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Bombe atomiche e viaggi interplanetari

In Anima libera on 9 gennaio 2011 at 23:58

Premessa alla parte nona
Per quanto stia attenta le cose mi sfuggono. Questo è il tempo dei fatti. Cose importanti che sembrano tali e altre che non lo sembrano affatto ed invece lo sono e lo saranno ancora di più. Si producono televisori, lavatrici e frigoriferi e gli operai non bastano, migrano dal sud e si accontentano di un tozzo di pane e di una branda in casa di compaesani. I miei zii dal Veneto si trasferiscono a Milano verso il lavoro, quello vero. Io vorrei studiare, ma vorrei anche lavorare, sono stanca di aspettare, voglio correre, crescere, diventare grande e vivere.

Ho quest’ansia che mi divora dentro. Voglio vivere e vivere per davvero. Non è un insano desiderio. Per quanto tutti cerchino di convincermi che ogni cosa viene a suo tempo. E che bisogna aspettare. E che si deve essere umili. E non pretendere troppo. Ma dove sta il limite? Fino a dove mi è concesso esplorare? Troppo poco e troppo vicino. Non è quello che voglio. Io voglio di più.
Le mie giornate in famiglia sono esangui. Esangue è il rapporto con Ernesto anche se lui lo tiene vivo con le bugie e le delazioni. Mi inguaia sempre. E lo fa solo perché è geloso di me. Solo per soddisfare la sua accidia. He he le suore servono a qualche cosa, soprattutto per imparare parole che in pochi conoscono. Accidia! Suona bene no? Ernesto è accidioso: suona ancora meglio. Comunque i guai me li fa passare e spesso sono punita. Mia madre mi grida: “Tu mi porti via dieci anni di vita!” Io giuro che una frase così non la dirò mai a nessuno. E’ terribile ed ingiusta. I grandi dovrebbero sapere che i bambini si sentono già in colpa per un sacco di cose. Che poi che vita è la sua? Io, per esempio, mi sento in colpa di quasi tutto il male che sta nel mondo. In effetti non è colpa mia se mia madre informa mio padre delle cose che io ed Ernesto combiniamo. Che poi se ci penso bene, non sono cose così terribili. Eppure mio padre reagisce sempre alla stessa maniera, ormai è un classico. Non dovrei più stupirmene. Piglia me o Ernesto e ce le suona di santa ragione. Ernesto grida e si difende: “Non sono stato io, è stata quella scema…” e indica in me la solita vittima. Allora la rabbia di mio padre si raddoppia e molla la presa su quell’infingardo.
Se posso essere sincera mi dispiace meno che se la prenda con me che con lui. Non sopporto vedere gli altri trattati male. Anche se gli altri sono solo un fratello senza spina dorsale e senza dignità. Lo scontro diretto con mio padre mi fa sentire grande. Anche se poi se lui picchia, picchia forte. A volte le sue sculacciate mi fanno rintronare anche la testa, altro che il culo non ha denti. A volte direi che ha pure gli occhi. Ma come dire? preferisco che se la prenda con me, almeno so dove va a parare. Perché finché sono sotto le sue grinfie non sento dolore. Non so perché ma preferisco prenderle facendo finta di non esserci. Uno strano assenteismo che lo fa scabinare. Per lui è un’offesa che io non abbia paura. E in effetti io non lo temo. In realtà io lo sfido, come l’ho sempre sfidato. E’ come dire: “Dai dammele! Intanto a me non me ne frega niente. Sfogati dai. Spadroneggia sui più deboli per sentirti forte.” E lui non sopporta la mia ribellione. Lui non accetta la mia forza. Non ha capito cosa potrebbe fare per farmi veramente male. Non capisce che preferisco fare da parafulmine. Perché io lo ucciderei se toccasse mia madre. E che lo sappia o non lo sappia lui non lo fa mai.
Mia madre piange. A volte lo implora quando esagera e succede spesso. Gli verrà pure in mente che non dovrebbe renderlo partecipe di quello che capita quando lui non c’è. Basterebbe solo un bel silenzio. Almeno non dovrebbe mostrarsi così esasperata. Non ha ancora imparato la lezione che io ho imparato ancora prima di nascere. Non esiste uomo che mi comanderà. Non esiste niente che io non possa affrontare da sola. In fin dei conti si nasce già con gli anticorpi. Esiste un potenziale dentro ad ognuno di noi che dobbiamo salvaguardare. Io ho il potere su me stessa. Non esiste niente e nessuno che me lo esproprierà. Io ho il potere di vita o di morte su me stessa e nessuno me lo toglierà. Nessuno mi toglierà quel coraggio. E mi insegnerà a piegarmi.
E più non riesce a piegarmi, a sentirmi lagnare, più forte picchia. Poi ci penso e mi accorgo che non è proprio tutto così semplice. Se il mondo fosse fatto di esseri umani invece che di uomini che sanno essere solo uomini e donne che fanno solo le donne, allora potrei non avere paura e invece io paura un po’ ce l’ho. Mica per me stessa, che a onor del vero mi sento piuttosto indistruttibile, ma per il mondo che mi circonda. Non è che del mondo ho una grande opinione, questo è vero, ma vederlo finire per stupidità, questo proprio non lo sopporto. Ma chi era il cretino che pensava fosse utile la bomba atomica? E usarla contro chi ne ha dieci? E a che pro tutti quei test nucleari nell’atmosfera e sotto terra? Non gli è bastato Hiroshima?
