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Profughi per sempre

In Amici, amore, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 febbraio 2014 at 14:16

bambini a balata

Non è facile capire che esistono molti campi profughi nella terra di Palestina.
Certo, si conoscono bene i campi profughi al di fuori della Palestina: in Giordania, Siria, Libano. E’ normale scappare all’invasore, ma cosa ci fanno i campi profughi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania?
Poi ci si ripensa meglio, si entra in merito alla questione, e ti accorgi che dal 1948 (ben 66 anni fa) i palestinesi fuggiti o deportati dai loro villaggi occupati o distrutti, hanno avuto in sorte di vivere in campi profughi all’interno del loro paese.
Prima hanno vissuto in tende nella speranza che fosse tutto provvisorio e poi sono venute le case, oggi affastellate una sull’altra, nella ricerca di luce e di salubrità.
Gente con ancora il sogno di ritornare nelle proprie antiche dimore e nei propri terreni, ma la cosa è così lontana, è possibile pensare che un giorno Israele non le occuperà più?
E come in ogni luogo i profughi, non vengono nemmeno calcolati come palestinesi residente, non votano per le amministrative, non esistono per l’assistenza municipale, nemmeno la spazzatura viene portata via. Tutto rimane sospeso in una eterna attesa.
L’avrà pur detto l’ONU che a loro spetta il diritto al ritorno, ma l’ha detto così tanto tempo fa che se n’è pure dimenticato, come dimentica di pagare gli stipendi agli operatori dell’UNRWA, creando ancora più disagio con  lo sciopero degli addetti e gli uffici chiusi.
Possibile che ancora oggi i giovani dei campi conservino vivo il sogno del ritorno?
E cerchiamo di capirlo al campo profughi di Balata vicino a Nablus, il più popoloso, il più difficile, ieri origine delle Intifade, oggi luogo di violenza e grande disagio.
1 kmq. di rabbia per 20.700 persone circa. Come faranno a starci?
Disoccupazione quasi totale e oggi nemmeno un minimo di assistenza.
Balata, campo profughi di chi era di Jaffa, di chi viveva lo spazio del mare, le voci del porto, dei commerci, il profumo di salsedine e delle barche tirate a secco sulla spiaggia. Balata l’altro universo. Un mondo duplex assai assomigliante a quello dei fumetti di Superman. Da un lato belli e buoni, dall’altro brutti e cattivi.
A Balata ci ricevono al Centro che porta ancora il nome della città di origine, da dove furono cacciati. Un posto pulito che accoglie pure una sala riunioni piuttosto grande, una sala teatro per le attività culturali e una grande terrazza che permette allo sguardo di spaziare un po’ più in là.
Vedo da un lato il cortile e l’edificio della scuola (chiusa) dell’UNRWA. Mi chiedo se è solo oggi chiusa oppure se lo è anche gli altri giorni. Sembra un luogo abbandonato da tempo, dimenticato. Dall’altra parte, un accumulo di tetti e terrazzette disordinate, sporche, piene di stracci al vento.
Non c’è dignità a vivere in così piccoli spazi, si può solo diventare cattivi.
Lì al centro ce lo spiegano con parole dure, reali e prive di speranza.
Io penso ai topi che messi in uno spazio ristretto e sovraffollato, finiscono per mangiarsi gli uni con gli altri, per poter sopravvivere.
E quella gente aveva il mare come compagno di giochi, ma tanto, troppo tempo fa. Ce lo spiegano che è troppo pericoloso visitare il campo. Non ci porteranno.
Ci sembra impossibile, ma gli crediamo sulla parola. Troppe sono le ristrettezze, la disoccupazione e l’abbandono. Noi amplificheremmo troppo il divario, non assecondiamo la nostra curiosità, che senso avrebbe?
Addocchio in una vetrina di armadio uno scialle palestinese, ricamato dalle donne di Balata. So che lo prenderò anche se costerà troppo. Carità indiretta e peregrina, ma tanto so che non posso ripagare la loro sofferenza. Non è certo responsabilità mia, ma chissà perchè mi sento vergognosamente fortunata ed in colpa.
Arriva Murad, amico palestinese ospitato nel suo soggiorno italiano, è coordinatore del Comitato di Resistenza popolare non violenta di Kufr Qaddom, un villaggio che lotta per riottenere la strada rubata che porta a Nablus direttamente. Oggi non è più così, ma cosa serve dirlo, qui in Palestina una strada rubata sembra quasi il meno, anche se allunga il tragitto di una trentina di km.
Murad è appena uscito dal carcere, non so nemmeno se potrebbe avere guai ad essere a Balata. Probabilmente sì, ma è venuto lo stesso, è stato gentile a venirci a salutare, gliene siamo grati. Ci porta la sua amicizia e il suo ringraziamento di essere lì. Ci fa bene al cuore.
Ci porta anche un po’ di speranza. C’è ancora chi lotta e chi ci crede.
Io mi rendo sempre più conto di quanto disperata sia la situazione. Mi sento inutile, inappropriata, solo l’incontro con Murad mi fa sentire che non tutto è perduto e che la Resistenza continua e che c’è chi ancora ci crede e che paga anche di persona, e con questa sensazione meno esasperante affronto il resto della giornata. Un velo di tristezza e un po’ di calore nel cuore.
Lo scialle lo prendo, mi fa sentire un po’ meno ingrata, però mi sento anche ipocrita, cosa penso? Di cavarmela così a poco prezzo?
Usciamo e troviamo dei bambini. Per loro tutto è un gioco, ci fanno sorridere. I bambini sono uguali in tutto il mondo, ma i palestinesi sono di pasta resistente, non ti lasciano mai senza un sorriso.
Continuiamo il nostro viaggio, mentre io, in silenzio, penso che forse tutti a Balata resteranno profughi per sempre, ma non ho il coraggio di dirlo a nessuno e sono certa che è meglio così.

