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Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

sessantotto68

Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

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Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Non ci sono più gli odori di una volta

In amore, Anomalie, personale on 30 settembre 2012 at 23:08

Tante cose erano cambiate. Ovviamente era un’altra cosa quando era giovane. Erano diversi i sogni, erano diversi i rapporti tra le persone, erano diverse anche le parole e forse anche i gesti. A quel tempo era facile essere degli eroi.
Certo erano passati gli anni, tanti e con gli anni erano cambiate le persone attorno a lei e le cose. Non c’erano più i giardinetti dove si poteva giocare, non c’erano più le bande dei ragazzini a giocare alla guerra, non c’erano più le ginocchia sbucciate e le lacrime di chi si fermava seduto sul muretto. Non c’erano più i fidanzatini che si infilavano nei sentieri mano nella mano e che si baciavano seduti sulle panchine e qualche vecchietto per fare la passeggiata quotidiana per poi fermarsi sulla panchina a rivangare il passato.
Lei ci andava assieme a suo fratello a cui era stata regalata una bicicletta. La portava a mano fino a superare la catena del “limite ciclopista”… strano ricordarsi quelle parole, oggi non si usano più. Suo fratello scorazzava con la sua bella bicicletta nuova e non gliela prestava mai, anche se lei lo pregava e scongiurava. Lui ci godeva, l’infame… ma lei era una femmina e la bicicletta era roba per maschi.
Lei ricordava l’odore del grasso della catena e anche l’odore di metallo che restava sulle mani quando lei la accarezzava.
Che stupidata amare una bicicletta e quanto invidiava quel fratello che ne aveva il potere assoluto.
Ma erano altri tempi. Le stagioni erano stagioni e il tempo passava più lentamente e a volte non passava mai. C’era l’estate ed era lunga, i giorni erano luminosi e il sole ruggiva. Loro non andavano in vacanza e, quindi, ogni giorno era uguale ad un altro e la mamma imponeva sempre il sonnellino dopo mangiato. A nessuno piaceva, ma lei ne approfittava per sognare ad occhi aperti… e guardava il sole smorzato dalla tenda rossa pesante e pensava al suo futuro. Ecco risentiva ancora l’odore della stoffa infuocata dal sole e sapeva di terra secca, di vacanze scolastiche, di cose perdute. Ricordava i temporali di agosto che portavano in città l’odore della terra bagnata e dei boschi lontani. Ah che bello l’odore dei boschi che arrivava fino al mare.
Poi veniva ottobre e cominciava la scuola. Bisognava mettere la testa a posto diceva la mamma. Lei amava l’odore di cuoio della sua cartella, adorava sfogliare i libri nuovi nuovi e i quaderni e odorare quel gusto di banco di scuola e il portapenne con le matite colorate appena temperate e  con il cannotto e i pennini che erano sempre troppo delicati per le sue mani nervose. Si spuntavano e schizzavano l’inchiostro sulle mani e sul foglio. Ma che odore fantastico aveva l’inchiostro, se avesse potuto lei lo avrebbe bevuto, adorava quel colore azzurro profondo ancora più forte del colore del mare, ancora più intenso delle sere estive quando il giorno lasciava posto alla notte. E le notti avevano l’odore di aranciata e di menta e qualche volta sapevano di anguria appena tagliata… ma tutto era perduto ormai. L’autunno portava le prime pioggie e l’impermeabile con quell’odore di foglie cadute e di improvvisi colpi di vento. A lei non dispiaceva nemmeno l’odore del tempo che passava: la nebbia e gli avvisi del vento di scirocco, il sentore di salsedine che preannunciava l’acqua alta e pure l’odore eccitante della neve. Tutti gli odori erano eccitanti allora, tutti i suoi sensi erano all’erta.
La primavera poi era un tripudio di pensieri e colori, e ogni passo aveva un sapore diverso. Persino quel muretto dei giardinetti che sapeva di parietaria e di pietra scaldata al sole.
Ma perchè tutto era cambiato? Erano spariti i bambini ed i vecchi, il limite ciclopista e i fidanzatini, erano spariti gli odori della aule scolastiche e persino quello dei bambini sudati in vestiti poco lavati, il gusto delle stagioni…
Era lei ad essere cambiata?
Il rumore dei suoi passi sui sassi dei sentierini era più o meno lo stesso, forse un po’ più stanco e ovattato e le pachine non avevano più la forma e il colore verde di una volta. Ora erano più rigide meno adatte all’attesa. Qualche ragazzo extracomunitario a dormire disteso, qualche barbone col suo carrello della spesa pieno di sacchetti. Non c’era più la rimessa delle biciclette che venivano noleggiate ai bambini ricchi e non c’erano più nemmeno i giardinieri che tenevano d’occhio le aiuole fiorite, che nessuno le calpestasse per caso.
Il lauro delle siepi era malato, tutto punteggiato di macchie bianche e pure il bosso stentava, cespugli di rose pallide sfiorivano nel poco sole che passava tra gli alberi antichi. Nessun odore, nemmeno la terra bagnata dagli schizzi di un impianto di irrigazione.
Lei passeggiava triste e pensava a quei sassi, chissà se si ricordavano di lei, e quel muretto dove si ripuliva con la saliva le ginocchia sbucciate, levando i sassolini appiccicati, lei a piangere non ci stava, ma le lacrime anche quelle che non piangeva avevano un odore e un sapore che oggi non avevano più.
Quante cose perdute… perdute per sempre e anche se lei non fosse cambiata, non c’era nessuno a condividere con lei tutto quel dolore e quel senso di abbandono e di perdita. Il mondo era cambiato e sembrava fittizio, alieno, nemico… privo di senso, o meglio privo di significato.
Lei si sentiva vecchia e piena di ricordi, insomma antica come quella quercia laggiù e avrebbe voluto avere vicino qualcuno per poter raccontare quanto fosse eccitante l’odore della vita, della sua vita speciale… insomma l’odore dei suoi tempi.