Con Ernesto anche su questo ci si battaglia. Lui, sostiene, da piccolo imbecille, che quella bomba atomica era dovuta e ha posto fine alla guerra, con minor spargimento di sangue. Certo, non c’erano dubbi, se avessero ammazzati tutti quei musi gialli, avrebbero finito la guerra anche prima, no? Lui è uno stronzo completo e per intero. Lui non può fare a meno di questo amore sviscerato per l’America che è prostrazione verso i potenti, verso il mito di quella democrazia a qualsiasi costo, esportata in punta di fioretto o di cannone, che dir si voglia. Alla bisogna. Ma lui è nato per aiutare i vincitori. Lui è nato servo. Ma io no. Non posso accettare uno stupido luogo comune. Non posso fare a meno di dimostrargli che sbaglia. Che un altro mondo è possibile.
Che poi tutto è iniziato per quella bicicletta nuova regalata a mio fratello e quella bambolona fasulla regalata alla sottoscritta. Ma chi ha mai chiesto una bambola? Il mio sogno era la bicicletta. E adesso come farò? Ernesto fa la ruota attorno alla bici e non me la lascia nemmeno toccare e io guardo quella stupida bambola con gli occhi che si aprono e si chiudono senza logica e i biondi capelli di stoppa. Dio santo! Miagola pure mamma ogni volta che la stendi. Ma cos’è: un supplizio? Avevo annegato l’ultima davanti al ponte delle Guglie. Doveva essere l’ultima e poi basta. Non so come farmi capire. Sto già pensando che la stenderei con un pugno definitivamente. Mamma capisce al volo, mi legge negli occhi e me la strappa di mano mettendola al centro del suo lettone sul copriletto ricamato. Va là che le è andata bene, s’è salvata. Ancora un secondo e faceva la brutta fine che si meritava. Altro che guerra atomica. Se avessi potuto l’avrei nebulizzata, disgregata, smaterializzata.
La bici resta lì tra le mani di quel… lasciamo stare, non ho quasi più aggettivi per definirlo. Io non sono per la violenza ma quanto ci vuole ci vuole. E poi è autodifesa; sopravvivenza. L’istinto è quello di dargli un calcio sulle parti molli ma son certa che palle non ne trovo. Che poi sarebbe servito a poco anche scazzottarlo, la bici non sarebbe, per questo, passata di proprietà. Così m’ingegno e approvo il piano B. Quello che uso sempre per fregare chi non ha un briciolo di cervello e che vive di invidia per le cose degli altri. Insomma, visto che il mio destriero mi ha lasciata appiedata molto tempo fa, decido di cambiare cavalcatura e monto la bellissima Singer della mamma. E’ tanto bella e preziosa che sembra già un pezzo di antiquariato. Invece e nuova nuova, mamma l’ha presa a rate per cucire in casa: sembra che prima di qualsiasi altro elettrodomestico la Singer sia il pezzo più indispensabile. Ne va della sua credibilità. C’è mai stata una brava casalinga senza una bella Singer per casa? Sembra di no! E a me fa comodo. La monto e diventa il mio bellissimo Sputnik. Ernesto strabuzza gli occhi ed è costretto a tacere, perché nella corsa alla spazio i Russi sono sempre davanti. Inutile ogni sua giustificazione: Wernher Von Braun qua e Wernher Von Braun là, che poi a dirla tutta è tedesco e pure nazista, mica americano. Comunque resta il fatto che l’Urss è arrivata prima. La scienza del popolo ha sbaragliato la grande presuntuosa America. Come la mia Singer ha sbaragliato la sua bicicletta.
Lo so bene che Ernesto non ha avuto una vita facile con me, ma per lui, che è maschio fino al midollo, crescere non è imparare. Non si chiede mai il perché delle cose. Non si risponde mai, con un pensiero scomoda e difficile da classificare. Per lui vanno bene solo i cibi predigeriti. Non posso farci niente se non ha fantasia. Se manca di inventiva e di apertura mentale. Se si fa fregare da me come un pischello. Se si rode e ci casca. Così mi prega di lasciarlo manovrare l’astronave: in cambio è disposto a prestarmi la bici. Io gli chiarisco subito le idee: innanzi tutto questa è una cosmonave russa e ci possono entrare solo i cosmonauti russi, gli astronauti americani possono solo pedalare! Qualche volta mi piace vincere facile. E gustarmela la vittoria. Anche se con lui è come rubare le caramelle ad un bambino.
Mi consegna la bici e si mette tutto tirato sopra la macchina da cucire e maneggia il volano come un ossesso. Pensa così di volare più veloce, non pensa affatto di potersi perforare il pollice, con l’ago della Singer. Le sue urla hanno fatto accorrere mia madre, che non sa più che pesci pigliare. “E’ Stata lei. E’ stata lei. E’ tutta colpa sua. Digli che non la deve più toccare la mia bici”. Onestamente mi fa impressione quel dito bucato e tutto quel sangue. Mi allontano pedalando cercando di non sentire. La voce di mia madre sovrasta il baccano che fa Ernesto: “Sei una piccola peste, tu, ogni volta, mi porti via dieci anni di vita!” Non è che nemmeno lei abbia molta fantasia nei rimproveri. E’ furente. So che lo dirà a mio padre. Ma perché non ce la vediamo tra noi, tra donne? Azz… se vado avanti così resto orfana presto. Ma è colpa mia se suo figlio è un completo imbecille?

