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Deep words

In Anomalie on 10 settembre 2013 at 7:59

Solitudine

Come si poteva sapere se era lei ad essere diventata tenera oppure una qualche parte visibile od invisibile di lei stessa? Ed era importante capire cosa si intendesse con quel “tenera”. Se avesse un’accezione neutra oppure negativa come a volte le sembrava. E poi ancora chi era davvero lei stessa? La parte visibile, quella che caracollava nella vita, oppure la sua parte più nascosta o meglio più spirituale che ci andava assieme? Che poi le due parti andavano assieme, ma mica sempre si sopportavano.
La vita chiede sempre chiarimenti e approfondimenti, o almeno a lei era sempre successo. Mai che si potesse usare le parole in modo leggero senza la responsabilità di cui si sentiva da sempre gravata.
Non le era sufficiente mai, adeguarsi, alla comoda idea che esistesse per tutto un significato letterale che veniva accettato per lo più da tutti. Per lei c’erano le sfumature e i significati che arricchivano le parole e che le rendevano più responsabili e importanti.
Per esempio educare un figlio voleva dire molto di più di quello che la gente pensava. Non era solo insegnargli a salutare, a stare seduto a tavola e a non mettersi le mani sul naso davanti a tutti. C’era davvero molto di più e anche molto di diverso, ma era difficile spiegare, che poi mica tutti avevano figli e mica tutti li sapevano educare. Magari quelli le mani sul naso davanti a tutti non se le mettevano, ma poi di fronte alla vita erano dei pezzi di legno fatti e torniti anche se molto ben educati… magari apparentemente.
Ma lei per le regole aveva sempre sofferto. Non le erano mai andate giù e le trovava sempre molto ipocrite e ingiuste. Per lei educare era un lavoro lungo che non finiva mai: cercava di insegnare ad essere responsabili ed empatici, la “buona educazione” da monsignor Della Casa era proprio l’ultimo dei suoi problemi. Se deveva essere sincera il catalogo delle buone maniere non le interessava, se non altro proprio perché parlava di maniere e non di sostanza.
Ce n’è di gente che vive di atteggiamenti e che non sa vivere di quello che è. A parte il fatto che è davvero difficile conoscersi bene dentro, ma basterebbe un po’ di sano senso critico per andarci vicino, senza dover per forza arrivare al centro di ogni problema.
Era l’impegno a fare la differenza: il non accontentarsi mai. Che poi anche questo metodo aveva i pro e i contro, c’era il rischio di portarsi dietro quell’aria da “tumistufi” che lei tanto odiava negli altri. Possibile che si odi incontrare negli altri i propri difetti??? Ma lei amava la vita, era talmente bella, talmente sorprendente e generosa, non si sarebbe potuta mai mostrare scontenta di vivere. Aveva visto troppe vite distrutte, tante volte per noncuranza e qualche altra… ma lasciamo stare.
Ma una cosa era certa a lei sembrava di essere diventata di un’altra sostanza. Non era solo la questione che piangeva guardando film commoventi o di fronte alle storie che la prendevano, questo lo aveva sempre fatto, ma che si trovava disarmata davanti alla cattiveria, e non solo, si scioglieva davanti alla bellezza, alla poesia, all’arte. Piangeva come dopo una perdita… come dopo un abbandono. Non un pianto di gioia, ma uno che assomigliava di più ad un addio.
Ci aveva pensato a lungo e le uniche parola che le venissero alla mente erano: nostalgia, malinconia, rimpianto e perdita. Parole difficili da accettare. Parole a senso unico, senza ritorno a cui non riusciva a guardarci dentro. Non riusciva o non voleva e forse non poteva.
Avrebbe dovuto usare le parole in modo leggero, noncurante e invece a volte erano profonde e misteriore come il mare.
Lei conosceva solo quel verso della vita, quel sapore e oggi, senza rimedio e per la prima volta, si sentiva sola. Nessuna condivisione. Gli occhi degli altri non erano i suoi. La sua anima era diventata un tenero puntaspilli e le parole, per quanto attente, non le bastavano più.

