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I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

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La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

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Novembre… è un mese crudele

In La leggerezza della gioventù on 7 novembre 2010 at 23:58

Era stato un odore che le veniva portato dal vento. Un vento bagnato di acqua di mare. Vento di scirocco che spingeva da dove la notte era già nera. Sapeva riconoscere quell’odore e ogni volta le muoveva dentro ricordi di un tempo che non aveva mai conosciuto, di un dolore che le lacerava il cuore. Perché? Dov’era diretta la sua fuga? Sapeva che l’acqua gonfiata dal vento stava superando la riva. Ne sentiva l’odore, ne inghiottiva il sapore e non riusciva a capire cosa andasse a cercare nel buio di quella notte d’autunno. Novembre come sempre era per lei un mese crudele. Più forte sentiva sulla pelle il graffiare del tempo. Ma non era solo quello. Si sentiva persa, lasciata indietro come piccola cosa. Nessuno la vedeva, nessuno la poteva vedere. E i suoi passi si facevano sicuri a sfidare quel buio limaccioso, quel vento perfido che le prometteva la pace, ma che le consegnava solo l’ansia dell’incertezza.
Dai pensa in fretta. Cammina sicura. Non avere paura. Qualcosa succederà. E il vento gonfiava le onde che sapevano di salsedine. L’acqua montava come un tappeto agitato tra i suoi piedi. Lei ne era immersa fino alle caviglie. Le piaceva quella sensazione di libertà, di noncuranza. L’acqua era fredda, ma le dava una sensazione stimolante, quasi piacevole.
Ora che ci camminava dentro, l’aria era gonfia del respiro del mare. Un odore intenso come sapore di un frutto maturo. Il sapore di giorni passati al sole e di notti dipanate sotto la luce lunare. Le nuvole nel cielo rotolano in una luminosità di inchiostro. I pensieri galoppano lontano e ritornano in strappi di vento.
Che notte incredibile. Di una bellezza selvaggia. Ancestrale. E lei si sentiva persa e non aveva nessun luogo dove andare. Aveva fermato i suoi passi. La strada si era trasformata in mare. Non c’era nessun segnale, nessun limite. Nel buio arrancava senza orientamento. Era un po’ come la sua vita. Senza un punto fermo. Senza riferimenti. Nessuna risposta. Pensava ai sogni di un tempo. Pensava all’amore. Tutto passato, tutto perduto… Il gelo e l’acqua le risalivano sulle ginocchia. Il freddo governava il suo cuore. Quella notte non era fantastica, era infida e terribile. L’aveva solo illusa con le sue moine. Lei non aveva amici. Nessuno l’aspettava. Nessuno l’avrebbe potuta salvare. Era crudele tanta bellezza, era seduttiva, ma lei non voleva più credere, più sperare.
L’acqua turbinava. Ad ogni passo ingoiava gorgogliando la sua pelle ghiacciata. Lei navigava senza controllo contro vento. Solo le sue scarpe la mettevano in imbarazzo. Con una specie di risucchio la tenevano inchiodata faticosamente alla strada. Le ricordavano ad ogni passo il lato ridicolo della cosa. Era solo lei a ridere, ma che importanza aveva. Niente aveva importanza, eppure… Le sue scarpe la riportavano alla realtà. Che ci faceva lì, sperduta nell’acqua alta di un autunno inclemente? Era decisa a perdersi lontano… ma perché dentro a delle costose scarpe firmate? Ora sì che era davvero arrabbiata. Niente importava, ma era comunque arrabbiata con se stessa.
Forse se faceva presto e tornava indietro, con un po’ di attenzione e di fortuna le avrebbe potute salvare dall’acqua di mare.

63) Coppi

In Una canzone al giorno on 10 agosto 2010 at 12:00

Un omino con le ruote
contro tutto il mondo
Un omino con le ruote
contro l’Izoard
e va su ancora
e va su

Viene su dalla fatica
e dalle strade bianche
La fatica muta e bianca
che non cambia mai
E va su ancora
E va su

Qui da noi per cinque volte
poi due volte in Francia
Per il mondo quattro volte
contro il vento due
Occhi miti e naso che divide il vento
occhi neri e seri
guardano il pavè

E va su ancora
E va su
E va su …

Poi lassù ,
contro il cielo blu
con la neve che ti canta intorno
E poi giù
Non c’è tempo per fermarsi
per restare indietro
la signora senza ruote
non aspetta più
un omino che non ha
la faccia da campione,
con un cuore grande
come l’Izoard

e va su ancora
e va su
e va su
e va su …

Soluzione
Titolo:  COPPI
Autore: GINO PAOLI


L’ulivo sopra il poggio

In personale, Viaggi on 8 marzo 2010 at 15:42

Eravamo giunti sul poggio in un tardo pomeriggio di pioggia e vento gelido. Le nubi correvano gonfie e minacciose nel cielo. Noi ci stringevamo in un abbraccio discreto col desiderio di inforderci il calore che il vento ci portava via. Dentro alla casa il tepore del fuoco e il buio con l’orecchio teso ai rumori irriconoscibili di un luogo sconosciuto. Finalmente stanchi, la notte ci prese e cancellò i nostri irrazionali timori. Al mattino abbiamo aperto la finestra sul cortile. In mezzo al prato l’ulivo ci parlava di una nuova primavera.

Rosae, rosarum, rosis…

In La leggerezza della gioventù on 12 febbraio 2010 at 15:20

14 febbraio 1976 – S.Valentino

Pioveva e tirava un vento freddo che spazzava la strada. Una giornata pessima, nemmeno la voglia di leggere un libro. Lei era sola. Non che fosse una novità, anzi. Essere sola era ormai una brutta abitudine che non voleva modificare e a 25 anni certe abitudini fanno male. In casa non c’era nessuno, nemmeno la sua amica, con la quale avrebbe potuto almeno scambiare qualche parola e dividere un pasto svogliato. Non che a star da sola le desse noia, era abituata e ormai lo era da un bel po’ di tempo. Non voleva pensarci. Certo che quello se l’era voluto lei, come tutta la situazione che viveva giorno dopo giorno. Non era facile amare un uomo sposato. Il fatto era presto detto, ma nessuno poteva capire a fondo quanto le costasse. Non c’era notte che condivideva il suo sonno, non c’era risveglio che trovasse un buongiorno, non c’era domenica per poltrire o fare le cose assieme, non c’era festa, nessun Natale, nessun compleanno. Spiava dalla finestra le pozze d’acqua agitate dalla pioggia e dal vento, nessuno per la strada. Guardando il cielo pensò che lui era partito con la famiglia, una breve vacanza, non fu così astiosa da augurargli che il maltempo lo avesse seguito, tutto sommato non amava pensarlo nel calduccio della camera da letto con lei, la sua signora.
I pensieri venivano a folate come il vento. Certo succedeva ogni volta, bastava un niente e lei esasperata cercava di mettere fine a quel tormento. “Vattene, facciamola finita, tanto le cose non cambiano e non si può andare avanti così.” Poi, non sapeva cos’era, ma si riprendevano e la storia ricominciava da dove l’avevano interrotta. Stavolta, come sempre, lei era certa che non si sarebbero rivisti più. Maledizione: un brivido, cominciava a sentire il freddo dentro alle ossa, ma preferiva pensare che fosse solo il cattivo tempo. Maledetto, lui, che se n’era andato offeso. Ma chi gli dava il diritto di sapere cosa fosse meglio per lei? Se ne stesse pure a coccolare quell’altra, era nel suo diritto, tanto prima o dopo lo avrebbe cancellato, era naturale, era necessario.
Certo la giornata non aiutava. Tra l’altro era il 14 febbraio, era S.Valentino, lei aveva 25 anni buttati al vento, lui era con un’altra, lei non lo voleva più neanche sentir nominare e veniva giù una pioggia torrenziale. Certo che almeno una telefonata l’avrebbe anche potuta anche fare. Non era forse per questo che lei, oggi, non era uscita per niente? “Raccontati pure che lo stai facendo per il maltempo, però lo sai che l’hai fatto per aspettare che lui ti facesse un segno, signorinaemeritacretina.” Questo era il problema, lei da quella storia non ne veniva fuori e anche per questo ci stava male come un cane bastonato. “Ma a lui cosa costava una parola, un segno?…” Intanto, mentre guardava il vento spruzzare di pioggia gelata i vetri, vide apparire sulla strada un enorme mazzo di rose rosse. Un mazzo così grande che il ragazzo delle consegne ne veniva totalmente nascosto e caracollava per la strada spostato da ogni colpo di vento. “Che ci fa quel poverino sotto la pioggia con quel mazzo impossibile? Non riesce neppure ad aprire l’ombrello. Quando lo porterà invece della mancia dovrebbero consegnargli una medaglia!” In quel momento ebbe un pensiero: “Ma no! Non può essere. Lui non è il tipo e poi ci siamo lasciati… o proprio per questo… ma no dai! è assurdo, non ci avrebbe pensato mai, non è nelle sue corde…” Eppure quel mazzo avanzava incerto per la strada, come a volersi far ammirare e a tenerle il fiato sospeso. Ad un tratto il mazzo scomparve alla sua vista, lasciandola come tramortita e il campanello suonò. “Non può essere… certo che se è lui, lo dovrei per forza perdonare… come posso essere arrabbiata dopo una dimostrazione simile? Ma dai, non è per te, sarebbe una pazzia, ma una pazzia terribilmente romantica.” I passi del garzone salivano pesantemente la scala: “Lo porta qui? Ma come mai… ma da chi… ma non è possibile!.. e se è lui? Lo so, lo dovrò ringraziare. Ma no, dai, non essere scema, non può essere, sarebbe come dire che ha capito qualche cosa e questo è comunque da escludere… non è certo cosa da lui, non ti pare?” Sentì il ragazzo arrancare sulle scale accompagnato dal rumore crepitante del cellophane maltrattato. Non ci credeva eppure quelle rose non potevano essere che sue e di nessun altro… Il ragazzo raggiunse ansimante la porta, le passò un biglietto e le disse “Mi scusi tanto, signora, ma mi sono perso, mi saprebbe indicare con gentilezza se conosce questa persona e se per caso sa dove posso trovare questo indirizzo?” A lei era rimasto un unico lumicino di speranza, che leggendo si spense subito con un tonfo: “Monica Sacchi?… No! davvero non la conosco, mi dispiace e l’indirizzo non mi dice niente… lo so che è complicato trovare un numero tra i 6000 di questo quartiere, ma se non sa darmi qualche altro dato non posso esserle di aiuto.” Il ragazzo disperato riprese le scale e se ne andò.
Maledetta Monica come ti odio!” A quelle parole così ovvie ed inutile le venne una gran voglia di ridere, che speranza assurda, tanta aspettativa per niente, tutti quei pensieri ed alla fine… come si sentiva ridicola, per un attimo aveva sognato troppo in grande per un amore così piccolo, aveva investito tutto su un gesto così teatrale, così prevedibile… Intanto con le spalle appoggiate alla porta e con il cuore un po’ più leggero continuava a ridere senza freno sentendosi davvero proprio come una scema.

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