rossaurashani

Posts Tagged ‘Venditti’

La notte prima degli esami

In Amici, amore, Giovani, musica on 29 giugno 2012 at 15:09

Riascolto per caso la canzone di Venditti e  provo tanta e tanta nostalgia. Certo eravamo giovani, certo ci sembrava tutto possibile e, oltre a quello, pensavamo di poter superare tutto con un semplice balzo in avanti… ma non era così, e l’avremmo saputo dopo. Eravamo un gruppo strano, eterogeneo, tutti fuori tempo massimo, privatisti attempati, con una certa propensione all’ironia dissacrante e allo studio selettivo.
Certo eravamo i soliti tre: io (detta Bestia), Marina e Sandro (Alessandro come preferiva che lo chiamassi io) e poi gli altri. Più comparse che veri attori della nostra breve vita scolastica. Gli ultimi due anni in uno, un po’ come al supermercato, recuperare da privatisti, ecco l’impegno. I professori della scuola privata prevedevano il massimo del punteggio per tutti e tre. Io ci credevo meno, ma a quel tempo, malgrado il cipiglio, non ero per niente sicura di me. Però visto che c’eravamo da assoluti presuntuosi, avevamo scelto, per dare l’esame, le scuole pubbliche del capoluogo, ma non era stata una bella idea, l’unica a farcela e con un punteggio basso ero stata io, la meno sicura… ma questo è un altro discorso. Noi non ci eravamo confinati nei piccoli istituti della provincia più nascosta, dove gli altri sarebbero passati con ottimi voti, sapevamo di poter stare alla pari degli studenti in corso, pur se dovevamo sostenere un preesame con il programma di tutti e due gli ultimi anni, come si richiede ai privatisti.
Avevamo dato tutto, studiato e ampliato il nostro sapere più come studiosi che come studenti. Sfiancandoci in discussioni sulla nostra Weltanshauung e su un’analisi materialistica della storia a cui non potevamo rinunciare.
Marina, da poco, era rientrata in Italia dopo un lungo periodo di vita newyorkese con un marito americano, artista eclettico e piuttosto legato al dio denaro. Questo per dire che lei poco ci seguiva nelle nostre frequentazioni comuniste. Russell, Marcuse, Marx ed Engels li conosceva a livello “Bignami” se mai sono esistiti, ma io e Alessandro ne avevamo fatto una questione di principio. Ed era proprio per questo che la notte prima degli esami, Marina aveva dichiarato decisa: “Basta, io vado a dormire!”
Beata lei, che era in grado di guadagnare un po’ di sonno con l’aiuto del Valium. Noi eravamo rimasti lì, seduti al tavolo di cucina provando una sorta di vacuum mentale ed affettivo. Dio! domani la prima prova: italiano, chissà che titoli e chissà se ci sarebbe venuta in testa qualche idea… ne stavamo davvero dubitando.
Non so bene come fu, ma sarà stata la stanchezza e non ricordo nemmeno chi cominciò, se fossi stata io oppure lui, ma i nostri ragionamenti presero la strada dello “scazzo”. Credo si fosse partiti dal concetto universale di libertà al concreto, personale concetto di famiglia, affetti e amore. Lui già aveva deciso di prendere moglie, il pazzo! una ragazzina di 16 anni e di farci un figlio. Io avevo un amore sfortunato che di futuro non me ne dava e su queste basi era nata la discussione: “Sei troppo giovane e lei è una bambina, non farlo!” “Trovati un uomo che ti ami davvero, è solo per questo che non accetti l’idea delle unioni durature” “Unioni durature? Ma di che parli? Quanto pensi possa durare la tua di unione? Una ragazzina che non sa nulla della vita, un bambino da accudire, non una casa, non un lavoro e tu che ti stanchi di ogni cosa ancor prima di cominciare.” “Può essere, ma almeno io vivo e rischio, e tu…?” E le cose avevano preso una brutta piega, ci si guardava in cagnesco e il nostro senso dello humor era finito sotto i tacchi.
Certo, la tensione per l’esame del giorno dopo, certo la paura del cambiamento e forse anche la paura di perderci, tutto ci faceva pensare che da quella notte in poi il mondo sarebbe cambiato e bene o male noi saremmo diventati entità diverse, non più congiunti da un obiettivo comune, non più amici fino in fondo, non più gli stessi.
