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Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

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“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

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La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

Nato con un destino

In Amici, amore, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 16 agosto 2011 at 10:46

15 agosto 2011

E’ da un po’ che ci penso. Guardo le foto ed i video che raccontano di te. Sei, o dovrei dire eri, un bel ragazzo dall’aria sana e dagli occhi tristi. Certo sorridevi, parlavi, ti incazzavi come ogni uomo di fronte alle ingiustizie, ma i tuoi occhi dicevano di più. Quante volte ho osservato i tuoi occhi e considerato le tue parole. Ci voleva poco per capire che eri nato con un destino. Ricordo la tua risposta al mio messaggio quando eri in carcere in Israele: “Shukran Ross, dobbiamo resistere, non possiamo dimenticare che di fronte a questi soprusi non ci resta che restare umani. Un abbraccio.” Tu ci credevi davvero ed io non riuscivo a capire come facevi a non avere paura a mettere in gioco la tua vita, la tua gioventù, la tua esuberanza maschile per un’idea. Lo sapevo bene che avevi paura pure tu e che malgrado tutto eri tu nel giusto. La mia era solo la paura che una madre ha nei confronti di quella che potrebbe essere la sorte del proprio figlio. E ti guardavo nei video con ammirazione e soffrivo sulle pagine del tuo blog  rivivendo nelle tue parole l’orrore di “Piombo Fuso“. E mi dicevo che eri pazzo… ma non sapevo dare un nome alla tua pazzia. Oggi lo so quel nome. So come si chiamava la tua pazzia perchè è un male che affligge pure me. Soffriamo per le stesse cose: sopruso e ingiustizia e per questo tu hai dato la vita. Nel tuo viso, nel tuo sorriso a volte triste, nella tua voce che a parlare di morte diventava confusa, come se le parole faticassero e fossero intralciate da quelle tue erre sempre troppo difficili da venire… ecco proprio in quel corpo concreto e umano e in quegli occhi sfuggenti di dolore io lessi il tuo destino. E non c’è lacrima da piangere o parola da dire che non sia già stata versata o detta. Si nasce con un segno nel cuore e si segue quella strada, non si può fuggire. Ancora una volta c’è chi si fa agnello sacrificale e chi uccide senza curarsi di seguire il proprio segno. Shukran Vittorio, ho un unico sogno oggi per te: riposa finalmente in pace e che il peso dei tuoi sogni ti sia leggero come il volo di una farfalla.

44) Il pettirosso

In Una canzone al giorno on 22 luglio 2010 at 12:00

“Aveva gli occhi come un pettirosso
era una donna di undici anni e mezzo
si alzò la gonna per saltare il fosso
aveva addosso un vestitino rosso.
Mentre passava in mezzo a quel giardino
di settant’anni incontrò un bambino
voleva ancora afferrare tutto
e non sapeva cos’é bello e cos’é brutto
e l’afferrò con cattiveria
lei si trovò le gambe in aria
lui che cercava cosa fare
c’era paura e c’era male”.
“E il male lo afferrò proprio nel cuore
come succede con il primo amore
e lei allora lo prese tra le braccia
con le manine gli accarezzò la faccia
così per sempre si addormentò per riposare
come un bambino stanco di giocare”.

Soluzione
Titolo: IL PETTIROSSO
Autore: GINO PAOLI

Per dare un senso

In amore, personale on 25 giugno 2010 at 22:37

Lui non era mai riuscito ad accettarlo. Come può accettare un padre lo sguardo severo del proprio bimbo che ti guarda, con quegli occhi, come a dire che vuole scusarsi perché non potrà tenerti ancora per mano, perché non saprà crescere ancora vicino a te? Come può un padre dimenticarsi di quel dolore atroce e nascosto che ti arpiona non appena quegli occhi ritornano bambini? Cosa può fare un padre se non farsi divorare dalla bestia immonda dell’impotenza e dell’inutilità.
La madre si sentiva strappare qualcosa dentro, lei aveva combattuto quel male giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, assieme al piccolo. Aveva vissuto assieme a lui molte delusioni e pochi, pochissimi attimi di speranza. Il suo era un dolore devastante, ma l’istinto la teneva all’erta, lei sapeva che con quel bambino anche quell’uomo se ne sarebbe andato, si sarebbe spento assieme ai suoi occhi.
Nessuno può capire. Non esiste comprensione, non sensibilità e nemmeno fantasia che possa farti intendere cosa vuol dire vedere tuo figlio spegnersi con la luce del giorno. “No, non ancora, non andartene piccolo mio, non è ancora tempo, non sono ancora pronto. Non potrò mai farmene una ragione.” Lei, la madre, era annientata. Provava un dolore così atroce che le sembrava di essere anestetizzata, si ficcava le unghie nel palmo della mano per cercare di sentire qualcosa che non fosse quell’assenza di tutto, ma non poteva… non era arrivato ancora il momento di lasciarsi andare e di fluire via da quel caos immobile.
Il bambino aveva suo padre. Lei aveva da pensare a quell’uomo che si stava consumando con il figlio. Lei stava perdendo tutto il suo bene e non poteva, non ce la faceva a lasciarli andare tutti e due insieme. Solo uno si poteva salvare ed era quell’uomo distrutto e senza speranza. Il bambino no, non più. Si era preparata, se mai questo fosse stato possibile, nei lunghi periodi passati in ospedale. Aveva visto altri bambini che si spegnevano come il suo. Quel male non perdonava. Ghermiva i bambini e li spezzava. Aveva stritolato il suo piccolo anche se lei aveva combattuto con le unghie ed i denti per strapparglielo. Non aveva quasi mai pianto. Si era annodata l’anima che era diventata un albero contorto e mostruoso dentro di lei.
Gli altri che la guardavano, dubitavano. Forse anche il padre del piccolo dubitava di lei. Non riusciva a capire come facesse a tirare avanti, così, dritta, come se le emozioni non la toccassero, provvedendo a tutto e a tutti, lasciando quello spazio per il padre vicino al bambino. Era lui che aveva il diritto di raccogliere quegli ultimi attimi, quelle parole pronunciate dal residuo coraggio di un bimbo che non sarebbe mai più diventato un uomo. Era il padre che raccoglieva quelle briciole, quegli sprazzi di umanità e non c’erano carezze e baci abbastanza per dimostrargli tutto l’amore che si portava via da loro. Che senso aveva la vita, se non restava più nessuno a raccogliere quei sorrisi così dolci, quell’amore così esclusivo? Non ci sarebbe stato più un altro giorno perché il sole non avrebbe avuto più motivo di riprendesi il cielo. Il tempo non aveva più spazio, l’aria si era ristretta, nessuno poteva capire, nessuno poteva consolare, niente poteva essere spiegato. Lei non si chiedeva un senso, lei era attonita e con la ragione odiava se stessa. Aveva sensi di colpa che non meritava. Ogni donna ha sensi di colpa, anche per cose futili, ma niente si paragona alla colpa di accettare che un figlio ti sia strappato via, dalle tue viscere, dalla tua pelle.
Moriva la sera e si spegnevano quegli occhi di stelle. Lui aveva consegnato incondizionatamente il suo cuore e la sua vita a quel piccolo bambino. Lei sapeva già tutto, come sempre le donne sanno, conoscono la profondità del dolore e sanno comprendere, anche senza speranza sanno donarsi con l’ultimo respiro che hanno in gola. Ora l’amore era destinato a quell’uomo, era lui che lei avrebbe riscattato, era un uomo distrutto che avrebbe difeso dalle offese della vita. Non sapeva cosa avrebbe fatto, ma era certa che avrebbe trovato la strada per ridare la vita a quell’uomo che aveva perduto tutto e con quel tutto la voglia di vivere. Ci voleva del tempo, ma ci sarebbe riuscita. Non c’era un senso, ma se un senso ci fosse stato, lei glielo avrebbe dato.
Ora era arrivato quel buio, quella notte infida che sapeva distruggere i sogni degli uomini e lasciare dietro a sé il silenzio. Tutto sembrava ombra, immobile ed immutabile.
Dopo tutto questo, non si sa come e perché, ma, il giorno dopo, si levò ancora una volta il sole.

L’amore si odia

In amore, Anomalie, Donne on 8 aprile 2010 at 22:06

Era stato quello che le aveva chiesto quell’avvocato vestito Armani, giovane borioso e rampante. Non era stato facile rispondere a quelle domande che erano mirate a farla sentire come una donna senza scrupoli e farla vedere agli altri come quello che non era. Certo quell’uomo era stato suo marito. Certo lei lo aveva amato e poi sposato, ma nessuno l’aveva preparata a quella che era la sua gelosia distruttiva. Geloso lo era sempre stato, questo lo sapeva, ma inizialmente sembrava più il gioco delle parti. Tutti le dicevano che l’amore sottintendeva sempre un minimo di gelosia, ma nessuno aveva mai tracciato il limite tra il lecito e l’ossessione. Non era riuscita a capire come quel loro sentimento si fosse trasformato in una malattia e come il loro matrimonio fosse diventato una camera a gas sempre pronta ad esplodere. Quel lavoro che lei aveva accettato era stato una manna. Lui non solo era d’accordo, visto che a quel tempo c’era il mutuo da pagare, ma l’aveva incoraggiata e prendere sempre più responsabilità e a investirci tutto il tempo che era necessario. Proprio per quella sua disponibilità alla fine l’avevano promossa a funzioni dirigenziali. Aveva iniziato a lavorare duro, ottenendo ottimi successi e soprattutto buonissimi riconoscimenti economici. I conti erano tornati, il mutuo pagato e lui era cambiato. Ogni giorno di più si irritava per gli orari di lavoro e per le telefonate che la raggiungevano anche a casa alla sera e durante i giorni di festa e le vacanze al mare. All’inizio lei aveva cercato di spiegare che quell’impiego richiedeva molta più attenzione e partecipazione che un lavoro normale, ma lui vedeva solo il fatto che lei non gli garantiva più tutta l’attenzione e la cura che si era aspettato dopo il matrimonio. Nulla era servito che lei rinunciasse anche a salutari ed indispensabili ore di sonno per risistemare la casa, con le proprie mani, come lui pensava dovesse fare ogni brava moglie che si rispetti.
Rientrando stanca alla sera, dopo dure ore di lavoro, lo trovava sdraiato sul divano a guardare la tv e allora lei si doveva occupare di preparare la cena, la tavola, e di lavare i piatti e doveva sempre essere pronta ai suoi desideri senza cadere addormentata come un sasso. E qualche volta si era addormentata per davvero. Inutile negarlo, la stanchezza e lo stress l’avevano minata. Era stato per questo che lui si era incattivito. Al rientro voleva che lei raccontasse la sua giornata e lei per i primi tempi l’aveva anche fatto, ma poi più che un dialogo amichevole era diventato il terzo grado di un giudice senza pietà. “Ma hai avuto una riunione fino alle 8? Ma a chi vuoi darla a bere? Sarai rimasta con quel Renzi a parlare e a ridere e ti sei dimenticata dell’ora. Faresti meglio a dire la verità. Non sono uno scemo! E tu non mi ci devi far passare, capito?” Ed era cominciato l’inferno. Prima le parole, poi le offese, di seguito le minacce. Molto spesso le aveva fatto paura anche se non erano mai arrivati ai fatti. Però la situazione diventava di giorno in giorno insostenibile. Lei aveva cercato di spiegargli che aveva con i suoi colleghi solo dei rapporti di lavoro, ma lui sosteneva che lei si dava troppo da fare, che voleva mettersi in mostra perché le piaceva essere ammirata, piacere a tutti insomma.
Sosteneva che lei fosse cambiata e che lui quello stato di cose non lo avrebbe sopportato oltre. Ad un certo punto si era anche posta il dilemma se fosse meglio lasciare il lavoro e tornare a fare la moglie oppure portare alle estreme conseguenze gli scontri con il marito. Aveva tentato tutte le carte di cui era capace, ma alla fine, pensando all’amore che forse una volta li aveva legati, si chiedeva ormai se fosse mai esistito. Anzi guardando quell’uomo reso cieco dal livore si era accorta di odiare quell’amore. Un giorno poi lui era passato come per caso al suo ufficio e aveva preso a male parole il Renzi, e aveva spiatellato ai suoi colleghi le confidenze, non del tutto piacevoli, che lei gli aveva fatto sull’uno o sull’altra, quando era ancora agli inizi del suo incarico. Alla fine poi aveva raccontato con dovizia di particolari quali erano le sue preferenze in fatto di sesso, rendendola ridicola e minando la sua autorità. Quando, il giorno appresso, era tornata in ufficio, aveva trovato un tale atteggiamento che alla fine, rendendosi conto di ciò che era successo, aveva dovuto licenziarsi perché la vita lì , in quel posto, non sarebbe stata più possibile.
Questo era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Lei aveva chiesto la separazione ed ora lui chiedeva di rientrare in possesso della loro casa, facendola apparire indegna e tentando di screditarla di fronte a tutti e soprattutto di fronte al giudice. Quel damerino dell’avvocato le aveva fatto delle domande odiose alle quali lei non poteva che rispondere “Sì!” o “No!” e che la facevano apparire una donna senza principi, ponta a trascurare la famiglia per il suo tornaconto. “Ma poi quel santo marito l’aveva mai picchiata? No di certo! Pertanto come faceva a sentirsi minacciata?” E lei pensava che un uomo avrebbe potuto accettare di essere trascurato per permettere a lei di prendersi le sue “soddisfazioni personali?” A lei sembrava che il giudice la guardasse male, ma era sicuramente un’idea sua, d’altra parte si sarebbe sentita meglio se il giudice fosse stato una donna, mentre si pentiva di aver scelto un’avvocatessa, in quanto le sue parole, anche a lei, sembravano poco credibili. La sua vita aveva subito uno stop, ora però stava tentando di ripartire in un altro posto di lavoro, ma si accorgeva di non avere più la stessa verve, stentava nei rapporti con i colleghi d’ufficio, perché temeva di essere criticata e aveva l’incubo che suo marito le rovinasse anche quello. Era orribile quello che le era capitato: da una parte le pareva di aver subito una violenza fisica e dall’altro le pareva di essere colpevole per quella stessa violenza. La cosa che la spaventava di più era che ora sapeva che l’amore si poteva anche odiare e che aveva il dubbio di essere lei la colpevole di tutto.

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