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Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Una storia sbagliata

In amore, Donne, uomini on 20 marzo 2014 at 17:09

mobile
Per certe cose non esisteva un deterrente. Certo l’amore per il marito e ovviamente ancor di più quello dei figli, ma che deterrente era se a tutto era sopravvenuta la maledetta abitudine? quella che rende ogni gesto dovuto, ogni fatica non considerata, e quella che fa del proprio corpo uno svago senza entusiasmo.
Lei queste cose non le aveva mai considerate, andava avanti così per dovere: il suo lavoro, i pranzi e le cene pronte, la casa in ordine, lavare, stirare, i figli accuditi anche se a distanza. Ormai le restava solo diventare nonna e mettersi in pensione. In pensione anche dai sensi ovviamente e da se stessa.
Lui, il marito, un buon uomo sì, ma puntiglioso e brontolone, le contava ogni etto che ormai tendeva a lardellare i suoi fianchi e non la guardava più negli occhi, mostrando quella emozione che l’aveva sempre conquistata. Allora sì che i sensi dilagavano. Ricordava le loro pazzie come far l’amore di sera in spiaggia e fare il bagno nudi, con i corpi che ad ogni onda e carezza sussultavano… che bei tempi quelli. Ora non più. Ora solo quel loro letto senza fantasia, senza passato e senza futuro.
Insomma non voleva giustificarsi, ma non se la sentiva ancora di raggiungere la pace dei sensi. Troppo presto e poi perché?
Certo che qualche ragione c’era, ma niente che potesse giustificare quelle telefonate, quella storia iniziata senza che lei volesse e senza che ci fosse un vero senso. Innanzi tutto lei non aveva fatto niente perché tutto questo accadesse; e poi tutto questo cosa? L’aveva visto solo una volta, in una riunione di lavoro, lui giovane, rampante, pronto nella parola, sicuro di sé. Un bel vedere davvero, ma niente di più. Anzi a dire il vero era da molto che in queste situazione lei teneva un profilo basso, ormai neppure il lavoro poteva darle grossi stimoli. E lui era stato gentile, rispettoso, quasi galante. Niente di speciale se si pensa che, avendo davanti una carriera da fare, anche l’appoggio di un’anziana collega poteva andare bene.
In ogni caso, la questione sarebbe finita lì, lui in una sede all’estero e lei la solita routine. Se non fosse che lui aveva preso a chiamarla, un insieme di lavoro e voglia di cazzeggiare, una forma simpatica di galanteria indiretta che l’aveva fatta sorridere.
Chi ci pensava che le parole avrebbero preso una nuova direzione, fossero diventate famigliari, affettuose, quasi intime e che alle risatine di lei lui avrebbe risposto in modo così… così come? Serio? Puntuale? Incredibile?
Va da sé che lui poteva avere quante donne voleva, se non altro aveva una moglie giovane e dei figli: uno o due non lo ricordava. Ma se voleva una storia la poteva cercare in un più comodo territorio di caccia, non a migliaia di chilometri di distanza. Che senso aveva? Anche se, proprio per la distanza, mai nessuno avrebbe saputo o sospettato. Ma sospettato cosa?
Il loro gioco stava solo nelle parole, nei toni di voce, nei significati nascosti. Qualche lunga telefonata che non era giustificata da lavoro o da un profondo rapporto di amicizia, solo da uno strano bisogno di dire, sentirsi dire cose strane senza senso o solo di ascoltare quella voce.
Se lo era detto un sacco di volte: “Non è cosa per te. E’ una storia sbagliata. Forse addirittura mal interpretata. Svegliati. Non farti coinvolgere. L’unica che ne ha da perdere sei tu”.
