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Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

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Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Le migliori menti emigrano verso altri altrove….

In Amici, Miti ed eroi, uomini on 6 dicembre 2011 at 22:10

Ho visto le migliori menti della mia generazione..
perire….
Non ha senso.
Eppure i sensi partecipano attivamente, anche troppo
troppo sensibili, umidi, i miei occhi che sino a qualche ora fa prosciugavano dinnanzi ad un impavido sole.

Non ha senso questo ricambio ingiusto che annerisce la nostra epoca
Le migliori menti emigrano verso altri altrove
lasciando vuoti immensi e silenzio laddove saggezza e insegnamento ci indicavano la direzione.
lasciando a voci effimere e volgari il palcoscenico del giornalismo,
ma la platea è vuota, deserta,
evacuata
dopo l’eclissi del primo attore.

Le fallaci rimangono e i Terzani migrano, ma questo sa di cinismo.

Il suo ultimo libro mi fa da cuscino,
dei 4 libri che mi sono portato appresso in Palestina, due mesi fa,
nell’ingrato compito di fare da scudo contro i proiettili israeliani diretti ai visi dei civili palestinesi innocenti,
il suo ultimo, unico autore italiano, per me, il migliore, e gli ho consetito il posto d’onore, sebbene voluminoso,
sempre con me infilato nello zaino durante le nostre azioni pacifiste.
Come totem, come testo sacro, come parola di conforto e di vicinanza nell’alienazione generale che la disperazione di muoversi in paesaggi di guerra ti attacca addosso.
Mi è servito molto, son tornato ancora sano e salvo,
allora dciamo che è stato vitale.

Non ho mai avuto modo di comunicare a Tiziano del mio immenso rispetto,
della sua capacità di tirarmi fuori, tramite un’empatica scrittura, il meglio dei miei sentimenti di tolleranza ed armonia con il diverso. L’ Attrazione per le culture differenti e la capacità di immedesimazione nel dolore e nelle gioie altrui.
Questo quello che per primo ho appreso,
questo quel che in me si muove nella sua ombra,
nei miei gesti, intendimenti, velleità di giustizia e onore,
amore.
e lode infinita alla vita nelle sue molteplici sfumature.

non andrò a Palazzo Vecchio,
non perchè la distanza è notevole (per un vero amico non esistono sforzi in eccesso)
ma perchè quel che in me di lui dimora non muore, non pùo andarsene
e allora dirò addio alla sua forma fisica, corporea, carnale
col migliore dei riti che improvviserò in questa stanza oscura.
Immagino una fila di incensi, dei lumi i suoi volumi ed io che strapperò e darò fuoco ad alcune delle sue pagine,
auscultando il crepitio delle fiamme e la tua ultima lezione,
avendo cura di lasciare uno spiraglio aperto della mia finestra,
che un alito di vento dall’antico Himalaya possa venire ad augurarti buon viaggio,
dinnanzi al mio viso stupito e contaminato,
di tutta quell’esperienza che con noi hai condiviso e non immaginavi potesse muoversi in massa verso un comune sensibile sentire,
dopo il tuo ultimo respiro.

Ci vediamo infondo a quella strada che in solitudine accolse i tuoi primi passi,
ora rincorrono le tue orme generazioni di uomini fioriti, forti in ideali inossidabili
continua ti prego a guidarci laddove ora ci scrivi in sogni

Vik

Da Guerriglia Radio

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Ogni mattina a Jenin

In amore, Donne, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 29 luglio 2011 at 22:19

Copertina libroPotrei dire che racconta la storia di un popolo, ma non  sarebbe corretto. Sarebbe meglio dire che racconta una storia di donne che a loro volta raccontano la storia di un paese perduto. Questo è il contenuto del libro di Susan Abulhawa   “Ogni mattina a Jenin”.  La poesia dei risvegli di una bambina, prima dell’alba che corre tra le braccia di un padre generoso e gentile, che la cresce nella poesia di un mondo doloroso, ma fantastico. I racconti di una terra perduta che tante lacrime e sangue ha richiesto come contributo. La vita di donne troppo esposte all’amore e proprio per questo chiuse in se stesse e nei loro corpi di pietra scura. Dishdashe colorati e bimbi dalla bellezza fiera addolcita da occhi smisurati. Sogni e speranze nel profumo speziato dei fuochi accesi per cucinare. E poi la guerra… assurda come lo è ogni guerra, ma a volte assurda anche di più. Una realtà che esclude un’altra. Un paese senza pace. Un popolo scacciato dalla propria terra che non riesce più tornare. Donne  e madri sconfitte, derubate dei figli e degli sposi, senza più casa e focolare, deprivate anche della loro memoria.