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

L’impegno è vita

In amore, Libri, personale, politica on 9 luglio 2011 at 19:52

Da giorni io e Mario stiamo cercando di capire perché non sappiamo fare altro che essere impegnati. Ovviamente non si tratta solo degli impegni quotidiani legati al lavoro, o alle amicizie o alla cultura. Parlo di impegno “impegnato” ossia di quello che ci vede presi da questioni legate al sociale e alla politica di casa nostra e di quella internazionale.
A volte ci chiediamo come mai, pur restando separati per più di 40 anni, abbiamo sviluppato lo stesso tipo di caratteristiche e di elaborazioni mentali. Non è solo il fatto che abbiamo trovato, per esempio nelle nostre librerie, in buona parte, gli stessi libri e nel cuore le stesse passioni, ma per qualcosa di più: invecchiando abbiamo radicalizzato i nostri interessi.
Il problema è proprio questo perché gli anni ci incoraggerebbero ad essere più defilati, di non prendere più le cose di petto e di non metterci dentro tutte le energie rimaste. Cerchiamo insomma di fare i vecchietti come si deve, praticamente ci alleniamo per fare i nonnini sebbene i nostri figli non abbiano, per ora, alcuna intenzione di darci questo impegno, ma la cosa ci riesce piuttosto male.
Io, a volte, tendo a provocare, senza comprendere che già di mio schizzo come un razzo e gli chiedo di aiutarmi a organizzare una cosa o l’altra. A lui viene un coccolone perché sa che se parte è quasi peggio di me. Non potevamo essere più ben assortiti di così, anche se proprio questa simbiosi ci crea alla fine dei problemi.
Ci piace frequentare gli amici, anche quelli di un tempo, e mai avremmo il coraggio di confessarci che non abbiamo ormai più lo stesso linguaggio e lo stesso amore per la conoscenza e la lotta. Insomma non riusciamo a parlare di figli e nipotini, di nuore, generi e matrimoni traballanti o fortunati, siamo dei pesci fuori dall’acqua in queste stanze. Ma nessuno ci batte se troviamo le anime gemelle. Se le discussioni diventano stimolanti e piene di incognite. Se torniamo a parlare di impegno in prima persona, o di libri e di nuove teorie, di analisi politiche, di cinema e di qualsiasi cosa che non sia le nostre piccole vite. Ma l’impegno è vita e sappiamo che per il lungo periodo che eravamo rimasti separati e che a nessuno interessavano i nostri pensieri più profondi, abbiamo rinunciato a una grande parte di noi stessi. Anche l’inusitato amore per la rete che ci ha visto da singoli autori di due piccoli blog che sono nati a distanza di un mese uno dall’altro, rete che è stata il luogo del nostro fortunato nuovo incontro, anche questo interesse era il frutto del nostro impegno e della nostra voglia di non accontentarci e impigrirci in una vecchiaia senza merito.
Se è vero che l’impegno è vita, mi sa che la nostra sarà una vita lunga e piena di imprevisti.