Ma lui, con quella voce così suadente, quasi di un bambino che implora, le andava ripetendo che era lei che voleva. Era preso dal suo sorriso, dai suoi occhi, dalla sua bocca, dal suo corpo, neanche avesse una foto sottomano. Altro che etti in eccesso, tutto era perfetto per lui. Non c’era verso di farlo desistere, né i dati di fatto incontrovertibile, né il buttarla sul ridere facendogli presente che ormai nell’azienda, visto che stava sulla soglia della pensione, non valeva che come il due di picche quando il gioco che vale è spade.
Non c’era stato verso, né mariti, mogli, figli e responsabilità erano stati sufficienti a sottrarre terreno alle sue avance.
Ma come erano passati dal parlare di vendite, design e nuovi materiali a raccontarsi i sogni più segreti, inconfessabili e irrealizzabili? Perché era chiaro che non si sarebbero realizzati, loro non si sarebbero più rivisti e lei non avrebbe desiderato incontrarlo mai più (a meno che non impazzisse del tutto che già era sulla buona strada). Non avrebbe saputo che fare. Si sarebbe vergognata di quelle parole dette all’ombra di un cellulare. Non avrebbe resistito senza sentirsi morire, se lui le avesse chiesto coerenza.
Glielo aveva domandato un sacco di volte: “Ma perché? Che cerchi da me? Sono molto più grande di te. Non sono particolarmente avvenente. Non ho una posizione importante. Ho marito e figli. Potrei essere tua madre.” E ad ogni punto lui ribatteva che…. oh lasciamo stare era inammissibile.
Ma lei aspettava con ansia le sue telefonate, se non c’erano le mancavano. Una mancanza fisica che nessuno poteva capire, né i colleghi né le sue amiche, che erano o accompagnate da uomini senza sostanza, oppure alla ricerca di un uomo fino allo sfinimento.
Aveva persino pensato di dirlo a suo marito, che chissà che si fosse risvegliato dal letargo degli orsi in cui si trovava. Magari ne avrebbero ricavato una nuova sferzata di giovinezza e anche lui si sarebbe accorto delle doti che lei che, comunque andasse, non credeva di avere.
Strana cosa la vita: ti regala, a volte, delle cose che tu non le hai nemmeno chiesto.
Ma adesso si domandava cosa avrebbe fatto se lui le si fosse presentato alla porta dell’ufficio: avrebbe finto di conoscerlo appena? L’avrebbe trattato con amichevole distanza? L’avrebbe allontanato come la peste? E che ne sarebbe stato di tutte le parole dette con dolcezza e passione, oppure di tutte quelle taciute?
Cercava dentro di sé un normale senso di colpa. Ma la colpa di cosa? Lei non aveva colpe, non aveva fatto del male a nessuno. Lei ci sarebbe stata sempre per la sua famiglia, suo marito sarebbe stato quello di sempre, i suoi figli sicuri del suo affetto e lei sarebbe diventata nonna molto presto, avrebbe scordato tutti quei grilli per la testa, tutti quei pruriti che non sarebbero mai stati grattati. Lei ormai era sorpassata. Era come la bella addormentata nel bosco, da troppo tempo, tutti se n’erano dimenticati e il principe non sarebbe più andato a risvegliarla.
E di una storia sbagliata sarebbe rimasto solo un soffio caldo sul collo. una palpitazione più forte nel cuore, un sogno ad occhi aperti… niente di più. Però doveva fare qualcosa perché lui si dimenticasse del suo numero di telefono, e poi lei avrebbe fatto la sua parte. Perché non era come con la droga, lei avrebbe potuto disintossicarsi benissimo, in ogni momento, perché qualche parola di troppo non dà assuefazione… oppure sì?
Bastava solo che lui non tornasse, bastava non vederlo sulla porta del suo ufficio, che poi si sarebbe anche accorto di aver sbagliato persona, insomma che non era quella che lui credeva, che si ricordava male. Bastava farla finita subito, se solo ci fosse riuscita.
E intanto stava ad occhi fissi, ad aspettare una telefonata che prima o dopo, a rigor di logica, non sarebbe più dovuta arrivare, ma sperava che fosse dopo… molto dopo…