Raramento ho letto un libro più avvincente e poetico di questo. Leggerlo mi ha fatto amare la Palestina non con la mente come facevo prima, bensì con i sensi e con il cuore. Se parla di ingiustizia e negazione dei diritti lo fa solo passando attraverso i moti dell’anima, mai attraversando il territorio gelido del giudizio, dell’odio e della vendetta. Non sarebbe possibile comprendere come Amal figlia della bella Dalia, nata nel campo profughi di Jenin, dopo il dolore delle sue infinite perdite, voglia tornare alla sua terra per poter ritrovare se stessa. Ma il suo è sempre stato un territorio di mezzo. Le sue radici sono state estirpate. Non c’è un luogo che la possa accogliere amorevolmente. Non l’America dove vive sotto controllo dal FBI. Non il Libano  che accoglie solo i campi profughi palestinesi, senza garantire le loro vite. Non la Palestina perchè occupata da uno stato che vuole escludere dal territorio conquistato, gli arabi. Ma Jenin per Amal e il ricordo dell’abbraccio di suo padre all’alba di ogni mattina. Jenin è il luogo della sua infanzia e dei suoi sogni. Luogo dove poter ritrovare quello che rimane dei rapporti che le riportano gli affetti di quella famiglia estesa che fu il villaggio ai suoi inizi. Amal dopo tanti anni incontra il fratello rapito ancora prima della sua nascita e cresciuto in Israele: David o Isma’il per la sua metà araba. Ma anche questo legame incerto non riuscirà a salvarla. Alla fine il fratello maggiore Yussef, creduto morto come terrorista suicida perchè fattosi esplodere contro l’Ambasciata Americana, scrive alla sorella perduta un’ultima lettera che mai spedirà e che lei mai più potrà ricevere:

“Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
Perché non ho tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità
…e l’Amore non mi sarà mai strappato dalle vene.”

Dieci anni e sembra ieri

In Anomalie, Antifascismo, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 20 luglio 2011 at 11:01