Avanti, verso un piccolo futuro

In La leggerezza della gioventù on 20 novembre 2010 at 21:57

Voglia di futuro. Sogni per il domani. Piani per il tempo che verrà. Io ne ho sempre. Non riesco a farne a meno. E’ più forte di me. Mi sbucano dentro come fiori del deserto. Mi bucano l’anima. Come funziona non lo so. Mi succede di giorno all’improvviso, ma più spesso di notte, nel buio e nel silenzio.
Oggi ho un buio e un silenzio diverso da prima. Ascolto il suo respiro, mai troppo invadente. Avvicino la mano e trovo la sua: calda, rassicurante che si chiude sulla mia. Allora il buio è un compagno benevolo. Il silenzio non è mai assordante. E io penso: Ho il tempo giusto; il respiro giusto.
I miei sogni si trasformano in embrioni di idee organizzate, mutandosi in piani e progetti che non aspettano che il giorno dopo per prendere voce.
Al mattino non vedo l’ora di alzarmi per fare qualcosa, per trovare il modo di testare quanto ho ragionato di notte. Mai prima di aver passato il nostro piccolo tempo a parlare, tra il caffè e la sua uscita per il lavoro. Abbiamo una piccola abitudine a cui non rinunciamo, neanche se siamo sfiniti da notti impegnative con amici o con noi stessi, perché anche noi sappiamo incrociare bene le nostre armi, con ragionamenti senza fine o con piccole o grandi dichiarazioni di “pace”.
Io lo so, lo leggo allo specchio al mattino, non abbiamo troppo tempo per organizzarci un futuro. Sul nostro viso c’è il tempo passato che la fa da padrone. Le rughe e la stanchezza si tracciano con le dita lungo le linee della vita. L’unica possibilità che ci resta è uno spazio di tempo che non può essere pensato in grande. Certo stare assieme il più possibile. Certo continuare a volerci bene, tentando di colmare tutto lo spazio che non abbiamo passato insieme. Ma questo fa più parte del presente che scorre sotto i nostri piedi e diventa velocemente passato. E il futuro? Il futuro è un prurito dell’anima. E’ la percezione che non è ancora finita. Che quello che siamo ha ancora un senso. Per noi di sicuro, ma anche per gli altri.
Io sono un vulcano che cova sotto la cenere. Lui lo sa e qualche volta si esaspera. A volte preferirebbe una vita più comune. Vorrebbe conservarsi per noi senza rischiare l’usura di nuove idee e di immani fatiche. Ma io erutto ed è difficile arginare quel fiume di lava incandescente. Sa che tento di tutto per andare al passo. Cerco di lasciar depositare le idee. Mi autoconvinco. Chiedo di condividerle. Per trovare un modo di progettare insieme… ma non ho pazienza, voglio tutto e subito e non riesco a frenare la corsa.
Pensandoci bene non è neanche uno dei miei peggiori difetti. E neanche il suo frenare è un difetto è solo che siamo vecchi per realizzare un sogno in grande. Anche se lui qualche anno fa c’è pure riuscito.
Si difende e abbozza. “Non sono un eroe.” sostiene. Eppure ci si era buttato anima e corpo. Aveva regalato sogni a centinaia di ragazzi. Ma lui si fustiga. “I sogni ce li hanno tolti. E’ stato un fallimento”. Io non ci credo, perché seminare dei sogni è sempre una gran bella cosa. “Tu sei di parte.” mi dice “Non capisci che per quel progetto ho dato così tanto che sono finito con un infarto all’ospedale!” Lo dice con rabbia, come se il suo corpo lo avesse tradito. Io lo capisco fin troppo bene e mi spavento delle conseguenze di altri nuovi sogni. Eppure mi pare che solo nella fatica ci possa essere vita.
E allora immagino un nuovo lavoro che lavoro non è. E mi dico, magari questo progetto lo abbozziamo solo. Magari lo facciamo partire e poi se ne occuperanno gli altri, quelli che hanno più tempo di noi. Quelli che hanno la gioventù dalla loro parte. Probabile che di questo progetto non ne vedremo completamente la realizzazione. I nostri figli forse sì. Alcune concretezze della vita le dovremo lasciare, volenti o nolenti agli altri. E io non riesco a farne a meno. E lui mi guarda preoccupato. Si sta chiedendo se troverà ancora la voglia. Se riuscirà a rimettersi in gioco e se riuscirà a dimenticare che qualcosa verrà inevitabilmente rubato al nostro di tempo. Perché di tempo noi non ne abbiamo molto.
Eppure in me la cosa prende forma e mi infiamma la fantasia e mi sembra che non sarebbe fatica e che non sarebbe nemmeno tempo sprecato e rubato a noi stessi. E penso che è quasi bello lasciare il mondo se lasci dietro di te un segno forte, una scia, un’aura personale. Forse proprio questo mi fa sentire giovane ancora una volta. Anche se non è così. La vecchiaia ti assorbe risorse. Ti sconsiglia di impegnarti. Scoraggia i sogni, perché non hanno domani. Ma non posso non rispondere a questo richiamo, è più forte di me. Non posso fare a meno di proiettarmi in avanti. E’ come un viaggio che, lungo o breve che sia, ti lascia sempre qualcosa dentro. Oggi che siamo insieme finalmente e che possiamo dare liberamente il meglio di noi, non posso fare a meno che sussurrargli: “Avanti amore, facciamolo assieme, io e te verso un seppur piccolo nuovo, nostro futuro!”