Quel sentimento di collera

In Nuove e vecchie Resistenze on 22 dicembre 2010 at 10:08

Tratto dal blog di Roberto Ferrucci “Il taccuino di uno scrittore” che nel Corriere del Veneto del 16 dicembre pubblica questo articolo “Quel sentimento di collera”.
Riporto tra virgolette il passo che mi ha colpito e che propongo a voi miei cari amici con l’intento di aprire una discussione sull’argomento che trovo di importanza vitale in questi giorni.

“Ci sono momenti, nel corso di un’esistenza, in cui senti di doverla prendere in mano, la tua vita, e farne l’uso migliore possibile. Succede quando capisci che attorno c’è il vuoto. Succede quando ti rendi conto che tocca a te e c’è poco altro da fare. E, soprattutto, questo momento capita quando sei giovane, quando sei studente. Quando scegli di investire la tua vita nel miglior modo – forse – possibile, che è quello di mettere alla prova il tuo cervello, di arricchirlo più che puoi, per metterlo, in futuro, a disposizione degli altri. Quando fai questa scelta, non pensi mai che lo metterai a disposizione di altri e altrove, il tuo cervello. All’estero. Per questo all’alba di martedì, molti studenti veneti sono partiti per Roma. Per rivendicare un diritto che, per uno studente, è al contempo un dovere: mettere il proprio cervello, il proprio sapere, a disposizione del paese in cui vivi. Sono andati lì per rivendicare questo, gli studenti veneti e del resto d’Italia. Lì, gli studenti del movimento Books bloc (e non Black bloc, sia ben chiaro) si sono uniti a ricercatori, a precari, a cassintegrati, a disoccupati. A tutta quella parte di società border line, che si trova a un passo dall’essere esclusa dalla vita. Lì, a Roma, è scoppiata la violenza. È curioso come, in Italia, non appena un movimento di sacrosanta protesta prende piede, non appena inizia a essere guardato con comprensione e simpatia dalla società civile, arrivino a frantumarlo e a criminalizzarlo, puntuali, i Black bloc. È successo a Genova nel 2001, è successo ieri a Roma. Curioso e strano. Perché chi ha avuto la voglia di approfondire il tema Black bloc, non pago delle superficiali note di servizio della tv, avrà scoperto che apparizioni e provenienze sono a dir poco sospette. E anche questa volta, come a Genova, ci sono immagini inequivocabili a confermarlo. Per cui, oggi, il movimento studentesco è subito stato bollato come violento, se non addirittura criminale. È una dinamica tipica del nostro paese in questi anni. Quel naturale e per certi versi nobile sentimento che porta il nome di collera, non viene preso in considerazione. Viene subito mistificato come violenza gratuita e inaccettabile, punto. Altrove non è così. In altri paesi, di fronte alla collera ci si interroga. Prima di tutti lo fa la politica. Ci si domanda, saggiamente, altrove, che cosa abbia spinto in piazza migliaia di persone in collera. Cosa è stato fatto, forse di sbagliato, per spingere la gente a questo. Si aprono dibattiti seri. Qui no. Qui da noi si predente che atti – quelli sì – di una violenza inaudita quali la certezza della precarietà, lo smantellamento dell’istruzione e della cultura, vengano assorbiti con dolcezza, seduti al calduccio del salotto di casa. Davanti alla tv, ovviamente. Oggi hanno sempre ragione solo quelli che accettano tutto con rassegnazione (o, peggio, con catatonia). Che accettano nuovi contratti di lavoro spogli dei diritti più elementari, che vanno a lezione dentro a edifici barcollanti, che con un sospiro passano davanti al teatro chiuso per sempre. Guai contestare, alzar la voce, ribellarsi. È antidemocratico e criminale. Inaccettabile nel paese “perfetto” che è l’Italia di oggi, dove un Calearo o uno Scilipoti qualunque diventano arbitri definitivi delle nostre precarissime esistenze. E dovremmo pure ringraziarli, col sorriso.”