Quel giorno di luglio mi ero svegliata con uno strano senso d’ansia dentro, che non sapevo spiegare. Mio figlio aveva da poco finito la scuola e per fortuna avevano deciso di partire per un viaggio studio in Inghilterra. L’ansia poteva essere legata al fatto che non amavo saperlo lontano, ma mi adattavo da brava madre. Tutto sommato il fatto che non andasse a Genova per il G8 mi faceva sentire un po’ meno preoccupata per lui. E proprio da questa riflessione mi era venuto il dubbio che fosse proprio per quella grande manifestazione che mi stavo facendo delle paranoie. La verità è che quando si ha figli, anche gli altri figli sconosciuti, di altri genitori sconosciuti, diventano in qualche modo figli tuoi. Nel pomeriggio ho acceso la tv per seguire la diretta. Il caldo torrido da tutte e due le parti e la luce accecante. Una marea di ragazzi: uomini e donne dai quali si percepiva chiaramente la tensione di un giorno che non sarebbe stato come un altro. Un giorno luttuoso. E se ci scappasse il morto? Pessimismo di madre, mi ero detta. Cosa vai a pensare. Non saranno così irresponsabili da creare una situzione così pericolosa. E questo pensiero non lo dedicavo certo a chi faceva la manifestazione. Guardavo le forze dell’ordine, nere e spaventose come anomalie subumane che frequentano i nostri incubi peggiori. Attenti alla provocazioni! Mi dicevo e soffrivo di quella tensione e del calore infame di quel sole.
Passo a passo la folla diventava più grande e ammassata. Non ricordo più se gli scontri erano già iniziati oppure se solo ne stavano parlando, non ricordo più nemmeno le parole, ricordo solo le cariche di quelle inquietanti figure nere, la loro violenza e la loro determinazione. E tutto si confonde e la massa di gente sbanda, si ritrae, c’è chi scappa, chi risponde lanciando sassi. La polizia picchia e picchia duro. I lacrimogeni nascondono le immagini. I fantasmi colorati si contraggono, i neri aprono varchi, isolano, picchiano. E ogni strada sembra pullulare di gente che scappa e di uomini travestiti da mostri che li inseguono. Li chiudono dentro a vicoli e piazze. Li massacrano.
Io ho il fiato sospeso da un pezzo. Non voglio vedere eppure non riesco a togliere gli occhi. Per fortuna mio figlio è lontano. Strano egoismo di madre. Se lo sapevo lì, sarei sicuramente morta. Ma lì c’erano gli altri miei figli e non potevo allontanarmi, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se lo avessi fatto sarebbe potuto succedere di tutto. E succedeva di tutto. Ore di angoscia davanti a delle riprese reticenti. A giustificazioni poco plausibili. La colpa solo da una parte. Essere giovani e velleitari… la colpa peggiore. I Black Bloc, di loro non sapevo, erano vestiti di nero e mi parevano più poliziotti che dimostranti. Erano arrivati in massa. Ma se li avevano visti arrivare perché non li avevano fermati? Ne avevano fermati tanti alla stazione, al valico di frontiera, perché loro no? Solito cercare il complottismo anche dove non c’è. Spero che almeno loro saranno responsabili. Ed invece la responsabilità quel giorno non c’era. Non c’era nessuna volontà di far andare le cose per una strada ragionevole. Si doveva fermare il movimento e qual era il posto migliore se non nel nostro paese? Ed il morto ci fu, quasi in diretta televisiva, e quel ragazzo in canottiera riverso per terra mi straziava il cuore, il suo sangue scuro mi bruciava l’anima. Ho pensato a tutti i suoi sogni perduti. Ho sofferto il dolore di suo padre e di sua madre, quello dei suoi amici, quello di tutte le madre deprivate di un figlio. Ho pianto e ho gridato dentro al cuore: “Assassini!” Ma non sarebbe stato l’ultimo grido. La carneficina sarebbe continuata e continua ancora. L’avremmo vista alla Diaz, a Bolzaneto e ancora per le strade, ne avremmo avuto pieni gli occhi e la testa. Il morto lo avete avuto, perchè cercarne degli altri? E dopo di allora nulla è più stato uguale. E’ stata uccisa l’innocenza e dopo di allora tutto è stato avvelenato ed intossicato.
Dieci anni e sembra ieri, anche perché proprio ieri, di fronte a gente che voleva essere ascoltata e che chiedeva giustizia, si sono presentate le stesse dinamiche, la stessa volontà. Stavolta lo sfondo non era il mare, ma i monti, comunque lo stesso copione e le stesse immagini. E ho tremato ancora.
Sabato, la vecchia madre che ha pianto davanti a quelle immagini ha preso su il suo coraggio e la sua voglia di non farsi schiacciare e andrà a Genova. Anch’io ci sarò assieme al mio vecchio e imbattibile compagno. Ci confonderemo tra la folla e grideremo insieme agli altri. “Carlo vive“.

E’ generosa la vita

In La leggerezza della gioventù on 13 marzo 2011 at 9:00

Oggi, proprio oggi non poteva fare a meno di pensarci.
La data era assurdamente quella del giorno più brutto e anche di quello più bello della sua vita.
Insomma, sia chiaro, lei spesso con la vita aveva fatto a botte, ma le piaceva. Insomma aveva combinato un sacco di casini, senza contare che la vita le aveva risposto con innumerosi sberleffi. Con dure lezioni di umiltà. Perché lei umile non lo era forse stata mai. Lei pretendeva di esistere. Non vivere, come una persona qualsiasi, ma di esistere e di lasciare il segno. Non si era mai accontentata delle cose, così fatte solo perché ci si trova a farle. Non aveva pensato a piccoli sogni e a soluzioni facili. Lei era per le cose in “grande”, quelle senza mezzi termini. E la vita era uscita un po’ barcamenante. Insomma aveva fatto grandi cose, ma solo a momenti. Poi tornava sui suoi passi e ricominciava da zero. Saliva con fatica lungo la strada e poi scivolava in basso facendosi sempre piuttosto male. Eppure ricominciava. E la vita l’aspettava al varco, sempre generosa, ma anche pronta allo sgambetto, al colpo di coda che la respingeva giù.
Ci pensava a quanta gente aveva conosciuto, a quante persone aveva amato e con le quali aveva condiviso il cammino, amiche e amici che non c’erano più, altri che avevano preso altri percorsi. Eppure lei era sempre pronta a sorridere ad una nuova amicizia, pronta a lottare per un nuovo sogno e a faticare per un nuovo risultato. Tutto sommato la vita le aveva riservato il massimo. Sia nel bene che nel male. La vita era sempre stata generosa e lei non avrebbe avuto mai parole sufficienti per ringraziarla di ciò.
Ecco è proprio il 13 marzo la giornata più strana e inconsueta della sua vita. Molti anni prima, in quell’ora di sera nella quale si accendono le luci e si pensa alla cena, lei era accorsa a quel richiamo. Il suo nome detto una sola volta, ma in quel modo strano che sembrava dire: “E’ urgente. Corri!” Lei era corsa e aveva capito che non ci sarebbe più stato domani. Aveva chiamato il 118. L’idroambulanza, la corsa in ospedale. Tutto inutile, tutto finito. E l’ultima parola era stato il suo nome. La vita si era portata via tutto quello che aveva concesso in anni di fatiche e sofferenze. Lei allora non avrebbe pensato più di ritentare. E invece no. Ci si riprende e si sogna ancora, altrimenti è giusto lasciare la presa subito e morire d’inedia. Lei aveva percorso altre strade, aveva sognato e fatto progetti. Non certo con lo stesso entusiasmo di quando era giovane. “Ecchè è, non siamo mica infaticabili” si diceva. E la vita le aveva concesso ancora una possibilità. Piccola e stortignaccola, ma sempre una possibilità. Ma era finita in niente. A volte succede. La vita dà e sei tu a non saper far rendere il suo tesoro. Se quel tesoro era finito era più colpa sua che di quell’uomo che di qualità ne aveva davvero poche. O almeno non erano le qualità che lei apprezzava di più. Eppure si era data lo stesso. Tanto a far bene le cose conta lo stesso che farle male. E allora?
Allora il 13 marzo, sempre quel benedetto giorno complicato, verso la stessa sera in cui si accendono le luci e si pensa alla cena, lei aveva riavuto il suo colpo di fortuna. La vita si era fatta trovare ancora e, tra le due, era lei ad essere del tutto impreparata. Un nome e cognome su un social net. A lei annoiava a morte quel social net, non ci trovava gusto. Eppure quel nome le aveva fatto tornare a mente che molti e molti anni prima lei era una ragazzina piena di sogni e che c’era un ragazzo, dagli occhi verdi, che li condivideva con lei. Che buffa storia, così ingenua e così romantica. “Roba vecchia!” si disse e mandò quel messaggio curiosa e combattuta. Era il 13 marzo di due anni fa. Lui rispose e fu un uragano. Non era roba vecchia, era oro lucente. Era calore umano e dolcezza. Era la Storia che aspetti una vita e che ti rimane dentro perché sai di averla incontrata e non ti ricordi più quando.
La vita è un fiume e non si ferma mai. Lei aveva imparato a nuotare anche controcorrente. La vita ti sbatte e ti stritola, ma a volte, nelle anse tranquille, ti culla e ti accarezza. Lei voleva la vita ed era proprio quella vita lì che voleva. Era la mano di quell’uomo che aspettava, quella che ti accoglie anche alla notte nel sonno. Era il suo amore, quel regalo generoso che aveva perduto. E adesso che la vita glielo aveva ritornato, se lo sarebbe tenuto, difendendolo con le unghie e con i denti.
E’ generosa la vita se si incontra di nuovo l’amore…

Fanculo!

