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L’Ulivo è vita (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 20:45

jasmeen Al Najjar

Non ci vuole molto a capire il valore che i palestinesi danno alla loro terra e soprattutto alle piante di ulivo. Me ne ero resa conto quando all’inizio del lavoro del nostro gruppo pro Palestina, poi diventato associazione: Restiamo Umani con Vik, avevamo curato una mostra di disegni di bambini di Gaza usciti dalla terribile esperienza di Piombo Fuso. Moltissimi disegni di questi bambini, che in gran parte soffrivano di post-traumatic-stress-disorder (patologia molto complessa che accomuna bambini e adulti messi sotto forte paura e stress) mostravano oltre ai bombardamenti, alle morti e alla distruzione di case e scuole, delle immagini che mi hanno colpito particolarmente: la distruzione e lo sradicamento degli ulivi.
Non ci voleva molto per capire quanto valore dessero, anche quei bambini, alle piante di ulivo. In alcuni disegni queste piante venivano raffigurate con grossi tronchi e frutti (olive) di dimensioni spropositate. Venivano raffigurati contadini a cui veniva sparato mentre raccoglievano le olive. Venivano disegnate ruspe e ulivi sradicati, con la stessa angoscia delle figure umane sanguinanti, abbandonate sui cortili di case diroccate e sui campi.
Chiaramente la piantà di ulivo per i palestinesi è il simbolo della Vita. I motivi sono ovvii: non solo perchè dagli ulivi essi ricavano di che vivere, ma anche per un significato più inconscio di radicazione nella propria terra e di volontà di nascervi, crescerci e riprodursi in serenità e naturalezza. Ne consegue che ad ogni ulivo sradicato la ferita dell’occupazione e della mancanza di libertà e giustizia, fa accrescere ancora di più il disagio, la distanza e l’odio contro gli oppressori.
Il significato quindi che abbiamo dato durante l’incontro che si è tenuto a Burin, villaggio di 2500 anime situato a sud di Nablus, circondato dalle colonie illegali israeliane di Yizthar e Bracha, della piantumazione da internazionali di alcuni ulivi, sotto lo sguardo vigile dei soldati dell’esercito israeliano, messi a custodia degli insediamenti illegali, è stato molto sentito, di grande phatos e anche di importante valore simbolico.
Non è la prima volta che gli internazionali come noi, piantano ulivi nel territorio di Burin, ulivi di grande significato simbolico,  tanto che successivamente sono stati sempre sradicati.
Mi sto chiedendo che fine faranno i nostri. Se sono ancora lì a sfidare la forza bruta dell’esercito israeliano oppure se sono stati strappati senza pietà.
A Burin ci siamo andati senza saper bene cosa avremmo trovato. Innanzi tutto ci aveva accolto una giornata uggiosa e un vento freddo, ma fin da subito un amichevole, ma ufficialissimo gruppo di rappresentanti del villaggio: sindaco in testa e rappresentanti politici ci hanno dato il benvenuto.
Non aspettavamo chiaramente tanta considerazione, non ci pareva di essere così importanti,  anzi eravamo andati ad incontrare la giovanissima e coraggiosa Jasmeen Al Najjar, una ragazza che aveva affrontato pur nella sua menomazione (una gamba artificiale), la scalata del Kilimangiaro. Una ragazzina sorridente ed imbarazzata, ma di una felicità che trasudava da tutti i pori, che noi volevamo al centro della scena, per comunicarle tutta la nostra comprensione e la nostra solidarietà.
Abbiamo avuto un’accoglienza da grande stars, sistemati sotto la tettoia della nuova scuola del villaggio, con thè e caffè e musica a tutto volume. Al microfono si sono alternati Jasmeen confusa e felice e tutte le persone importanti della zona.
Ci aveva accolto anche il manifesto del ministro Ziad Abu Ein, titolare del dicastero per il Muro e le Colonie, ucciso alcuni giorni prima, durante una manifestazione in un villaggio vicino, mentre venivano piantati altri ulivi.
Pensonalmente l’anno prima avevo conosciuto Ziad, sempre in viaggio con Luisa, durante una visita improvvisata al notissimo e amato Samer Issawi, conosciuto per i suoi 260 giorni di sciopero della fame, che era stato rilasciato dal carcere, per poi finire ancora incarcerato assieme ad un fratello e alla sorella Shereen, avvocato, anche lei conosciuta quella sera.
Un’accoglienza molto curata, ma anche fraterna ci ha fatto sentire proprio a casa. Abbiamo ascoltato in piedi l’inno palestinese, che commuove, anche se a parer mio, assieme a quello italiano dovrebbe subire qualche “modifica” musicale, ma è solo questione di gusti.
Insomma una mattinata piena di sorprese tra le quali la timida, ma raggiante ragazzina con il vestito classico delle donne palestinesi e gli scarponcini da montagna, un connubio che parlava di lei molto di più di tante parole.
Prossimo progetto il K2.
Auguri Jasmeen saliremo tutti in alto assieme a te, al tuo coraggio e alla bandiera palestinese.

Il Muro e la formica (di Daniela Marrapese)

In amore, Viaggi on 20 gennaio 2015 at 16:54

formicamuro

Prima di partire avevo paura. Paura di dover assistere a manifestazioni di estrema violenza, timore di potermi trovare davanti a soprusi che non sarei stata in grado di sopportare.
Solo dopo ho capito che avevo peccato di ingenuità. Che, se vai in Palestina, non hai bisogno di essere sfortunato per testimoniare violenza e soprusi. Ti basta andarci e guardare, andarci e ascoltare. Ti basta andarci.
L’abuso, in Cisgiordania, non è episodico e “plateale”. E’ continuo. A volte, silente e reiterato, cerca di farsi “normalità” per passare inosservato, ma non ci riesce.