Non picchiateli sono nostri figli

In Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 27 novembre 2010 at 14:28

Ho tratto da Facebook questo post che riporto integralmente qui:

Hanno picchiato anche oggi. Che potevamo fare. Dovevamo obbedire. Faccio parte della Polizia di Stato. Si, anch’io ho una figlia all’università che protestava. Mi sono messo in malattia. Non c’ero.  Ho protestato anch’io.
Hanno picchiato anche oggi. Ma non dovevamo fare male. Fare finta, come nei film. Caricare e adagiare il manganello. Sei feriti. “Per Bacco!!!”.
Anche mio figlio c’era oggi e non potevo chiedere malattia. Che orrore, mi ha visto. Il kefiah !!! Noi, in famiglia, siamo comunisti.
Io ho sempre adorato il corpo di Polizia.
Gli ho mandato messaggi per spostarsi, per evitargli il casino.
Sono rimasto fermo. Il mio superiore lo sa. Ho visto ragazzi che ci credono. Ho visto ragazzi che lo fanno solo per moda.
Ho visto altri ragazzi che sperano davvero che il 14 dicembre, Berlusconi si dimetta. Ma si sa, si faranno operazioni al naso, lifting, mal di pancia, diarrea, mal di testa, vomito, febbre, cause di divorzio.
Tanto non cade.
Hanno picchiato anche oggi.
Luigi, col tamburo della banda musicale, Maria Luisa col flauto. Gli hanno picchiati perché davano fastidio. Il regime dice che si deve stare in silenzio. Però col mio collega gli avevamo appena regalato sorrisi.
Erano pacifici, e che cazzo!!! Fischio d’attacco. Ordine superiore.
“Attaccooo!!!” Non era Mazinga Zeta, eravamo noi.
Il flauto di Maria Luisa  è volato, il labbro insanguinato. Il tamburo di Luigi, bucato. Ma che fastidio dava. Dava fastidio al regime. Ai suoi ultimi giorni di Pompei.
Pompei, Gela, Napoli, ma quante città stanno nella merda quotidiana? Pensava Marco mentre manganellava. Ci tolgono soldi, e noi manganelliamo. C’inchiniamo allo stato, perché poi, perdiamo il posto. E c’è crisi. E poi non rientro più nel corpo di Polizia.
Che faccio?
Sarebbe bello rimettere in funzione la gelateria di mia madre. Torno a Castrovillari e ogni giorno vado a trovare mio padre al cimitero.
Hanno picchiato anche oggi.
Mentre il governo era battuto sugli emendamenti e c’era un caos tale che persino il ministro della Pubblica Istruzione votava contro la sua riforma. Che ridere. Non lo diranno al Tg1, lo diranno al tg3. Il 13 dicembre qualcuno spera in una cena avvelenata  e alcuni deputati saranno in missione. Alcuni si sposeranno.
Ad altri morirà il cugino di terzo grado, non potrà mancare all’evento funebre. Deve scegliere, quello dalla quale si guadagna di meno. No?
I tuoi occhi con chi saranno il 13? A chi penseranno il 13?
Intanto una nuvola ha coperto il sole. Ho scoperto un paese dove fanno cento gusti di gelato diversi. Forse vedrò il mare da sud a nord. Hai un cannocchiale? 🙂

Giandonato De Cesare

Cordone ombelicale

In Cultura, Disoccupazione, La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 18:38