C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

Klimt-le-tre-eta-della-donna
Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

Se io dovessi spiegare a mio figlio….

In amore, Anomalie, Antifascismo, Giovani, Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 Mag 2013 at 18:33

L’idea mi è venuta in questi giorni, dopo un altro 25 aprile, come tanti e dopo aver letto di come un padre spiega la resistenza a sua figlia in questo libro, citando scrittori e storici del novecento.
Non che il suo libro e le sue ragioni non mi abbiamo in qualche modo incantato, provando quella certa fascinazione che si prova di fronte alle imprese titaniche sia che risultino riuscite oppure no, ma dopo l’incanto che si prova di fronte a tutte le prove di erudizione, mi è salito in bocca quel sapore spiacevole dei cibi rimasti sullo stomaco e mal digeriti.
Ma partiamo dall’inizio citando dalla presentazione del libro “La Resistenza è stata la dimostrazione del meglio di cui gli italiani fossero capaci: un’assunzione di responsabilità, una volontà di riscatto che non riguarda solo la storia del fascismo e della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale. Si affrontano qui alcuni problemi controversi della storia della Resistenza senza cedere alla sacralità o alla strumentalizzazione politica: si ricostruisce infatti una narrazione anti-eroica, senza aggettivi, ma ricca di colori. L’obiettivo è cercare una via d’uscita alternativa alla ricostruzione spesso rancorosa degli eventi.
Non una storia di fatti sanguinosi, di efferatezze, di morti e di corpi violati, ma un tentativo di individuare le motivazioni profonde di un periodo di grandi speranze e di crescita collettiva. E di cogliere le ragioni di una storia, ma anche le ragioni della vita. Un libro per le giovani generazioni che cerca di dare risposte esaurienti a quesiti difficili e spesso trascurati.”
Capita che quella che oggi appare come un atteggiamento di mistificazione, ossia di sacralizzazione di un evento o di strumentalizzazione politica alla fine sia un “atto” di assunzione di responsabilità e una volontà di riscatto che è costata molto sia in termini  di vite che di sofferenze.
Vale poco dire: che non fu la Resistenza a liberare l’Italia dal nazifascismo, ma fu l’intervento alleato, tanto meno dire che ogni parte politica considerata ha una sua qualche dignità politica. Perchè se è vero che l’italia non è mai stato un paese unito in cui mai è stato coltivato l’idea e l’amor di patria, alla fine del ragionare bisogna pur ammettere che nei momenti difficili questo paese ha dimostrato il suo miglior volto e le sue migliori qualità.
Vero è che l’Italia allora stava col fascismo, dando fiato a quella parte del nostro paese che preferiva servire i forti e prendersi delle piccole rivincite vestendo una divisa dal triste colore della morte, ma anche solo una semplice divisa, passata dal partito, che rendeva tutti uguali e ordinati anche nelle differenze tra ricchi e poveri, acculturati ed ignoranti.
Ma allora chi invece di seguire l’onda degli avvenimenti e godere dei privilegi concessi ai consenzienti aveva preferito riunirsi in bande e salire su in montagna, come dobbiamo considerarlo?
Sembra che i primi a prendere la strada dei boschi furono i soldati e per fortuna loro sì che sapevano da cosa stavano fuggendo, e anche un po’ come farlo. Poi salirono i comunisti altrettanto ben organizzati che i soldati, poi i professori e gli studenti, i letterati insomma, che da quel “viaggio” ci fecero pervenire almeno dei significativi diari di militanza. Meno erano gli operai e i contadini che se non vestivano le divise di guerra, dovevano combattere la loro battaglia col vivere quotidiano.
Non erano molti i ribelli sulla montagna, era molto di più i quiescenti a popolare le strade dei paesi e delle grandi città.
Chissà quanti come mio padre si erano rifiutati di vestire da giovani balilla, spinti da incomprensibili e inspiegabili ragioni, ma poi si erano fatti, senza protestare, 10 anni tra servizio militare, guerra e prigionia.
In effetti in lui non ho mai notato una particolare animosità per chi gli aveva, ragionevolmente, sottratto gli anni più belli della sua vita, che forse a tutti gli effetti erano stati ugualmente belli per lui, malgrado tutto.
Molto più tardi nella sua vita da pensionato, riuscii a fargli superare il terrore di volare, lo portai a visitare il mondo, quel mondo che aveva entusiasticamente iniziato a conoscere, ironia della sorte, proprio da giovane soldato e poi non più.
