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Una grandissima carota per i “choosy”

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Giovani, Informazione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt on 13 novembre 2012 at 17:50

Per governare un paese oppure per poter giustificare le inadeguatezze di una classe politica e dirigente di un paese, bisogna avere il naso lungo e/o una grande faccia di bronzo.
Parlando, i nostri politici, gustificano l’incapacità loro di uscire dal pantano di una crisi economica che è crisi di sistema, quello liberista per intenderci (sistema che non abbiamo creato noi e al quale ci siamo adattati in tantissimi a malincuore) le nostre pretese e i nostri diritti di lavoratori, che ci siamo guadagnati in tanti anni di lotte. Non si tratta di una nostra gravissima responsabilità: non ce la siamo spassata, non abbiamo voluto un reddito che andava al dilà di quello che ci meritavamo, e se abbiamo comprato un sacco di merci che a seconda di chi ci parla o avrebbero fatto girare l’economia oppure sarebbero stati nostri capricci relizzati. Insomma se alla fine  siamo ridotti così dite che è colpa nostra e per nostra e noi,  intendo la classe dei lavoratori. Una volta si chiamavano proletari, ossia quelli che avevano prole, ma col tempo sono diventati solo consumatori accaniti di tv a colori, auto, telefonini e amennicoli elettronici vari. Per la vostra grande gioia, comunque e per i vostri guadagni. Comprare quelle merci che si poteva semplicemente firmando cambiali ed ottenendo finanziamenti generosi  e mutui dalle banche. Ecco, noi siamo gli ex proletari spreconi, che hanno ridotto al lastrico questo paese e che hanno dato i natali a questa razza di “schizzinosi” che vogliono lavorare senza sporcarsi le mani ed essere valorizzati per quello che hanno studiato. Ecchecazzo no! Bisogna prendere quello che arriva ed è davvero da schizzinosi non raccogliere le cassette da 500 kg. di pomodori al lauto rimborso in nero di 3,00 euro alla cassa per poter arrivare a fine giornata con il guadagno di ben 30,00 giornalieri. Ebbeh, con le vostre manine da studentelli cosa sperate, forse che la cultura vi dia da mangiare?
Vi hanno raccontato che i vostri genitori hanno scialato e adesso aspetta a voi tirare la cinghia. Vi hanno detto che sono stati questi genitori insensati a mangiarsi il vostro futuro eppure voi li avete visti alzarsi presto al mattino, imbucarsi nei loro laboratori, case, fabbriche, negozi, uffici e tornare a casa a volte stravolti di stanchezza, con nemmeno la voglia di consumare se non di preparare la cena. E siete stati voi ad essere consegnati alle mani amorevoli dei nonni, per chi era fortunato, oppure a qualche ragazza alla pari, alla baby sitter oppure al nido (che anche quello pubblico si portava via più della metà dello stipendio di vostra madre). Eppure avete visto che si cercava di risparmiare su tutto: il supermercato più economico, i discount, le luci spente dietro le spalle, le finte-griffe e così via per illudersi che pure noi si poteva… e invece no non si poteva e non si sarebbe dovuto potere.
I soldi per il mutuo della casa, perchè era l’unico modo per poter vivere tranquilli e sicuri in un posto senza esserne cacciti. I soldi per la scuola dei bambini (due al massimo, uno meglio e zero ancora meglio). Già, allora c’era la scuola pubblica, adesso è un po’ diverso, ma non è che costava meno, Ogni anno tra i 500,00 e i 600,00 euro solo di libri, senza contare tutto il materiale didattico necessario, persino la carta igienica e quella delle fotocopie perchè la scuola è un’azienda ed è proprio per questo che non deve sborsare una lira. E la salute, che se ce l’hai è un gran bene, perchè se ti manca sei proprio rovinato in tutti i sensi. Anche l’ospedale è un’azienda privata che funziona meglio se sei tu a pagarla due volte.
