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Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

Modi di vedere

In La leggerezza della gioventù on 15 agosto 2011 at 0:18

Ricordo bene che da piccola guardavo il mondo e lo vedevo grande, immenso e il tempo non passava mai. Un minuto era una vita. Un pomeriggio estivo era infinito. Com’era enorme il tempo tra la fine della scuola ed il suo inizio. L’estate durava il tempo giusto, per avere anche lo spazio di farmi annoiare. Poi non so. Da quale momento di preciso non so proprio, ma il tempo si è messo a correre, le ore e i giorni sono volati e così pure gli anni. Tutto era troppo breve. I fine settimana, un ballo, una passeggiata, una serata tra amici, un bacio… tutto troppo effimero, così da far sembrare breve una vita intera. Non sono più stata capace di rimpossessarmi del mio tempo e del mio spazio.
Credo sia colpa della prospettiva. Allora avevo fretta di crescere, oggi invece quella smania non ce l’ho più. Anzi a dire il vero vorrei fermarlo questo tempo maledetto. Vorrei che ci fossero ancora luoghi impossibili da raggiungere. Persone improbabili da incontrare. Storie nuove da sentire. Vorrei avere anche il tempo per annoiarmi. Ci pensavo in questo periodo di vacanza, quando alla sera nel cortile di casa stavo guardando il sole che si tuffava nel mare e l’aria tiepida mi accarezzava la pelle. Alcuni momenti dovrebbero essere per sempre. Alcune sensazioni non dovrebbero cedere al buio, alla notte. E non si dovrebbe diventare vecchi. Non perchè farlo è un’offesa fisica, ma solo perchè è un disagio mentale che ti sottrae risorse e sogni.
Non sono così sciocca da voler fermare la vita. Quella che vivo, comunque, è la migliore vita che avrei potuto sognare. Solo che sono ugualmente sciocca da sentire che davanti a me c’è spazio limitato, che non ho più il tempo per far accadere tutte le cose che ancora vorrei essere in grado di far succedere. Il mondo è piccolo. Gli aerei ti portano dove vuoi. Il mare è ristretto e pieno di gente che soffre e che cerca un approdo. C’è qualcosa che mi sfugge e che non ho la capacità e il tempo per riuscire a svelare. Vorrei capire se è giusto quello che ho fatto. Se merito quello che ho. Vorrei vedere il mondo in modo più semplice. Vorrei un mondo più semplice. Ma non riesco a togliermi la sensazione che tutto mi sfugga senza posa. Che non c’è realtà e punti fermi che tengano. Non esistono certezze. Eppure nel cortile, con la vista sul mare, una certezza ce l’ho. Forse solo un’illusione personale, ma è quanto basta per non farmi travolgere dall’ansia. Io credo di aver fatto tutto quello che potevo e di non essermi risparmiata. Ora è tempo di lasciare il testimone agli altri. Ora è tempo di vivere solo per me stessa. Ma la domanda è: il tempo mi basterà?