Il mio Alessandro, sarebbe diventato il Sandro di un’altra ed io avrei continuato a fare i conti col mio amore sbagliato… niente di grave così deve andare la vita, ci si trova e ci si perde e forse ci si ritrova, basta saperlo accettare.
Ed era caduto tra di noi il silenzio, doloroso e teso, come un male oscuro che non si poteva dire e che ci toglieva la voglia di continuare a discutere per non farci ulteriormente male.
E il male era male, era disagio, incredulità, era la voglia di non vedere e di non capire, era l’inutilità delle parole di fronte ai fatti, alle decisioni conscie ed incoscie, a certezze incerte che avrebbero cambiato la nostra vita.
Lui dopo un tempo troppo lungo da reggere, mi aveva guardato, finalmente, e una strana luce si era accesa nei suoi occhi di quel colore chiaro e speciale. “Ehi, Bestia, siamo proprio due scemi a scannarci così… sembriamo proprio due stupidi innamorati…” e per fortuna accompagnò le parole con un sorriso dolce ed ironico allo stesso tempo. Era un terreno minato, era l’argomento sottaciuto, mai detto e che probabilmente ci spaventava ancor prima di averne coscienza. Attraversare quel territorio in punta di piedi avrebbe permesso la coesistenza di noi e delle nostre storie senza nulla a pretendere e senza nulla dovere. Era il nostro esame più importante, quello dell’amicizia per sempre, quello che trasforma l’affetto in qualche cosa di più, in un ponte verso l’infinito, un processo di crescita che non subisce degrado ed usura, perchè niente chiede e tutto dà e perchè alla fine si può amare liberamente, senza dover chiedere amore in cambio. Insomma un sentimento che se eravamo capaci di viverlo avrebbe travalicato i problemi e i percorsi delle nostre vite. Forse anche amore, almeno un po’, ma senza limiti e condizionamenti. Amore anzi certo, ma quello strano amore di ragazzi nella notte prima degli esami.
Poi venne la vita, lunga ed ingarbugliata, quella che ci portò distanti, ma anche vicini, quella che ci fece ritrovare più di una volta e che mi consentì di riprenderlo per mano e di portarlo ancora nel mio mondo, nei suoi momenti difficili, quella che lo vide ripartire per un altro “amore per sempre” che, alla fine, non lo fu, come troppo spesso l’amore non lo è.
Ci perdevamo e ritrovavamo alla fine dei suoi amori e nelle burrasche dei miei, tra le nostre parole sincere e le cose non dette mai, attenti alle sfumature e pronti a salvataggi improvvisi… ad aperture impensabili. Se il nostro fosse stato amore, quello di tutti i giorni, si sarebbe perduto nei rancori e nelle devastazioni dei sensi di colpa e nelle stanchezze umane, ma a noi era stato dato il modo di non dover spiegare niente, di poter essere incoerenti e umani senza pagarne scotto, di poter promettere un “sì” e mantenere un “no” senza levarci la pelle, consendendoci quella capacità di comprendere che era la forza della nostra diversità.
Ora che te ne sei andato e mi hai lasciato orfana di questo amore, comprendo che il nostro gioco continua… il nascondino delle cose taciute mi consente di pensare che nulla sia cambiato, che ci sarà un tempo per ritrovarci ancora, che da qualche giorno sono iniziati gli anni silenti, già visti, già conosciuti, quelli che passavano tra un contatto e un altro, quelli che erano gli spazi dovuti alle nostre vite. Sarebbe arrivato un’altro giorno che ci avrebbe ritrovati a guardarci negli occhi e a raccontarci tutto quello che avevamo perduto nel frattempo… giusto per aggiornarci del tempo passato e per consentire al tempo di fluire ancora.
E domani ci sarebbe stato un altro esame e ci sarebbe voluto ancora altro tempo per sapere come sarebbe andato, ma in fin dei conti il risultato non contava, quello che conta è che noi c’eravamo e ci saremo e tutto questo lo abbiamo vissuto insieme..

