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Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

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Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 maggio 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

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“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Hebron, questa è la mia terra, questa è Palestina…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 25 gennaio 2013 at 21:43

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Ultimo giorno di viaggio e l’anima ci pesa assai e non aiuta certamente il fatto che ci aspetta l’anomalia di Hebron. Se fossimo in un favola diremmo che è la ciliegina sulla torta, ma ciliegina non è per niente e ce ne accorgiamo subito.
A Hebron si decide il destino della Palestina, perchè questa città è palestinese o almeno lo è stata fino a che un manipolo di coloni, ispirati da un dio annoiato e senza senso dello humor, si sono spinti ad occupare delle case a destra di Shuhada street, l’antica strada commerciale di Hebron, ma che adesso vogliono anche la sinistra di quella strada. Così i coloni occupano i piani superiori, espongono la stella di David e iniziano a bombardare di sporcizia quelli che passano e vivono sotto o che espongono le merci.
Ma vediamo più da vicino il “casus belli”: a Hebron vivono 200.000 palestinesi e negli ultimi anni si sono installati 700 ebrei venuti recentemente dall’Europa che hanno requisito, occupato a “tutto diritto”, a parer loro ovviamente, quello che era l’antico quartiere ebraico della città, a questi si devono aggiungere i circa 7.000 ebrei della contigua Qiryat Arba, la solita colonia dall’animo gentile. La questione è che gli ebrei che si sono installati, confiscando case e facendo sloggiare in malo modo i residenti, ovviamente supportati dall’esercito, rendono impossibile la vita dei palestinesi di tutta la città. Adesso comunque sono quasi a posto (ammesso che si accontentino, il che non è), si sono appropriarsi della strada centrale e commerciale, in modo da collegare liberamente le case di destra con quelle di sinistra e continuando così a trasformare la città in una nuova colonia.
Metodo fantastico per far morire d’inedia i commercianti dei piccoli negozietti e le loro famiglie. Ma ancora peggio, quei palestinesi che non si sono fatti cacciare, non solo non possono mai lasciare la casa incustodita perchè gliela occupano, come è successo ad una famiglia che era andata ad un matrimonio, ma anche si trovano le porte di uscita sbarrate e saldate con la fiamma ossidrica e sono costretti a mettere le griglie di protezione alle finestre. Per poter uscire usano i tetti delle abitazioni dei vicini o aprono un varco nelle altre abitazioni… Ma ti sembra vivere questo?
Sai che bello per un bambino che deve andare a scuola ogni mattina scavalcando, spaventato, i tetti e tremando quando deve rientrare, senza sapere mai davvero cosa troverà?
E così è stata chiusa Shuhada street, la colorata e allegra via del centro. Le porte sono state saldate e chiuse con i catenacci, le protezioni che erano state messe per proteggere la popolazione dal lancio di immondizie degli israeliani, dall’olio usato ai pitali di piscio, dai mattoni alle bottiglie di vetro, dagli avanzi di cibo ai vestiti smessi, ecco quelle restano a decorare il soffitto in modo da indicare a chi volesse riaprire la strada che non è un processo reversibile e che la strada rimane chiusa in mano all’esercito di occupazione.
E i palestinesi hanno spostato il mercato nella strada parallela, anch’essa difesa da reti di protezione, hanno riaperto bottegucce e banchetti e i colori si moltiplicano e gli odori di spezie e di falafel si diffondono ovunque. L’attivista che ci accompagna ci incoraggia a comperare per spingere questa gente a fare di più oltre che ad amare il loro paese al di là di ogni possibile dubbio. Non è stato facile spostare il mercato, la paura serpeggia, ma non è facile convivere con i coloni fianco a fianco.
Sono talmente aggressivi questi qui, che allevano i loro figli a sputare, dare calci, tirare pietre e a prendere a male parole e minacce i palestinesi. Metodo educativo molto sofisticato, che garantisce ai propri figli apertura mentale e capacità di stare nelle cose del mondo in modo adulto.
Ci dicono di stare attenti anche a noi e di non girare per le strade laterali del mercato vecchio, andate avanti dritti e non girate da soli… bel modo di vivere, così ad un certo punto veniamo affiancati da una ronda dell’esercito, armata come per la terza guerra mondiale, uno di loro capisce che siamo italiani e ci guarda con disprezzo e dice a voce alta, forse le uniche parole che gli hanno insegnato nella nostra lingua: “Italiani… terroristi!” Si allontanano pieni di boria ridendo, un altro di quei ragazzotti strafottenti, dalla pelle nera come il carbone, si tira il passamontagna fin sugli occhi. Si vergogna? Non lo so, io lo farei, mi vergognerei davvero di far parte di un esercito razzista che impone con le armi le catene ad un altro popolo, e poi mi vien da dirgli: pensaci bene, anche a volerlo non diventerai mai, tu ragazzo di colore, una persona che accede alle alte sfere del comando in questo paese, guardati la pelle, è del colore sbagliato, che ci fai in un paese simile? Sarà vero che il 70% degli israeliani vorrebbero abitare da un’altra parte, se potesse scegliere? Ma tengo ovviamente le cose per me anche perchè dall’alto ci arriva improvvisamente addosso una bottiglia, lanciata da una finestra della casa vicina. Fossi stata nei pressi avrei rilanciato il “pezzo” gridando “porci, riprendetevi la vostra spazzatura”, ma forse ha ragione Luisa, è tutto inutile, non è gente che ragiona.
Oggi, che sono in Italia apprendo la notizia che hanno sparato in faccia ad una ragazza di 21 anni, uccisa così stupidamente, dalle pallottole di un esercito di offesa, non di difesa, come usano dire. Hebron è una polveriera che tutti fanno finta di non vedere. Ed io provo rabbia sorda e profonda e mi chiedo: cosa farei per riavere la mia terra?
Come reagirei se mi uccidessero un figlio? Riuscirei ad essere generosa e altruista come il genitore israeliano che ci raccontò la sua storia il primo giorno di Palestina? Non credo, non so, devo ancora troppo metabolizzare.
Comunque ci mettono in allerta, ci dicono che è pericoloso, e allora ci infiliamo nei negozietti e io trovo delle kufije ancora più belle, tra le quali una nera e bianca pesante che mi salverà dal diluvio universale. Una bianca e rossa e una tutta bianca che non avevo mai visto prima. Una bella sciarpa di lana dai colori dorati e tante collanine con Handala, guardo le collane e gli orecchini che trovo bellissimi, ma che non userei mai, li guardo e ne vengo ammaliata, ma giro gli occhi e me ne dimentico, invece le sciarpe sono la mia passione, d’inverno ne cambio una al giorno a seconda dell’umore che ho. Sciocchezze di viaggio, mi vergogno di aver avuto dei momenti di debolezza così superficiali, ma almeno spero di aver contribuito all’economia dei miei fratelli palestinesi.
Alla fine della strada ci troviamo di fronte ad un check point, dobbiamo passare uno alla volta con gli zainetti a mano, superato il “gate” ci sono altri 200 metri di città svuotata e di negozi chiusi. Un altro punto di controllo e si entra nella realtà della colonia vera e propria. Ci fanno passare i soldati e bloccano i ragazzi palestinesi che avevano seguito Luisa, restano dall’altra parte delle transenne e ci salutano e ci chiamano, ma i soldati li cacciano via, qui siamo nella terra del padrone colono, di cui abbiamo davanti un vero rappresentante, che porta a spasso la sua arma raccontando le sue storie a un po’ di turisti americani (ebrei probabilmente). Un tipo barbuto e nero, con il fucile mitragliatore a tracolla. Rassicurante davvero, ma gli americani non ci fanno caso, sembra normale anche per loro.