Era partito. Era normale, una delle tante volte. Doveva fare la sua vita. Da qualche anno era studente fuori sede, come succede a molti. Questa cosa, abitudinariamente, non la metteva troppo in agitazione. Ormai era grande e sempre molto autonomo. S’era preoccupata, giustamente, quella volta che era partito per l’Inghilterra, così, all’avventura, per starsene via un anno. Quella volta sì che aveva avuto paura. Era ancora ragazzino e di per sé sempre impreparato e tendente alla disorganizzazione. Neanche a dirlo, quella volta, era stata lei, dall’Italia, a trovargli una stanza per dormire, dopo la sua telefonata allarmata: “Qui piove a dirotto, mi si è rotta la valigia e mi hanno dato via la stanza che mi aveva promesso una ragazza.” Robe da non crederci, si era fidato della parola di una ragazza che nemmeno conosceva. Robe classiche, robe da lui.
C’erano state altre volte che le aveva vissute con una certa agitazione, ma tutto sotto controllo, perché a quelle due manifestazioni c’era andata pure lei, senza che lui sapesse niente e si era pure presa i lacrimogeni e le cariche della polizia. Poi c’era stata anche quella volta di Genova, ma, per fortuna, non era partito, perché era sotto esame di maturità. Era stata una fortuna perché sarebbe morta di paura, mentre seguiva per TV, passo a passo, quella maledetta manifestazione, fino al suo terribile epilogo. Certo che avere un figlio all’Università non dovrebbe essere pericoloso. Queste cose se le diceva per consolarsi. Il pericolo più evidente era avere un figlio che non aveva voglia di laurearsi, ma non era il suo caso. Magari, pensandoci bene, l’altro pericolo era vederlo laureato, senza un futuro davanti, ma ormai con quest’ultimo problema ci aveva già fatto il conto. Un nuovo laureato in Storia, c’era proprio da star tranquilli; no? Un altro ragazzo colto e serio a girare le strade.
Lei non è che lo vedesse migliore o peggiore degli altri, sapeva bene quali erano i suoi pregi e i suoi difetti, non lo aveva mai difeso a priori, anzi. Ma adesso i tempi si mettevano male. Non solo per i tagli all’Università, ma anche per una miope politica sul lavoro e sul valore dell’istruzione e della cultura. Non potevano accusarla di essere di parte, lei queste cose le aveva sempre difese. Salute ed istruzione (pubblica) erano primarie, in qualsiasi tempo e in qualsivoglia paese. E adesso c’era pure suo figlio ad affrontare il problema, muro contro muro.
La sua Università era già occupata come molte altre e gli studenti invadevano le strade per protestare. La polizia li fronteggiava, e li menava, sempre più incattivita da stipendi da fame e lavaggi del cervello. Tutto come 42 anni fa. Tutto uguale, niente diverso. Ma oggi c’era suo figlio tra quegli studenti e lo vedeva in ogni ragazzo ripreso nei video amatoriali su youtube, come vedeva, in loro, anche tutti i suoi amici che bazzicavano per casa da sempre.
Cuore di mamma. Cordone ombelicale non ancora del tutto reciso. Si rimproverava lei, poco convinta. In fin dei conti se la prendeva anche per gli altri e non li aveva mica partoriti tutti quei ragazzi che combattevano quella giusta guerra, eppure di tutti si sentiva madre. Poi quel giorno che era partito si sentiva strana, aveva come un presagio, tentava di trovare le parole per fermarlo, anche se solo per un momento di più. Che voleva dire? Solo paura oppure premonizione? Lui era partito e lei avrebbe voluto dirgli: perché non ti fermi un po’ di più con me? Ma non l’aveva fatto. Mai mostrarsi troppo apprensiva. Temeva di condizionare le scelte del figlio e questo non lo voleva proprio. Pertanto se ne stette zitta e ingoiò la sua preoccupazione.
Era sera, accese la televisione per sentire il telegiornale, per avere qualche notizia in più. Non sapeva in che canale era sintonizzata perché le immagini di una manifestazione l’avevano ipnotizzata, poi sentì la voce e riconobbe il direttore di quel telegiornale, uomo che ormai chiamava da tempo il “pronista”. Diceva: “Un popolo civile, come siamo noi,… dovrebbe menare questi studenti.” Affermazione che faceva il paio con quella del ministro: “Qui ci scappa il morto”.
Il suo cervello ebbe un black-out improvviso. Dalla bocca le uscirono le parole ancora prima che le pensasse: “State attenti, grandi pezzi di merda, se ne toccate uno solo, ve la dovrete vedere anche con me!” e in quel momento non era solo una banale minaccia.

128) Il passato è una terra straniera

In Un libro al giorno on 12 ottobre 2010 at 8:00

È appoggiata al banco, è sola e beve una spremuta. Per terra, vicino alle gambe, ha una borsa di pelle nera e non so per quale motivo vengo attirato proprio da questo particolare.
Mi fissa con un’insistenza imbarazzante. Quando i nostri sguardi si incrociano però si gira. Passano pochi secondi e mi guarda di nuovo. Questa sequenza si ripete diverse volte. Non la conosco, e all’inizio mi chiedo se stia guardando proprio me. Ho anche l’impulso di controllare se ci sia qualcuno alle mie spalle, ma mi trattengo. Dietro il mio tavolino c’è soltanto il muro e io lo so bene perché mi siedo lì quasi tutti i giorni.

