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Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

Hanno trasformato il deserto in un giardino fiorito….

In amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 24 gennaio 2013 at 0:50

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Su questa affermazione avrei proprio molto da dire… Chi è che ha trasformato il deserto in un giardino? O meglio chi è che ha trasformato il giardino in un deserto? Qui non si tratta di un gioco di parole, si tratta praticamente di un ulteriore furto verso una popolazione che di diritti, per gli occupanti, non ne ha.
La chiamano la guerra dell’acqua, ma guerra non c’è, i giochi ormai sono tutti fatti: Israele ruba l’acqua alla Palestina in modo totale e disumano, e oltre a rubarla gliela rivende a prezzi proibitivi. Evidentemente uno dei peggiori ricatti che si possano fare agli esseri umani, un po’ come assetare una persona e poi fornirgli solo qualche goccia d’acqua al costo di una bottiglia di champagne, chiedete alla Mekorot come funziona il furto e come fa a tenere sotto scacco, e in penuria di acqua, i territori della striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Noi partiamo al mattino di una bella giornata di sole verso la valle del Giordano. Come vi dicevo su questa valle personalmente avevo un immaginario che vedeva le pigre acque di un fiume circondato da palmeti verdi e da bananeti, però ho sbagliato, sbagliato di brutto, anche se quel fiume dovesse essere stato più piccolo certo e meno importante del Nilo a cui pensavo, vi giuro che lì un fiume non c’è più, quelle acque non ci sono più, e il deserto percorre kilometri in pochi mesi, solo sui villaggi palestinesi, con buona allegria di chi di queste acque ne fa mercato. Il Giordano è sparito ed è finito nelle tasche di Israele, come stanno scomparendo, di conseguenza, pure le acque salate del Mar Morto. Ma tanto quelle, pur essendo lo stesso un buon affare, i palestinesi non le possono vendere e bere.
Visitare la valle del Giordano ti fa pensare che il deserto si stia riprendendo tutto il suo giardino. I palmeti e i bananeti sono dissecati e l’arsusa ha fatto morire bestie e uomini. Le terre sono diventate incolte e brulle, ma solo quelle palestinesi però, se guardi bene dietro ogni recinzione elettrificata, dietro ogni controllo dell’esercito c’è il fantastico verde delle coltivazioni israeliane. Certo che fanno fiorire il deserto, bella forza, stanno facendo morire di sete l’altra terra, quella della Palestina.
Milioni di palme piantate con la cortese e sollecita partecipazione della Mekorot, azienda per la raccolta e la distribuzione dell’acqua.
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, in un rapporto pubblicato di recente, ha accusato le Autorità israeliane di dare ai 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania meno acqua di quanta non ne abbiano, in quel territorio, 450.000 coloni che si strafogano dentro alle loro piscine nelle colonie illegali.
C’è pure una legge che vieta ai palestinesi di scavare pozzi adeguati, per estrarre un po’ dell’acqua del sottosuolo. Gli israeliani invece lo possono fare, senza contare che la Mekorot estrae tutta l’acqua dalle sorgenti che fornivano le acque al Giordano e naturalmente ai villaggi.
I palestinesi non possono trasportare l’acqua e non possono nemmeno raccogliere seriamente quella piovana, ammesso che piova. Possono bere poco e lavarsi niente, così almeno debbono confermare l’idea che non sono poi così puliti come vorrebbero dare da intendere.
E la giornata si fa calda. Calda davvero. Così almeno abbiamo un assaggio di quello che può succedere in estate, quando il sole ti prosciuga anche il cervello, e non ci sono che sassi e terra arsa e nemmeno l’ombra di un albero sotto il quale potersi riposare.
Guardo corruciata il vecchio wadi prosciugato, la sorgente risucchiata dentro i tubi superprotetti delle pompe di sollevamento della Mekorot, l’aria asettica del furto di stato e sempre le solite reti di difesa e i sensori per tener lontani i derubati.
Dall’altra parte della strada la condotta che porta ai villaggi: una piccola pozza di acqua stagnante che non supera il livello per consentire lo scorrimento.
Eccovi serviti cari palestinesi, eccovi la prova della possibilità di uno stato unico pari diritti e pari doveri in una società multietnica e multireligiosa, con le risorse idriche in mano agli uni a scapito degli altri, con le terre fertili, e anche quello non, strappate al lavoro e alla cura dei loro proprietari originari…
Ripenso alle foto della Palestina storica e mi viene da piangere… hanno trasformato il giardino in un deserto che fa crescere solo i sassi, quelli usati per tutte le intifade passate e future.
Ci fermiamo in un villaggio sassoso, ci aprono le porte della loro “Scuola delle Idee“, un centro sociale gestito dal Comitato popolare. Ci raccontano le vessazioni per le leggi emanate e anche per quelle giornalmente inventate da polizia e soldati fantasiosi. “Il trattore non può uscire oggi ci vuole il permesso”; ma il permesso di chi? Nessuno lo sa. “Te lo confischiamo e per riprenderlo ti ci vogliono 1000 sheckel”Ma io ci lavoro con quella ruspa…” “No, non puoi non hai il permesso di smuovere la terra”. “Ma il terreno è mio!”. ” Può essere, ma non hai nessuna carta scritta.” e così altri 1500 sheckel che passano nelle mani del nemico.
Noi siamo lì a mangiare il loro pane e le loro verdure cresciute con tanta fatica, il loro tè fantastico e ci svuotiamo le tasche, almeno stavolta il trattore riescono a liberarlo con i nostri soldi, ma fa rabbia sapere in che tasche vanno, sapere che sarà ogni giorno così e il mondo non sa o finge di non sapere, e gli amici di Israele si beano della loro solidarietà pelosa, della loro cecità interessata, della loro ipocrisia di facciata.
Dall’altra parte della strada un piccolo appezzamento di terra coltivato, è spelacchiato e arido, ovviamente appartiene ai nostri amici palestinesi. Più distante invece c’è l’oasi recintata elettricamente, chiusa dentro oppure chiusa fuori dalla povertà.
Io sogno di uscire di notte con il trapano a bucherellare le tubazioni, 1000 buchi ogni notte per ogni persona di buona volontà… forse il fiume ritornerebbe a scorrere le sue rive, forse il deserto non si fermerebbe ai recinti elettrificati, forse la terra riprenderebbe a vivere. Ma Luisa ci frena: “Guardate che loro controllano il territorio e piombano subito appena scorgono un po’ di verde e qualche coltivazione, distruggono i pozzi e controllano da dove arrivi questa improvvisa ricchezza… Il controllo è basilare per eliminare ogni risorsa che possa far rimanere i palestinese in questo territorio. Non li vogliono e li stanno eliminando come fossero zecche.”
Poi dicono come fa a entrarti nell’anima la voglia di Intifada.
Pomeriggio di relax a Gerico, dove comperiamo i datteri palestinesi grossi come sassi e i dolcetti al sesamo, prendo la strada della montagna e guardo dall’alto, il verde sta attorno a pozze d’acqua che si conservano solo perchè sotto il terreno sono nascosti teloni impermeabili… non so se è una furbata oppure una necessità, comunque sono la sola ad accorgermene e forse chissà non se ne sono accorti nemmeno gli altri.
A fine giornata uno sguardo al Mar Morto rinchiuso nella rete di protezione e nel reticolato tagliente… trasformato in un campo minato, in pratica dove prima c’era l’acqua adesso c’è il cartello “attenzione pericolo mine“, già devono pure proteggersi dall’invazione giordana oppure da quella aliena e poi che fascino lo spazio vuoto del mare che non c’è più. Ed io sono triste e non vedo l’ora di tornare in albergo, sono solo sei giorni che sono qui e mi pare una vita.
Ora come spiegherò agli amici di Israele che i loro beniamini non hanno nessun amore per questa terra, certo ad onor del vero non sarebbe la loro terra per davvero, è un po’ come la soluzione trovata da Salomone di dividere in due il bambino conteso tra due madri, quale verrà considerata la madre vera? Non certamente quella che preferisce avere il mezzo bambino conteso e cadavere.
E mi ritorna, nel silenzio, ancora la voglia di Intifada.

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