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Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

Di fronte all’amore…

In amore, personale on 18 ottobre 2012 at 10:21

Di fronte all’amore sia tutti uguali… abbiamo reazioni simili, facciamo cretinate simili, ci comportiamo in modo assurdo e irrazionale. l’amore è un vero momento democratico della vita. Certo che però, se così fosse e se l’amore fosse lo stesso per tutte e due le persone interessate, ogni azione cretina lo sarebbe di meno, visto che sarebbe condivisa. Invece così non è, nell’amore ci sta sempre uno, dei due interessati, a comportarsi in modo inadeguato, irrazionale e stupido, l’altro invece ne è oggetto, quindi la frase da cui sono partita è un paradosso.

Non siamo tutti uguali di fronte all’amore perché non tutti viviamo lo stesso tipo di sentimento. Anche all’interno dello stesso amore le valenze sono diverse, c’è chi prende e chi dà di più, c’è chi si gioca tutto e chi si conserva, c’è chi ci crede e c’è chi ci crederebbe se potesse, sapesse o riuscisse.

Di fronte ad una cosa così bella, così destabilizzante, così speciale, chi riesce a stare ai margini? Forse chi ama meno? Forse chi è più egoista o forse solo quello che non è di fronte al suo di amore?

Questi sono discorsi che non portano a niente. Ascoltavo una cara amica parlare del suo amore “perduto”, il suo dolore, il suo bisogno di lui, il vuoto della perdita e anche l’incredulità di fronte a questa ingiusta privazione e mi chiedevo se il suo amore “perso” stia provando lo stesso sentimento di sgomento e di vuoto. Forse sì… forse no…. ma se ci fosse un equilibrio nell’amore di fronte a tanta sofferenza tutto dovrebbe capitolare, tutto dovrebbe andare in secondo piano e questi due atomi separati dovrebbero fondersi in una unione nucleare senza confini e senza ostacoli.

Pensandoci bene, non ho mai cambiato idea su come dovrebbe essere l’amore, e mi trovo a darci lo stesso valore di quando avevo 13 anni e cominciavo ad annusare il mondo. Vedi, di fronte all’amore, lo capisco solo oggi, succede almeno una cosa di sicuro… NON SI CRESCE MAI 🙂

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Ogni mattina a Jenin

In amore, Donne, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 29 luglio 2011 at 22:19

Copertina libroPotrei dire che racconta la storia di un popolo, ma non  sarebbe corretto. Sarebbe meglio dire che racconta una storia di donne che a loro volta raccontano la storia di un paese perduto. Questo è il contenuto del libro di Susan Abulhawa   “Ogni mattina a Jenin”.  La poesia dei risvegli di una bambina, prima dell’alba che corre tra le braccia di un padre generoso e gentile, che la cresce nella poesia di un mondo doloroso, ma fantastico. I racconti di una terra perduta che tante lacrime e sangue ha richiesto come contributo. La vita di donne troppo esposte all’amore e proprio per questo chiuse in se stesse e nei loro corpi di pietra scura. Dishdashe colorati e bimbi dalla bellezza fiera addolcita da occhi smisurati. Sogni e speranze nel profumo speziato dei fuochi accesi per cucinare. E poi la guerra… assurda come lo è ogni guerra, ma a volte assurda anche di più. Una realtà che esclude un’altra. Un paese senza pace. Un popolo scacciato dalla propria terra che non riesce più tornare. Donne  e madri sconfitte, derubate dei figli e degli sposi, senza più casa e focolare, deprivate anche della loro memoria.