Soluzione
Titolo: IL PASSATO E’ UNA TERRA STRANIERA
Autore: GIANRICO CAROFIGLIO

Trama: È un’estate torrida. Il tenente Giorgio Chiti – uomo introverso e perseguitato da un senso opprimente di angoscia – passa le sue notti insonni a dare la caccia a uno stupratore seriale che ossessiona la città e le forze dell’ordine. Giorgio è anche il nome di uno studente modello in giurisprudenza, figlio della borghesia barese, avviato a un destino ordinato e ordinario. Una sera però incrocia Francesco, coetaneo dalla fama non raccomandabile, baro ai tavoli da gioco, affascinante e pericoloso manipolatore. Da quel momento la sua vita cambia per sempre. Al centro di questo indimenticabile romanzo di formazione – una storia dolorosa e violenta sull’amicizia e sul tradimento – c’è il racconto del male quotidiano che alberga nell’animo cupo di Francesco, ma anche la vertiginosa narrazione del fascino che quel male esercita su Giorgio e sul suo inconsapevole desiderio di libertà dalle costrizioni di una vita banale. Con “Il passato è una terra straniera” (Premio Bancarella 2005 e ora un film di Daniele Vicari con Elio Germano, Michele Riondino e Chiara Caselli), Gianrico Carofiglio conferma la sua sorprendente capacità di indagare fra le emozioni e i tormenti etici dell’individuo. Lo fa con il suo stile inconfondibile, asciutto e tagliente, carico di una tensione emotiva che, irresistibilmente, trascina il lettore fino all’ultima pagina, e oltre.  (da http://www.bol.it/libri/passato-e-una-terra-straniera/Gianrico-Carofiglio/ea978881702753/)

63) Comici spaventati guerrieri

In Un libro al giorno on 10 agosto 2010 at 8:00

Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo compleanno svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. Se ci si sveglia anche solo una volta in meno non si recupera più, si sputa la pallina, consummatum est, diceva Lucio che era stato professore di latino e italiano, ed era inoltre Curioso in altre scienze, le naturali, le filosofiche le zoologiche (in particolare i batteri), la botanica urbana, i cinesi, il concetto di inizio finale. Lucio Lucertola sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa. Un canto melodioso e trionfale lo accompagna. Le stesse cellule senza scrupoli che riempiono di ghiaia arterie e articolazioni del vecchio Lucio, animano il risveglio entusiasta del suo giovane canarino. In un bicchiere sul comodino Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una notte. Con un colpo di pettine lusinga i trenta capelli superstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque nei dintorni. Ora, proteso sul bianco dell’abisso, sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pantofole. Tam citus prosilit, nuc prolapsa prostata. Ama comporre versi, il mattino. Si infila gli occhiali. Si avvicina alla tenda della finestra, la squarcia. Appare al mondo, e il mondo gli appare.

Soluzione
Titolo: Comici spaventati guerrieri (1986)
Autore: Stefano Benni

Trama: È ambientato in una calda estate cittadina; l’ironia di Benni nelle indagini fai-da-te di un piccolo gruppo bizzarro di detective alla scoperta di chi ha ucciso Leone, il suo mito calcistico, il re del quartiere. È una “ricerca” metropolitana frutto di azioni reali, quali appostamenti, inseguimenti, ma anche di atti onirici e di visioni. È un romanzo tragicomico dai molti volti e temi, come quello della distanza fra centro e periferia. da Wikipedia

32) L’amore rubato

In Una canzone al giorno on 9 luglio 2010 at 12:15

La ragazza non immaginava
che anche quello fosse l’amore
in mezzo all’erba lei tremava
sentiva addosso ancora l’odore
chissà chi era cosa voleva
perché ha ucciso i miei pensieri
chissà se un giorno potrò scordare
e ritornare quella di ieri
la ragazza non immaginava
che così forte fosse il dolore
passava il vento e lei pregava
che non tornassero quelle parole
adesso muoviti fammi godere
se non ti piace puoi anche gridare
tanto nessuno potrà sentire
tanto nessuno ti potrà salvare
e lei sognava una musica dolce
e labbra morbide da accarezzare
chiari di luna e onde del mare
piccole frasi da sussurrare
e lei sognava un amore profondo
unico e grande più grande del mondo
come un fiore che è stato spezzato
così l’amore le avevan rubato
la ragazza non immaginava
che così lento fosse il dolore
stesa nel prato
lei piangeva
sulle sue lacrime nasceva il sole
e lei sognava una musica dolce
e labbra morbide da accarezzare
chiari di luna onde del mare
piccole frasi da sussurrare
e lei sognava un amore profondo
unico e grande più grande del mondo
ma il vento adesso le aveva lasciato
solo il ricordo di un amore rubato
come un fiore che è stato spezzato
così l’amore le avevan rubato