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Se io sto con le donne

In amore, Anomalie, Donne, Informazione on 10 febbraio 2013 at 14:28

Non è facile ai giorni nostri prendere una posizione su una qualsiasi cosa.
Prendere parte non ha per tutti il significato di partecipare, significa invece avere una predilezione, una debolezza, un’idea che diventa preconcetta di fronte ad altro. Fatto sta che su qualsiasi cosa, si prenda parte, esiste sempre e comunque qualcuno che tiene l’altro versante e c’è anche chi ti spiega quanto sarebbe meglio essere equidistanti, tener conto di tutte le variabili.
Insomma il “politically correct” stare nel mezzo, in quello stato sospeso che spiana tutte le diversità e anche le peculiarità di una situazione, ma che soprattutto non consente le accuse e nemmeno le ribellioni.
La valutazione da equidistante è un generalizzare, un massimizzare quello che generale non è; vero è che quella situazione è indecente e inaccettabile, però, d’altra parte, ci sono situazione che richiedono estreme conseguenze. Tipo che: è vero che hanno violentato quella ragazza e la cosa è orribile, però alla fine non si gira per strada alla sera con una minigonna così spudorata, insomma un po’ se l’è voluta.
Ecco a me queste cose me le fanno girare, e non sapete quanto. Questo atteggiamento di equidistanza, di non scendere nel merito delle cose, di non sporcarsi le mani nella cacca altrui (ma anche propria) mi dà il voltastomaco.
Generalizziamo e filosofeggiamo fino a che la cosa non ci tocca direttamente, tanto per dire la ragazza diciasettenne è turpemente violata e brutalmente sedotta da un vecchio maiale, se si tratta di tua figlia, ma è una troietta seduttrice di un povero vecchio, se è la figlia di un altro.
Questa mentalità fa chiudere gli occhi su molte violazioni dei diritti umani e per umani intendo dire dei diritti di tutti i “generi” umani (maschile e femminile), ma sinceramente molto spesso da questa superfetazione dei giudizi ci si dimentica che il genere femminile è di gran lunga il più abusato, e che se lo sia voluto lo vedo arduo da credere e da asserire.
Pensare ad una donna picchiata all’interno delle mura domestiche, non è un fatto personale su cui astenere il giudizio. è un fatto sociale su cui intervenire decisamente. Certo molto spesso anni di diseducazione sociale della donna ha fatto sì che non denunci quasi mai il suo partner violento, quello che la rovina fisicamente e che le rovinerà la vita per sempre. Fa sì che per vergogna le violentate non denuncino i violentatori, che le bambine non si ribellino a padri o parenti mostruosi, che non prendano a schiaffoni il superiore di turno che si arroga il diritto di importunarle o che non si ribellino alla chiara volontà sociale di mantenerle nei “ranghi” e ruoli prefissati e nello scaffale a portata di mano per la loro situazione di oggetto acquistabile o adoperabile.
Se io sto con le donne, non è perchè sono una donna e  conosco tutte le sfumature a colori e grigio nero della loro vita, ma è che il mio impegno civile non può che portarmi a questo.
Ai benpensanti, ai parolai, ai pigri, ai sornioni, alle persone che pensano di essere obiettive, che amano non prendere posizione, che si ritraggono dal male e dal dolore degli altri, da quelli che dicono “sono tutti uguali” e che sparano a zero sulle libertà e i diritti delle donne, a tutti/e quelle che fanno della loro posizione o avvenenza un modo di sopraffare gli altri, a quelli che “se un uomo picchia una donna, una ragione c’è…”, ai preti ignoranti, alle suore beghine, ai genitori violenti, alle madri condiscendenti, alle persone che hanno paura, a quelle che non hanno senso civico, a tutto quel mondo che si agita solo per i propri bisogni, e la lista è lunga, lunga e lunga, dedico un video da guardare a occhi aperti e in silenzio religioso.
Io sto con le donne, punto e basta, non serve un perché e non serve un come. E’ l’ora di alzare la testa, di mettersi in moto e di alzare un dito per dire basta alla violenza e per chiedere di vivere la nostra femminilità fino in fondo.
ONE BILLION RISING e tremate… le donne sono tornate 🙂

ReLOVEution

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani on 17 ottobre 2011 at 10:02

Avrei voluto essere a Roma ieri perché credo sarei stata me stessa, mi sarei sentita viva. Ho avuto questa sensazione dentro di me tutto il giorno, sentivo che il mio posto era lì, con voi e con altre 300mila persone circa. Invece sono stata alla laurea di un’amica. Quegli avvenimenti a cui non si può mancare, un po’ di circostanza forse. Non è la prima volta che mi sento così, un po’ fuori posto, un po’ fuori rotta, o semplicemente “fuori”… Perché il “dentro” è studiare per laurearsi bene, in tempo, e trovare lavoro per mantenersi e prendersi una casa con marito e fare dei figli con i quali sentirsi tutti una famiglia.

Così va la vita, dicono.

Dicono appunto, io non lo credo e i fatti me lo dimostrano.

Ha senso studiare per laurearsi se poi un futuro dietro ad una laurea non c’è? Ha senso farsi il “culo” (a volte per niente perché imparare le cose mnemonicamente non credo abbia senso e spesso all’università così è richiesto) per un’incertezza? Nemmeno il più scarso economista (visto che il mondo sembra girare esclusivamente intorno ad interessi economici) farebbe un investimento alla cieca senza la certezza di un minimo profitto.

Ieri la mia amica è stata bravissima nel portare a termine il lavoro che le era stato richiesto, ha fatto un’esposizione di tesi eccellente e ha ricevuto anche i miei complimenti perché le voglio bene.

Ma dentro di me pensavo a come e su cosa si stesse discutendo: parole al vento su tesi obbligatorie che portano a conclusioni di certo spesso non banali ma sicuramente teoriche (almeno nel campo della ricerca in biotecnologie sanitarie, l’argomento della laurea) quando le questioni, o meglio le argomentazioni io credo debbano essere ben altre.

E’ appunto di futuro che si sta parlando.

Quando mi volto, alle mie spalle vedo solo “cemento” che non fa traspirare, che mi ostruisce ogni passaggio, che mi toglie l’aria. Vedo violenze senza senso o forse con l’unico senso di far passare un messaggio di provocazione e timore come negli scontri di ieri, con l’unico scopo di creare panico e l’incertezze che rendono l’uomo più debole su tutti i fronti. Vedo persone a me care che vanno in cassa integrazione quando per anni hanno svolto diligentemente il proprio lavoro, quel lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente. Vedo gente senza amore che costruisce sé stessa sulla disperazione degli altri, vedo debiti pubblici alle stelle che non si sa come sanare mentre politici inadatti rimangono incollati alle (im)proprie poltrone dorate, lasciando il Paese allo sbando, senza curarsi delle conseguenze.

Avrei voluto essere a Roma per sentirmi parte di un tutt’uno, per far parte di un “oceano” credo migliore, ma non posso esserne certa.

So per certo però che tutte quelle persone in corteo, tutte quelle energie riunite hanno creato un flusso ricco di pensieri di cambiamento globale e di ReLOVEution (mi piace molto questo termine), un’onda di speranza.

L’oceano che per esempio non ho mai ritrovato in discoteca dove dovrei andare stasera, in cui vedo solo tanti corpi vuoti a ballare una musica sconnessa, che ha poco a che vedere con me.

Io voglio essere connessa, voglio entrare in frequenza, voglio far parte di questa spirale in crescita, sono avida di crescita, di novità, di libertà, di sapere, di entusiasmo, di musica, ma di musica “giusta” però!

Oggi ho parlato per ore con i miei facendo una sorta di comizio, in auto, mentre stavamo andando a pranzo in un agriturismo in quel di Vicenza per il compleanno di mia zia.

Non dovevano interrompermi e non l’hanno fatto perché credo abbiano capito che in quello che dicevo c’erano la mia anima, la mia mente e il mio cuore. Ho spiegato loro che c’è già chi mi “ruba” o meglio mi annebbia il futuro, non mi serve anche chi mi soffoca la libertà. C’era un film che diceva “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”, ebbene credo sia tutto collegato.

Speranza, libertà, futuro, non sono solo 3 belle parole da circostanza che ci stanno sempre bene, non sono una sorta di libertè, fraternitè ed egalitè stampate su una moneta a cui più nessuno fa conto, o un semplice traguardo di “resistenza” non contestualizzata nei vari periodi storici, e che vanno bene anche ora. No, sono ben altro. Sono dei pilastri, le fondamenta sulle quali pretendo si appoggi la mia di vita, che mi permettono di non affondare. Non si affonda solo fisicamente, credo che la morte psichica o quella delle idee sia ben peggiore… essere quella che non voglio, non riuscire ad essere me stessa, tutte queste circostanze potrebbero essere la pesante incudine che mi porta sul fondo. Una scelta obbligata potrebbe essere quella di liberarmene prima che sia troppo tardi.