Insomma volete un futuro cari schizzinosi di oggi? Chiedetelo a quella massa di festaioli invertebrati dei vostri genitori che se nel tempo non ci hanno pensato, oggi a voi non possono che presentare delle sentite scuse.
Eh no, cari signori dell’economia e del governo globale, gli uomini e le donne che hanno cresciuto i loro figli non ci stanno più. Non hanno sensi di colpa e sono incazzati neri, perchè non solo hanno dovuto sottostare alle vostre leggi di mercato e del lavoro, ma oggi devono svendere se stessi, il loro futuro e puranco quello dei loro figli.
Perchè noi abbiamo lavorato come dei muli. Abbiamo pagato le tasse. Abbiamo costruito uno stato sociale che se era per voi ce lo saremmo sognato. Abbiamo prodotto quel surplus di merci e di profitti che vi hanno ingrassato ben bene. Abbiamo consumato come dei forsennati perchè era solo così che si permetteva alla vostra economia di girare. Abbiamo passato notti insonni a cercare di risolvere i nostri problemi e quelli dei nostri figli. Li abbiamo fatti studiare in una scuola che voi avete reso superficiale ed ignorante. Abbiamo difeso con gli scioperi i nostri diritti altrimenti ci avreste reso schiavi delle vostre macchine. Abbiamo pagato la nostra cultura e quella dei giovani per non dover ancora subire nell’ignoranza e nell’incapacità di tenervi testa. E oggi che fate? Ci sputtanate con i nostri figli e sputtanate i nostri figli ai nostri occhi?
Senta cara ministra “choosy” ci sarà lei e tutti quelli come lei che non hanno mai tirato la carretta. Senta caro presidente non è colpa del costo del lavoro e del sistema pensionistico se l’Italia fa acqua da tutte le parti, ma delle sue aziende preferite che si chiamano banche e anche e non se lo dimentichi che il lavoro ci aspetta di diritto, visto che questa Italia è basata davvero solo sul lavoro e per fortuna noi sappiamo lavorare.
Se avevate bisogno di schiavi potevate nascere all’ombra delle palme prima che venissero costruite le piramidi, che forse era l’unico tempo che avreste gradito, sempre che foste voi e solo voi il faraone di turno.
Ai nostri figli infilate la carota dove va bene e pretendete che la sopportino con il sorriso sulle labbra. Le uniche promesse per i giovani che vengono mantenute sono le nostre, quelle di pensare a loro fino alla fine dei nostri giorni. Finchè un futuro venga dato loro e quel futuro, purtroppo, è fatto dei nostri piccoli risparmi e della nostra inconsulta abitudine a risparmiare per i tempi di carestia, non dalla vostra lungimirante previsione economica e dai vostri sacrifici personali o di classe.
Se qualcuno non è mai stato toccato questi siete voi e i vostri capitali ben nascosti. Se è il bastone e la carota il vostro mezzo di comunicazione, temo proprio che un giorno potreste pentirvene. Non certo per un’ Italia mandata in bancarotta, o perchè il bene per il vostro paese non è nelle vostre note , ma unicamente per il fatto che se mai troveremo il modo di tornare in possesso di quel bastone e di quella carota, magari prima o dopo potremmo farvelo assaggiare solo per il gusto di restituirvi il piacere.
Potreste dover assaggiare una grandissima carota e questa volta destinata solo a voi cari choosy di Stato.