Lo incontri nelle strade interdette ai palestinesi, nei checkpoint, negli insediamenti che si mangiano la terra, palmo a palmo, nel colore diverso delle targhe delle automobili, nella sottrazione dell’acqua, negli ulivi bruciati, nei muri che separano le persone e nella grate che le ingabbiano. L’abuso è quotidiano, versatile e infaticabile. Quello che avevo sottovalutato, prima di andarci, è che altrettanto o, forse, ancora più versatile e infaticabile, è la resilienza di chi, da troppo tempo, subisce questa violenza.

La resistenza che ho visto, nei miei pochi giorni in Palestina, si serve di strategie costruttive, di strumenti creativi e non violenti; sa usare menti aperte e generose e, spesso, ti guarda con occhi sorridenti. Oppone (anche) la musica alla segregazione [Al Kamandjati]; risponde (anche) con i clowns allo spettro degli assedi [Human Supporters Association, a Nablus]; schiera (anche) contingenti disarmati di persone travestite da Avatar contro frotte di soldati armati [Bili’in]. Perché l’ironia, prima ancora che un’arma, può essere uno scudo corazzato.

Su un tratto del muro che rinchiude il campo profughi di Aida, a Betlemme, qualcuno ha disegnato una formica gigantesca, ritta sulle zampe posteriori che, mentre sembra ruggire, abbatte le sezioni del muro, come fossero tessere arrendevoli di un grande gioco da tavolo. Non si può rimanere indifferenti di fronte a una formica alta 6 metri, e io non l’ho fatto. Anzi, io le ho creduto. Ho creduto all’umiltà di identificarsi in una formica. Ho creduto nel fatto che una formica, se ruggisce, può abbattere un muro.
La formica è un animale dalla grande intelligenza collettiva e con una fortissima propensione alla socialità…tutto il resto, è un muro che cade, tessera dopo tessera, come in un inarrestabile effetto domino.

Inshallah.

Ogni mattina a Jenin

In amore, Donne, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 29 luglio 2011 at 22:19

Copertina libroPotrei dire che racconta la storia di un popolo, ma non  sarebbe corretto. Sarebbe meglio dire che racconta una storia di donne che a loro volta raccontano la storia di un paese perduto. Questo è il contenuto del libro di Susan Abulhawa   “Ogni mattina a Jenin”.  La poesia dei risvegli di una bambina, prima dell’alba che corre tra le braccia di un padre generoso e gentile, che la cresce nella poesia di un mondo doloroso, ma fantastico. I racconti di una terra perduta che tante lacrime e sangue ha richiesto come contributo. La vita di donne troppo esposte all’amore e proprio per questo chiuse in se stesse e nei loro corpi di pietra scura. Dishdashe colorati e bimbi dalla bellezza fiera addolcita da occhi smisurati. Sogni e speranze nel profumo speziato dei fuochi accesi per cucinare. E poi la guerra… assurda come lo è ogni guerra, ma a volte assurda anche di più. Una realtà che esclude un’altra. Un paese senza pace. Un popolo scacciato dalla propria terra che non riesce più tornare. Donne  e madri sconfitte, derubate dei figli e degli sposi, senza più casa e focolare, deprivate anche della loro memoria.

Raramento ho letto un libro più avvincente e poetico di questo. Leggerlo mi ha fatto amare la Palestina non con la mente come facevo prima, bensì con i sensi e con il cuore. Se parla di ingiustizia e negazione dei diritti lo fa solo passando attraverso i moti dell’anima, mai attraversando il territorio gelido del giudizio, dell’odio e della vendetta. Non sarebbe possibile comprendere come Amal figlia della bella Dalia, nata nel campo profughi di Jenin, dopo il dolore delle sue infinite perdite, voglia tornare alla sua terra per poter ritrovare se stessa. Ma il suo è sempre stato un territorio di mezzo. Le sue radici sono state estirpate. Non c’è un luogo che la possa accogliere amorevolmente. Non l’America dove vive sotto controllo dal FBI. Non il Libano  che accoglie solo i campi profughi palestinesi, senza garantire le loro vite. Non la Palestina perchè occupata da uno stato che vuole escludere dal territorio conquistato, gli arabi. Ma Jenin per Amal e il ricordo dell’abbraccio di suo padre all’alba di ogni mattina. Jenin è il luogo della sua infanzia e dei suoi sogni. Luogo dove poter ritrovare quello che rimane dei rapporti che le riportano gli affetti di quella famiglia estesa che fu il villaggio ai suoi inizi. Amal dopo tanti anni incontra il fratello rapito ancora prima della sua nascita e cresciuto in Israele: David o Isma’il per la sua metà araba. Ma anche questo legame incerto non riuscirà a salvarla. Alla fine il fratello maggiore Yussef, creduto morto come terrorista suicida perchè fattosi esplodere contro l’Ambasciata Americana, scrive alla sorella perduta un’ultima lettera che mai spedirà e che lei mai più potrà ricevere:

“Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
Perché non ho tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità
…e l’Amore non mi sarà mai strappato dalle vene.”

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