Non dimentico che i cambiamenti spesso richiedono sacrifici e a me non sono mai piaciuti gli out-out per cui ho provato a far capire loro che preferirei evitare tutto ciò. Spero abbiano capito.

Lasciatemi il mio coraggio di sognare, fatemi credere ci sia la possibilità di un mondo migliore!

Se non volete sia il vostro mondo quello sul quale operare dei cambiamenti non è un problema mio, non è detto però che non possa esserlo il mio, come anche il tuo Franca, quello di Mario e di tutti quelli che sono arrivati a Roma per manifestare pacificamente.

Ho rivisto la solita ansia di mia madre nella tua preoccupazione di ieri, mi sono decisamente riconosciuta in tuo figlio.

Ma mi rendo anche conto che l’amore di madre sia sempre presente e sia un legame fortissimo che a volte se mal intrapreso possa creare dei problemi.

Grazie per la tua testimonianza, di certo comunque non è finita qui…

Un abbraccio,

Francesca

Uno stupore tutto italiano

In Amici, Blog, Giovani, Ironia on 2 settembre 2011 at 22:18

Leggo su Facebook un post a seguito di una notizia: siamo in Svezia, un italiano residente in quel paese molla uno sganassone al figlio per strada. Il figlio ha 12 anni. Il padre viene arrestato e messo in galera. Avrà un processo e sarà giudicato in base al suo crimine: violenza contro un minore.
Il post criticava questo eccesso della legge nordica. Insomma non è un così terribile gesto, in fin dei conti, in Italia uno schiaffo o uno sculaccione è educativo. Per uno schiaffo non è mai morto nessuno, anzi i figli si sentono amati di più. Insomma mani alzate = a tanto amore. Tra l’altro che ci giudicano a fare gli svedesi, pensino ai loro problemi, che ne hanno tanti. Per esempio loro hanno il più alto numero di suicidi, chissà se qualche sberla distribuita qui e là, magari, riuscirebbe a raddrizzare anche la depressione.
Ovviamente a questo post i commenti non sono mancati. Chi era contrario ai genitori dai metodi maneschi e chi invece auspicava al ritorno dei metodi forti, perché i ragazzi d’oggi si meritano questo e altro. La solita storia che: “ai miei tempi si era più educati e rispettosi”.
Io ho le mie idee, che ho messo in pratica e che mi hanno permesso di crescere un figlio che è giusto per le mie esigenze e spero anche di essere una madre giusta per le sue. Non ho mai usato i metodi “forti” se per forte si intende sculaccioni e scapellotti. In realtà ho usato la parola che, come si sa, a volte fa molto più male di un calcio in culo. Magari non è un metodo approvato dalla moderna psicologia, ma a me è andata bene e così mi regolo.
Comunque anche i bambini sono esseri umani e hanno diritto ad essere rispettati, compresi, ma non sempre assecondati. Questo per me è il sistema e nel metodo non viene compresa la punizione corporale, anzi la trovo assolutamente deleteria e antieducativa.
Contemporaneamente una cara amica scriveva sul suo profilo che per un po’ di giorni ha disperatamente a che fare con ragazzini dai 13 ai 14 anni rinchiusi in un campo-studi di lingua inglese. Credo che disperatamente sia la parola corretta. Credo che davvero non sia facile, ma penso anche che con un po’ di senso dello humor ed empatia quei ragazzini si possono trasformare in esseri maneggevoli e quasi simpatici. Certo la lingua inglese non aiuta, ma ci sta sempre l’insegnamento di una canzoncina da bettola piena di doppi sensi o una canzone dell’ultimo gruppo in voga. Insomma nulla si crea, tutto si copia e anche i ragazzini d’oggi hanno le stesse curiosità e gli stessi punti deboli dei coetanei di 40 anni fa. 😉 Coraggio Martina, se superi la prova, ti eleggeremo: insegnante dell’anno!

Dieci anni e sembra ieri

In Anomalie, Antifascismo, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 20 luglio 2011 at 11:01

Quel giorno di luglio mi ero svegliata con uno strano senso d’ansia dentro, che non sapevo spiegare. Mio figlio aveva da poco finito la scuola e per fortuna avevano deciso di partire per un viaggio studio in Inghilterra. L’ansia poteva essere legata al fatto che non amavo saperlo lontano, ma mi adattavo da brava madre. Tutto sommato il fatto che non andasse a Genova per il G8 mi faceva sentire un po’ meno preoccupata per lui. E proprio da questa riflessione mi era venuto il dubbio che fosse proprio per quella grande manifestazione che mi stavo facendo delle paranoie. La verità è che quando si ha figli, anche gli altri figli sconosciuti, di altri genitori sconosciuti, diventano in qualche modo figli tuoi. Nel pomeriggio ho acceso la tv per seguire la diretta. Il caldo torrido da tutte e due le parti e la luce accecante. Una marea di ragazzi: uomini e donne dai quali si percepiva chiaramente la tensione di un giorno che non sarebbe stato come un altro. Un giorno luttuoso. E se ci scappasse il morto? Pessimismo di madre, mi ero detta. Cosa vai a pensare. Non saranno così irresponsabili da creare una situzione così pericolosa. E questo pensiero non lo dedicavo certo a chi faceva la manifestazione. Guardavo le forze dell’ordine, nere e spaventose come anomalie subumane che frequentano i nostri incubi peggiori. Attenti alla provocazioni! Mi dicevo e soffrivo di quella tensione e del calore infame di quel sole.
Passo a passo la folla diventava più grande e ammassata. Non ricordo più se gli scontri erano già iniziati oppure se solo ne stavano parlando, non ricordo più nemmeno le parole, ricordo solo le cariche di quelle inquietanti figure nere, la loro violenza e la loro determinazione. E tutto si confonde e la massa di gente sbanda, si ritrae, c’è chi scappa, chi risponde lanciando sassi. La polizia picchia e picchia duro. I lacrimogeni nascondono le immagini. I fantasmi colorati si contraggono, i neri aprono varchi, isolano, picchiano. E ogni strada sembra pullulare di gente che scappa e di uomini travestiti da mostri che li inseguono. Li chiudono dentro a vicoli e piazze. Li massacrano.
Io ho il fiato sospeso da un pezzo. Non voglio vedere eppure non riesco a togliere gli occhi. Per fortuna mio figlio è lontano. Strano egoismo di madre. Se lo sapevo lì, sarei sicuramente morta. Ma lì c’erano gli altri miei figli e non potevo allontanarmi, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se lo avessi fatto sarebbe potuto succedere di tutto. E succedeva di tutto. Ore di angoscia davanti a delle riprese reticenti. A giustificazioni poco plausibili. La colpa solo da una parte. Essere giovani e velleitari… la colpa peggiore. I Black Bloc, di loro non sapevo, erano vestiti di nero e mi parevano più poliziotti che dimostranti. Erano arrivati in massa. Ma se li avevano visti arrivare perché non li avevano fermati? Ne avevano fermati tanti alla stazione, al valico di frontiera, perché loro no? Solito cercare il complottismo anche dove non c’è. Spero che almeno loro saranno responsabili. Ed invece la responsabilità quel giorno non c’era. Non c’era nessuna volontà di far andare le cose per una strada ragionevole. Si doveva fermare il movimento e qual era il posto migliore se non nel nostro paese? Ed il morto ci fu, quasi in diretta televisiva, e quel ragazzo in canottiera riverso per terra mi straziava il cuore, il suo sangue scuro mi bruciava l’anima. Ho pensato a tutti i suoi sogni perduti. Ho sofferto il dolore di suo padre e di sua madre, quello dei suoi amici, quello di tutte le madre deprivate di un figlio. Ho pianto e ho gridato dentro al cuore: “Assassini!” Ma non sarebbe stato l’ultimo grido. La carneficina sarebbe continuata e continua ancora. L’avremmo vista alla Diaz, a Bolzaneto e ancora per le strade, ne avremmo avuto pieni gli occhi e la testa. Il morto lo avete avuto, perchè cercarne degli altri? E dopo di allora nulla è più stato uguale. E’ stata uccisa l’innocenza e dopo di allora tutto è stato avvelenato ed intossicato.
Dieci anni e sembra ieri, anche perché proprio ieri, di fronte a gente che voleva essere ascoltata e che chiedeva giustizia, si sono presentate le stesse dinamiche, la stessa volontà. Stavolta lo sfondo non era il mare, ma i monti, comunque lo stesso copione e le stesse immagini. E ho tremato ancora.
Sabato, la vecchia madre che ha pianto davanti a quelle immagini ha preso su il suo coraggio e la sua voglia di non farsi schiacciare e andrà a Genova. Anch’io ci sarò assieme al mio vecchio e imbattibile compagno. Ci confonderemo tra la folla e grideremo insieme agli altri. “Carlo vive“.

Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 maggio 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

Il ragazzo col ciuffo

In Anima libera on 5 aprile 2011 at 13:24

Foto BN dopo il terromoto del 1960 in CilePremessa alla parte diciassettesima
Ci sono anni in cui ogni giorno sembra durare tutto un anno. Dove ogni ora e diversa dall’altra. Dove ti sembra che il tempo rallenti, quasi si fermi. Che si riempia la vita di vita. E, allo stesso tempo, le cose scorrono. E corrono. Ti sembra di non poterle fermare. Di non saperci stare dietro. Sarà forse una questione d’età. Questo è uno di quelli. Ho la sensazione di invecchiare. Ho la sensazione di non riuscire a mordere la vita. Ad affondarci davvero i denti; nella vita. E sono giorni di emozioni. Di emozioni intense. Di desideri. Di esaltazioni. Di sconfitte. E il mondo cambia da solo. Per proprio conto. Amo le persone. Amo le cose. Amo i fiori. Mia madre. Il mio fratellino. Qualche amica che ha bisogno di protezione. Amo l’amore. Anche quello che non conosco. Tutto questo non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Lo so che devo crescere. E crescere ancora. Ch’è presto. Vorrei essere amata. Non sono certa ma sento che lo vorrei. Amata per quello che sono. Col profondo desiderio di amare qualcuno o qualcosa. Ho sempre cercato qualcosa di più. Qualcosa di tutto mio. Mi sento rifiutata. Questo mi fa star male. Non mi basta sapere che non sono sola. A volte la notte ha troppi silenzi. E io troppa confusione in testa. Lo so che il mondo è sorriso e pianto. E’ gioia e tragedia. Sembra non conosca sfumature. Tremo anche per la fragilità della vita. Sembra così facile morire. Su tutto, soffro di vedere e non capire la brutalità degli uni contro altri. Io vorrei sentirmi sicura. Sicura dei miei sentimenti. Delle cose che mi circondano. Ma è tutto precario. Sono incollata lì, come fossi una mosca spiaccicata sul muro. La mia vita non ha senso. Sono ancora troppo piccola per questo mondo. Vorrei amore, ma l’amore che cos’è?