Raramento ho letto un libro più avvincente e poetico di questo. Leggerlo mi ha fatto amare la Palestina non con la mente come facevo prima, bensì con i sensi e con il cuore. Se parla di ingiustizia e negazione dei diritti lo fa solo passando attraverso i moti dell’anima, mai attraversando il territorio gelido del giudizio, dell’odio e della vendetta. Non sarebbe possibile comprendere come Amal figlia della bella Dalia, nata nel campo profughi di Jenin, dopo il dolore delle sue infinite perdite, voglia tornare alla sua terra per poter ritrovare se stessa. Ma il suo è sempre stato un territorio di mezzo. Le sue radici sono state estirpate. Non c’è un luogo che la possa accogliere amorevolmente. Non l’America dove vive sotto controllo dal FBI. Non il Libano  che accoglie solo i campi profughi palestinesi, senza garantire le loro vite. Non la Palestina perchè occupata da uno stato che vuole escludere dal territorio conquistato, gli arabi. Ma Jenin per Amal e il ricordo dell’abbraccio di suo padre all’alba di ogni mattina. Jenin è il luogo della sua infanzia e dei suoi sogni. Luogo dove poter ritrovare quello che rimane dei rapporti che le riportano gli affetti di quella famiglia estesa che fu il villaggio ai suoi inizi. Amal dopo tanti anni incontra il fratello rapito ancora prima della sua nascita e cresciuto in Israele: David o Isma’il per la sua metà araba. Ma anche questo legame incerto non riuscirà a salvarla. Alla fine il fratello maggiore Yussef, creduto morto come terrorista suicida perchè fattosi esplodere contro l’Ambasciata Americana, scrive alla sorella perduta un’ultima lettera che mai spedirà e che lei mai più potrà ricevere:

“Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
Perché non ho tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità
…e l’Amore non mi sarà mai strappato dalle vene.”

La colonna sonora di una storia

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 31 marzo 2011 at 22:06

Me l’ha fatto tornare a mente proprio Lui con il post Chicco e Spillo che la nostra vita era piena di musica. Già, la musica, non avremmo saputo mai farne a meno, ed invece…
E’ strano come invece vanno queste cose. Credi che sarà sempre così e poi intorno a te le cose cambiano. A noi era successo così, prima non serviva neanche parlare e sapevamo che c’erano le nostre canzoni, i cantautori, le canzoni di protesta, le grandi manifestazioni della pace (beh magari quelle erano solo mie), i figli dei fiori e le canzoni di lotta. Mi erano rimasti solo i suoi due LP che Giovanni mi aveva passato quando Lui era partito. Era il nostro Fabrizio De Andrè e non avevo capito perché Lui se ne fosse voluto liberare prima di partire.

Poi tutto era cambiato, forse solo perché, chi ci stava vicino, cercava di depredarci di quella capacità di essere sopra le righe. Diventare concreti, ecco quello che non era proprio nella nostra natura. Ma che fare, non è colpa di chi ti vuole cambiare, ma di noi che ci siamo fatti cambiare.
Allora, piano piano avevamo perso la nostra colonna sonora che veniva rimpiazzata da quella di altri, da altre note e altre parole oppure semplicemente dal silenzio. Eppure, noi, avevamo le nostre canzoni e nessuno ce le poteva portare via, quelle le avevo ricordate in tutto il tempo che ci eravamo persi, mi dicevo: “Sei una scema. Una schifosa e sdolcinata romantica” e certo pensavo di essere  solo io a ricordare. E così Patty Pravo continuava a ricordarmi che quella perdita era stata ben più dura di quello che avevo pensato. Non sapevo spiegarlo perché quella canzone mi sfrugugliava sempre dentro, come un frullatore che mescolava vorticosamente le mie emozioni al rimpianto.

Ma la vita andava avanti ed io imparavo ad affrontarla da sola. Volente o nolente dovevo imparare a vivere anche senza di Lui.

Ricordo, sorridendo, che quando volevamo ballare e parlare a lungo mettevamo la puntina su quella canzone che durava una vita ed era malinconica e tristissima: “Desolation Row” di Bob Dylan, mica che Bob avesse mai composto canzoni minimamente allegre. O almeno io non me ne ricordo nemmeno una.
Inutile dirlo, ogni passo una canzone a riempire le nostre assenze

poi la difficoltà di rendere compatibile il pubblico con il privato. Volevamo cambiare il mondo e stavamo sempre dalla parte dei deboli, a qualsiasi prezzo. Pensavamo di abitare in una comune, pronta ad accogliere chiunque. Perché l’amicizia era avanti a tutto. I nostri momenti divisi con gli amici, i nostri pensieri condivisi. Tutto avremmo dato per loro e lo facemmo, a nostro scapito.

E così trascorse il nostro tempo pensando che un altro mondo ci era stato dato. Lui e l’impegno politico io e la mia grande voglia di libertà. Credendo fermamente negli altri, sempre insicuri di noi stessi, sempre pronti a darci. E la colonna continuava.

Non c’eravamo mai dati un appuntamento e avevamo perduto la strada. Le nostre colonne musicale si fondevano e si dividevano contro la nostra volontà. s’incrociavano a nostra insaputa dentro a storie che non avrebbero avuto futuro.

Ricordo pure quando Lui canticchiava quella canzone impertinente: «Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, non mi importa del giudizio della gente…» ed era vero perché noi ci sentivamo così, eravamo due ragazzi nuovi ed eravamo pronti a quella nuova libertà.
Era il ’68 e noi non lo sapevamo che per noi e per il mondo quello sarebbe stato un anno indimenticabile. Mica le cose si sanno mentre si vivono. Come non sapevamo che ci saremmo ritrovati alla fine.

Il male di vivere

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 12 gennaio 2011 at 23:54


E’ passato un’infinità di tempo. Non pensavo che mi sarebbe capitato di ricordarti ancora. Eravamo bambine insieme. Amiche difficili, ma comunque amiche. Tu troppo desiderosa di piacere, io invece con quella capacità di darti sicurezza che mi viene da chissà dove. Tu pronta a tradirmi, per una piccola idea, oppure per capriccio o solo per noia, io pronta a tornare perché ti volevo bene e perché sentivo che non sapevi vivere il tuo tempo.
Difficile dire cosa passa in testa quando sei bambina. Difficile cercare di farti da madre quando la tua non ti vedeva. E succedeva quasi sempre. Era stato tutto troppo difficile per te e per me. Non avevamo la forza di confessarci i dubbi e i pensieri più tristi.
Poi partisti per uno sperduto paese di montagna arrampicato sulle rive di un lago. Tua madre seguiva il suo amore, quel vecchio pittore che tu chiamavi zio. Lì persi le tue tracce. Non ci scrivemmo e non ci vedemmo mai più. Eri sparita tra i ricordi della mia infanzia. Come tante cose inutili ti avevo messo in soffitta.
Un giorno, di troppo tempo dopo, lessi di te sul giornale. Eri sparita da giorni tra i boschi che incombevano quel lago triste. Dicevano che eri una ragazza incapace di vivere. Che i tuoi giorni non avevano futuro. Avevo seguito la tua storia fino al giorno che ti trovarono annegata dentro al lago.
Perché te ne sei andata? Che stupida domanda da bambina. Se restavi ancora un poco ti avrei insegnato ad amare l’acqua. Avrei saputo farti sorridere e ti avrei insegnato a perdonare. Ti avrei fatto da madre e da sorella. Ti avrei guarita dal male di vivere.

Si è giovani una volta sola

In La leggerezza della gioventù on 11 novembre 2010 at 9:00

Che si è giovani per un ristretto periodo di tempo e che lo si è una volta sola, questo, da giovani, non si sa. Si pensa di essere eterni e onnipotenti. Piccoli dei che popolano il mondo. Si va in giro con l’aria un po’ annoiata, qualche volta ridendo di tutto e schiamazzando, ma è la nostra gioventù che ci induce in errore. Tu lo stai facendo e già non lo sei più. Sono i riti di passaggio. Poi ti dici che te la sei goduta. Che è stato bello. Che di quel periodo ti ricordi tutto. E’ un vezzo che nasconde il desiderio di portarti appresso quel frammento di vita e di volertelo stampare in faccia. Per me non è passato, è ancora così! Ma è un’illusione. Sciocca e mendace illusione.
Io sono stata giovane. Amavo la musica, i libri, l’amicizia e l’amore. E’ stato solo un breve flash perché sono diventata grande anche troppo presto. A quel tempo, ossia nel periodo della gioventù, avevo un’aria da principessa povera. Parevo arroccata nella mia torre d’avorio. Sembravo sicura, quasi stronza, ma non era così per davvero. Lo facevo per difendermi, ma succede spesso quando si è giovani e timidi. Proprio per questo riuscivo ad essere audace, e usavo un po’ di aggressività attinta dal carattere piccantino che mi ritrovavo. Ma per il resto ero un pezzo di pane. Ironica quanto basta. Disponibile con gli altri fino al limite dello sconsiderato. Ero amata da chi mi apprezzava e sfruttata da chi aveva compreso che ero facile da manipolare.
Insomma ero giovane, come tanti altri giovani. Ed ero donna, anche se solo agli albori. Ero cresciuta precocemente in una famiglia dove essere femmina mi precludeva la strada a quasi tutto. A detta loro solo un marito mi avrebbe potuto redimere. E quello per fortuna non avevo nessuna intenzione di trovarlo. Quindi mi era difficile uscire e trovare amici. I ragazzi poi avrebbero dovuto essere un tabù. Mica ci badavo io, ma se uscivo era solo con le amiche, e solo dopo si incontravano i ragazzi.
Quel giorno mi dovevo trovare con Gabri. Solita solfa. Con lei si andava in piazza, a fare lo struscio. Era comodo perché lei in piazza ci abitava. Suo padre era il custode di un’ala delle Procuratie e questo ci dava l’opportunità di andare lì spesso. Io, all’inizio, in piazza non conoscevo nessuno. Ma a quel tempo era facile fare amicizia; come già detto si era giovani e tutto era possibile. Così da qualche mese ci si trovava con Giovanni, amico di Gabri. Lui in piazza ci lavorava, quindi lo si aspettava all’ora della chiusura. Descrivere Giovanni non è facile. Un chiacchierone senza capo ne coda, per niente timido e molto propenso allo scherzo. Ancora oggi è così: sconclusionato e inaffidabile. Il tempo, come quasi con tutti, non lo ha migliorato, ma una moglie un po’ più concreta ha arginato le sue esondazioni.
Per me era un amico, solo un amico. Sapevo che per lui non era abbastanza, ma gli avevo fatto capire che non poteva esserci un di più. Tra parentesi piaceva a Diana che era una cara amica e alla quale non avrei mai rotto le uova nel paniere. Insomma tutto incominciò con Giovanni che voleva sottrarmi agli inviti di altri gruppi di ragazzi per quelle che, a quel tempo, venivano definite “festine”. Niente di misterioso, comunque. Erano delle feste a base di “pastine” e aranciata, e solo eccezionalmente una bottiglia di Vermuth faceva bella mostra sul tavolino. Occasioni per stare insieme. I luoghi erano vari, dal magazzino attrezzato a “carbona” a qualche abitazione di genitori assenti o compiacenti. Bastava poco: un giradischi e dei dischi e, raccolti gli spiccioli, qualche dolcetto e bibita.