Soluzione
Titolo: L’AMORE RUBATO
Cantante : LUCA BARBAROSSA

Una povera fortuna

In Anomalie, Donne, uomini on 29 giugno 2010 at 15:40

Qualche volta ci pensava. Mica che rimpiangesse davvero qualche cosa. In effetti lo ammetteva che, almeno fino ad un certo punto, era stata semplicemente fortunata. Ma era un’idea assurda, visto quello che era successo dopo, lei lo ricordava bene che spesso allora le veniva rinfacciato di essere troppo bella. Non che lei fosse una vanitosa, però quello che la natura le aveva dato le sembrava davvero un dono straordinario. I ragazzi, magari, non glielo dicevano mai apertamente. D’altra parte qualche mese prima era più o meno come un sacco di patate, una cosa informe, o almeno non sembrava per niente la stessa di quella che era diventata dopo. Insomma tutti quelli che la vedevano per la prima volta restavano immagati. Qualcuno, tra i più coraggiosi, tentava di mettersi assieme: “Vuoi uscire con me?” “Vuoi diventare la mia ragazza?”. Aveva imparato a rispondere “No!” con tanta leggerezza, però di solito non aveva un’aria che invitava alla confidenza.
Invece quelli che erano meno sfrontati si mettevano in fila, facevano gli amici, che poi era l’unico modo per stare con lei. A volte l’amicizia è più importante dell’amore. Insomma era chiaro che la vedevano bella, molto bella. Era chiaro che quello era la cosa che saltava all’occhio, ma dopo, quando la conoscevano meglio e capivano che era timidezza quel modo tutto particolare di mantenere le distanze, trovavano che oltre a bella era anche una ragazza molto desiderabile. Di per sé questo non faceva danni, essere bella era una qualità apprezzabile, lei la riteneva qualità utile, ma non necessaria. Anzi odiava di essere facilitata solo per questo. In particolar modo odiava che le amiche, capito come funzionava con i maschi, finissero o col tenerla distante o con lo starci assieme, almeno fino a che non si accoppiavano. Ma era inutile criticarle, lei aveva la fortuna che niente mai le mancava, sia che si trattasse di complimenti che di compagnia.
Poi, finalmente, aveva incontrato pure lei quel ragazzo che le altre le avevano invidiato subito. Non perché fosse il più bello, quello no, ma era ricco e con quell’aria da “grande” che faceva loro girare la testa. Glielo avevano detto che aveva una fortuna sfacciata e che si era preso il meglio della piazza. Lui aveva quel modo volitivo e allo stesso tempo carismatico di trattare gli altri. Lui aveva mosso la gelosia dei maschi che s’ erano accorti di averla persa, allo stesso modo le sue amiche avevano tirato un sospiro di sollievo. A dirla tutta sembravano la coppia ideale, anzi probabilmente sembravano la coppia esemplare, quella che niente e nessuno avrebbe potuto dividere. Erano troppo belli per essere veri.
Piano piano lui si era fatto troppo attento, non aveva occhi che per lei, si era fatto prendere dal timore di perderla e non sopportava che gli altri le girassero intorno. Le permetteva di uscire solo se accompagnata, le controllava il modo di vestire, le proibiva di truccarsi e di trovarsi con gli amici di prima. Lei non si capacitava, ma come? cos’era cambiato da quando si erano conosciuti?
Lui era diventato aggressivo ed esigente, voleva tutte le attenzioni su di sé. La sgridava per un nonnulla e la incolpava se qualcuno la guardava con insistenza. Ad un certo punto la convinse di non lasciare sciolti i suoi bei capelli biondi perché la rendevano troppo appariscente e allontanò anche quelle poche amiche che le erano rimaste. La sua gelosia era ad un tale parossismo che la convinse a lasciare gli studi, in modo da poterla controllare meglio. Era giunto a manovrare e manipolare la sua vita e a controllarne ogni momento senza lasciarle mai un varco per respirare.
Lei non era una donna di grandi pretese, ma quell’amore le stava stretto e la faceva sentire continuamente inadeguata e in colpa. Così un giorno, dopo una lite furibonda, in cui lui le aveva intimato di non uscire da sola per andare al mare, lei per ripicca c’era andata e aveva pure flirtato con un ragazzo che aveva conosciuto sul spiaggia. Era stata una giornata eccitante, il sole, il mare, la libertà e un ragazzo che le diceva tutte quelle cose che era da una vita che non si sentiva dire. Si era proprio lasciata andare, tanto che alla sera aveva fatto persino tardi abbandonandosi alle carezze dello sconosciuto.
Era davvero una fortuna essere così bella tanto che nessun ragazzo le poteva resistere. Forse davvero avevano ragione le sue amiche quando le dicevano che lei non riusciva a capire quante prerogative le concedesse il suo bel viso e quel suo corpo perfetto.
Tornando a casa però si sentiva anche molto agitata, inutile negarlo, temeva le reazioni di lui. D’altra parte lui non era il suo padrone e lei non era la sua schiava. Ma ogni passo le diventava più difficile credere che lui avrebbe accettato quello che lei aveva fatto durante il giorno, salvo che non gli avesse raccontato una balla. Ma la cosa che temeva di più era quella insostenibilità del rapporto, lei lo sapeva di volerlo lasciare, ma come avrebbe fatto? Era certa che le avrebbe sicuramente fatto pagare se lei lo avesse lasciato. L’aveva già minacciata e lei non lo aveva scordato.
Quando arrivò all’angolo di strada che portava verso casa sua, lui era lì, appoggiato al muro che l’aspettava. Per un momento lei sperò che fosse lì per chiederle scusa del litigio che avevano avuto la sera precedente, ma era solo un’illusione, una mera storia che si raccontava per non affrontare la dura realtà. Lui appena l’ebbe davanti la colpì con un manrovescio che le fece sanguinare la bocca, poi la trascinò prendendola per i capelli e facendole sbattere la testa sul muro. La sua rabbia era cieca e muta, solo una volta o due le uscì quasi incomprensibile la parola “puttana!”.
Forse anche lei gridò le solite inutili cose: “Lasciami, mi fai male… vigliacco!” ma forse erano solo parole che pensava nella sua testa. In fondo si stava dando la colpa lei per tanta violenza. Lui continuava a picchiarla in silenzio ringhiando come un cane alla catena. Lei si difendeva sempre meno, intontita dai colpi terribile che lui le sferrava. Poi lui la prese con la sinistra per il collo cominciando a stringere fino a farle mancare il respiro, le avvicinò le labbra all’orecchio e le ringhiò la sua sentenza: “O solo mia o di nessuno…” non aveva quasi più coscienza quando la lama le attraversò in un guizzo, in un folle zig zag, il viso e il collo.
L’ultimo pensiero prima di cadere a terra fu che lei di quella fortuna non voleva saperne più. Quando riaprì gli occhi sul letto d’ospedale senza chiedere niente, aveva già visto sui visi dei suoi parenti che la bellezza, quella fortuna che le aveva invaso la vita, quella no, non sarebbe più stato un suo problema. E si sentì leggera come non lo era stata più da tanto tempo.