Scorre l’anno 1960 ed io non so ancora bene cosa sono. Per crescere cresco. Mai quanto vorrei. Ho fretta. Tutti sembrano averla. E’ una sorta di attesa. Ma poi perché guardare solo me? Cercare il mio ombelico? Succedono cose intorno che valgono molto ma molto di più. Mi sembra stupido rapportare tutto a me stessa. Come se il mondo fosse uno specchio. Invece… troppe notizie sono solo confusione. E non riesco a prendermi tutto sulle spalle. Ogni responsabilità. Mi sembra ancora più stupido tremare per la paura della morte, se poi anche su questo non puoi nulla; nulla tranne sperare nella propria fortuna. Spesso mi chiedo cosa sarei disposta a dare per salvare la vita degli altri, o anche solo per rendere la vita più facile a chi ha meno. Saprei trovare il coraggio? Tutti questi ragionamenti da dove vengono? Da questa cavolo di scuola religiosa? Forse no. Certo ne sono influenzati. Se vai col lupo…
Forse è il male dentro. La fatica di vivere. Non ne sono contenta, ma qualcosa da salvare c’è. E comunque la considerazione che si acquisisce del prossimo. Vorrei poterlo amare questo mondo. La domanda di cosa sarei capace per un’altra persona me la pongo spesso. Non posso essere certa. La verità non l’ho mai guardata in faccia. Fissa negli occhi. E quella domanda è tornata, dolorosa, quando le suore ci hanno parlato di Loredana. Loredana è una ragazzina di 12 anni. Vive in campagna ed è ammalata molto seriamente. Ci hanno spinto a fare collette e a raccogliere fondi. Fondi per mandarla a Lourdes. Se è per quello mi sono data da fare, ho raccolto una bella cifretta. Sono perplessa: non è che invece di un viaggio a Lourdes sarebbe meglio la mano di un ottimo dottore? Quelle, le suore, dicono che è un male incurabile, Non dico che non sia vero ma quando ce l’hanno presentata m’è parsa una bambina in buona salute. Sarò la solita diffidente, comunque per la vita di quella bambina darei un occhio della mia testa, però a guardarla m’è venuto il sospetto che forse forse le suore ci marciano… ma no dai, cosa vado a pensare.
Ecco! torno a parlare delle cose che mi capitano quotidianamente, che mi riguardano, non è giusto, ritengo giusto invece spaziare più in là. Vorrei occhi per vedere tutto. Vorrei capire tutto. Ed ecco che la sto già appallottolando quando mi colpisce la notizia. Dispiego le pagine umide. Un terremoto terribile che nessuno potrà più dimenticare.¹ E un’onda enorme, senza nome che ha attraversato l’oceano.² Corro a vedere dov’è quel paese sull’atlante. Alla televisione le immagini sono ancora più allucinanti. Non è più terra. E’ solo fango. Con quel senso largo di impotenza. Sullo schermo la distruzione assoluta che ha lasciato dietro di sé è ancora più drammatica. E si trattava solo di vecchie baracche di legno. Prima di questo enorme deserto. Di terra e fango. E dove qualcosa è rimasto in piedi è piegato come in ginocchio. Piegato a piangere su se stesso. Come un castello di carte; di carte da briscola. Povera gente. Erano già poveri prima, adesso sono proprio senza niente. Non hanno che lacrime. Quelli fortunati, che hanno ancora la vita. O qualcuno da piangere. Ma è vita? Con gli occhi sbarrati. Ogn’uno a trascinare i propri fantasmi. I ricordi. Quello che non c’è più. L’orrore. E dove c’erano quelle baracche ora c’è il nulla.
Torna alla mente la domanda: cosa vorrei fare per loro? Partire e cercare di aiutare? Scavare con le mani sotto le macerie fino a farle sanguinare? Accudire i bambini perduti? Io coi bambini ci so fare, e ho anche tanta buona volontà. Stare qui a guardare quello che succede e non poter agire mi fa sentire impotente. Inutile. Triste. Male. Ma non mi lascia mai quella sensazione di essere poco amata. Ho il dubbio che i miei mi abbiano adottata. Senza volermelo dire. Con Ernesto sono molto più gentili. Lui sì che sembra proprio figlio loro. L’unico. Non che sia gelosa. Credo di non sapere cos’è la gelosia. Se fossi adottata io lo dovrebbe essere anche il Piccoletto. Ma lui non lo è di sicuro. E’ nato sotto i miei occhi. Beh! quasi. Comunque ero lì. Nell’altra stanza. E ho sentito bene il suo primo grido. Quel vagito. Beh! sicuramente, non sentirmi dei loro, è solo una sensazione. Come lo è sentirmi incompresa dagli altri; dagli adulti. Mica che ci conto troppo. In fondo non m’importa. Certo sarebbe tutto più semplice se potessero capire, se fossero almeno quel minimo intuitivi. Basterebbe più gentili. Ma il mondo dei grandi è proprio un mondo di nani. Di ciechi. E di violenze. L’Italia sembra sia impazzita. Cosa serve illudersi? Dalle rape non si può cavare niente.
Poi mi è successo un fatto strano, ma magari non è così strano come credo io. E’ per questo che lo voglio raccontare. Stavo andando verso il negozio di mio padre che è nel tragitto per andare a scuola. Era un giorno come un altro. Davanti ai giornali ci stava un ragazzino. Gl’occhi sbarrati; fissi. Non molto più grande di me e con un’aria imbronciata come se… insomma come se avesse bevuto una medicina amara. La cicuta. Prima ancora di vederlo ne ho sentito la voce, disperata. “Prima Palermo³, poi Genova4, e ancora Licata5, e poi Roma6, e adesso… non ne hanno mai abbastanza quelle bestie”. Ero soprapensiero. Avevo letto nei giornali, che passavano per casa, alcune notizie che riguardavano le manifestazioni. Mi ero detta: ma come si fa picchiare gente che esprime solo delle idee? Magari saranno diverse dalle tue, ma sempre idee sono. Certo che però le idee dei fascisti non mi va mica tanto che vengano espresse. Hanno già fatto e parlato tanto e non mi sembra che si meritino di parlare ancora. E poi non fanno parlare gli altri. Perciò non capisco perché la polizia meni gli altri in difesa di questi signori. L’Italia non l’ha già  fatta la Resistenza? Ma a Roma c’era scappato il morto. Come si fa ad ammazzare un uomo? Un uomo proprio come te. Insomma andavo da mio padre e avevo buttato l’occhio all’edicola dove c’erano esposti i giornali con i titoli su Reggio Emilia.7 Cinque morti. Tutti i nomi. Uno dietro l’altro.8 Sembra una guerra. «Cinque assassinati dalla polizia a Reggio – Via il governo del fascismo e della violenza per riportare il paese al progresso e alla distensione – La CGIL ha proclamato per oggi uno sciopero generale di protesta»9. E quel ragazzo leggeva attentamente i titoli. E ripeteva quei nomi. Come fossero suoi amici. E forse lo erano. Io le cose non le so tutte, ma quelle morti mi parevano proprio brutte e tristi. «Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia – Luttuoso epilogo di una nuova dimostrazione comunista contro le forze dell’ordine»10. Ma possibile che la passione politica arrivi a questi estremi? Può? Persone ammazzate così. Per strada. Come cani. I ragazzi con la maglietta a righe. Provavo una pena. No! una rabbia. Ero furibonda. Mi sono trovata incazzata insieme a lui. Con lui. Per lui.
Mi aveva colpito anche perché aveva il ciuffo. L’ho già detto che mi piacciono i ragazzi col ciuffo? Ma il suo ciuffo era di capelli lisci che gli scendeva sugli occhi. Capelli che lui risistemava con la mano sbagliata. Con la sinistra portandoli verso destra. Ed è stato proprio mentre si risistemava i capelli che gli ho visto gli occhi: verdi, arrossati, come se stesse per piangere. Come due pietre ma colore del mare. “Porci assassini. Ci ammazzeranno tutti”. Piangeva. “Non vi potremo mai dimenticare”. Non capisco perché si dice che non è bello vedere un uomo piangere? Io a vedere quel ragazzo intento a leggere i titoli sul giornale e con le lacrime agli occhi ho provato un grande sentimento di amore e di partecipazione. Sono certa che lì per lì se mi avesse chiesto un bacio glielo avrei dato subito. L’avrei consolato con le mie carezze e gli avrei detto che tutto sarebbe andato bene, che non si doveva preoccupare. Era solo un ragazzo ma mi sembrava già un uomo. Lo confesso, se un giorno mi dovessi innamorare di un ragazzo, vorrei che avesse gli occhi verdi; e che sapesse piangere. Vorrei che assomigliasse a quel ragazzo. Ovviamente piangere di cose importanti, come le vittime di un terremoto oppure i morti di Reggio Emilia. Non certo per cretinate come un giocattolo rotto oppure le stampine doppie della raccolta dei calciatori. Sarà il ciuffo, ma io un ragazzo così quasi quasi… no! io non mi sposerò mai.


1] Il 22 maggio si abbatte sul Cile il terremoto più forte del XX secolo, con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter. Il maremoto generato dalla scossa tellurica, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 km di costa, percorre 17.000 km e arriva fino in Giappone, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.
2] Allora nessuno ancora le aveva sentite chiamare tsunami.
3] 27 giugno – Palermo: durante lo sciopero generale indetto da Confederazione Generale Italiana del Lavoro, CISL e UIL per sollecitare misure a favore dell’economia della città, l’intervento della celere causa 30 feriti.
4] 30 giugno – Genova: scontri tra manifestanti e reparti della celere durante un corteo antifascista in occasione del congresso MSI. 83 persone rimangono ferite.
5] 5 luglio – Licata: duri scontri tra polizia e manifestanti nel corso di uno sciopero generale per l’occupazione e contro il carovita. Muore il giovane esercente Vincenzo Napoli, colpito da una raffica di mitra.
Ravenna: l’abitazione del partigiano e senatore del Partito Comunista Italiano Arrigo Boldrini viene data alle fiamme.
6] 6 luglio – Roma: manifestazione antifascista a Porta San Paolo. Polizia e carabinieri caricano duramente i dimostranti: numerosi feriti, tra cui alcuni deputati.
7] 7 luglio – Strage di Reggio Emilia: nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Roma del giorno precedente la polizia spara sulla folla, uccidendo cinque dimostranti.
8] Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata. Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni.
9] Dall’Unità dell’8 luglio.
10] Da il Resto del Carlino.