La strada è percorsa da ragazzi con le basette a tirabuscio’ e con la kippah o zucchetto incollato sul cucuzzolo della testa, meticolosamente rasata.
Si aprono discussioni su come piantare la Kippah sulla testa per non farla cadere… io sostengo che la fissano con i chiodi… ma non tutti sono d’accordo.
Intanto si aprono le cateratte del cielo e ci infiliamo tutti in un negozio arabo sedendoci su sedie di cortesia messe sotto la tenda davanti al ceck point e alla garritta che si riempie subito del verde dell’esercito. La strada si allaga e l’acqua corre come un fiume in piena. Io sono quasi allegra, a parte i danni che questo acquazzone può causare, sto pregando che piova sulla valle del Giordano per giorni e giorni e che la terra riesca a fare tesoro di tutta quest’acqua, invece di essere incredula e talmente secca da essere diventata quasi impermeabile e di farsi scorrere addosso rivoli di fango.
Piove ancora, ma noi abbiamo un appuntamento. e attraversando guadi di fango e acqua che ci arriva alle caviglie, ci avviamo nella parte alta della città.
In tutto il percorso che abbiamo fatto, in questi giorni di viaggio, ci siamo resi conto che eravamo continuamente sotto controllo. In ogni dove le telecamere ci tenevano sott’occhio tanto che a volte ci veniva la voglia di mandare un salutino al controllore. A Hebron il controllo è totale, viene fatto dall’esercito e dai coloni stessi che si prendono l’arbitrio di giudicare cosa e come si deve andare per la “loro” città.
Così sotto una pioggia scrosciante arriviamo alla base di una lunga scalinata stretta interrotta da sentierini fangosi che tagliano la montagna e che consentono di risalire la collina faticosamente, ma in fretta. Alla base troviamo una camionetta dell’esercito che manovra davanti all’inizio della salita. Ci stringe sul ciglio della strada in modo da renderci impossibile la salita. Ma dai? Ma con chi credete di avere a che fare? Ci vien da sorridere sotto i baffi da terroristi italiani… e così, un per uno, passiamo la strettoia appoggiandoci sulla jeep con le mani, con i gomiti e con i piedi…. penseranno mica di fermarci vero? Sono loro che stanno in mezzo al nostro cammino mica noi…
Alla fine passati tutti e visto l’inutilità della loro presenza, decidono di andarsene, poveri cocchi, sarà mica questo che ci spaventa no? Ci stiamo facendo le ossa.
Arriviamo in alto in una casupola in mezzo ad un oliveto di piante millenarie, bellissime. Lì c’è il Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements), un gruppo di ragazzi coraggiosi che ci raccontano la loro storia, a volte con tristezza, a volte con ironia, ci parlano della loro vita aa Al Khalil – Hebron. Ma prima di metterci a parlare, quando salgo al piano superiore e mi siedo a riposare fuori della porta, mi incontro occhi ad occhi con un soldato piazzato nel giardino di fronte a difesa dei coloni che vi abitano. Ha una tettoietta come riparo e sembra un burattino di pezza. Lo guardo e mi fa pena e pure tanta, chissà lui cosa pensa. Forse si sente un eroe a fare da palo nel giardino dei vicini. Sai che noia guardare negli occhi una vecchierella come me, che potrebbe essere tranquillamente sua nonna? Pevero soldatino di piombo, non ti senti un tantino ridicolo? Non pensi che l’unica arma che potrei usare è quella di buttarti le noccioline come si fa con le scimmiette allo zoo? Se sei tu la forza di Israele, inevitabilmente prima o poi una risata vi sepellirà.
Ma non è così facile, i racconti che seguiranno sono storie di normale follia, di un popolo senza legge che sta in mano ad un manipolo di coloni, ignoranti e razzisti, arrivati da altri paesi, che si fanno padroni anche della vita degli altri. La vedo dura per Israele di diventare un paese democratico e civile. La vedo ancora più dura di diventare un paese che ama se stesso… ma per questo ci vuole un particolare senso della giustizia e di umanità e qui purtroppo non ne è ancora nato il seme.
E il viaggio continua nel Centro di Resistenza Popolare sotto gli occhi di un soldatino intirizzito dal freddo.

Viaggio, con biglietto di sola andata…

In amore, Anomalie, Viaggi on 8 gennaio 2013 at 23:29

SONY DSCSono tornata, ma si fa così per dire.
Con la mente non ci sono, non sono tornata affatto e mi accorgo che nemmeno il tempo è passato, si è bloccato lì… senza contare che le mie emozioni si sono cristallizzate e dovrei metabolizzare. Inutile ogni tentativo, perché per metabolizzare bisogna fare almeno un tentativo di accettare o almeno tentare di comprendere. Comprendere nel senso si contenere e io non riesco più a farlo, mi sento un contenitore troppo pieno che è traboccato. Ogni movimento o pensiero e qualche cosa di più, di troppo.
Era semplicemente un viaggio di conoscenza, di persone che pensavano di conoscere quasi tutto e invece non era così. Io non conoscevo… non a sufficienza comunque.
Siamo arrivati di notte fonda e non abbiamo trovato nessuna difficoltà, nessuno avrebbe pensato fosse così facile. Vuoi vedere che forse mi hanno raccontato delle storie… non può essere così facile entrare senza sapere che invece poi era così complicato uscire… ma poi eravamo davvero usciti? Ma andiamo per gradi:
Jerusalem con le sue mura così rassicuranti. Vecchia città di storia e di convivenza, perchè non puoi essere di tutti o in particolare solo di te stessa? Nelle stradine lontano dal mercato ci sono i poliziotti e gli uomini del Municipio che cercano le case da demolire ovviamente in Jerusalem est dove non si può ottenere mai un’autorizzazione per costruire. Proprio oggi ne hanno demolita una e chissà se si sono fermati lì oppure hanno coinvolto anche i vicini, così potevano chiedere di essere ripagati per la loro buona volontà. Ma non vale per gli altri. Quelli, gli altri costruiscono un brutto muro grigio che separa una strada a metà, dividendo in due i palestinesi che abitano a sinistra da quelli che abitano a destra e che a Jerusalem non potranno più entrare. Erano gerosolimitani, ma adesso non più, la loro carta d’identita cambia colore, cambia la scuola che non si può più raggiungere, la sorella o la madre che vedevi attraversando la strada, adesso parevano distanti come in un altro mondo.
Ma Jerusalem rimane immutata e bellissima, con i suoi tanti campanili e minareti, con quelli che pregano sotto e che vorrebbero sterminare quelli che pregano sopra e quando i muezzin chiamano alla preghiera, quelli sotto invidiosi mandano a tutto volume le loro canzonette di guerra da soldatini di dio. Dio strettamente immobiliarista che promette casa a destra e a manca, anche quella casa che non è di suo diritto, ma non è il regno dei cieli la sola casa di dio?
Questa terra me l’ha promessa dio e io ci faccio quello che voglio… che dio sciocco ed imprevidente se gli alberi vengono tagliati sulle colline e al loro posto nascono bianchi condomini, testimoni della stupidità umana. Case nuove da riempire di gente senza scrupoli, pronta a ripetere quella storia infinita che tanto male aveva fatto e che tanto crudele continua ad essere pure oggi.
Muri, recinzioni e difese… pronte a chiudere dentro o chiudere fuori, nessuno sa chi è prigionieri di chi o forse sì, qualcuno diventa prigioniero di altri, qualcun altro si fa prigioniero di se stesso.
Eppure Jerusalem rimane lì immutata mentre la luna piena illumina le cupole delle moschee e le mura rimangono immote. E io guardo attonita l’anno nuovo che arriva, già pregno di cattivi presagi…

Ty*, una Vita di risposte…

In Amici, Donne, personale on 18 dicembre 2012 at 2:14

ragazza

50% israeliana, 50% palestinese. Vivi in Italia. Vita da girovaga con qualche puntata in Siria.
( e la JUGOSLAVIA mio grande amore??? e l’Africa e il Brasile ecc eccc  ahahahah :-))

Amore sviscerato per i deboli. Forte identità umana. Potrei chiederti qual è il tuo paese? Quali sono le tue radici, insomma: da dove vieni e dove andrai? Ossia da dove pensi di aver origine e quale pensi sarà il tuo destino?

Ti correggo, non ho una FORTE identità umana, anzi sono un essere umano altamente imperfetto e non amo i deboli, mi hanno insegnato ad amare le persone, tutto qua.

Da dove vengo lo so, dal Medio Oriente, dove andrò, visto i regali che mi ha riservato la Vita e una vita da Cooperante Internazionale…chissà 🙂

Una volta chiesi a un Rabbino a Milano, (l’unico con cui abbia interagito in Italia), perchè il destino mi avesse riservato tutto quello che stava capitando nella mia Vita

Lui mi disse che il destino non esiste, che la Vita è un Disegno di Dio.

Da credente, un po’ a modo mio vivo la Vita con l’opzione del tasto “cancella  con la gomma e ricomincia”  e non credo che qualcuno dall’Alto si offenda 🙂

Quali sono le persone che nella tua vita hanno lasciato un segno profondo nell’anima? Perché?

Domanda davvero difficile..

Sono tante e delle più svariate tipologie, la Vita non smette di stupirmi, volti l’angolo e ti arriva un “pezzo” emotivo e umano, molto….moltissimo..anzi quasi tutto lo devo alle persone per cui ho lavorato che mi hanno insegnato e dalle loro vite mi sono segnata, portandomi sempre a casa quello che mi avevano dato chiudendolo a chiave a triplice mandata nel mio glaciale cuore 🙂

Se poi parliamo di segni dell’anima, bhè allora diventa facile:

Mia Figlia, meraviglioso regalo della mia Vita, che mi ha insegnato tutto quello che sono e forse qualcosa che devo ancora scoprire di essere.

Il mio fratello di “cuore” che mi ha fatto condividere con lui il bello della diversità umana e dell’arricchimento che ne comporta, quello che non mi giudicava e mi guidava senza rendersene neanche conto, che mi ha sostenuto le mille volte che sono caduta.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto, le piccole cose che vorresti fare, le grandi cose che vorresti realizzare? I tuoi progetti per il futuro, le priorità, i passi irrinunciabili?

Io voglio sempre realizzare grandi cose anche da piccola piccola come sono.

Il mio futuro: ehm…quello è in una mutazione talmente schizzofrenica che dovremmo scriverci un e-book 🙂

La mia priorità?: la libertà della mia Anima, adesso non lo è del tutto libera di esserlo e questa, non sono io.

Come descriveresti te stessa a persone che non ti conoscono e, secondo te, quale percezione trasmetti agli altri quando vengono in contatto con te?

Non sono mai stata capace di rispondere a questa domanda, di sicuro, sono come mi vedi senza troppi filtri o troppe elugubrazioni mentali.

Qual è la domanda che nessuno ti fa e a cui tu vorresti invece davvero rispondere?

Anche qui non sono preparata, non ho mai pensato a una domanda che non mi hanno mai fatto (OmG potrebbe essere grave??? me ne han fatte troppe? :-))

Hai un’arte, un mestiere, un luogo dove vorresti stare per poter a pieno realizzare te stessa?

No. un luogo  e una certezza non ce l’ho, tanti anni fa scrissi un racconto che parlava di me che non trovavo Pace perchè non avevo capito cosa volevo fare da “grande” sono passati 15 anni….non l’ho ancora capito :-), so però cosa voglio essere e so dove andare per cercare di provarci.

Però io stò bene in molti contesti (per citare la mia bis YddishMame” più son sporchi meglio è”) ma non mi adeguo alla superficialità, allo spreco, al perdere tempo se non per qualche ora, traggo gioia da cose che la gente talvolta guarda con occhi straniti ma…poveri loro. 🙂

Ty*

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