Se io dovessi spiegare a mio figlio qual era la migliore gioventù italiana di quegli anni di guerra che ci vedeva al fianco di quegli invasati, assetati di potere, della Germania del Terzo Reich, di quale ragionevole dignità politica potrei investirli? Avrei dovuto dare pari dignità ad ogni coerente esempio di fedeltà ad una causa, di qualsiasi tipo essa sia? Come potrei dare pure ai nazisti la stessa dignità politica di chi si è ribellato alla fascinazione di tanta messainscena e di così tanti roboanti principi di virilità ed appartenenza?
Certo le verità storiche non vanno a favore della Resistenza quale reale liberatrice, dal dominio nazi-fascista, anche se alcune importanti città si erano effettivamente liberate prima dell’arrivo degli Alleati, arrivo che in molti casi si fece aspettare più del dovuto, alleati che in molti casi non vedevano di buon occhio e né collaboravano con alcune parti della guerra partigiana. Queste sono le incongruenze logiche di un conflitto che aveva anche molto di ideologico.
Non credo che potrebbe un semplice libro e la parola di mille autori spiegare questo alto momento di storia italiana, che è la Resistenza. Inutile dire che questo momento fu, in qualche modo quello che ci è sembrato quanto di più vicino ad una guerra civile si fosse visto nel nostro paese.
Certamente a mio figlio non parlerei dei numeri dei nostri ribelli in proporzione agli altri numeri. So che la resistenza non stava solo tra le montagne, coinvolgeva anche le maestranze di certi posti di lavoro dove si boicottava la costruzione di apparati militari e anche nelle piccole comunità, i parroci dei paesini che nascondevano i partigiani, i contadini che nascondevano i soldati e gli ebrei in fuga, la solidarietà tra i poveri. L’Italia non è mai stato un paese totalmente negativo, anche se in certi momenti del suo travaglio di nazione prima o repubblica poi, si può ben dire di aver visto il lato oscuro di un popolo che si adatta con poco amor proprio a qualsiasi tipo di politica e a qualsiasi svendita della dignità, in cambio di un quieto ed imbarazzante sopravvivere.
Forse la mia unica fortuna è che la Resistenza a mio figlio non sono io a doverla spiegare, tutt’al più potrebbe essere lui a spiegarla a me, come mi succede di molti argomenti storici. Per ora da lui ho imparato com’è nato l’esercito di leva, e di sorprese ne ho avute parecchie, oltre a tutto non mi sarei mai aspettato che l’amor di patria, fosse introdotto in buona parte, dai cappellani militari, non molto ben visti nel Regio Esercito… ma insomma l’Italia ha molte sfumature e arriva a noi in una miriade di rivoli di libertà e condizionamenti a sfumature di tutti i colori, come erano i colori delle parti politiche in movimento. Purtroppo un arcobaleno che non fu mai parte integrante della nostra bandiera.
Portiamo in alto ancora il vessillo rosso del sangue dei nostri martiri, bianco del candore delle nostre nevi e verde del colore dei nostri campi.
Se potessi spiegare qualcosa a mio figlio, gli insegnerei il colore molteplice della pace che non abbiamo mai potuto vivere nella sua completezza, gli parlerei dell’inutilità di contingenti di pace armati fino ai denti, di Alleati che malgrado il nome non erano alleati di nessuno, di esportatori di democrazia a mano armata, di ribelli che ad est venivano chiamati partigiani e da noi venivano chiamati e uccisi come briganti. Vorrei raccontargli di un sogno che aveva conquistato parte della generazione dei suoi nonni e del sogno che aveva conquistato la generazione dei suoi genitori. Vorrei raccontare di una rivoluzione che abbiamo sognato pacifica e che si è presentata violenta e piena di incognite, se poi rivoluzione si può dire, del mondo nuovo e giusto che pensavamo di poter consegnare alle nuove generazioni, ma che è stato negato prima di tutto a noi stessi. Vorrei potergli dire che eravamo in tanti ed eravamo dalla parte giusta, anche se comunque eravamo meno di quelli che pensiamo.
Vorrei… vorrei… ma so che lui sa più di me e che ha dei sogni e un immaginario del mondo che sarei curiosa di conoscere e che spero sia più equilibrato, giusto e realizzabile del mio. Io ho del mondo la mia percezione e bella o brutta che sia, non può essere e non sarà mai quella di un altro. Su una sola cosa non posso tacere ed è che Resistenza è per sempre, si nasce resistenti, si diventa partigiani, e si combatte con le armi che si hanno, possibilmente con le armi della parola e della perseveranza, con la ragione e l’intelligenza, con il dialogo e la disponibilità, ma anche con una fermezza e un coraggio irrefrenabile.
Se io dovessi insegnare qualcosa a mio figlio cercherei di farlo sognare raccontandogli una storia di esseri umani pronti alla libertà e poi cercherei di non farlo sentire dentro a questo sogno in completa solitudine, in fin dei conti solo da questo sogno comune può nascere la fiducia nel futuro. Ed io questa fiducia nel futuro ancora, intatta ce l’ho e desidererei con tutto il cuore di consegnarla intatta pure a lui.

Amore e corazze – Una storia difficile

In amore, Donne on 4 settembre 2012 at 15:39

Difficile scegliere le parole per questa storia. Ce ne sarebbero molte da dire e anche molte da tacere, forse come tutte le altre storie e forse, in questo caso, di più. Mi scuso fin d’ora con gli attori, ma non posso essere precisa e nemmeno completamente informata, ma è una storia e come tale va raccontata, con la sua parte di verità e l’altra parte di fantasia come io penso ogni storia debba mantenere.
Anche stavolta c’è una lei. Una creatura fragile e riccioluta, non che le due cose: fragilità e riccioli non possano convivere insieme, ma quei riccioli si confanno più a una creatura ribelle e decisa, cosa che lei non è. Almeno oggi non lo è più, forse ieri lo era, un ieri un po’ lontano purtroppo.
Lei aveva avuto dei sogni. Già, direte, tutti hanno sogni, soprattutto da giovani, ma i suoi erano sogni un po’ troppo… come dire?… sognanti se mi passate il gioco di parole. Lei sognava di trovare affetto e protezione, una sua famiglia, quella del tipo straordinario, insomma la famiglia che vedi nelle pubblicità in televisione, in poche parole “quella del mulino bianco”. Per realizzare questo sogno l’Italia era poco e lei, riccioli in testa, come suo unico lasciapassare, era partita per un paese lontano.
Lì la famiglia l’aveva fatta, ma sai com’è, sarà stata la distanza o il fatto che di “mulini bianchi” non si dovrebbe mai parlare, quella famiglia era stata una terribile delusione e alla fine lei si era trovata, invecchiata e scacciata da quel paese, divorziata con due figli (difficili) a carico.
Cosa fa una donna fragile, per non soccombere ad un destino patrigno e disdicevole? Beh… si organizza, torna nella sua città di origine, cerca casa, lavoro e scuole per i suoi figli, sperando che ormai il peggio sia passato. Si mette una bella corazza dura per non sognare più e per non chiedere più a nessun uomo di entrare nei suoi sogni. Si rimbocca le maniche e si butta nella nuova avventura, dentro al territorio che l’aveva vista ragazza e che tutto sommato era la sua terra originaria, il suo substrato. Ma quella terra non è la terra dei suoi figli, quella terra e una terra matrigna e non accogliente per loro. Sì, certo, le scuole sono belle, disponibili, accoglienti, ma sono scuole italiane e per questi ragazzi stranieri, sono quanto di più difficile e complicato si possa trovare, soprattutto in una fase d’età difficile e, ad essere generosi, poco gentile.
E il primo a dare forfait è il ragazzo, forse solo per meno voglia di sbattersi in un paese diverso e per dei risultati dubbi.
La ragazzina più giovani invece, un po’ per curiosità e un po’ per compiacere la madre e poi più testarda come ogni donna sa essere, si è fermata e ha frequentato la scuola, con tutte le difficoltà del caso, riuscendo anche a conquistare una lingua nuova, un esito scolastico discreto e anche delle amichette da frequentare.
Lei, la fragile madre ha strappato in due il suo cuore. Quando è partito il figlio la sua corazza si è fatta più dura e il cuore le si è sfaldato come neve al sole. Ne aveva tenuto un po’ di quell’amore per rendere migliore la vita alla figlia che ormai pensava di aver portato oltre la fase del non ritorno.
Ma a volte basta un granello di sabbia e la bilancia pende dove non avresti pensato avesse potuto pendere mai.
Era estate e il figlio maggiore era tornato per una vacanza e il cuore di madre massacrato dal distacco aveva iniziato a sperare. Lei aveva parlato ancora di scuola e di futuro, lo aveva blandito con l’idea di ridiventare famiglia, magari non del “mulino bianco” ma almeno quella parvenza di famiglia dove l’amore tutto supera ecc. ecc. ecc.
Ed invece il risultato da qualche giorno era diventato un incubo, il peggiore che lei avesse sognato: pure la figlia aveva deciso di partire, di ritornare nel “suo” paese, ovviamente con dispiacere di lasciare la madre, ma con il desiderio di riconquistare il padre. Vuoi vedere che pure lei sperava di ritrovare la famiglia del “mulino bianco” dall’altra parte del mare?
Che fare??? Se l’era chiesto mille volte in quei giorni, ma non aveva scelta, sapeva che doveva dire di sì alla partenza anche della figlia, non c’erano “santi che la potessero aiutare” o la figlia partiva oppure sarebbe scappata di casa… e, che senso aveva imporre una volontà che non sarebbe servita che ad allontanare i suoi figli da lei?
I figli ora sono partiti… non si sa, perchè la storia non lo dice, con che pensieri in testa e con che tristezza nell’animo. Tutto sommato, in genere, ai figli interessa poco delle necessità umane dei genitori, loro vogliono avere le loro comodità e se ogni genitore, non ha il buonsenso di rinunciare alla propria vita per il bene dei figli… beh viene da sè, che non è un buon genitore, e che deve fare conto con tutti i suoi sensi di colpa.
Quindi lei, la fragile donna con la corazza, era rimasta a guardare l’aereo che si allontanava, incredula, sconfitta.
Ormai con l’involucro durissimo, ma completamente vuoto d’amore. Ora sì che non sapeva più che fare, ora sì che vedeva davanti a sè il fallimento, ma dove aveva sbagliato? Doveva forse per caso lasciare tutto quello che era riuscita a costruire in quell’anno passato e seguire i propri figli in un paese che non l’aveva voluta e che l’aveva fatta sentire una reietta? Avrebbe dovuto subire il ricatto dei figli che la volevano dove, per lei, e lo sapeva bene, sarebbe stata la fine, come donna ed essere umano?
Belle domande non vi sembra? Ognuno di noi avrà una bella ricetta da proporre sicuramente, ma, chi ha ragione non c’è verso di saperlo.
Lei è rimasta, per ora, con i suoi riccioli scompigliati e incanutiti precocemente e con la sua corazza vuota e senza amore… con la fragilità e la voglia di nascondersi nella depressione.
Mi spiace, stavolta nessuna favola bella con il suo luminoso finale rischiarerà questa storia. L’ho detto che era una storia davvero difficile, che a volte quello che succede è ingiusto ed inacettabile, e non esiste corazza per salvare un po’ di amore per se stessi. Ecco cosa mancava dentro quel cuore, cosa faceva restare vuota quella corazza inacessibile: un po’ di stima e un po’ di considerazione per se stessi… e forse se ritrovasse quella goccia d’amore per sè, alla fine, malgrado tutto, lei sarà salva.

Cuore di mamma

In amore, auguri, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 8 Mag 2012 at 22:05