Cuore di mamma

In amore, auguri, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 8 Mag 2012 at 22:05

Non so, un po’ mi vergogno di comportarmi in modo così sdolcinato, ma certo che è sempre una grande emozione vedere il proprio figlio laurearsi. Voglio dire che è una cosa di per sè particolare su cui emozionarsi, anche se so bene che al cuore di mamma comunque ogni scarrafone e bello a mamma sua. La questione è che non c’è solo l’amore di mamma, che vede il suo ragazzo, che qualche tempo fa era un bambinetto dagli occhi dolcissimi, diventato grande e grosso è che comunque, ogni volta che lo vede, le sembra più grande e più grosso della volta precedente. Non è lui che cresce, si sa e lei che ne perde ogni volta la misura.
E poi è così strano vederlo vestito un po’ curato, non era successo mai. Il suo massimo era un paio di pantalonacci blu con una camicia stropicciata. Ebbé almeno una volta nella vita: pantaloni nuovi rossi (grande eccezione perchè i colori forti non gli piacevano mai) e poi il gilè coi bottoni e la camicia bianca con il papillon rosso, la giacca no, perché fa troppo caldo.
Che stranezza un figlio vestito bene seppur in modo eccentrico, non l’ha fatto mai eppure per questa laurea aveva consumato più di un’ora del suo tempo per correre con me in un negozio e scegliere proprio quell’abito che comunque, conoscendolo, non avrebbe fatto il monaco. Almeno questo era il concetto. Chissà se mai lo rimetterà? Non credo, almeno non prevalga la sua natura di ragazzo parsimonioso e allora tutto si usa, fino allo sfinimento, finchè non c’è più modo di rattoppare e aggiustare.
Mio figlio ha la sua laurea e ha raggiunto la sua meta. Non il suo fine, solo una delle tappe per riprendere la salita. Come molti ragazzi d’altra parte, tutti pronti allo start per il loro futuro in un mondo che futuro non ha. Sarà la crisi che ha rubato il futuro ai nostri figli? Davvero non so. Le cause sono molte e più ci penso e più ne scopro e mai nessuna sufficientemente valida per causare una così terribile penuria di sogni.
I nostri figli non sognano e se sognano non ce lo fanno sapere, forse sanno che tanto li amiamo e tanto ci sfianchiamo per loro, per consetire a loro una vita decente e con un minimo di soddisfazioni, che se ce lo facessero sapere ci scanneremmo ancora di più.
Ma torniamo al punto, quel ragazzone che mi sembra sempre più grande ogni volta che lo rivedo ha preso il suo attimo di gloria, e sembra diventare più uomo e io leggermente più piccola e vecchia. Niente che mi dispiaccia però, ho fatto un buon lavoro e sebbene ogni mio pensiero abbia contenuto sempre un po’ della sua presenza, lui è stato comunque il centro della mia vita.
Ora credo che in qualche modo dovrò pensare ancora a lui perchè è così che la vita vuole, ma non dovrò più pensare per lui e decisamente c’è una bella differenza. Non che lo riuscissi a fare in modo preciso nemmeno prima, ma mi pareva che un po’ di bisogno lui l’avesse sempre  e comunque.
In una mattina calda di sole, in una città che se l’era preso per il tempo dei suoi studi, ho abbracciato mio figlio che subito prima di entrare a discutere la sua tesi mi ha fatto vedere la dedica:
A mia madre che con il suo amore e il suo coraggio mi ha insegnato a sorridere alla vita. Grazie.
Quale dono più bello? Quale compenso migliore anche se mai e poi mai mi pareva di dovermi aspettare tanto lusso? Eccolo lì con l’alloro in testa e il suo viso scanzonato che abbraccia la nonna che ha mirato per prima. Quella nonna che si era alzata coraggiosamente all’alba e camminando incerta con il suo bastone, si era sobbarcata un lungo viaggio per raggiungere l’Università in un’altra città, le sue cugine-sorelle che vanno pazze di lui e lui di loro, la sua amica del cuore che da sempre c’è come c’è lui per lei, gli zii e gli amici. Io mi sono riempita gli occhi e mi sono scordata di me. Macchisenefrega se sono la mamma e il suo abbraccio mi cerca per ultimo, lo so che non importa se comunque è il più lungo, un po’ ci vergognamo, un po’ ci pare di rubare qualche cosa agli alti, ma fra noi non serve e lo sappiamo, fra noi basta solo uno sguardo, lui sa e io so che comunque ci saremo e comunque il nostro amore resterà anche in barba agli affanni e alle offese della vita, malgrado la possibile assenza e anche alla probabile perdita che sta nell’ordine delle cose.
Tutto questo vale altrettanto e forse più del suo caparbio 110 e lode e la vita scorre sempre con il suo sorriso sornione e generoso e noi con essa.

ReLOVEution

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani on 17 ottobre 2011 at 10:02

Avrei voluto essere a Roma ieri perché credo sarei stata me stessa, mi sarei sentita viva. Ho avuto questa sensazione dentro di me tutto il giorno, sentivo che il mio posto era lì, con voi e con altre 300mila persone circa. Invece sono stata alla laurea di un’amica. Quegli avvenimenti a cui non si può mancare, un po’ di circostanza forse. Non è la prima volta che mi sento così, un po’ fuori posto, un po’ fuori rotta, o semplicemente “fuori”… Perché il “dentro” è studiare per laurearsi bene, in tempo, e trovare lavoro per mantenersi e prendersi una casa con marito e fare dei figli con i quali sentirsi tutti una famiglia.

Così va la vita, dicono.

Dicono appunto, io non lo credo e i fatti me lo dimostrano.

Ha senso studiare per laurearsi se poi un futuro dietro ad una laurea non c’è? Ha senso farsi il “culo” (a volte per niente perché imparare le cose mnemonicamente non credo abbia senso e spesso all’università così è richiesto) per un’incertezza? Nemmeno il più scarso economista (visto che il mondo sembra girare esclusivamente intorno ad interessi economici) farebbe un investimento alla cieca senza la certezza di un minimo profitto.

Ieri la mia amica è stata bravissima nel portare a termine il lavoro che le era stato richiesto, ha fatto un’esposizione di tesi eccellente e ha ricevuto anche i miei complimenti perché le voglio bene.

Ma dentro di me pensavo a come e su cosa si stesse discutendo: parole al vento su tesi obbligatorie che portano a conclusioni di certo spesso non banali ma sicuramente teoriche (almeno nel campo della ricerca in biotecnologie sanitarie, l’argomento della laurea) quando le questioni, o meglio le argomentazioni io credo debbano essere ben altre.

E’ appunto di futuro che si sta parlando.

Quando mi volto, alle mie spalle vedo solo “cemento” che non fa traspirare, che mi ostruisce ogni passaggio, che mi toglie l’aria. Vedo violenze senza senso o forse con l’unico senso di far passare un messaggio di provocazione e timore come negli scontri di ieri, con l’unico scopo di creare panico e l’incertezze che rendono l’uomo più debole su tutti i fronti. Vedo persone a me care che vanno in cassa integrazione quando per anni hanno svolto diligentemente il proprio lavoro, quel lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente. Vedo gente senza amore che costruisce sé stessa sulla disperazione degli altri, vedo debiti pubblici alle stelle che non si sa come sanare mentre politici inadatti rimangono incollati alle (im)proprie poltrone dorate, lasciando il Paese allo sbando, senza curarsi delle conseguenze.

Avrei voluto essere a Roma per sentirmi parte di un tutt’uno, per far parte di un “oceano” credo migliore, ma non posso esserne certa.

So per certo però che tutte quelle persone in corteo, tutte quelle energie riunite hanno creato un flusso ricco di pensieri di cambiamento globale e di ReLOVEution (mi piace molto questo termine), un’onda di speranza.

L’oceano che per esempio non ho mai ritrovato in discoteca dove dovrei andare stasera, in cui vedo solo tanti corpi vuoti a ballare una musica sconnessa, che ha poco a che vedere con me.

Io voglio essere connessa, voglio entrare in frequenza, voglio far parte di questa spirale in crescita, sono avida di crescita, di novità, di libertà, di sapere, di entusiasmo, di musica, ma di musica “giusta” però!

Oggi ho parlato per ore con i miei facendo una sorta di comizio, in auto, mentre stavamo andando a pranzo in un agriturismo in quel di Vicenza per il compleanno di mia zia.

Non dovevano interrompermi e non l’hanno fatto perché credo abbiano capito che in quello che dicevo c’erano la mia anima, la mia mente e il mio cuore. Ho spiegato loro che c’è già chi mi “ruba” o meglio mi annebbia il futuro, non mi serve anche chi mi soffoca la libertà. C’era un film che diceva “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”, ebbene credo sia tutto collegato.

Speranza, libertà, futuro, non sono solo 3 belle parole da circostanza che ci stanno sempre bene, non sono una sorta di libertè, fraternitè ed egalitè stampate su una moneta a cui più nessuno fa conto, o un semplice traguardo di “resistenza” non contestualizzata nei vari periodi storici, e che vanno bene anche ora. No, sono ben altro. Sono dei pilastri, le fondamenta sulle quali pretendo si appoggi la mia di vita, che mi permettono di non affondare. Non si affonda solo fisicamente, credo che la morte psichica o quella delle idee sia ben peggiore… essere quella che non voglio, non riuscire ad essere me stessa, tutte queste circostanze potrebbero essere la pesante incudine che mi porta sul fondo. Una scelta obbligata potrebbe essere quella di liberarmene prima che sia troppo tardi.

Non dimentico che i cambiamenti spesso richiedono sacrifici e a me non sono mai piaciuti gli out-out per cui ho provato a far capire loro che preferirei evitare tutto ciò. Spero abbiano capito.

Lasciatemi il mio coraggio di sognare, fatemi credere ci sia la possibilità di un mondo migliore!

Se non volete sia il vostro mondo quello sul quale operare dei cambiamenti non è un problema mio, non è detto però che non possa esserlo il mio, come anche il tuo Franca, quello di Mario e di tutti quelli che sono arrivati a Roma per manifestare pacificamente.

Ho rivisto la solita ansia di mia madre nella tua preoccupazione di ieri, mi sono decisamente riconosciuta in tuo figlio.

Ma mi rendo anche conto che l’amore di madre sia sempre presente e sia un legame fortissimo che a volte se mal intrapreso possa creare dei problemi.

Grazie per la tua testimonianza, di certo comunque non è finita qui…

Un abbraccio,

Francesca

1 dicembre 1943

In Nuove e vecchie Resistenze on 3 febbraio 2011 at 15:55

Foto colori di manifestazione antifascista
Ricordiamo: Il Rettore dell’Università di Padova chiama i suoi studenti alla rivolta e alla resistenza antifascista.

Studenti dell’Università di Padova!
Sono rimasto a capo della Vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio ed al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.
Oggi il dovere mi chiama altrove.
Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che – per la defezione di un vecchio complice – ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell’anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell’Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di venti anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l’anima vostra. Ma quelli che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il loro grido e si sono appropriata la vostra parola.
Studenti: non posso lasciare l’ufficio di Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costruire il popolo italiano.
Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.
Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.

Il Rettore: Prof. Concetto Marchesi

Tornano i Katanga?

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 gennaio 2011 at 20:58


A volte la Storia va letta anche nei piccoli particolari, perché proprio per le dimensioni, riescono a sfuggirci.
Inutile tergiversare questa è la vera storia dei Katanga raccontataci da Jacopo Fo o almeno questa è la storia senza la bellezza della leggenda.

Il Servizio d’Ordine e’ criminale?
“Cosa succede quando gli studenti si organizzano militarmente? E’ un bene?
Troppi dei commenti ai miei articoli dei giorni scorsi sono intrisi di parole gravi. E’ indiscutibile che una grande fetta di giovani non ne può più di questa Italia corrotta che ruba il loro futuro. Hanno ragione. Hanno tutte le ragioni. Ed è ovvio che di fronte a una polizia che picchia ci sia qualcuno che si stanchi di porgere l’altra guancia.
Siamo di fronte a un bivio storico per il movimento studentesco: bisogna scegliere se e come intraprendere la via violenta.
Io credo che a volte non bisogna solo decidere se un’azione sia giusta; bisogna anche valutare se con quell’azione si possono ottenere i risultati desiderati.
L’Anc di Nelson Mandela ad un certo punto della sua lotta contro il fascismo razzista sudafricano intraprese azioni violente ma ad un certo punto decise di interromperle perché sarebbero state controproducenti e grazie a questa elasticità di pensiero ottenne la parità dei diritti per i neri.
In questo momento molti sostengono la necessità di costruire un servizio d’ordine efficiente, che impedisca ai provocatori e alle frange violente di usare i cortei come palcoscenico e come protezione per le loro scorrerie a sfasciar vetrine.
Vorrei qui raccontare cosa successe nel 1969 quando il Movimento Studentesco di Milano si trovò di fronte allo stesso problema.
Credo che la nostra storia possa offrire informazioni interessanti, utili per i giovani che oggi devono decidere che fare e come farlo.
E questo anche perché pochi hanno raccontato cosa successe veramente.
Leggo ad esempio, con raccapriccio, sul Corriere, l’intervista a Mario Martucci, che era tra i capi dei Katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco.
In questa intervista Martucci, oggi passato a posizioni politiche centriste dopo un transito alla corte di Craxi, magnifica le capacità dei Katanga nell’evitare sfasci di vetrine. Vero.
Ma Martucci tace su tutto il resto.
Per una serie di casi, mi trovai alla Statale di Milano quando venne annunciata la fondazione dei Katanga, che ancora non si chiamavano così.
I fasci avevano compiuto una serie di assalti e imboscate mandando all’ospedale molti compagni. Tramite il passaparola un centinaio di “compagni fidati” erano stati convocati in un’aula dell’Università Statale (Lettere). Un ragazzone fece un discorso molto breve. Disse grossomodo: i nostri compagni sono all’ospedale, uno e’ gravissimo, qui non parleremo di questo, siamo qui perché dobbiamo vendicare i nostri compagni. E’ ora che il movimento risponda alla violenza e per inciso abbiamo deciso di strutturare un servizio d’ordine permanente, dobbiamo sapere su chi possiamo contare. Ora discutiamo di come farla pagare ai fascisti. Usciamo di qui e andiamo a fargli visita. Chi non se la sente esca subito.
Io avevo 14 anni e non me la sentivo proprio. Così mentre un compagno distribuiva spranghe a tutti i presenti, una sessantina, io e qualche altro e quasi tutte le ragazze ce ne uscimmo. Mi vergognavo tremendamente… Ma non avevo mai dato neppure uno schiaffo a qualcuno e non me la sentivo proprio di partecipare a un raid a bastonate.
Nella mia testa non passò neanche il minimo dubbio sul fatto che comunque quei compagni stessero agendo giustamente. Avevamo subito pestaggi e assassinii e ad eccezione di qualche reazione spontanea durante le cariche della polizia non avevamo mai dato una risposta organizzata alla violenza del potere.
In effetti poi qualche perplessità la sentii, nella mia coscienza, quando una compagna, con qualche anno più di me, che aveva partecipato al raid mi raccontò cos’era successo.
Era restata un pò sconvolta anche lei… Erano arrivati da varie direzioni in San Babila, erano entrati contemporaneamente in due bar ritrovo dei fascisti, massacrando tutti gli avventori giovani, in sei o sette erano finiti in ospedale con varie fratture e commozioni craniche. Era un’azione di giustizia sommaria e non c’era modo di sapere che livello di responsabilità avessero quei ragazzi presi a bastonate. Essere in quel bar era una prova sufficiente della loro colpevolezza?
La mia amica era restata scioccata anche dalle istruzioni che un pazzo dava in macchina mentre andavano in San Babila (percorrendo un lungo giro per arrivare dal lato opposto). I consigli vertevano sui punti da colpire per provocare danni permanenti senza uccidere: gomiti e ginocchia.
Mi chiesi se non fosse una cosa orribile. E decisi che quel modo di ragionare era mostruoso ma in fondo non lo condannai completamente… Erano “compagni che sbagliano” ma comunque erano compagni.
Non partecipai alla prima assemblea del servizio d’ordine al completo. Ma ne ebbi un racconto dettagliato. Si trovarono circa trecento compagni scelti tra i più validi e fidati. Erano presenti anche una ventina di ragazze tra le quali una mia amica che era veramente imponente. Il primo intervento lo fece Luca Cafiero, che era professore, eletto anni dopo al parlamento come indipendente nelle liste del PCI e ora filosofo. Iniziò dicendo: “Fin dai tempi delle rivolte degli Iloti contro l’aristocrazia ateniese, il sasso e’ stata l’arma principale dei ribelli”.
Le prime azioni dei Katanga furono in effetti improntate sulla tradizione della falange greca.
Storico fu il primo assalto frontale contro la polizia qualche settimana dopo.
I Katanga attaccarono frontalmente le forze dell’ordine in ranghi serrati. Le scariche di pietre venivano lanciate contemporaneamente da ogni fila che ubbidiva alle grida del capocordone.
La polizia non era preparata a reggere la carica e il corpo a corpo con un quadrato compatto di uomini che permetteva a quelli della seconda e terza fila di lanciare pietre a distanza ravvicinata mentre già la prima fila iniziava a colpire con le spranghe. E mentre le spranghe delle seconda fila venivano a dar man forte a quelle della prima fila, la terza fila e la quarta continuavano a scagliare pietre.
Notevole fu poi la capacità dei Katanga di ritirarsi subito dopo l’assalto devastante e disporsi dietro ai “Giornalisti Democratici”. In questo modo i poliziotti inferociti massacrarono i giornalisti. Il giorno dopo il Corriere della Sera uscì con articoli di fuoco contro le Forze dell’Ordine che scavalcarono a sinistra i volantini del movimento.
I Katanga si allenavano in palestra, avevano una disciplina impressionante, marciavano in formazione e difendevano i cortei in modo estremamente efficiente.
Le cose iniziarono a migliorare.
Salvo per il fatto che avevamo alzato il livello dello scontro e qualche compagno ci rimise la pelle.
Fui sconvolto vedendo Santarelli rantolare dopo che un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo lo colpì in pieno petto. Morì di lì a poco. Ma l’orrore che provai non mi fece venir dubbi sul percorso che stavamo seguendo: la polizia e i fascisti ci attaccavano quotidianamente e noi dovevamo difenderci. I Katanga erano quello che ci serviva. Ogni compagno che moriva ci rendeva più determinati a combattere.
Ma ben presto iniziarono le scissioni. E ogni gruppo che nasceva si costruiva il suo servizio d’ordine. Io entrai nel Gruppo Gramsci che aveva il servizio d’ordine più minuscolo e sfigato della città. Eravamo una ventina.
Poi successe che il Movimento Studentesco, che era diventato anch’esso un “partito”, diretto da Capanna, perse alcune assemblee di facoltà, cosa gravissima perché permetteva ai vincitori di chiamarsi Movimento Studentesco di quella facoltà. Mentre quelli restati con Capanna rivendicavano l’esclusiva della sigla MS.
Dalla sconfitta in assemblea scaturirono accuse di brogli e cammellaggi e iniziarono le botte. Decine di feriti in tutta la città. Poi iniziarono i pestaggi nei licei. Al Berchet, dove studiavo, arrivarono in 4, all’ora di uscita, uno aveva una lista di nomi in mano. Chiesero: “Chi è Minervini?” Minervini li guardò perplesso: “Sono io.” Gli saltarono addosso con le chiavi inglesi e lo lasciarono per terra sanguinante. Non facemmo in tempo a reagire che erano già scappati a bordo di un maggiolino.
Indiscutibilmente i Katanga erano molto abili.
Ma scatenarono una guerra che durò mesi e che arrivò a parossismi come l’assalto a Scienze presidiata da un migliaio di militanti armati di bastoni e pietre. I Katanga arrivarono in formazione da combattimento, disposti in quadrati composti da un centinaio di uomini ciascuno.
Solo l’intervento della polizia evitò una battaglia campale tra gli eserciti dell’estrema sinistra.
Poi ci fu il massacro dei militanti di Lotta Comunista, che diedero l’assalto alla Statale e furono picchiati selvaggiamente con scene di bassa macelleria.
Per un paio di anni i feriti a causa degli scontri tra compagni furono più del doppio di quelli causati da fascisti e polizia.
E molti episodi che vennero denunciati come aggressioni fasciste erano in realtà scontri tra compagni. E ci furono casi gravissimi che vennero nascosti. Ad esempio quando un dirigente trotschista si trovò sotto casa una squadra di Katanga e reagì sparando.
Ovviamente questa lotta fratricida disgustò molti e fu la causa principale di un allontanamento di massa dalla politica.
E fa un po’ senso che a distanza di 40 anni il Corriere della Sera pubblichi un’intervista nella quale l’ex comunista Marcucci si vanta sostanzialmente delle proprie gesta. E anzi racconta, con una punta di vanagloria, di quando fece mangiare a Gad Lerner una mozione che Gad aveva appena scritto. Martucci ricorda male, non eravamo al Berchet ma a Scienze, in aula magna, mi pare il giorno precedente alla marcia dei Katanga sulla facoltà.
E Gad non si rimangiò molto. Visto che c’eravamo anche noi a presidiare Scienze. E anzi le minacce di morte di Martucci furono tra le gocce che fecero traboccare il vaso e che portarono alla decisione di tutti i gruppi milanesi di coalizzarsi per fermare i Katanga. C’erano quelli di Architettura che avevano sbaragliato la polizia per un’intera notte, c’era Lotta Continua, che si portava dietro la Banda Bellini, duecento ragazzi delle periferie che si ritrovavano in una palestra di boxe, e c’erano Lotta Comunista e Avanguardia Operaia, più una decina di gruppi minori.
Io mi chiesi se sarei riuscito a picchiare un compagno.
Io facevo politica per cambiare il mondo ma mi rendevo conto che stavamo facendo ben altro.
Quel giorno ebbi la sensazione che fossimo arrivati alla fine del movimento.
Mi dissi che non avevo voglia di dare una sprangata a un compagno e mi ritirai nelle retrovie. Non sapevo che cosa avrei fatto se i Katanga avessero sfondato la prima linea e mi fossi trovato di fronte la carica delle falangi di Capanna.
Avevo una spranga in mano, nessuna voglia di usarla e una grande amarezza dentro. E benedissi la polizia quando arrivò e si mise tra noi e i Katanga. E lo fece anche in modo incredibilmente pacifico. Peraltro nessuno aveva intenzione di attaccare la polizia: eravamo lì per picchiarci tra di noi.
Pochi dei giovani di allora hanno raccontato questa parte meschina della rivolta degli anni settanta. Ed e’ un peccato. Se non si digerisce la propria storia si espongono i nostri figli al rischio di compiere gli stessi errori. Se i partigiani ci avessero raccontato anche la parte sporca della guerra di liberazione (ci fu anche questo) forse noi avremmo riflettuto un po’ di più prima di decidere che il migliore strumento a nostra disposizione per cambiare il mondo era un tondino di ferro lungo 50 centimetri.
Non dico che la rivolta studentesca fu solo una storia di servizi d’ordine. Dico che a un certo punto la logica della violenza riuscì a mettere in secondo piano, nei fatti, la nostra lotta per il cambiamento. Eravamo troppo impegnati a difenderci e contrattaccare militarmente per occuparci con energie sufficienti di costruire il nuovo.
La violenza non e’ solo orribile. Possiede anche una straordinaria forza di accentrare su di sé le energie. Se inizi a praticare la violenza essa finisce per monopolizzare le tue migliori capacità. E’ difficile combattere e pensare nello stesso momento.”

Cordone ombelicale

In Cultura, Disoccupazione, La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 18:38

Era partito. Era normale, una delle tante volte. Doveva fare la sua vita. Da qualche anno era studente fuori sede, come succede a molti. Questa cosa, abitudinariamente, non la metteva troppo in agitazione. Ormai era grande e sempre molto autonomo. S’era preoccupata, giustamente, quella volta che era partito per l’Inghilterra, così, all’avventura, per starsene via un anno. Quella volta sì che aveva avuto paura. Era ancora ragazzino e di per sé sempre impreparato e tendente alla disorganizzazione. Neanche a dirlo, quella volta, era stata lei, dall’Italia, a trovargli una stanza per dormire, dopo la sua telefonata allarmata: “Qui piove a dirotto, mi si è rotta la valigia e mi hanno dato via la stanza che mi aveva promesso una ragazza.” Robe da non crederci, si era fidato della parola di una ragazza che nemmeno conosceva. Robe classiche, robe da lui.
C’erano state altre volte che le aveva vissute con una certa agitazione, ma tutto sotto controllo, perché a quelle due manifestazioni c’era andata pure lei, senza che lui sapesse niente e si era pure presa i lacrimogeni e le cariche della polizia. Poi c’era stata anche quella volta di Genova, ma, per fortuna, non era partito, perché era sotto esame di maturità. Era stata una fortuna perché sarebbe morta di paura, mentre seguiva per TV, passo a passo, quella maledetta manifestazione, fino al suo terribile epilogo. Certo che avere un figlio all’Università non dovrebbe essere pericoloso. Queste cose se le diceva per consolarsi. Il pericolo più evidente era avere un figlio che non aveva voglia di laurearsi, ma non era il suo caso. Magari, pensandoci bene, l’altro pericolo era vederlo laureato, senza un futuro davanti, ma ormai con quest’ultimo problema ci aveva già fatto il conto. Un nuovo laureato in Storia, c’era proprio da star tranquilli; no? Un altro ragazzo colto e serio a girare le strade.
Lei non è che lo vedesse migliore o peggiore degli altri, sapeva bene quali erano i suoi pregi e i suoi difetti, non lo aveva mai difeso a priori, anzi. Ma adesso i tempi si mettevano male. Non solo per i tagli all’Università, ma anche per una miope politica sul lavoro e sul valore dell’istruzione e della cultura. Non potevano accusarla di essere di parte, lei queste cose le aveva sempre difese. Salute ed istruzione (pubblica) erano primarie, in qualsiasi tempo e in qualsivoglia paese. E adesso c’era pure suo figlio ad affrontare il problema, muro contro muro.
La sua Università era già occupata come molte altre e gli studenti invadevano le strade per protestare. La polizia li fronteggiava, e li menava, sempre più incattivita da stipendi da fame e lavaggi del cervello. Tutto come 42 anni fa. Tutto uguale, niente diverso. Ma oggi c’era suo figlio tra quegli studenti e lo vedeva in ogni ragazzo ripreso nei video amatoriali su youtube, come vedeva, in loro, anche tutti i suoi amici che bazzicavano per casa da sempre.
Cuore di mamma. Cordone ombelicale non ancora del tutto reciso. Si rimproverava lei, poco convinta. In fin dei conti se la prendeva anche per gli altri e non li aveva mica partoriti tutti quei ragazzi che combattevano quella giusta guerra, eppure di tutti si sentiva madre. Poi quel giorno che era partito si sentiva strana, aveva come un presagio, tentava di trovare le parole per fermarlo, anche se solo per un momento di più. Che voleva dire? Solo paura oppure premonizione? Lui era partito e lei avrebbe voluto dirgli: perché non ti fermi un po’ di più con me? Ma non l’aveva fatto. Mai mostrarsi troppo apprensiva. Temeva di condizionare le scelte del figlio e questo non lo voleva proprio. Pertanto se ne stette zitta e ingoiò la sua preoccupazione.
Era sera, accese la televisione per sentire il telegiornale, per avere qualche notizia in più. Non sapeva in che canale era sintonizzata perché le immagini di una manifestazione l’avevano ipnotizzata, poi sentì la voce e riconobbe il direttore di quel telegiornale, uomo che ormai chiamava da tempo il “pronista”. Diceva: “Un popolo civile, come siamo noi,… dovrebbe menare questi studenti.” Affermazione che faceva il paio con quella del ministro: “Qui ci scappa il morto”.
Il suo cervello ebbe un black-out improvviso. Dalla bocca le uscirono le parole ancora prima che le pensasse: “State attenti, grandi pezzi di merda, se ne toccate uno solo, ve la dovrete vedere anche con me!” e in quel momento non era solo una banale minaccia.

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