosi sui muri era riuscito ad arrivare a casa. Idea geniale, ma chi conosce la città sa che non era stato facile, certo aveva preso in barca la strada, ma c’erano dei punti in cui dovevi prendere per i canali bui e ritrovare la strada perché i ponti non ti consentivano di continuare. E l’acqua stava lì, minacciosa e nello stesso tempo amichevole, e noi stavamo a guardare ossessivamento il suo livello sul muro…
Dalla radiolina arrivavano le notizie di Firenze… a noi sembrava di essere fortunati, almeno l’acqua ci invadeva senza spazzarci via, ma comunque l’acqua non scendeva. Dalle case dei piani superiori arrivava da mangiare, per tutti quelli che stavano sulle scale. Quello che c’era a disposizione, un po’ di salame e un bicchiere di vino, tanto per scaldare gli animi e pure i corpi, infreddoliti da una giornata a bagno.
Poi un urlo: “Cala, sta calando!!!!!” Ed era vero, l’acqua si ritirava, lo si vedeva dal segno sul muro, scendeva lentamente ma scendeva… avevamo buttato un pezzo di carta e si vedeva che lentamente prendeva la strada della porta d’uscita.
Forse il vento era cambiato, forse si era calmato ed il mare stava ritrovando la strada. Non sapevamo ancora che quel mare incazzato aveva superato le difese a mare sul litorale. Aveva superato ed allagato il Lido ed era entrato con tutta la forza in laguna. Ora ritirandosi portava con sè tutto il suo carico di sporco, oggetti abbandonati e paura, lasciando una città che sembrava una discarica di cose da buttare, ma comunque viva, comunque pronta a ripartire.
E stanotte è così una marea di +140 cm sul livello del mare, una breve discesa e poi fra poco una nuova risalita… e tira vento e c’è la stessa pioggia uggiosa… speriamo davvero di non dover  raccontare di una grande acqua un’altra volta ancora.

Confesso che ci abbiamo provato…

In Amici, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 30 ottobre 2012 at 9:31

Questo ricordo mi era scappato. Il post di Annuska me lo ha fatto venire alla mente, e sorridere, non potendo farne a meno. Un capodanno come quello, come dimenticarlo? E se era la fiera degli sfigati, oppure solo una delle tante occasioni per capire che, quella sgangherata compagnia, sarebbe stata una delle migliori compagnie della mia vita, questo non lo so, sono certa però che sono stata fortunata a vivere una vita come la mia e ad avere ancora tante cose da ricordare.
Solita storia: io con il mio amore difficile e Annuska con i genitori, dai quali io ero scappata al raggiungimento della maggiore età. Ma come si faceva a resistere, che tra l’altro per lei erano rose e fiori in confronto, io la strada gliel’avevo già aperta e la sua libertà era infinita, in confronto alla mia.
Ed ecco capitarmela a casa: “E’ capodanno e non mi lasciano uscire con i miei amici, che palle, sempre così…” “Beh esci con i miei, magari, a casa, pensano che così almeno c’e qualcuno a controllarti…” Glielo avevo detto così per ridere, non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di controllarla, non ne avevamo bisogno nessuna delle due. D’altra parte, prima di partire, pure mio fratello più grande si era unito alla combricola assieme alla sua nuova ragazza, quella con la sclerosi multipla che si portava in pista montata a cavalluccio.
Dire banda di sfigati era poco. Fare capodanno, in una discoteca, era davvero l’ultima cazzata che potevamo fare. Per prima cosa odiavamo le discoteche, e poi tutto organizzato all’ultimo momento, senza neanche sapere cosa avremmo trovato al nostro arrivo e se avevamo voglia davvero di farlo, era una pazzia.
Innanzi tutto diffidate di una località che si chiama Terre Perse, e soprattutto non sperate di tornare da lì, con un mezzo di locomozione dopo la mezzanotte, a parte i propri piedi s’intende. L’unico mezzo che avevamo con noi era la macchina per portatori di handicap di Linda che era stata utilizzata anche per portarci appresso le bottiglie di spumante, da bere allo scadere di mezzanotte. Ovviamente squattrinati com’eravamo, non ci saremmo presi mai una bottiglia al bar della discoteca. Che poi discoteca non pareva, anzi forse lo era stata, ma forse… un secolo prima. Se avessi portato il mio giradischi e i miei dischi da casa avremmo ascoltato musica migliore e sicuramente ce l’avremmo fatta ad ascoltarla, almeno per buona parte della notte. Ed invece no, non era destino. Quello che ci aspettava era un angolo in un locale muffito e gelido, con una cenone anonimo, tipo mensa di un dopolavoro di sfigati, servito in piatti di plastica e consumato appoggiati a puff con macchie di dubbia provenienza. Poi le luci hanno cominciato a saltare. Benvenga, così almeno non riuscivamo nemmeno a vederci in viso e a subire l’ingiuria e la miseria del luogo.
Allora Alessandro, il solito, si era messo a battagliare con lo spiffero gelido che filtrava tra i tendaggi logori. Oddio l’alito dell’orso polare… e se almeno non ci vedevamo anche l’orso avrebbe avuto la sua bella difficoltà a trovarci. Si sa che il cibo surgelato non ha odore e se poi ti viene meno anche la vista… forse eravamo salvi.
Quello che poi successe, compreso l’impianto stereo saltato prima della mezzanotte e pure gli altri avventori che se l’erano presa ridendo e cazzeggiando, aveva reso la serata amena e piena di incognite. Non ricordo bene con chi ballai e forse lo abbiamo fatto tutti assieme facendo un po’ di casino e scaldandoci a fiato. Ricordo solo che fu una serata strana e anche piacevole malgrado la lunga strada del ritorno, senza sapere se poi avremmo trovato lo “yak” (sì quell’animale tibetano resistente al gelo) per superare l’ultimo tratto via mare. Insomma il capodanno più strampalato della mia vita, con una mezzanotte a brindare all’aperto, senza nemmeno cappotti e giacconi, passandoci la bottiglia di spumante (e chi si era pensato di portare i bicchieri) e ridendo come matti per quell’orso polare che, malgrado tutto, si era tenuto nascosto tra le tende e non era venuto a brindare con noi.
Mi spiace solo di non poter ricordarlo ancora con Alessandro, lui avrebbe avuto la sua versione della serata e ne sarebbe uscito il suo solito momento dissacrante. Mi spiace solo di aver perso un poco di quello spirito avventuroso e di quella sana allegria incoscente e mi fa piacere che a qualcun altro rimanga questo ricordo, che altrimenti con il tempo sarebbe svanito anche dalla mia memoria, di solito elefantesca.

Bei tempi, quei tempi, dove gli orsi polari, come nelle favole, si mischiavano agli esseri umani.

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