Non so, un po’ mi vergogno di comportarmi in modo così sdolcinato, ma certo che è sempre una grande emozione vedere il proprio figlio laurearsi. Voglio dire che è una cosa di per sè particolare su cui emozionarsi, anche se so bene che al cuore di mamma comunque ogni scarrafone e bello a mamma sua. La questione è che non c’è solo l’amore di mamma, che vede il suo ragazzo, che qualche tempo fa era un bambinetto dagli occhi dolcissimi, diventato grande e grosso è che comunque, ogni volta che lo vede, le sembra più grande e più grosso della volta precedente. Non è lui che cresce, si sa e lei che ne perde ogni volta la misura.
E poi è così strano vederlo vestito un po’ curato, non era successo mai. Il suo massimo era un paio di pantalonacci blu con una camicia stropicciata. Ebbé almeno una volta nella vita: pantaloni nuovi rossi (grande eccezione perchè i colori forti non gli piacevano mai) e poi il gilè coi bottoni e la camicia bianca con il papillon rosso, la giacca no, perché fa troppo caldo.
Che stranezza un figlio vestito bene seppur in modo eccentrico, non l’ha fatto mai eppure per questa laurea aveva consumato più di un’ora del suo tempo per correre con me in un negozio e scegliere proprio quell’abito che comunque, conoscendolo, non avrebbe fatto il monaco. Almeno questo era il concetto. Chissà se mai lo rimetterà? Non credo, almeno non prevalga la sua natura di ragazzo parsimonioso e allora tutto si usa, fino allo sfinimento, finchè non c’è più modo di rattoppare e aggiustare.
Mio figlio ha la sua laurea e ha raggiunto la sua meta. Non il suo fine, solo una delle tappe per riprendere la salita. Come molti ragazzi d’altra parte, tutti pronti allo start per il loro futuro in un mondo che futuro non ha. Sarà la crisi che ha rubato il futuro ai nostri figli? Davvero non so. Le cause sono molte e più ci penso e più ne scopro e mai nessuna sufficientemente valida per causare una così terribile penuria di sogni.
I nostri figli non sognano e se sognano non ce lo fanno sapere, forse sanno che tanto li amiamo e tanto ci sfianchiamo per loro, per consetire a loro una vita decente e con un minimo di soddisfazioni, che se ce lo facessero sapere ci scanneremmo ancora di più.
Ma torniamo al punto, quel ragazzone che mi sembra sempre più grande ogni volta che lo rivedo ha preso il suo attimo di gloria, e sembra diventare più uomo e io leggermente più piccola e vecchia. Niente che mi dispiaccia però, ho fatto un buon lavoro e sebbene ogni mio pensiero abbia contenuto sempre un po’ della sua presenza, lui è stato comunque il centro della mia vita.
Ora credo che in qualche modo dovrò pensare ancora a lui perchè è così che la vita vuole, ma non dovrò più pensare per lui e decisamente c’è una bella differenza. Non che lo riuscissi a fare in modo preciso nemmeno prima, ma mi pareva che un po’ di bisogno lui l’avesse sempre  e comunque.
In una mattina calda di sole, in una città che se l’era preso per il tempo dei suoi studi, ho abbracciato mio figlio che subito prima di entrare a discutere la sua tesi mi ha fatto vedere la dedica:
A mia madre che con il suo amore e il suo coraggio mi ha insegnato a sorridere alla vita. Grazie.
Quale dono più bello? Quale compenso migliore anche se mai e poi mai mi pareva di dovermi aspettare tanto lusso? Eccolo lì con l’alloro in testa e il suo viso scanzonato che abbraccia la nonna che ha mirato per prima. Quella nonna che si era alzata coraggiosamente all’alba e camminando incerta con il suo bastone, si era sobbarcata un lungo viaggio per raggiungere l’Università in un’altra città, le sue cugine-sorelle che vanno pazze di lui e lui di loro, la sua amica del cuore che da sempre c’è come c’è lui per lei, gli zii e gli amici. Io mi sono riempita gli occhi e mi sono scordata di me. Macchisenefrega se sono la mamma e il suo abbraccio mi cerca per ultimo, lo so che non importa se comunque è il più lungo, un po’ ci vergognamo, un po’ ci pare di rubare qualche cosa agli alti, ma fra noi non serve e lo sappiamo, fra noi basta solo uno sguardo, lui sa e io so che comunque ci saremo e comunque il nostro amore resterà anche in barba agli affanni e alle offese della vita, malgrado la possibile assenza e anche alla probabile perdita che sta nell’ordine delle cose.
Tutto questo vale altrettanto e forse più del suo caparbio 110 e lode e la vita scorre sempre con il suo sorriso sornione e generoso e noi con essa.

Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

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