5) Uomini che odiano le donne

In Un libro al giorno on 12 giugno 2010 at 12:09

“Era diventato un rito che si ripeteva ogni anno. Il destinatario del fiore ne compiva stavolta ottontadue. Quando il fiore arrivò, aprì il pacchetto e lo liberò della carta da regalo in cui era avvolto. Quindi sollevò il ricevitore e compose il numero di un ex commissario di pubblica sicurezza che dopo la pensione era andato a stabilirsi sulle rive del lago Siljan. I due uomini non erano solo coetanei, ma erano anche nati nelo stesso giorno – fatgto che in quel contesto poteva essere considerato come una sorta di ironia. Il commissario, che sapeva che la telefonata sarebbe arrivata doola distribuzione della posta delle undici, nell’attesa stava bevendo un caffè. Quest’anno il telefono squillò già alle dieci e trenta. Lui alzò la cornetta e disse ciao senza nemmeno presentarsi…”

Soluzione

Titolo:   UOMINI CHE ODIANO LE DONNE    (appartiene alla trilogia Millennium)

Autore : STIEG LARSSON

Trama : Mikael Blomkvist, un giornalista economico di discreto successo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del finanziere Wennerström e per questo motivo decide di dimettersi da direttore responsabile della rivista Millennium. A Mikael viene proposto di occuparsi in maniera esclusiva di una storia risalente a 36 anni prima: la misteriosa scomparsa di Harriet Vanger, nipote e pupilla dell’ottantenne Henrik Vanger, un tempo magnate dell’industria svedese. Mikael, malgrado sia sicuro di non trovare nessuna informazione in più rispetto a ciò che è stato scoperto in quarant’anni di indagini, accetta l’incarico e si trasferisce nel Gävleborg, nella cittadina immaginaria di Hedestad. Lisbeth Salander per vivere fa la ricercatrice, in ciò supportata dalle sue capacità di hacker: su commissione si occupa di ricerche particolari allo scopo di trovare informazioni approfondite su persone o aziende. La sua vita passata è un vero mistero, ma la certezza è che Lisbeth non può disporre in proprio dei suoi averi, nemmeno dei suoi soldi in banca, in quanto sotto tutela. Poiché l’avvocato che per anni le ha fatto da tutore ha avuto un ictus, a Lisbeth viene assegnato un nuovo tutore, anch’esso avvocato, che si scoprirà essere un vero e proprio sadico. Lisbeth, grazie ai suoi metodi di ricerca, sistemerà definitivamente il nuovo tutore e tornerà a prendere possesso della sua vita.Mikael e Lisbeth indagheranno insieme sulla scomparsa di Harriet Vanger e sugli sconvolgenti segreti della famiglia Vanger, scoprendo una realtà molto peggiore della loro più drastica immaginazione.La storia di Lisbeth e Mikael proseguirà anche nei due successivi romanzi della trilogia. (da Wikipedia).

Come farete ora a dire…..

In Anomalie on 31 Mag 2010 at 17:27

http://witnessgaza.com/
http://www.freegaza.org/

Come farete ora a dir che siete voi i martiri? Come farete a sostenere che siete solo voi ad aver subìto un Olocausto? Ditemi con quale coraggio giustificherete questa nuova carneficina? Non esiste ragione al mondo per togliere la libertà ad un popolo. Non esiste ragione al mondo per uccidere proditoriamente chi porta aiuti umanitari a chi soffre per la vostra volontà.

Segui la diretta su:
http://notizie.virgilio.it/esteri/navi-israele-flotta-pacifista.html?pmk=nothpstr1

The attack has happened in international waters, 75 miles off the coast of Israel, in direct violation of international law.

 

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