Il nido delle aquile

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 29 marzo 2011 at 13:24

Non esiste un’età specifica per cui non si può più realizzare un vecchio sogno oppure non sarebbe più il caso di godersi un sogno che si è realizzato, in tempi meno avversi, con sudore e fatica.
Questo, ovviamente, lo dico per consolarmi. Ho realizzato un sogno, da lungo tempo inseguito quando ormai ero al limite delle mie forze, o almeno a quello che dovrebbe essere il confine tra l’entusiasmo e la forza giovanile e il bisogno di mollare della mezza età.
Insomma, ho realizzato il mio nido delle aquile. Ho creato il “mio” luogo dei pensieri e della rigenerazione e per far questo ho superato difficoltà e organizzato il caos più assoluto, andando contromano, mentre i parenti e gli amici mi consigliavano di dedicarmi ad altro meno impegnativo hobby.
Ma quell’isola, che avevo conosciuto nei miei vent’anni, era quanto di più scomodo, arduo, abbandonato e splendido che io avessi mai conosciuto. Ogni anno quando il sole cominciava a far sentire la sua forza, una sola immagine mi si parava davanti: l’azzurro profondo di quando riaprivo sott’acqua gli occhi dopo il tuffo in quel mare. E’ strano come alcuni piaceri si trasformino in allucinazioni che non ti abbandonano neppure quando tenti di disintossicarti.
Il mio posto era lì, in quell’isola. Solo lì io sapevo ripredere contatto con me stessa. Solo immersa in quella luce e in quel mare io comprendevo le vere dimensioni dei miei sogni. Ma se è facile sognare, molto spesso è impossibile realizzare anche uno solo di quei sogni. La vita era sempre stata una fatica dedicata a realizzare qualcosa per gli altri. Strano modo di vivere. Ma spesso è l’unico modo che ti è dato di vivere. Tutte le mie fatiche per avere un luogo dove stare con mio figlio, per dargli sicurezze, per farlo vivere senza l’ansia che io invece avevo sempre dovuto controllare. E questo avevo ottenuto. Un lavoro complicato e la possibilità di realizzare per contrasto una parte della nostra tranquillità. Eppure avevo l’isola nel cuore. Ogni tanto chiedevo: “C’è qualche buchetto in vendita per me?” Mi bastava una grottina piccola piccola con la vista su quel mare, niente di più. Ma la vista sul mare costa e io lo sapevo, e sapevo anche che costava più di quanto io avrei mai potuto permettermi. Così sognavo e guardandomi in giro restauravo ogni grotta ed ogni anfratto che incontravo e che mi suggeriva la possibilità di diventare quel “luogo”. Poi la cosa fu più strana ed imprevista di quello che si possa mai immaginare. Mi ero inerpicata sopra una montagna con un amico isolano che mi aveva condotto ad un rudere ingoiato da insuperabili intrecci di rovi. Avevo guardato una vecchia casa diroccata adagiata sopra grotte buie e inospitali. L’abbandono più totale. La dimenticanza più assoluta. Chi ne era padrone non voleva venderla, ma nemmeno si preoccupava di mantenerla in uno stato decente. Avere troppe proprietà e soldi crea a volte un’insensatezza che non comprendevo. Ma così era.
Mi innamorai subitaneamente e senza speranza, Mai avrei pensato, che dopo qualche anno, in un giorno di esasperazione lavorativa e solo a causa di una fuga onirica in un sito web, così tanto per riempirmi l’anima, l’ho incontrata negli annunci di un’agenzia immobiliare. Non è passato che un attimo, avevo visto la foto e l’avevo riconosciuta subito. Mi chiamava e mi diceva: “Eccomi, sono io! Mi hai trovata e non è un caso. Ora tocca a te.” Telefonai, contrattai, l’acquistai senza neanche vederla una seconda volta. Quelli dell’agenzia non capivano tutta la mia fretta, ma come avrei potuto spiegare che era il sogno della mia vita e che lo stavo realizzando?
Ecco, come incominciò l’avventura e come incominciarono i miei ulteriori guai. Sapevo quanto sarebbe stato tutto difficile, ma me l’aspettavo e giorno dopo giorno trovavo soluzione all’irrisolvibile.
Ora il mio nido delle aquile, è la casa più alta e irraggiungibile dell’isola, con una vista da illuminare gli occhi e i tramonti più belli di quella parte di mar Tirreno. Mi siedo lì, quando è tempo di vacanza. Riempio la mia piscina idromassaggio sulla terrazza più alta e mi immergo guardando verso l’orizzonte e verso l’isola gemella, quella che è il territorio di capre e palme nane. Penso che non c’è niente di meglio che stare lì abbracciata al mio compagno senza parlare di niente ad osservare con quanta grazia il sole tramonta sul mare. E’ davvero un sogno anche oggi che so di averlo saputo realizzare. Qualcuno mi dice che sono stata coraggiosa e capace, ma io so che tutto è nato da una necessità interiore, che assomiglia più che all’abilità, alla tossicità e all’assuefazione di una droga potente. Ora io mi rifugio lì, quando posso, nella mia “Isola che non c’è”,  questo è il  nome di quel nido, e come avrete capito: luogo dedito ai sogni e qualche volta alla loro realizzazione.

129) La crociera

In Un libro al giorno on 13 ottobre 2010 at 8:00

Siccome le vie che vanno dallo Strand al Lungo Tamigi sono strettissime, è meglio camminare a braccetto. Se ci si ostina, i giovani di studio saranno costretti a spiccare grandi balzi nella mota; le dattilografe dovranno scalpitare di impazienza alle nostre spalle. Nelle vie di Londra, dove la bellezza passa inosservata, l’eccentricità deve pagare lo scotto; ed è meglio non essere molto alti, non portare un lungo mantello azzurro, o trinciare l’aria con la mano sinistra.

Soluzione
Titolo: LA CROCIERA
Autore: VIRGINIA WOOLF

trama: Si narrano le prime esperienze amorose di una sedicenne rimasta a lungo estranea all’amore. Tuttavia il suo primo approccio è del tutto negativo, lei ne rimane a dir poco disgustata, causandole anche un brutto incubo nella notte, proponendo il topos dell’incubo nel tunnel, e dunque chiaro riferimento alle idee freudiane. (da wikipedia)

36) Meno male

In Una canzone al giorno on 13 luglio 2010 at 12:15

La gente non ha voglia di pensare cose – cose negative
la gente vuol godersi in pace le vacanze estive
ci siamo rotti il pacco di sentire che tutto va male
della valanga di brutte notizie al telegiornale
C’è – L’Italia paese di Santi
pochi idraulici e troppe badanti
C’è l’Italia paese della Liberté
Egalité e del Gioca Giuè!
C’è – l’Italia s’è desta ma
dipende dai punti di vista
C’è la crisi mondiale che avanza
e i terremotati ancora in vacanza

Meno male che c’è Carla Bruni
Siamo fatti così – Sarkonò Sarkosì
Che bella Carla Bruni
se si parla di te il problema non c’è
io rido… io rido…
ambarabàciccicoccò soldi e coca sul comò

C’è l’Italia dei video ricatti
c’è la nonna coi seni rifatti
e vissero tutti felici e contenti
ma disinformati sui fatti
Osama è ancora latitante
l’ho visto ieri al ristorante!
Lo so che voi non mi credete
se sbaglio mi corigerete

Meno male che c’è Carla Bruni
Siamo fatti così – Sarkonò Sarkosì
Che bella Carla Bruni
se si parla di te il problema non c’è
io rido… io rido…

La verità è come il vetro
che è trasparente se non è appannato
per nascondere quello che c’è dietro
basta aprire bocca e dargli fiato!
Carla Bruni… Carla Bruni…

Meno male che c’è Carla Bruni
Siamo fatti così – Sarkonò Sarkosì
Che bella Carla Bruni
se si parla di te il problema non c’è

Io me la prendo con qualcuno
tu te la prendi con qualcuno
lui se la prende con qualcuno
E sbatte la testa contro il muro
Io me la prendo con qualcuno
tu te la prendi con qualcuno
lui se la prende con qualcuno
noi ce la prendiamo…

Soluzione
Titolo: MENO MALE
Autore: SIMONE CRISTICCHI

A proposito di matrici …….

In Stragi di Stato on 8 agosto 2009 at 14:40

E’ tempo di ferie. E’ tempo di gente che si muove. Chi va al nord e chi al sud, in uno scambio quasi schizofrenico. Auto, traghetti, aerei e per i meno abbienti il treno, vecchio mezzo di trasporto che negli ultimi tempi si è arrogato il diritto di chiamarsi mezzo ad Alta Velocità, almeno sulla carta, ma comunque sempre il solito vecchio mezzo che viene preso dai vacanzieri sfigati. Io che, appartenendo a quella piccola parte del mondo che non ha la patente, è di solo treno che vivo, ossia viaggio. Certo che per la mia grande passione delle isole al sud, l’ombelico dei miei viaggi è la stazione di Bologna. Già… la vecchia stazione di Bologna. Una volta quella stazione era vecchia e piena di storie, oggi quella stazione ne ha una sola, una storia terribile di sangue, una storia di morte e di terrore, una storia vergognosa di questa Italia. Lì e proprio lì, nel crocevia dei viaggi della gente qualunque, nel punto di scambio dei treni di tutta Italia avvenne la tragedia più odiosa del nostro paese. 2 agosto 1980 ore 10,25, il vecchio orologio ha ancora le lancette ferme sull’ora della tragedia. Morte e distruzione. Cose che non si dimenticano. Dolore che non ha nessuna voglia di essere deriso. Ci prova un Ministro di questa Repubblica. Ci provano altri politici. “…Debolezza di uno Stato minato dall’interno da forze antidemocratiche…” (chissà a chi sta pensando?) “Va rivisto il dogma della strage fascista riaprendo il caso Mambro – Fioravanti, i famigliari delle vittime farebbero bene a cercare i veri mandanti e i veri esecutori…” (ma no! Ma va! Anche questa dovevo sentire.)
Basta con la matrice fascista! Basta incolpare quei poveretti! Possibile incolpare solo quattro sfigati di neri? Sarebbe ora di capire chi sono i veri mandanti. Cerchiamoli una volta per tutte. Liberiamoci della mentalità di chi desidera fomentare la paura e il disagio. Fuori dalle cariche di potere di chi non vuole che le forze democratiche prevalgano sulla prassi consolidata della gestione assoluta del potere.
Basta e che sia basta una buona volta.
Io avrei potuto passare per Bologna, proprio quel giorno, in procinto di prendermi una normale vacanza, di una normale persona, in un paese normale, un paese che normale non lo è mai stato e che non ha memoria… non ci passai per una motivo banale, una causa qualsiasi, ma in quella stazione ci è rimasta la mia rabbia e il mio desiderio di verità e giustizia delusa. Continuo a prendere i treni, continuo a passare per Bologna, continuo a sentire l’odore di esplosivo e non capisco perché visto che non so quale sia quell’odore. Per favore, non chiedetemi di ascoltare i discorsi di questi politici, non li sopporto, mi fanno diventare cattiva e mi viene voglia di restituire il “favore”.

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