130) Sotto i venti di Nettuno

In Un libro al giorno on 14 ottobre 2010 at 8:00

Addossato al muro della cantina, Jean-Baptiste Adambsberg fissava l’enorme caldaia che due giorni prima aveva interrotto ogni forma di attività. Era successo un sabato, il 4 ottobre, con la temperatura esterna scesa intorno a un grado e un vento che veniva dritto dall’Artico. Il commissario, inesperto, esaminava la calandra e i tubi silenziosi nella speranza che il suo sguardo benevolo ravvivasse l’energia del marchingegno o facesse apparire il tecnico che doveva venire e non veniva.

Soluzione
Titolo: SOTTO I VENTI DI NETTUNO
Autore: FRED VARGAS

trama: Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg sente ogni giorno di più l’ostilità dei suoi colleghi del commissariato del XIII arrondisment a partire dal suo vice, Adrien Danglard, sino agli ispettori Retancourt e Favre. In questo clima viene preparata la trasferta di otto elementi della squadra in Québec, dove sono stati invitati dalla GRC, Gendarmerie Royale du Canada, la polizia a cavallo canadese, per un corso di aggiornamento sulle rilevazioni scientifiche.
Pochi giorni prima di partire, il commissario si imbatte per caso in un omicidio che gli suona familiare: una giovane donna uccisa con tre coltellate al petto. Proprio come le altre vittime di un serial killer che Adamsberg (e solo lui) insegue da una vita. Le ferite mortali infatti corrispondono a quelle inferte da un tridente e il commissario sospetta da sempre di un giudice, Fulgence, tanto rispettato quanto temuto in tutta la Francia: un vero e proprio fantasma, un vecchio giudice assassino seriale dai connotati quasi fumettistici, sembra essere tornato con il suo spaventoso tridente da un lontano passato a infierire sullo svagato commissario Adamsberg.
L’esperienza in Canada è scandita da nuove esperienze investigative, buffe espressioni quebecchesi e lunghe passeggiate nei paesaggi innevati della zona. Qualche giorno dopo il suo ritorno a Parigi, Adamsberg viene informato che è di nuovo richiesta la sua presenza in Québec, e il suo capo lo manda, scortato dall’imponente ispettore Retancourt. In Québec una giovane donna è stata uccisa lungo un sentiero, lungo il fiume Outaouais, spesso battuto dal commissario durante le sue lunghe e frequenti passeggiate. E il sovrintendente della GRC, Laliberté, sospetta di Adamsberg, che grazie a uno stratagemma di Retancourt riesce a fuggire e tornare in Francia dove è ufficialmente latitante.
Qui comincia la sua personalissima indagine per incastrare una volta per tutte il giudice e il suo tridente e in questo è coadiuvato da un’anziana hacker, Josette e la chiave dell’indagine risulterà essere un famoso gioco da tavolo di origine cinese, il mahjong. (DA WIKIPEDIA)

45) Il vecchio e il bambino

In Una canzone al giorno on 23 luglio 2010 at 12:00

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Soluzione:
Titolo: IL VECCHIO E IL BAMBINO
Autore: FRANCESCO GUCCINI