Giovanni aveva l’ambizione di fare gruppo a sé. Non voleva perdere le ragazze che aveva conosciuto, quindi si era prefissato di coinvolgere altri ragazzi, per la sua nuova compagnia. Quel pomeriggio appunto io e Gabri, dopo una passeggiata al Lido, stavamo aspettando lui, Giovanni. Gabri mi diceva che le sarebbe piaciuto andare ad un’altra festina del gruppo che avevamo frequentato qualche mese prima, ma io non ci sentivo perché tra quei ragazzi c’era un tale, Nino, con cui avevo avuto una mezza storia che poi avevo chiuso perché lui era davvero un po’ troppo grande per me. A quel tempo anche qualche anno in più, faceva la differenza.
Giovanni si era infilato, guardandosi in giro, in mezzo alla ressa di ragazzi che procedevano tranquillamente nelle “vasche” serali. La sera era mite, un ultimo respiro dell’estate ormai passata. Il sole non ancora tramontato macchiava di luce dorata la chiesa moltiplicando gli ori dei mosaici. In quella luce mi stavo perdendo, abbacinata da tanta bellezza. Mi consideravo fortunata di vivere in quella città magica e vagamente percepivo che quel momento l’avrei voluto condividere con qualcuno che avesse potuto provare quello che pure io percepivo. Amavo quella città come amavo l’amore.
“Ehi… Ross… ti presento un mio carissimo amico: Michele”. Giovanni tutto orgoglioso mi stava presentando un ragazzo strano, alto come me, con un viso già segnato dal tempo, un sorriso scanzonato e in qualche modo irriverente, un ciuffo di capelli lisci che rassettava con la mano sbagliata. “Piacere, Michele!” La prima cosa che mi colpì era la sua voce, una voce profonda, quasi viscerale, certo non c’era da stupirsi visto la sigaretta che fumava con una certa voluttà. L’altra cosa che mi lasciò interdetta era la luce dei suoi occhi. E’ vero, c’era l’ultima luce del sole a trasformare tutto in un mare d’oro scintillante, ma quella giada preziosa mi aveva incantato. Occhi che ridevano scanzonati, come quel suo sorriso.
Giovanni lanciò lì un ultimo avvertimento: “Guarda che Michele è un poeta!” Avrei dovuto stare accorta. Già conoscere un poeta era una cosa strana, e poi con quella voce e quegli occhi… Dovevo metterci attenzione, ma ero giovane e inesperta e tutto quello non mi faceva troppa paura. Gli cercavo gli occhi e poi mi ritraevo… cosa potevo fare se a quegli occhi mi volevo votare? No, non sapevo quello che sarebbe successo. Non immaginavo che lo avrei ritrovato quasi ogni sera. Gentile e affidabile. Non pensavo che mi avrebbe letto le sue poesie e che avremmo parlato di tutto e che avremmo cominciato a sognare come solo i giovani sanno fare. I giorni passavano e noi eravamo sempre più vicini, ma lui ogni tanto si scostava, diventava tetro e arrabbiato, sembrava volermi male. Non capivo, davvero non riuscivo a capire cosa ci fosse di sbagliato in noi. Era tutto così bello, così rilassante. Avevo la sua amicizia, la sua attenzione, eppure sembrava non volermi concedere un posto vicino a lui.
Poi con tempo capii tutto. Avevamo messo insieme le nostre giovani vite nel momento che lui partiva. Non gli avevo lasciato scampo. Come in altri momenti della nostra vita lui non aveva saputo resistere. E avevamo cominciato la nostra storia. Stava iniziando il 1968 e a febbraio lui partì. Eravamo giovani e ci eravamo fatti lacerare. Strappare via una parte di cuore. Quello era stato l’anno della mia gioventù e lo passai da sola. Certo insieme a molti altri amici, ma non assieme al mio poeta. Proprio in quella tristezza e confusione maturai i miei errori e superai la mia gioventù. Era stata breve, anzi brevissima. Era stato un tempo straordinario che si era concluso lì. Quello che ci fu poi era un’altra storia di vita. Non era più la stessa cosa. Ero passata oltre e niente più fu spensierato e dolce come allora. Un tempo che ho rimpianto per sempre, ma che non sarebbe tornato più e tutto fu per colpa mia. Non avevo capito che si è giovani una volta sola e che questa magia non si ripete più un’altra volta.

87) Kitchen

In Un libro al giorno on 2 settembre 2010 at 8:01

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.

Soluzione
Titolo: KITCHEN
Autore: BANANA YOSIMOTO

Trama: Mikage, la protagonista, dopo aver perso già i genitori, perde anche la nonna con cui viveva e rimane sola. Viene ospitata a casa di Yūichi, un suo compagno di università ed un amico di sua nonna. Yūichi vive in casa con la madre Eriko. Presto Mikage scoprirà che in realtà Eriko è Jūji, il padre che è diventato donna dopo la morte della vera madre di Yūichi. Inizia così una convivenza e Mikage sembra ritrovare gli equilibri perduti. Dopo alcuni mesi Mikage torna a vivere da sola, lascia definitivamente l’università e dà sfogo alla sua sfrenata passione per la cucina diventando assistente di una nota professionista. Una notte, dopo non averlo sentito per mesi, riceve una chiamata da Yūichi: la madre è morta assassinata, la cosa è successa già da diverso tempo, ma lui non ha avuto il coraggio di dirglielo. Alla protagonista cade di nuovo il mondo addosso, tanto che quasi si convince che tutte le persone che ama siano costrette a morire. Il giorno dopo viene a sapere che dovrà partecipare ad una kermesse culinaria a Izu e non può rifiutare, ma la sera, per stargli vicino, va a dormire a casa di Yūichi. Il giorno dopo riceve una scenata di gelosia da una compagna d’università di Yūichi, la quale le dice che non può fare i propri comodi con lui, e che, se ne è innamorata, deve prendersi carico anche degli obblighi che una relazione comporta. Successivamente incontra Chika-chan, una collega di Eriko, che, in altro modo, le dice le stesse cose e le comunica che Yūichi è partito, dandole anche l’indirizzo della sua destinazione. Lei parte per la kermesse ed una sera, affamata, si reca in una trattoria per mangiare qualcosa. Nell’attesa di ricevere il pasto, si decide a telefonare a Yūichi, e, dal tono e dalle parole del ragazzo, capisce che probabilmente quella sarà l’ultima volta che lo sentirà, perché lui continuerà a fuggire da tutto e tutti. Finito di mangiare e dopo quella telefonata, prende la sua decisione: anche se solo per una notte lo vuole raggiungere. Arriva al suo albergo e dopo varie peripezie riesce ad entrare, o meglio irrompere, dalla finestra nella camera di Yūichi. Gli ha portato un pasto e mentre lo obbliga a mangiare, gli dice apertamente che tra loro due le cose potrebbero funzionare e gli consiglia di rifletterci. Mikage torna a destinazione e l’ultimo giorno ad Izu riceve una telefonata di Yūichi, che nel frattempo è tornato a Tokyo, il quale, dopo averle chiesto informazioni sulla sua permanenza fuori città, le da appuntamento per il giorno dopo alla stazione per andarla a prendere. (da Wikipedia)

Lucy, non doveva essere un addio

In personale, Pietas on 28 giugno 2010 at 17:16

Cara Lucy,
ci siamo viste poco prima delle feste di Natale. Erano anni ormai che non ci sentivamo, non per dimenticanza, solo perché la vita aveva voluto così e noi ci siamo adeguate. Lo sapevamo tutte e due, comunque, che alla prima occasione, sarebbe stato come sempre, quasi come se ci fossimo salutate ieri. E così ci siamo ritrovate, solita ottima cena da te, tu sempre con il tuo compagno di una vita, io con il mio compagno di oggi. Sempre lo stesso piacere di stare assieme. Sempre gli stessi ricordi belli e brutti. Certo, come sempre, rimaneva tra noi quel ricordo struggente. Il lutto che ci colpì senza pietà. Tu hai perduto tua sorella, io ho perduto la mia migliore amica. E così abbiamo continuato, dopo tutto, sui nostri passi. Tu che eri diventata, ancora prima del dolore, la mia sorella maggiore io che ammiravo il tuo modo di fare dolce e disponibile.
Ricordi quegli anni? perché te lo chiedo proprio ora che te ne sei andata così, in silenzio, senza pretendere l’attenzione di nessuno?
Te lo chiesi a dicembre, a quella cena, così speciale. Ti ricordi quei tempi: io, te, Marina e Roberta. Le quattro sorelle Materazzi, così ci chiamavamo tanto per fare il paio con il vostro cognome che ci somigliava. Io la sorella in più. Quante avventure vissute insieme. Quante risate, quanti complotti. Nessuno avrebbe creduto che tu, che di noi avresti potuto esserci madre, sembravi una coetanea. Eri troppo divertente e disimpegnata per non avere la nostra età. Cosa strana, tua figlia non riusciva ad essere dei nostri. Proprio lei che l’età invece ce l’aveva. Ricordo che ti incolpava di essere poco madre e a lui di non essere padre. Pensare che io avrei sognato di avere una madre come te e già mi andava di lusso esserti sorella. Ma la vita è così. Io ti diventai sorella e lei diventò la figlia che si era allontanata da voi per fastidio e rifiuto. Ti ricordi tutti i posti che si andavano a scoprire nelle scorribande fatte assieme. Tuo marito, ridotto ad autista e angariato da un gineceo divertito. La montagna e le sciate. Tutto l’armamentario prestato da te. Poi la prima volta sull’isola e fu lì che caddi innamorata di un luogo e che questo luogo diventò la mia altra casa.
Poi il dolore della perdita di Marina. Lei la sorella più “straordinaria”, quella più estrema e più sfortunata. Quella con la quale ci scambiavo i libri, i vestiti e le confidenze. Quella che sapeva ridere di tutto e anche di sé. Quella che aveva perso un bimbo e ne aveva adottati quattro. Quella che nemmeno il matrimonio sfasciato l’aveva convinta a desistere. La mia cara anzi la nostra cara Marina. Ricordi tutti gli anni che ho coabitato con Roberta, quando o eravamo a cena da te o tu eri a cena da noi. Ti ricordi i menù pazzi e tutte le sperimentazioni in cucina e la tua mano sicura che tutto controllava. E lui, la povera vittima di tuo marito, che si adeguava e sottometteva divertito alle nostre intemperanze.
Ci sono anni che ricordi con tanto rimpianto perché fanno parte della gioventù passata, ma questi erano anni di amicizia e condivisione, di disinteressato affetto, di una dolce affermazione di femminilità. Troppo spesso eravamo serene e felici di essere solo tra noi o con Roberta, Alessandro e Gabri alla chitarra, a cantare l’impossibile, a vivere una gioventù senza flessioni.
A Natale non sapevo che sarebbe stato un addio. Non ce l’eravamo detto e nemmeno ne avevamo il minimo sospetto, anzi avevamo fatto progetti per l’estate, finalmente ritornavate nell’isola e questa volta ero io a creare l’occasione. Poi la tua telefonata i primi giorni dell’anno, dall’ospedale. Non potevo credere che stavi male, che non ti avrei più rivista. Ti avevo chiamato per sapere come andava e mi aveva risposto tua figlia che con una certa resistenza aveva lasciato che parlassimo assieme. La tua voce era un sussurro ed io tremai di paura, mi rendevo conto che forse la battaglia era persa. Però non doveva essere un addio, non lo accettavo punto e basta.
Ieri notte mi sono svegliata, come mi succede spesso, con la testa che andava a regime e mi sono detta: “Dai chiama Lucy, è da tanto che non lo fai. Di che hai paura? Le farà certamente piacere magari ti dirà che sta meglio…” E così, invece sono trasalita quando al mattino ha chiamato Roberta per dirmi: “Sai… Lucy non c’è più…” E’ certamente da Roberta essere laconica. Ancora più oggi che è rimasta orfana anche di questa sorella. Ora resto io? Non so, forse sì, ma Roberta non ti fa mai capire cosa prova, sembra che niente la tocchi, che nessuno la possa ferire. Lei, la più piccola, la più indifesa, quella che mi avevi consegnato per darci un occhio, a me che ero solo un anno più vecchia e che avevo preso quell’impegno come se fossi il suo angelo custode. Ecco il dagherrotipo delle sorelle Materazzi. Ci penso e mi viene da sorridere e poi ti penso e sento un vuoto profondo, in quella foto non siamo più in quattro siamo rimaste solo in due, le più giovani, ma con i capelli spruzzati di bianco ed un spaesato sorriso di circostanza.
Cazzo, Lucy, non dovevi farci uno scherzo simile. Non si fa così, le cose difficili si preparano, si dovrebbe lasciare la scena da signora, con un sorriso e l’incedere elegante, non si può lasciare senza una parola di addio. No non si può. Io fingerò che non sia successo niente, penserò di sentire ancora la tua voce, magari non subito, più avanti, mi dirai: “Dai vediamoci, dillo anche agli altri, venite da me, io metto la cena e voi la musica, come sempre.”
Sì come sempre. Con il mio fraterno affetto
Ross

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