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

La bambina dimenticata tra i fratelli

In Anima libera on 9 febbraio 2011 at 16:13

Premessa alla parte tredicesima
Essere nate con una missione, non vuol dire essere nate per stare sole. In effetti mi sentivo un po’ diversa dagli altri. Ma c’erano anche altri diversi, anche se in modo differente. Insomma, magari non è chiaro, ma con questa storia cercherò di spiegarlo. Intanto nemmeno per me è scontato cosa saprò fare della mia diversità. In pratica so di essere nata per cambiare il mondo con un gesto plateale, o magari con una idea geniale, o un’invenzione che non è mai venuta in mente a nessuno. E i tempi stanno diventando maturi. C’è in giro un’aria che non so spiegare. Intanto ho accettato di essere donna e so bene che non è per niente un affare. Dovrò metterci mano. Qualcosa cambierà.

Annabis dice sempre che lei è una proletaria perché ha un sacco di fratelli e sorelle. Non ha capito bene come funziona. E io, per colpa di un sospetto, non ho il cuore di spiegarle che si sbaglia. Proletari si è quando sei povero e hai solo un sacco di figli, mica quando sei ricco e hai un sacco di fratelli.
Ma Annabis è talmente fragile e delicata che, pure se ricca, l’ho presa sotto la mia ala protettrice. Lei è la numero undici. E dopo di lei ce ne sono ancora quattro. In tutto sarebbero quindici, ma per la verità sono rimasti in dodici, perché tre sono morti.
Lei lo racconta come se stesse facendo un compito di matematica. Dice anche che un anno sua madre non ha avuto il solito bambino, ma che l’anno dopo ne sono nati due: i gemelli.
Per fortuna che suo padre è spesso fuori per lavoro. Racconta che ai suoi genitori piace il nome Anna, ma siccome lo porta la sorella numero quattro, a lei è stato dato il nome di Annabis.
Elena, che la sa lunga, sussurra che i suoi si erano dimenticati di avere un’altra Anna in casa, e quando se ne sono accorti hanno pensato di chiamarla così. In effetti è questo anche il dubbio che ho io e a guardarla, così slavata ed eterea, mi è apparso subito chiaro, che la nostra Anna, è una bambina dimenticata in mezzo agli altri fratelli.
Lei di questo non si lagna mai. Se fossi in lei io mi farei riconoscere subito e metterei ben bene le cose in chiaro. Mica si fanno i figli così. Non è giusto dimenticarseli, sennò che senso ha?
Lei è ricca. Suo padre fa l’Ingegnere, che deve essere un lavoro importante. Sua madre va a teatro e ai concerti ed è forse per questo che non si occupa tanto dei figli.
In casa sua c’è una “tata” e una cuoca. Anche il mio fratellino mi chiama Tata, ma io sono sua sorella e anche se gli sto molto attenta, non per questo mi pagano uno stipendio. La loro “tata” invece mi sembra ancora più distratta dei suoi genitori. Così come la cuoca che non sa mai chi mangia e chi no. A casa loro ci sono i turni di pranzi e cene, ma come succede spesso, c’è chi mangia due volte e chi nessuna.
Annabis a casa mangia poco perché è timida. Non ha il coraggio di farsi largo nella confusione. Per fortuna, qui alla mensa, la metto a mangiare al mio fianco, così sto attenta che la madre cuciniera le faccia avere la sua minestra e spesso condivido con lei la mia pietanza, che porto ogni mattina da casa. Da lei non se lo ricordano mai e se lo fanno arriva con una carta di prosciutto o con un pezzo di formaggio francese. Chissà perché il formaggio francese puzza di più di quello italiano. Forse perché costa un sacco di soldi e arriva da così lontano?
Insomma Annabis è davvero una sagoma. Ha vestiti bellissimi, ma sempre scompagnati. Un giorno è arrivata con una gonna scozzese a pieghe, molto più grande della sua misura, e per tenerla su ha usato le bretelle di suo fratello numero otto. Però i suoi genitori hanno inventato un sistema fantastico, per non farli uscire con i calzini spaiati. Li comprano all’ingrosso e sono tutti uguali, a parte le dimensioni, e maschi e femmine si servono da un cestone comune.
A me piacerebbe avere un sacco di fratelli. Purché non assomiglino a Ernesto. Ma di quelli non ce ne può essere che uno. Dei suoi capisco poco, credo che pure lei non ci capisca molto. Elena dice sempre che Anna non ha “autostima” e lo dice con un’aria da grande professoressa. Non so ancora bene a cosa serva l’autostima, comunque io la tengo sempre per mano e la difendo quando le altre, le nostre compagne ricche, la chiamano traditrice.
Io lo so che a loro fa rabbia che si mescoli con noi, le paria della scuola. Nel loro immaginario, la figlia dell’Ingegnere non può fare amicizia con la figlia del ciabattino. Che poi a dirla tutta mio padre potrebbe sembrare un principe, altro che un ciabattino. Ma vallo dire a loro che misurano tutto in base ai soldi e ai vestiti.
Annabis è diversa, lei verrebbe volentieri a vivere in casa mia anche vestita come me, con i cappotti rigirati di mio fratello Ernesto e con le sue scarpe smesse.
Insomma Anna appartiene alla classe dei ricchi, ma ha il cuore in quella dei poveri ed è per questo che si sente in diritto di dire: “Sono anche io una proletaria!”
Annabis ha subito delle pressioni, quasi delle minacce. Le hanno spiegato che lei non può tradire se stessa. Che non può mescolarsi con quelle come noi.
Indosso la mia maschera da dura. Durante la mensa passo dalle parti di Gabriella e le verso dall’alto l’acqua nella zuppa. Gli schizzi le macchiano tutto il grembiule candido. Mi pulisco le mani sul suo fiocco rosa e sussurro con voce chiara: “Se le succede qualcosa dovrai vedertela con noi”.
Prevenire è meglio che curare. E glielo dico convinta. Lei mi guarda e non sa che dire. Che paurosa! Abbassa gli occhi e vede il disastro sulla sua divisa e non riesce che a scoppiare a piangere. Le macchie si lavano; non c’è detersivo per la dignità.
Annabis è tanto ricca che una volta, tutta la classe, è stata invitata nella sua casa di campagna. Abbiamo preso un pullman con la supervisione delle suore e abbiamo passato una giornata in giro per la grande fattoria.
All’ora di pranzo noi abbiamo mangiato dei panini sedute sull’erba, mentre le suore si sono chiuse in casa. Elena, che è la solita, ha scoperto dove stavano mangiando e ci ha portato a spiarle. Sosteneva che le suore mangiano in modo diverso dagli altri ed è per quello che si nascondono. Io le ho risposto che è matta, perché ho anch’io una zia suora e mangia a tavola con noi, anche se il velo le dà un grande fastidio.
Io ho passato un pomeriggio assieme ai suoi cavalli. Per me i cavalli sono gli animali più belli ed intelligenti che esistano. Io credo di essere stata un cavallo, in una vita precedente. Mi fanno pensare alla libertà e alla disobbedienza. Basta non farsi mettere la sella e il morso. Basta non farsi domare. E poi è così bello correre.
Prima di ripartire Annabis ci ha portato a vedere una grande casa, chiamata fienile, piena di balle di fieno e noi eravamo così scatenate che le abbiamo praticamente disfatte tutte e ci buttavamo dall’alto dentro quel mare di fieno sciolto sotto di noi. Anna ha cominciato a piangere e a singhiozzare senza respiro. Ci siamo preoccupate e messe subito calme, ma non era disperata, aveva solo una crisi d’asma dovuta alla polvere. Povera bambina, nemmeno lì in campagna si può divertire.
Mi sarei aspettata di essere presa, con le altre, per un orecchio. Ma le suore hanno pensato ovviamente, un modo diverso di farci espiare, ci hanno fatto recitare una sfilza di AveMarie per tutto il ritorno, minacciandoci tutti i fulmini dell’inferno.
Possibile che sia peccato tutto quello che piace di più? A me sembra una cavolata, Però mi dispiace per Anna.
Il mio affetto per lei mi ha fatto rivedere certe mie idee rivoluzionarie. C’è gente, anche fra chi ha soldi, che ha bisogno di essere aiutata a trovare la propria strada. E che ha umiltà. Pochi, certo. Casi pressoché disperati. Non so se è politicamente corretto, ma… Insomma quando farò la rivoluzione e andrò alle manifestazioni, passerò per casa sua, la prenderò per mano e la farò uscire e crescere senza avere paura.
In fin dei conti non può essere che lotta di popolo. E anche lei è popolo. E poi può sempre servire una serpe un seno al nemico. Sapere come la pensa l’avversario. E’ tutto così più difficile di quello che pensavo all’inizio. Riscattare la gente che non sa che essere servo. Liberare chi non è mai stato libero. Chi ha bisogno di sentirsi dire chi è. Possibile che sia così difficile capire che si nasce tutti senza padroni?

Il nuovo incombe

In Anima libera on 21 gennaio 2011 at 14:27

Premessa alla parte undicesima
Avrei dovuto avvertire di preparare i fazzoletti, ma la vita singhiozza le sue storie a sorpresa, mica avverte. Ricominciamo. Dove siamo arrivati? Io sto lì ad organizzarmi le cose, per rendere il percorso meno accidentato ed invece gli altri mi lasciano all’oscuro dei fatti più normali. Certo che esistono gli altri bambini ad informarti, ma le notizie qualche volta arrivano travisate. Non tutti i bambini sanno di quello che parlano. Insomma essere bambini non garantisce nulla, tanto meno l’informazione. I grandi si son fatti questo mondo su misura per loro. Si tengono quel briciolo di sapere e quel sapere è loro. E’ il potere.

Io credo di essere una bambina cattiva. Cattiva per l’idea che hanno gli altri di una bambina. Questo lo capisco da come mi guardano quegli altri: adulti o bambini che siano. A me, sinceramente non sembra. Certo non sono facile e neppure mi accontento, ma non rompo mai per uno stupido capriccio, non piango mai per ragioni cretine, e davanti agli altri modero pure i termini. Che poi questa è la cosa più difficile da fare. Di fronte a certa gente un fanculo ci sta proprio tutto. E’ l’unica soluzione. Però non dico parolacce a vanvera. C’è sempre un buon motivo per andare giù duro. Insomma dico parolacce del tutto giustificate. Contestualizzate.
Coi bambini miei coetanei, per esempio, cerco se possibile di evitarle per non fare da cattiva maestra. E’ una grossa responsabilità. Magari insegno altre cose che i grandi considerano terribili, ma non le parolacce. Quasi sempre ci resto di sasso quanto smoccolano loro, molto più di me. In classe mia, per esempio, c’è Elena, l’unica amichetta che non mi dà il voltastomaco. Lei ha solo la madre che fa la pittrice. Mica dipinge le pareti delle case ovviamente, lei dipinge i quadri. Proprio per questo motivo mio padre insiste nel dire che è poco seria e che non dovrei frequentare la figlia. Veramente non ho mai visto sua madre ridere come una scema. Mi sembra sempre piuttosto seria; e composta. Anche Elena non ride, ma quando smoccola va fortissima e fa ridere me. Diciamo che proprio per questo a volte mi sento poco seria, ma non mi pare una cosa troppo importante.
Elena è anche una grande fonte di informazioni, sapete quelle informazioni che a casa non ti danno mai; ecco, lei sembra un’enciclopedia. Sarà che fa lunghi viaggi con sua mamma ed un vecchio zio. Girando il mondo s’impara, io lo so, ed è per questo che è la più attendibile degli informatori. A mia madre cresce la pancia, si è decisa di mettere in cantiere uno dei rossi che avevo a suo tempo preannunciato. Io lo so, che sarà rosso, lei ancora no. Sapete com’è, a volte dici le cose così, perché sei arrabbiata, ma non puoi mica essere sicura che tutto vada come pensi tu. Insomma mi sta arrivando fra capo e collo un nuovo fratellino e io incrocio le dita perché sia di quel colore e del tipo che prediligo.
Insomma lo dico a Elena che con l’aria furbetta mi risponde: “Allora tuo papà e tua mamma ci hanno dato dentro? L’hanno fatto?” “In che senso?” faccio io. Lei mi guarda con quell’aria superiore che prende ogni volta che sgancia una bomba e scoppia a ridere: “Vuol dire che si sono dati da fare!” Mi comincia a venire il mal di testa e aspetto la bomba successiva “Non mi dirai che non sai niente di come nascono i bambini? Insomma non sai a cosa serve il coso che entra nella cosa e che serve a fare i bambini? Non sai proprio niente”! Non ne sapevo niente. Il coso? Quale coso? E la cosa? Ma di che cosa si sta parlando? Io pensavo che i bambini fossero una cosa naturale e che crescessero nella pancia della mamma. Aver scoperto così che invece era colpa di un… coso mi dava il capogiro. Ma allora come funzionava la cosa?
Elena non ha mai avuto papà, da quel che so solo un vecchio zio, e probabilmente la sua mamma aveva usato un coso speciale e si era data da fare o ci aveva dato dentro in un altro modo che i miei genitori. L’affare si ingarbuglia. “Ma lo sai come si chiama il coso?” mi fa, quasi con rabbia. E aggiunge: “Pennello! E sai come si chiama la cosa? Patatina. E sai come si usano?” Eh no cazzo, una cosa alla volta per piacere. Lasciami riordinare le co… le informazioni. Tra pennelli e patatine c’è da diventare matti. Ho le idee tutte in subbuglio. E la testa mi scoppia. E’ forse proprio per quello che sua mamma, che era brava con i pennelli, è riuscita a fare un bambino senza bisogno di un papà? Elena mi ha reso curiosa. A lei piace quando sa una cosa che non so, o crede di saperla. Lei mi dice le cose e io le faccio la matematica. Ma non c’è sempre da crederle però.
Prendo tempo e aspetto il momento opportuno. Mica può tutto la scuola. A volte le risposte sono dove meno te le aspetti. Ma le ulteriori informazioni che prendo da mia mamma non servono a chiarire la questione. Lei a sentirmi nominare il pennello si fa rossa in viso. “Ma che stai a dire? I bambini nascono dai semini che hai dentro alla pancia, e crescono quando… quando è il tempo che lo facciano”. A questo punto tanto valeva che mi raccontasse la storia dei bambini che nascono sotto i cavoli. Io ho bisogno di sapere; di vedere. Non sono una che crede alla prima cosa… cioè stupidaggine che viene detta. Non mi è chiaro perché, ma i grandi amano raccontarti delle storie fasulle, delle favole, imbrogliarti. Deve far parte del loro modo di essere grandi. Di tenerti in scacco. Forse li fa sentire furbi. E importanti. Io so e tu non puoi capire. Ma chi l’ha detto che io non posso capire? E poi siete voi a mettermi gli ostacoli davanti, mica io a non capire.
Me ne vado con quella risposta e tutto mi sembra ancora più confuso. Ci gioco con la fantasia; non costa nulla; e rido. Così intanto, a tempo perso, penso ai miei di semini. E provo persino un po’ di apprensione. So che è una cosa stupida. Che l’ha detto tanto per dire. Era distratta e guardava da un’altra parte. Come se non le interessasse nulla. Tanto per farmi star buona. Persino la sua voce suonava estranea. Ma… non faranno mica gli stupidi? Non voglio diventare madre così giovane. Ci sarà pure un modo per evitarlo, no? Insomma non mi fregheranno mica? Ci sarà pure un sistema per non farli maturare? Mica che nascere donna ti frega solo per un cambio di stagione? Insomma… non mi sento ancora pronta.
Penso alle parole del ragazzino in campagna e ho un curioso sospetto.  C’entra qualche cosa? E’ come un’intuizione, ma troppo nebulosa per  poterla afferrare. In ogni caso, e per ogni eventualità decido di tenerli lontani, i maschi. Intanto comincio a farmi rispettare, almeno a scuola, anche se lì c’è solo Leone. Da quando gli ho rotto il naso; naturalmente dietro la porta del bagno, mi sta alla larga. Come al solito non voleva capire, che ho diritto alla mia privacy. Lui è andato a piangere e mi ha chiamato la Madre Superiora. Ma lui non ha avuto coraggio di chiarire davanti alle suore. Ha ritrattato e ha detto che è scivolato. Ma hanno chiamato ugualmente mia mamma. E ti pareva!
Intanto il semino di mio fratello doveva essere grande e grosso perché le cresce una grande pancia e continua a crescere che lei sembra fare fatica persino a camminare e a muoversi. Torno da scuola nel tardo pomeriggio e mia mamma ha sfornato un vitellino di più di quattro chili. Proprio un vitellino, dicono. Non una seppiolina come hanno detto di me. Son proprio strani i grandi. Danno sempre un nome a tutto. E intanto lui nasce con il sorriso stampato in faccia. Mi dicono che quattro chili sono tanti. Le fanno i complimenti come avesse fatto una cosa eccezionale. Magari lo è. Non è che capisco bene perché. A me onestamente sembra piccolo e indifeso.
Ecco il mio nuovo fratellino, che è tutto mio, visto che ha quel colore di capelli e che sembra prediligere il suono della mia voce. Cominciano ad esserci troppi maschi in famiglia ma con questo sarà diverso, ho ben altri progetti per lui. Se non fosse che odio le canzonette stupide, che danno alla radio, in onore suo canterei anche la divina commedia. Credo che questa sia la felicità.
Mamma gli fa i versi più incomprensibili. Gli muove le mani davanti agli occhi. Naturalmente lo tratta come un mentecatto. Non si capiscono e questo è normale. Non gli sa parlare né riesce ad afferrare quello che lui cerca di dirle. Lo guardo e guardo la mamma. Lo guardo e so che dovrò fargli da madre. Non c’è speranza. Lei, con quegli occhi cheti, farebbe solo gli stessi sbagli che ha fatto con me. Non è adatta a fare da madre. Non è combattiva abbastanza. Si sono già visti i risultati con Ernesto. Io ho dovuto arrangiarmi da sola. Se aspettavo lei sarei solo una bambola ridicola che deve solo sorridere e fare le smorfie.
Beh! certo a dirla tra noi la mia è una grossa rivincita. Il vecchio Ernesto è veramente abbacchiato. Un nuovo fratello, maschio, rosso di capelli a cui si è dato anche il mio nome. Al maschile s’intende. Babbo non lo guarda con sospetto, ormai si è rassegnato, o è solo perché si è fatto l’occhio vedendo i miei di capelli. In realtà lo guarda poco. Non è una novità. Non dovrebbe essere orgoglioso? Io lo sono, perché lui no? Anche mia mamma questo bambino proprio non se l’aspettava. Lo so perché, mentre le cresceva la pancia, l’ho vista piangere di nascosto. Probabilmente aveva già abbastanza da fare con noi due e poi quel mio padre che le consegna sempre un carico di tensione che non si leva mai. Io le sussurro: “Non ti preoccupare, me ne occuperò io”.
Presto il piccoletto, già al suo posto nella culla e ben nutrito dalle poppe di mamma, incomincia a parlarmi. Sono davvero meravigliata dalle tette delle donne. Non cresceranno mica anche a me due cose così? Due meloni pieni di latte? Credo proprio che non mi sentirei a mio agio. E non le voglio, almeno per ora. Non saprei che farmene.
Insomma lui, il neonato, mi parla e non fa ancora discorsi troppo impegnati, anche se, tutto sommato, mi sembra abbastanza logico che chieda del suo mondo. Primariamente s’informa di come stanno le cose. Chiede notizie più precise di mamma e papà. Domanda se può contare su una certa disponibilità economica. Poi mi chiede di Ernesto: “Ma è davvero nostro fratello?” Io non posso nasconderglielo e sono costretta a rispondere al povero piccolo: “Sì, va beh, ma non è poi così pericoloso”. Lui mi esorta già consapevole: “Stammi attenta sorellina, perché di lui non mi fido troppo”. Comincio a temere che Ernesto sganci, non visto, qualche pizzicotto sotto le copertine. Sarebbe cosa da lui. Ma se me ne accorgo, se la dovrà vedere con me e brutta, il degenere.
Tutti dovranno vedersela con me, perché è mio, anche se per ora nessuno lo sa. Lo annuso. E’ una curiosità. Con la storia dei cosi, e dei semini, mi sono fatta dei pregiudizi. Odora normalmente, sa di saponetta e di latte e di quello che si fa addosso, perchè su questo non sa ancora controllarsi.  Ma imparerà. Mi tranquillizzo: non odora di prezzemolo né di alcunché d’altro di strano e pericoloso. La storia dei semi deve essere la storia più cretina mai inventata. Mai visto bambini nascere dalle piante.
Certo che le domande del nuovo mi hanno messo un po’ in agitazione. Ma perché chiedere se abbiamo una certa disponibilità economica? Si vuole giocarsi a poker i nostri risparmi? Certo che ha un musetto simpatico, ma si può pensare che quel sorrisino nasconda un’aria da biscazziere e baro? Così, casualmente m’informo: “Sai per caso giocare a carte?” lui risponde ridacchiando: “No, solo a scacchi!” e la cosa mi rilassa. Non me lo sarei aspettata ma… gli scacchi sono un gioco da intellettuali; mica si può barare giocando a scacchi. Oppure mi sbaglio?

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