In Anima libera on 14 gennaio 2011 at 14:24

Premessa alla parte decima.
Sembrerebbe impossibile anche a me che una bambina così… così piccola possa portare dei ricordi. Invece ho già dei ricordi. Anche più grandi di me. In cui nascondermi. Da cui fuggire. E a volte i ricordi fanno male. Soprattutto quando stai per fare cinque anni, come allora. Perché non ne ho parlato? Proprio per quel male. O per rispetto di Maria. E di ogni Maria e di ogni sofferenza. E poi non lo so. Forse perché non amo perdere. E il dolore è sempre una sconfitta. E non mi è mai piaciuto arrendermi. Questo lo so e lo sapete. Sono una testarda ficcanaso della vita. E alla fine la amo troppo, la vita. E non so accettare. Ora sono passati un paio d’anni ma ancora mi riesce difficile raccontare. Perché non c’è una logica, né una ragione. Perché l’unica certezza è la conferma che non esiste nessun dio. E’ stato allora che ho capito che da certe storie si può anche non uscire più.

Piangersi addosso è una missione che non mi riesce proprio. Mai stata brava a lagnarmi. Non che abbia una salute proprio di ferro. Ma basta non abbattersi. Non prendersi troppo sul serio. Cosa sarà mai un po’ di tosse, due linee di febbre. Qualche giorno d’asilo che manca dal calendario. Nessuno ci farà caso, né sentirà la mia mancanza. Invece arriva il medico. Il vecchio medico di famiglia che girava per le case come un padre e sembrava solo un buon padre di famiglia perché sapeva di tutto un po’ e nulla di tutto. Più che altro si limitava a dare buoni consigli. Così mi guarda e mi ausculta. Cosa ausculta non lo so. So solo che il fonendo e freddo ghiacciato. E che mi manda dalla specialista; in ospedale.
Il solo nome di specialista incute un po’ di apprensione, sembra intendere gravità. E poi c’è in sovrappiù, l’ospedale. Con quell’androne enorme e cavo. Come una stazione senza treni. Uno spazio vuoto in cui non ci si può che perdere. Prendo la mano di mamma e la lascio solo per farmi visitare. Una visita che a me sembra fin troppo scrupolosa. “E’ molto che manifesta questi sintomi?” dice il camice bianco. A dire il vero di “manifestare” ci avevo pensato, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Manifesterei volentieri contro il secondo fonendo freddo, ma sono solo freddi questi aggeggi? e la sua aria che sembra parlare di una bici con le ruote sgonfie o della soffitta della casa di campagna. Mi fa stare ritta dietro un enorme marchingegno e mi dice di trattenere il respiro. Una specie di grossa finestra cieca mi ispeziona. Mi fotografa le ossa. Bofonchia. Rimugina. Brontola. Si gratta la testa. Per farla breve non è un male di stagione. Non è la solita otite. Non è una semplice bronchite. Me ne sento quasi in colpa.
Lastra in mano, una foto nera di cui nemmeno fossi un lazzaro resterebbero speranze, si fa ancora più burbero anche il medico della mutua. Devo averla proprio combinata grossa, stavolta. Uno consiglia, l’altro prescrive, o viceversa. E’ così che si impara a odiare prima il profilo e poi la persona. Mette tutto nero su bianco, una ricetta lunga come il ponte dei Sospiri. Piena di segni strani che potrei scrivermela da me. Nemmeno la mamma che dovrebbe saper leggere riesce a leggerla. Forse è scritta in una lingua solo sua, ma tanto basta per riempirmi di buchi il culo e per farmi ingoiare eserciti di pillole. Mi riempiono di penicillina. Non mangio che pastiglie e bevo solo acqua per mandarle giù. Bastava che aspettassero quel poco e non avrei avuto bisogno nemmeno delle lastre. Mi riduco pelle e ossa. E le ossa mi si vedono e mi si possono contare. Gli occhi affondano e si fanno di giorno in giorno più rossi. Ormai sono tutta occhi. Comincio a sospettare che potrei non sopravvivere alle loro cure.
Io sto sempre peggio. Mamma decide di cambiare pediatra. Posso ritenermi fortunata. Sono anni in cui non si conoscono le vie di mezzo. Uno sta bene o sta male. E i bambini, almeno della mia età, non devono aver voce. Si alza le spalle. Tutto è destino. Se deve essere è. Sì! toccando forse ho culo perché andiamo e lui è burbero ma è uno che sa il fatto suo. E’ padre di due vispi maschietti. Si vede fin da subito che anche quei ragazzini faranno parlare di sé; uno ha già fin da piccolo l’aria del filososo. Guarda le lastre contro luce. Guarda mia madre. “Signora, mi ha portato le sue”. “Guardi che sono quelle della bambina”. Vorrei dire “non chiamarmi bambina, usami la cortesia di chiamarmi per nome.” ma non ne ho ormai più la forza. “Mi scusi, signora, ma è un po’ piccola per avere la sua età, e lei è un po’ giovane per una bambina di venticinque anni”. Mi stavano curando per un altro.
A farla breve mi rifà le lastre. Lui ha nel suo ambulatorio quella grande belva con gli occhi che ti guardano dentro. Mi appoggia quella specie di finestra sul petto e mi sbircia sotto le vesti e le carni. Certo che, checché se ne dica, belli dentro non lo siamo proprio. Prima che scoppi mi dice che posso respirare. Lo ringrazierei anche per la clemenza ma non ho più fiato. Sto ancora agonizzando e cercando di riprendermi, fiaccata di mio e da tutte le loro cure, che mi ritrovo ricoverata. L’ospedale fa spavento a entrarci, figuriamoci quando sai che ci devi restare. Quando ti infilano in un letto. Anche lo stanzone del reparto poi è enorme e altissimo. Tanti letti e la maggior parte vuoti. Tutto ha un che di abbandono. La voce rimbalza dappertutto e tutto è in bianco e nero. I muri, i letti, le lenzuola, gli stipi, le infermiere e tutto è di un bianco quasi accecante. Tutto anche le suore, che sono bianche come fantasmi e con visi arcigni e scuri come corvi o appunto come le parole di un libro che non hai voglia di leggere. E tutte, suore ed infermiere, vanno di fretta. Hanno troppo da fare. Non hanno tempo. Quello che non scordano mai di fare è avvertire che è finita l’ora per le visite.
Mia madre cerca di stare più che può per farmi compagnia. Mi sembra preoccupata. Alza le spalle. Dice che mio padre si arrangerà. Sembra di stare in carcere a Santa Maria Maggior. Per quante ne escogiti mia madre più di tanto non riesce a sottrarsi al controllo di quelle guardiane. Deve andarsene, anche se mal volentieri. Non che la solitudine mi spaventi. Anzi mi aiuta a pensare. Sono solo angosciata dal pianto continuo della bambina che dorme due letti più in là. Poi senza nessun preavviso mi spostano in una stanzetta più piccola. Mi sembra di essere tornata a casa, in quella in Baia del Re. Dalle finestre vedo la laguna e le sue isole. Vedo Murano e non solo. Un gabbiano stupido ci sbatte addosso a quel vetro. Fa venire i brividi il verso stridente di quell’uccello. Vicino al mio letto c’è Maria. Lei viene da lontano, da un paesino vicino a Rovigo. Non so quale. Non saprei nemmeno quanto è lontano se non me ne parlasse mamma. Deve essere per quello che i suoi non si vedono mai. Lei è molto sola e anche lei piange molto. Mi fa pena. Mamma cerca di raccontarle qualche storia. Ha la voce dolce, quando vuole. Per alcuni attimi riesce a calmarla. E Maria è affascinata da un piccolo bicchiere che ho sul comodino. Avessi avuto più tempo saremmo certamente diventate amiche, nonostante il posto. Le lascio prendere il bicchiere.
In mezzo a tanto dolore c’è una suora che per calmare chi piange ha la bella pensata di farci prendere paura. Appare all’improvviso col volto coperto da una calza nera. Credevo che certe cose succedessero solo nei film. Forse si crede simpatica. Forse… vuole mantenere l’anonimato. Dovrebbero lasciare i figli in mano a chi sa cosa vuol dire farseli. E poi tirarli su. E’ stato allora che ho imparato che le parole possono essere pietre e soprattutto quella parola che usavo come una sasso: “Fanculo!” Non è nemmeno un vocabolo facile. Mi arrampicavo ancora a fatica e con imperizia fra quelle sillabe. Ma il suono era tagliente abbastanza e mi sgorgava proprio dal cuore. Me ne sentivo subito liberata. Si può essere più idiota di un idiota adulto? E allora “fanculo!” a lei e a tutto quel mondo senza colore.
Stavo già programmando la mia evasione quando ho vissuto quel martedì. Mamma era al fianco del mio letto. Le aveva appena girato le spalle, solo un attimo. Maria girava in mano quel bicchierino che l’aveva sempre affascinata tanto quando sentii il rumore del vetro che si infrangeva sul pavimento. Stavo per tirare il decimo dei miei fanculo, o forse era l’undicesimo, stavolta rivolto alla mia vicina e compagna di pene, quando mamma si è girata e ha fatto per chinarsi ed aiutarla. Maria sembrava essersi rimessa a dormire fregandosene della sua sbadataggine. Invece non era stata per nulla sbadata. Non ho capito subito, mica succede ogni momento. Ho visto solo la mamma farsi bianca come uno straccio. E’ corsa fuori invocando aiuto, ma Maria non si svegliava. Maria non si è più svegliata. E fuori la laguna era malinconica come solo a Venezia può esserlo.
Stavo meglio. Ho detto a mia madre “portami a casa”. Quello che avevo visto non era giusto. Ero troppo giovane. E un po’ mi ero messa in testa che sarebbe successo anche a me. Ma per il piano B avevo già la corda di lenzuola sotto il cuscino. Il letto di Maria era vuoto con una larga macchia gialla nel mezzo. L’unico colore in quel mondo e non era un colore allegro. E tutto sapeva di acido e di medicine. “Andiamo, a costo di farla tutta a piedi. Ho buone gambe, io; robuste”. Non ne ero sicura, perché avevo una spossatezza addosso, da non crederci. Mi sentivo come ubriaca. Non ero certa di riuscire a stare in piedi. Per una volta mia madre non ha avuto nulla da dire, ha tirato su col naso, mi ha stretto forte e poi ha preso a vestirmi. Credo che non l’avrebbe fermata nemmeno un treno. Mi sentivo già libera ma non avevo proprio voglia di ridere. Nella mia fantasia ancora immatura mi aspettavo di vedere sangue e sentire grida e adulti piangere e bestemmiare. Invece si può uscire da quell’altra porta così,  non visti e completamente in silenzio.

Il male di vivere

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 12 gennaio 2011 at 23:54


E’ passato un’infinità di tempo. Non pensavo che mi sarebbe capitato di ricordarti ancora. Eravamo bambine insieme. Amiche difficili, ma comunque amiche. Tu troppo desiderosa di piacere, io invece con quella capacità di darti sicurezza che mi viene da chissà dove. Tu pronta a tradirmi, per una piccola idea, oppure per capriccio o solo per noia, io pronta a tornare perché ti volevo bene e perché sentivo che non sapevi vivere il tuo tempo.
Difficile dire cosa passa in testa quando sei bambina. Difficile cercare di farti da madre quando la tua non ti vedeva. E succedeva quasi sempre. Era stato tutto troppo difficile per te e per me. Non avevamo la forza di confessarci i dubbi e i pensieri più tristi.
Poi partisti per uno sperduto paese di montagna arrampicato sulle rive di un lago. Tua madre seguiva il suo amore, quel vecchio pittore che tu chiamavi zio. Lì persi le tue tracce. Non ci scrivemmo e non ci vedemmo mai più. Eri sparita tra i ricordi della mia infanzia. Come tante cose inutili ti avevo messo in soffitta.
Un giorno, di troppo tempo dopo, lessi di te sul giornale. Eri sparita da giorni tra i boschi che incombevano quel lago triste. Dicevano che eri una ragazza incapace di vivere. Che i tuoi giorni non avevano futuro. Avevo seguito la tua storia fino al giorno che ti trovarono annegata dentro al lago.
Perché te ne sei andata? Che stupida domanda da bambina. Se restavi ancora un poco ti avrei insegnato ad amare l’acqua. Avrei saputo farti sorridere e ti avrei insegnato a perdonare. Ti avrei fatto da madre e da sorella. Ti avrei guarita dal male di vivere.

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