Senza passione

In amore on 29 maggio 2010 at 16:07

Sergio le aveva sempre rimproverato di non esserci portata. Come se a fare sesso bisognasse averci l’indole. Forse un po’ era vero, non ne era sicura, ma più si guardava in giro e più vedeva donne determinate, ammiccanti, che sprizzavano quel certo non so che da tutti i pori. Quelle a letto dovevano essere delle bombe o almeno davano quell’impressione. Possibile che non fossero mai stanche, mai indisposte, che non si trovassero, ad essere svegliate nel pieno della notte, senza avere l’alito cattivo o le palle girate? Macchine per il sesso. Lei non lo era proprio e forse su questo Sergio aveva ragione.
Certo che, a pensarci bene, la loro storia non poteva che finire così. Non avevano gli stessi bioritmi e forse questo era solo un eufemismo, un semplice modo per dire che non si trovavano fisicamente e mentalmente. Lei ormai non aveva il bioritmo compatibile con niente se non, forse, con il lavoro e le incombenze di casa. Mica che amasse il lavoro e la casa, erano ormai delle abitudine. Intanto Sergio, che si disegnava come un uomo incapace di tradimenti e tutto di un pezzo, aveva trovato l’alternativa: una nuova donna. Certamente più giovane, più fresca, più disponibile. Carne nuova da frollare.
Lei non aveva cercato di sapere chi fosse, se l’era solo immaginata. Qualsiasi fosse l’amante che lui si era preso a lei non interessava, era il gesto che non aveva sopportato e per questo lo aveva lasciato andare senza troppe storie. Ma adesso , per lui, la porta era chiusa e per sempre. A pensarci bene avrebbe dovuto cacciarlo fuori dal suo letto prima, invece che giustificare in mille modi la sua improvvisa freddezza che non era diminuita neanche con tutti i volonterosi tentativi che aveva messo in atto. Poi si era detta: “E’ colpa tua, perchè non hai più entusiasmo e non sei più frizzante, come all’inizio.” Ma certo, lui mica si poneva la domanda se mancava in qualche cosa. Lui non si era mai posto nessun problema. Scema, perché lei, invece, l’aveva fatto e si era data la colpa di questo rapporto senza passione. Non sapeva perchè, malgrado i suoi precedenti rapporti poco incoraggianti, fosse convinta che la passione potesse essere qualcosa di più. Anzi molto di più. Non è che ci volesse un genio per rendersi conto che la passione andava coltivata e lui non aveva certo l’indole del giardiniere. Pochi gesti senza tenerezza e pazienza, poca attenzione per lei; per quella che a quel tempo era la sua donna. Queste mancanze non potevano che significare l’incapacità o la non volontà di amare. Per quanto pure lei, se lo ripeteva, su questo avesse investito veramente poco.
Non si leva sangue dalle rape. “Non c’e sesso senza amore”. Lo cantava anche Venditti e lei lo canticchiava a mezza voce. A parte tutto il tempo perduto in quel limbo, a parte i pochi ricordi lasciati indietro, lei guardava la sua nuova vecchia vita senza il peso di qualche rimpianto. Stava pensando che se nella sua vita si fosse potuta riscaldare attorno al fuoco dell’amore le sarebbe rinata la passione e magari, pure lei, avrebbe avuto nell’espressione quel certo non so che delle bombe sexy. Di una cosa era certa: ormai quell’uomo e i suoi stupidi messaggini telefonici, inviati sicuramente di nascosto della sua nuova fiamma, non vi facevano più parte.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: