rossaurashani

Posts Tagged ‘villaggio’

Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

SONY DSC
Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

Anche un salame fa resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Viaggi on 19 gennaio 2013 at 10:52

SONY DSC
Glielo avevo promesso in una serata a Venezia sotto una pioggia fredda e torrenziale: “Che cosa ti posso portare dall’Italia?” Lui mi aveva guardato con il suo sorriso solare e con sul viso ancora i segni dell’abbronzatura dell’ultima volta che era stato in Palestina, e doveva ripartire presto, c’è stato solo un momento di incertezza poi aveva risposto, con l’allegria di un ragazzino di fronte alle caramelle: “Portami un salame che tu non sai quanto ci manca quando siamo lì…” E così ho fatto. Il salame dentro la valigia in volo Venezia-Roma-Tel Aviv insieme ai peluche e alle collanine di vetro di Murano, tutti regali per i nuovi e vecchi amici in Palestina.
Veramente non sapevo che problemi quel salame avrebbe potuto crearci ad un controllo alla dogana, ma avrei fatto carte false per portarlo ai ragazzi di At Twani.
La sera prima avevamo cambiato l’albergo, adesso eravamo sulla strada di Betlemme, dove alla sera ci siamo fermati a fare una breve visita sotto le luminarie di un incongruo albero di Natale. Una visita veloce alla chiesa della Natività illuminata sapientemente per ricavarne tutto il magico incanto.
Si entra da una porta bassa talmente tanto che bisogna chinare umilmente la testa, più logico era il fatto che da quella porta sicuramente non si sarebbe potuto entrare montati a cavallo e in armi.
La chiesa condivide la piazza con una grande moschea, nessuno ci fa caso, qui come a Gerusalemme, da molto tempo, non si fa questione di religione.
Dietro la moschea i negozietti pieni di oggetti mi fanno iniziare la ridda degli acquisti 8 Kufije di colore diverso, aggiunte alle 6 che avevo comprato in Egitto, avrebbero fatto parte della collezione più fantastica che possedevo. Ma al ritorno sono durate poco, come per quelle egiziane ho trovato a chi donarle come ricordo e me ne sono rimaste solo due.
Tornerò in Palestina e ne prenderò un vagone così i miei amici se le sceglieranno abbinandole al colore degli occhi.
Anche questo fa parte del viaggio: entrare e trattare con i bei ragazzi che vendono la merce e che ti chiamano Mami… eh sì tutti figli miei, e mi donano un sorriso mentre contrattano divertendosi il prezzo fino allo sfinimento…
Ma si riparte presto per le colline a sud di Hebron, salame in resta e un buon vino rosso palestinese della produzione Cremisan dal nome evocativo The star of Bethlem, e con tanta emozione sapendo di ritrovare i ragazzi italiani di operazione Colomba.
E il villaggio di At Twani lo conoscevo già, tante volte avevo proposto e mostrato in Italia il film Tomorrow’s Land e quindi ne conoscevo le problematiche e le pietre e pure tutti quelli del Comitato popolare che con pazienza ci raccontano della lotta quotidiana contro i coloni aggressivi e violenti. I bambini del villaggio nei loro grembiulini di scuola aspettano la camionetta dell’esercito per andare a scuola e noi aspettiamo con loro. Una cinquantina di persone controllano ogni mossa dei soldati e il terreno intorno al villaggio. I pastori portano le pecore a pascolare sotto gli occhi degli internazionali sulle loro terre, ma un po’ più distante, dove di solito vengono fermati e cacciati.
Passa il tempo e arrivano gli splendidi ragazzi italiani che aiutano il comitato nelle cose di tutti i giorni. Con attenzione e serietà, aspettano che la camionetta segua con solerzia i bambini per la strada di scuola, onde evitare gli assalti degli energumeni che si credono autorizzati da dio anche a pestare e spaventare i piccoli.
Più di cento occhi seguono i movimenti dei soldati e i pastori al pascolo, nella pietraia della loro terra.
Sulla collina di fronte un insediamento di casupole sta diventando una colonia e la terra buona nella valle è già stata confiscata e il villaggio resiste su una zona che i soldati hanno denominato firing zone e che dovrebbero usare come zona di addestramento militare, ma che alla fine si trasforma in colonia, come da sempre, come da tutte le altre parti.
At Twani resiste, è un villaggio di gente tosta, che vive del minimo, ma che non intende sottostare alla demolizione delle loro case. L’esercito non ci penserebbe due volte, ma la Corte di Giustizia è subissata di richieste da parte del Comitato, avvocati israeliani per i diritti umani li aiutano e loro non intendono andarsene, malgrado l’ingiustizia delle bastonate e degli animali uccisi, degli ulivi sradicati e della volontà di cancellare il villaggio dalla carta geografica. Una lotta dura e pacifica com’è dura la vita di tutti i giorni anche se i bambini sorridono e i pastori ci salutano da lontano.
In un momento di disattenzione di tutti, passiamo il salame e il vino ai ragazzi. Una stretta di mano e un caldo sorriso (non possiamo abbracciarci come vorremmo) ma che importa, tanto loro sanno il bene che noi gli vogliamo e quanto ci stanno nel cuore.
Quelli del comitato ci portano il pane caldo e il tè dolce… generosità fantastica anche nella povertà. Tra le cose di artigianato trovo un ricamo incredibile: una donna palestinese col vestito della festa, la brocca sulla testa che porta l’acqua alla sua casa in un paesaggio della Palestina antica dove la pace regnava e le donne sorridevano del poco che avevano.
Penso che non è un ricamo di oggi, è storia vecchia, ma il senso di pace che mi trasmette vale il costo del piccolo capolavoro.
Lasciamo il villaggio con un senso di perdita. Non sappiamo se un’altra volta che torneremo ritroveremo ad aspettarci ancora Afez e il suo inglese pulito e le donne regali che abbiamo incontrato, la bella bambina che chiede di farsi fotografare e la nonnina che ci saluta dalla strada e che sembra benedirci da lontano.
Tornerò ad At Twani, anche se due camionette dell’esercito hanno eruttato i soliti soldati armati pronti a mostrare i muscoli e il testosterone, non ci fanno paura, ci fanno solo rabbia. Tutti stiamo fermi a guardarli negli occhi… sono loro a fingere di essere lì solo per ragioni si sicurezza, e che siamo noi fuori posto e non loro, ma noi siamo nel nostro diritto come tutti quelli del villaggio che faticano a ricavare dalle pietre il loro sostentamento e che non se ne vogliono andare in un campo profughi qualsiasi, dentro ad un’altra prigione sulla loro terra trasformata in un inferno. Ma anche noi stiamo imparando velocemente che la regola è non avere paura e resistere fino all’ultimo respiro, passo dopo passo, con un margine risicatissimo di futuro. E’ dura… molto dura, e guardiamo questi palestinesi con ammirazione e con tanti sensi di colpa, e torneremo in Italia cambiati dentro… lo so… lo sento. Ma noi facciamo la differenza, comunque, noi siamo l’opinione pubblica, noi torneremo a casa a raccontare e non ci sarà più nessun giustificazione che tenga: i palestinesi vanno salvaguardati dall’esercito di occupazione e dai coloni criminali, vanno liberati dai vincoli e dai soprusi della politica di uno stato infame, che salvaguarda i suoi interessi e si sporca di genocidio, che chiede compassione per la sua storia triste e passata, perpetrando in nome di questo un’ingiustizia peggiore.
Ma il nostro viaggio continua e a pochi km. c’è Mufaqqarah il villaggio beduino.

Un momento di resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, personale, Viaggi on 18 gennaio 2013 at 7:30

SONY DSC

Il viaggio in Palestina e le mie “montagne russe” di emozioni. Nello stesso giorno ho vissuto un un momento di pace assoluta, un momento di stupore assoluto, e alla fine, con un sentimento di grande partecipazione: un momento di grande emozione che chiamerò di Resistenza.
Dopo la visita alla “spianata”, che mi aveva lasciato abbacinata negli occhi e serena nel cuore, il nostro viaggio aveva come scaletta: Ramalla. Una città sorprendente. Dove stava la sorpresa? Stava nel fatto che Ramalla è una città operosa che schizza verso il futuro e che fa l’occhiolino all’occidente. E’ bene o male? Non lo saprei, forse tutte e due. Ma Ramalla comunque è la dimostrazione che dalle ceneri nascono i fiori e di che pasta è fatto il popolo palestinese. Nulla e nessuno lo scoraggia. La sua meta è l’autodeterminazione, il suo credo è libertà fino all’ultimo respiro, ma libertà anche dalle ingerenze esterne, anche dagli “amici” che poi tanto amici non sono, dalla religione che tutto sommato è solo una questione personale e non ideologica, dalla povertà che cerca di risucchiare la loro patria in un vortice da cui è possibile uscire solo con la diaspora.
In effetti io conosco i palestinesi della diaspora: gente eccezionale, capace negli studi, intelligente, lavoratrice e sognatrice, capace di realizzare i propri sogni e di creare dei piccoli imperi commerciali e intellettuali: scrittori, poeti, intellettuali, commercianti, kebabbari… insomma ci sta tutto, perchè non è gente che si lascia fermare né da una fede, né dalla politica, stanno con un occhio ai loro interessi e un altro alla loro patria.
Se descrivere un palestinese della diaspora è complesso, descrivere un palestinese di Ramalla è affrontare lo stupefacente. Una città tutta in costruzione, appartamenti larghi e spaziosi, finalmente organizzati in un primordiale piano urbanistico, tanto la fantasia non può essere completamente irregimentata. Una città più volte rasa al suolo e sempre ricostruita, con fervore e coraggio. Gli appartamenti costano quanto nelle nostre città. Ma forse i soldi sono quello di cui i palestinesi nel loro territorio meno hanno bisogno. Forse solo dovrebbero imparare a pagare le tasse, ma non in mano agli Israeliani che per ripicca se le tengono.
Comunque la strada del centro, caotica come ogni città occidentale, ne contiene tutte le contraddizioni, ma anche mostra che la Palestina può esistere e che la sua esistenza è garantita da gente che non si è affossata e che resiste e persiste più della gramigna, più dell’erba amara di handala.
Abbiamo qui un primo momento di vera resistenza. Ci si incontra con la moglie di Barguti, in carcere per buona parte della vita e molto probabilmente in carcere per tutta l’altra ancora non vissuta. Lei donna eccezionale e coraggiosa, che porta avanti la famiglia e la lotta del marito. Donne coraggiose le palestinesi. Dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una donna anche più grande.
Un passaggio alla Muqata che un po’commovente è. Dopo tutto questo tempo hanno riesumato il corpo del loro leader, tanto tutti sapevano che era stato ammazzato, ma come e da chi… non sarà così facile dimostrarlo. Tanto a morire sono i migliori, tanto ad ucciderli figurano sempre i loro fratelli.
Per la strada ritrovo pure Vittorio in un murales un po’ imbarazzante, che non gli assomiglia affatto, ma tant’è, Stay Human c’è scritto e questo mi basta. La lezione vale per tutti, anche per loro.
Poi si riparte per il villaggio di Nabi Saleh ed è solo mercoledì pomeriggio, e questo è importante, ma lo saprò poi quanto importante è un giorno della settimana: il venerdì.
Nabi Saleh resiste e la colonia che scende la collina di fronte vuole cancellare il villaggio, vuole prendersi tutte le loro terre e le loro case. I soldati sono sempre schierati, si muovono in gruppo per sdoganare quegli atti da farsa che niente e nessuno potrebbe giustificare. Spingono, strattonano, minacciano e sparano di tutto, anche dentro le case e i bambini soffocano e le madri li calano dalle finestre sul retro, mentre la casa diventa un inferno. Bilal impassibile filma tutto, lui e la telecamera sono una cosa unica.
Ci ricevono le famiglie Tamimi nella loro casa, la prima del villaggio, quella che ogni venerdì per prima diventa il bersaglio dei soldati di occupazione. Ma Tamimi sono tutti gli abitanti del villaggio, e sono in tanti, tutti con lo stesso cognome.
Salendo per la strada che porta al villaggio si vedono i ragazzini risalire il ciglio della collina e i soldati sparare i lacrimogeni. Chissà perchè tutto ci sembra normale. Ma è solo mercoledì, la battaglia, quella vera, inizia il venerdì, giorno di riposo dal lavoro, giorno di Resistenza per Nabi Saleh. Tutti si preparano vestiti da festa, con le bandiere e le kufije per tapparsi il naso, non per nascondersi dai soldati, ma per non respirare i gas e per ripararsi dagli idranti di acqua chimica il cui odore non se ne va per giorni e giorni, lasciando a lungo il ricordo della lotta. Negli orti delle case sono esposte in lunghe fila ridicole le bombe sonore, che sembrano lampadine cieche issate sui fili per la festa, festa di morte per Mohammad e Rusdhie e per la loro giovinezza sfortunata.
Ci ricevono come fratelli, condividono con noi il tè dolce alla menta e il caffè speziato, ci raccontano la loro lotta, i loro morti, le offese ricevute e ci aiutano a raccogliere la loro terra da portare a casa.
Strana cosa quella che mi era successa prima di partire, molti mi avevamo chiesto che gli portassi un po’ di terra di Palestina. Avevo riso a quella richiesta e avevo borbottato: “Non basta che gli rubi la terra Israele, pure io devo trsformarmi in ladri?” Ma stranamente quando quelli del Comitato popolare hanno capito cosa volevo fare, mi hanno aiutato con entusiasmo a raccogliere la terra e se non li fermavo, avrei dovuto dotarmi di un carriola più che di un sacchetto; erano felici che portassi con me la loro terra, e che in questo modo non potessi dimenticare. Ora a casa mia passano gli amici con scatolette a forma di cuore e vasetti di vetro e ritirano l’obolo portato dalla Palestina. Quella terra simbolo, quel luogo dove molti non andranno per paura o per mancanza di priorità, ma tutti a ritirare un qualcosa di prezioso su cui riflettere e da tenere con cura: la terra di Nabi Saleh, la terra di un popolo che ha fatto della Resistenza il proprio orgoglio e dell’amore per la propria patria la loro sola priorità.
E non potrò mai dimenticare e lascio in quel villaggio i miei fratelli e ripartire è uno strappo che non posso risanare se non tornando indietro ancora un’altra volta e ancora… ancora.

37) San Isidro futbòl

In Un libro al giorno on 15 luglio 2010 at 8:00

Don Cayetano Altamirano non era propriamente l’alcalde di San Isidro. Tutti lo consideravano la massima autorità nel raggio di almeno due ore di cammino, questo è vero, ma il governo non poteva riconoscergli la carica di sindaco per il semplice motivo che San Isidro non era neppure un paese. Ventidue case di legno e lamiera non giustificavano alcuna menzione nelle mappe federali, e tanto meno nella carta geografica dell’esercito di Sua Eccellenza don Porfirio Diaz, che stava appesa alle sue spalle. Ma avendo imparato a leggere e scrivere almeno i due terzi delle lettere dell’alfabeto, don Cayetano si era premurato di aggiungere a matita un cerchio e il nome del suo villaggio, con caratteri un po’ più piccoli di Ciudad de México e un po più grandi di Acapulco.

Soluzione

Titolo : SAN ISIDRO FUTBOL

Autore: PINO CACUCCI

contenuto: il San Isidro Futbòl è la più sgangherata squadra di calcio del più sperduto villaggio della Sierra messicana dove la vita scorreva paciosa ed amabile, finchè… un piccolo aereo cade nella foresta, una strana polvere bianca scambiata prima per fertilizzante e poi usata per marcare i limiti del campo di calcio, e una sarabanda di loschi individui che “invadono” il paesino, scatenando la mobilitazione degli abitanti in “armi”. Una esilarante avventura, un western calcistico, e un intrigo tutto da ridere che verrà risolto dal roboante  Padre Pedro, un prete che sa essere “convincente” quando decide di usare metodi tutt’altro che spirituali…

11) Cent’anni di solitudine

In Un libro al giorno on 18 giugno 2010 at 12:00

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cos ì recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Titolo : Cent’anni di solitudine

Autore : Gabriel Garcìa Màrquez

(titolo spagnolo Cien años de soledad, 1967) è un romanzo del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez e una delle opere più significative della letteratura del Novecento. Durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007,è stato votato come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta (preceduto solo da Don Chisciotte della Mancia).

Trama : L’opera narra la storia di una famiglia, i Buendía, seguendone le vicende per sei generazioni, in un mitico villaggio sperduto tra le paludi: Macondo, che per molti aspetti ricalca il paese natale dello scrittore.
Dal fondatore del villaggio e capostipite della famiglia José Arcadio Buendía, si articolano eventi e personaggi che seguono itinerari circolari in un tempo “congelato” attraverso il quale milioni di piccole vicende si intrecciano ma dove tutto resta sostanzialmente invariato attorno a quel fulcro centrale che è il villaggio e la vita che vi si conduce.
La ripetitività del tempo e dei fatti è appunto il grande tema del romanzo, un tema in cui l’autore riconosce la caratteristica della vita colombiana e attraverso cui vediamo delinearsi altri elementi: l’utilizzo di un “realismo magico” che mostra un microcosmo arcano in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti non è più così nitida e in cui ai vivi è dato il dono tragico della chiaroveggenza, il tutto con un messaggio cinicamente drammatico di fondo. (da Wikipedia)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: