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Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

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Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

E alla donna disse: partorirai con dolore…

In Donne, Informazione, personale, uomini on 22 febbraio 2012 at 23:24

Ultimamente, per l’evidente ragione che nei giornali passa di tutto di più, a volte mi perdo le chicche più gustose o più mostruose del nostro sistema. Come tante altre volte la chicca non l’ha perduta l’amica blogger MadDog che col suo Aridaje ci illumina.

“Tutto questo, proprio a seguito della presentazione, a fine gennaio, delle nuove linee guida sul parto chirurgico, pubblicate dall’Istituto Superiore della Sanità, in cui si scrive che il parto cesareo è una strada percorribile solo quando il feto è in posizione podalica, quando la placenta copre il passaggio del feto o se la madre è diabetica e il feto pesa più di 4,5 chilogrammi.” Fonte
Tanto si sà che le donne devono partorire con dolore, mica si può intervenire se un bimbo che non ce la fa ad uscire perchè ha il cordone ombelicale legato intorno al collo, non semplicemente legato, no proprio, diciamo pure annodato, nel vero senso della parola. Certo non bastano otto ore di parto pilotato e il bambino che come uno jo-jo, ad ogni spinta, se ne torna nella sua bella posizione. Certo il cervellino va in crisi di ossigeno, certo che l’istinto lo spinge a non darti una mano, se ne sta lì, rannicchiato nel suo nido e ha deciso che proprio uscire non gli va, in barba a quello spocchioso di ginecologo che si vanta a saper far nascere i bambini… lui… il cretino.
Alle ostetriche che all’arrivo in ospedale con ginecologo di fine turno avevano visto la mal parata, lui aveva detto: “Pensate con la vostra testa… questo bambino lo faccio nascere io!” e sparisce per tutta la giornata. Le ostetriche già vedono come si mette la cosa e aspettano che termini il suo turno. “Quel “coglione” li fa nascere lui i bambini con il dolore delle donne”, dice una. “Abbi pazienza fra poco cambia il turno e vedrai che troveremo il modo” mi dice l’altra. E difatti dopo un’infinità di ore, viene il terzo ginecologo e tra una doglia e l’altra lo metto alle strette, faccio domante assennate, anche se ogni parola mi è difficile, il fiato mi viene a mancare e provo un freddo assoluto in una afosissima giornata di luglio. E lui finalmente decide: “Forse è meglio intervenire.”
E ha fatto benissimo, alla fine era la decisione che gli ha salvato il culo, quel bambino non sarebbe nato da solo e se, per caso, l’avessero fatto nascere a forza, avrebbe avuto probabili conseguenze e sofferenze cerebrali. Gli è andata bene stavolta, ed è andata bene pure a me. Quello era il tempo che il cesareo si poteva anche fare, non è che te lo negavano perchè costava troppo, senza contare, poi, quanto sarebbe costato all’ospedale un neonato nato morto e una puerpera che se ne usciva,  si sarebbe trasformata in una bomba a frammentazione.
“Partorire è una cosa naturale, le donne sono nate per questo, perchè dovremmo togliere loro il piacere di partecipare a questo grande evento?” Ma ci prendete in giro? Allora facciamo così: Uno lo fate voi di bambino e il secondo lo facciamo noi, tanto per “partecipare”. E ce ne sarebbero di cose da fare in piena e completa partecipazione, a cominciare dai cicli mestruali e poi tutti i casini ormonali che ci portiamo dietro. Sarà anche vero che i ginecologi degli ospedali o cliniche del sud ci marciano, magari basterebbe pagare un cesareo quanto costa un parto che il gioco sarebbe fatto. A nessuno verrebbe la voglia di proporlo per sfizio. E per quanto riguarda le donne, vogliamo una volta tanto, farle partorire senza  sforzi epici e dolori tantalici?
Non venite a dirlo a me cosa prevede la Genesi: “alla donna disse: moltiplicherò i tuoi dolori e il tuo gemito, con dolori partorirai i figli; e verso tuo marito la tua avversione, ma lui ti dominerà”… Ma che dio generoso e matrigno, l’epidurale non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello.
Basterebbe un po’ di buon senso. Il cesareo è sempre un intervento cruento e se è possibile evitarlo si deve fare, ma allora cerchiamo di accompagnare queste benedette donne nel percorso del parto, senza lasciarle sole e male accudite. Molte paure si superano e la sicurezza deriva proprio dalla possibilità di percorrere anche una strada estrema pur se il bambino non è podalico e la madre non è diabetica. Dare delle regole e minacciare l’invio dei Nas non porta certamente ad una libertà di decisione matura e ponderata.
Ancora il medico al posto di Dio, con la libertà di decidere la vita o la morte del proprio paziente e le donne ancora relegate alle fattrici di sempre, che se devono partorire almeno non si lagnino troppo e che ci costino non più del dovuto. Tanto è così naturale avere un bambino, però è sempre un uomo a dirlo.

La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

Storia di regole e di paletti: il senso di responsabilità.

In Anomalie, Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt, personale, uomini on 25 gennaio 2012 at 15:23

Girando per blog sono finita a leggere questo post che si riferiva a due articoli di giornalisti emeriti, anche se, tutto sommato, non si dovrebbe valutare la loro fama dalle polemiche che innescano ma dalla loro capacità di analisi e di sintesi.

Ad ogni modo, leggendo queste due, non dissimili valutazioni, sul perchè non troviamo più, nel popolo italiano, il tanto e giustamente valutato senso di responsabilità, vengo a sapere che per ambedue i giornalisti, questo senso, deriva principalmente dalla caduta brutale, nella nostra “nuova educazione” del timore o rispetto per l’autorità.
La cosa mi è faticosa da digerire. Da sempre, riferendomi alla mia educazione, che è frutto delle convinzioni tipiche, in tal senso, della metà dello scorso secolo, ho inteso: i paletti, le regole è il rispetto per l’autorità, più un’imposizione limitativa della mia libertà che il concetto base del mio senso di responsabilità.
Se è il rispetto assoluto e acritico per l’autorità che determina il nostro senso di responsabilità, allora, com’è che proprio le persone che si trovano di fronte a fatti contingenti in cui dovrebbero dimostrare le loro capacità, il loro senso critico e il senso di responsabilità personale, proprio quelli che più hanno vissuto dipendenti dall’autorità degli altri, si trovano incapaci di muoversi autonomamente e di prendere decisioni importanti?
Storie di Capitani di navi scellerati e di Re d’Italia fifoni, non fanno che confermare la non dipendenza delle due cose tra di loro. Ovviamente chi fa la carriera militare o la carriera nella marineria commerciale e chi fa il re di una nazione deve aver, per forza di cose, vissuto in un contesto dove la piramide dell’autorità doveva essere ben netta e rispettata. Pertanto sarà vero che regole, paletti e autorità servono a crescere uomini coraggiosi e responsabili?
Sinceramente io dissento. L’educazione è una questione complessa ed esistono, in ciascuno di noi, delle priorità. Sto parlando di noi genitori ed educatori. C’è chi tende a perpetuare un unico modo di educare, anche se vecchio e usurato, c’è chi cerca percorsi nuovi e più evoluti di coinvolgimento educativo e chi, per scrollarsi dalle spalle il peso di vecchie imposizioni, lascia libero spazio all’anarchia dei comportamenti senza dare almeno delle regole interiori.
Come la penso io?
Beh, non è facile dirla così su due piedi. Personalmente non amo imporre regole e mettere paletti e penso che l’autorità sia quella cosa che ti viene dalla capacità che hai di dire cose sensate e di dimostrare che sei coerente e capace di stare in modo correto nella “vita”. L’autorità è la tua capacità di farti rispettare e di dimostrare la tua correttezza morale ed etica.
Certo che se tu hai questa capacità, da qualcosa ti viene, sia per carattere oppure senso analitico molto sviluppato, insomma sostengo che l’educazione rigida che ho ricevuto non c’entra niente con quello che sono, quello che ha contribuito di più è il mio desiderio di vedere il mondo con occhi autonomi e umani ed i miei sempre più forti tentativi di analisi e critica di me stessa, in primis, e successivamente di quello che mi circonda.
Forse, proprio per questo ho cercato di insegnare più che il rispetto per l’autorità, il rispetto per la persona, a prescindere dalla posizione che questa occupa, ma non solo quello, importante è anche il rispetto per le cose e per l’ambiente e manco a dirlo il rispetto per sè stessi. Se mio figlio ha fatto tesoro di quello che gli ho insegnato è solo perchè rispetta le mie idee e il mio modo di essere e ritiene degno di attenzione quello che cerco di comunicargli e trasmettergli. Il senso di responsabilità è incentrato sulla capacità di prendersi in carico ogni propria azione e ogni idea personale. A mio figlio, ossessivamente, gli ho detto e ripetuto, che per crescere e diventare uomini bisogna saper avere il coraggio delle proprie idee, difendendole fino allo stremo e la responsabilità delle proprie azioni. Solo così si diventa un essere umano responsabile. Se avessi ascoltato i miei genitori che mi ripetevano il rispetto acritico di tutte le persone anziane, se avessi vissuto in un ambiente diverso, con ogni probabilità, avrei potuto diventare facile vittima di molestie o ben più gravi questioni.L’età non dà, per forza, l’autorità di fare scempio della tua vita.
E poi che cos’è il rispetto dell’autorità senza la capacità critica della persona?
In poche parole è vero che un’analisi superficiale presenta una società moderna, poco abituata a prendersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto delle proprie idee, ma non è forse proprio perchè non siamo mai stati abituati a criticare l’autorità e il modo di imporre queste idee.
Insomma quello che ci viene presentato come cura, a me personalmente, pare piuttosto la causa di tutto. Ecco perchè a leggere il post e gli articoli di giornale mi hanno dato un forte senso di disagio, anzi dirò di più mi hanno fatto saltare sulla sedia, come se fossi messa a sedere su una graticola.
Il rispetto verso le persone non dipende affatto dalla loro autorità costituita, ma dalla loro capacità di  “ottenere rispetto”.  Un percorso probabilmente lungo e doloroso, sia per chi diventa agente educatore e sia per chi è invece soggetto all’educazione stessa.
Guardando poi le vignette messe in apertura del post, in realtà sono davvero esplicative di uno stato delle cose nella nostra scuola italiana, quando mai i brutti voti sono colpe dei nostri figli? Su questo però non mi sento colpevole, ogni brutto voto del mio rampollo se l’è meritato a pieno titolo e la giustificazione la pretendevo da lui. Fortunatamente non ha mai cercato la via facile di colpevolizzare gli altri ed io non gli ho mai permesso farlo, così come capitò successivamente con le prime stupidate che ha combinato in compagnia dei suoi amici. Purtroppo io sono tendente a dargli tutte le responsabilità, e lui è ovviamente abituato a prendersele, sa bene che sono pronta a supportarlo nelle difficoltà, ma mai a sostituirmi a lui nella vita. Spero che questo ci basti.

Dio esiste? Non lo so! Spero di sì, ma credo di no.

In uomini on 8 dicembre 2010 at 2:06

L’albero dei pensieri

Una volta, ormai molto tempo fa, prima che mi venisse la strana idea di avere un blog, anzi due, frequentavo assiduamente il socialnet OkNotizie. Niente di speciale. Un’occhiata e pescavo le notizie che mi interessavano o per argomento, o per come venivano presentate. Molto spesso sceglievo quelle dei blogger che mi piacevano di più. In quel luogo virtuale, ho fatto amicizia con molte delle persone più amabili che annovero oggi tra i miei amici assidui. Con alcuni ci telefoniamo spesso o ci si incontra su Facebook per uno scambio veloce di notizie. Una volta all’anno ci si incontra in un grande meeting, due o tre giorni da qualche parte, molto spesso a casa mia.
Questo per dire che invece con Alberto non ho mai potuto fare la sua conoscenza diretta. La cosa non era strana per me, visto che il sospetto che avevo si era fatto certezza. Lui ai raduni non ci poteva venire perché era un prete. Sinceramente credo che ci abbia invidiato terribilmente perché le sue serate dovevano essere vuote se perdeva le sue ore di sonno a scambiare con noi le sue opinioni attorno allo scibile umano e non. Una grande mente e una straordinaria cultura, che si era agganciata al nostro gruppo di ragazze irriverenti e agnostiche. Attorno a questa proposta di discussione ci passammo settimane a provocarci e a scherzare, a scambiare umori e considerazioni. Infiniti commenti sulle scritture e sui pensatori di ogni tempo, ma anche solo su emozioni e fatti del giorno.
Col tempo ho abbandonato questo socialnet che stava diventando ricettacolo di trolls. Così ho perduto Alberto e le nostre “insensate” chiacchierate notturne. Poi seppi del suo blog e del suo ritiro in spazi più contenuti. Forse anche lui era arrivato al capolinea. Ma ora, malgrado i tempi bui e le istituzioni ecclesiastiche così poco invitanti, ogni discussione sull’argomento langue. Forse sento la sua mancanza perché non ho più nessuno da provocare e forse ho anche nostalgia del suo poetare così immediato e popolare. Qualche volta penso che sarebbe stato uno di noi : intelligente e piacevole, non importa se affascinante o meno. Molto spesso la Chiesa ruba delle risorse e delle buone menti al genere umano. 😉

22) Luglio, agosto, settembre (nero)

In Una canzone al giorno on 29 giugno 2010 at 12:15

Giocare col mondo facendolo a pezzi
Bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse così sapremo quello che vuol dire
Affogare nel sangue tutta l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta eguale
La mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Leggi nella storia tutto il mio dolore
Vedi la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
Cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare GUERRA ALL’UMANITA’

Soluzione

Titolo: LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO)

Gruppo: AREA  – DEMETRIO STRATOS

Vanità

In La leggerezza della gioventù on 10 giugno 2010 at 6:25

La sua bellezza aveva attraversato il guado della vita per approdare, in quella che doveva essere l’età matura, ad un vago ricordo di quello che era.
Tutti quelli che l’avevano conosciuta ne magnificavano le doti. Certo a lei faceva un gran piacere. Era vanitosa, ma di una vanità non appariscente. Lei ne godeva dentro lasciandosi cullare dall’illusione che avrebbe sempre potuto contare sul suo corpo.
Poi era arrivato il momento che tutto questo non bastava più. Lui la guardava con un misto di sorpresa e commiserazione. Ma come aveva fatto a vivere al suo fianco per così tanto tempo? La guardava e non la riconosceva più, non era più lei, ora nessuno si voltava al suo passare. Gli sguardi oggi dicevano ben altro. In fin dei conti, per essere un uomo, lui si considerava ancora un bell’uomo e aveva le sue esigenze.
Così senza accorgersene lui aveva cominciato a sentirsi irritato. Una sensazione di disagio e poi di insofferenza serpeggiava nei suoi comportamenti. Era irritato con lei perché non aveva saputo rimanere la sua dea. Era stupido buttarsi via così. Lei che aveva avuto il mondo in pugno oggi arrancava verso la vecchiaia. Lui non avrebbe mai potuto accettare di lei meno che il massimo. Erano state prima delle piccole critiche, poi improvvisi malumori, poi reazioni troppo grandi per le piccole cause di litigio. Lei cominciava a capire che sarebbe stata una strada senza ritorno. Lui invece si dibatteva ancora nel suo scontento. Tra l’altro era convinto che non l’avrebbe mai tradita. Era quella la sua natura. Lei invece sapeva che la sua natura era l’insoddisfazione. La vanità e la bellezza agiscono come una malattia incurabile e lei invece ne era fortunatamente guarita.
Quella sera lui era tornato a casa distratto e svogliato, lei nel riporre la giacca aveva visto la lettera e l’aveva letta. Gesto riprovevole, ma umano. Lui non sapeva ancora o fingeva di non sapere che la sua tenerezza e la sua attenzione erano già rivolte ad un’altra. Quella sera, a tavola, lei gli mise provocatoriamente davanti un piatto di pasta scotta e lui la sgridò come non aveva fatto mai.

Un’altra piccola storia ignobile

In amore, Donne on 5 maggio 2010 at 7:23

Beatrice stava osservando la sua vecchia casa, quella che lui l’aveva costretta a lasciare. Era stata per troppi anni una specie di maledizione. Ora esserne fuori era una liberazione. La casa di per sé era bella, grande, con un giardino molto spazioso che era stato una benedizione per i bambini, ma adesso le pareva lugubre e buia. Innanzi tutto era fuori del mondo. Non che una casa in un qualsiasi centro città sia di per sè migliore, ma la differenza sta nel tipo di vita che ci puoi condurre. Tutto molto a portata di mano, come per esempio la scuola dei figli, i negozi, le possibilità di lavoro e non ultimo la frequentazione delle amicizie.
Guardava la casa e sentiva che non le apparteneva e non le era mai appartenuta. Lì era rimasta isolata per tanto tempo, lì si era giocata buona parte della sua gioventù e quasi tutta la stima per le sue doti e capacità. Ormai era un luogo dei ricordi e a pensarci bene non erano tutti ricordi felici, anzi a pensarci ancora meglio, i ricordi erano di un deprimente da non crederci. Però lì dentro, malgrado tutto, c’erano ancora i suoi figli.
Ma come aveva fatto a investire così male la sua vita? Se cercava le ragioni che l’avevano spinta a fare certe scelte, oggi come oggi, non riusciva nemmeno più a ricordarle. Si era chiesta per tanto tempo se la ragione fosse stata l’amore o la passione. Questo avrebbe giustificato, almeno in minima parte, il fatto di intestardirsi in un rapporto senza capo ne coda, costruendo un patetico futuro basato sulla sua capacità di sopportare e rinunciare. Patetico futuro che comprendeva una vita da rimettere in piedi e due figli da riconquistare e da crescere.
Lei sapeva di avere tutte le colpe, o almeno, come al solito, era il suo modo migliore per approcciarsi all’analisi di tanto sfascio. Le era inaccettabile accusare lui di tanta incapacità affettiva, insensibilità, egoismo e bassezza morale, non solo perché era il padre dei suoi figli, ma perché era stata lei a tirarlo dentro a quel rapporto. Lui già sapeva fin da allora, forse, che nulla avrebbe cambiato di sé per ricompensare lei.
Era difficile non sentirsi annientati dai suoi rifiuti, dall’avarizia delle sue risorse umane, dall’incapacità di esistere come essere predisposto ad evolversi. Nulla era servito se non a rendere più completo il fallimento. Pensava a lui e alla facilità che aveva di tenerla in scacco con il ricatto dei figli, ma pensava anche alla sua vita precedente, ad altri dolorosi rifiuti ad altre fughe insensate. Ma lei era davvero solo una piccola donna senza potere, non aveva neanche più quel po’ di fiducia in se stessa che le permettesse di ricominciare con un po’ di dignità. Eppure, almeno questa volta, lui non l’avrebbe schiacciata con la sua totale indifferenza, assieme alla volontà di annientarla e disperderla dentro alla catacomba del loro matrimonio. Lei ora aveva raccolto con disperazione i suoi libri, l’unica cosa che valesse portarsi via ed era uscita da quella vita, dal luogo della sua mortificazione.
Guardando le finestre buie, oscurate dalle pesanti tende che tenevano lontano la poca luce di quelle latitudini, promise a se stessa che avrebbe combattuto per quei figli che erano prigionieri dell’egoismo del padre, li avrebbe portati in luoghi nuovi, aperti, lontano dall’aria asfittica di quel morboso disamore. Aver sopportato per troppo tempo il ricatto di una piccola storia ignobile, perchè di questo si trattava. Una storia che non faceva notizia e che relegava una donna ai margini della sua vita, senza niente in mano se non un orgoglio disperato e la voglia di trovare una nuova dignità. Ma come fare se in cambio di questo sono i tuoi figli a venirti strappati? Quella lacerazione e la convinzione che non era ancora in grado di provvedere per tutti, la faceva sentire un essere inutile e esasaperato. Era peggio che la morte, era annientamento. Nei suoi sogni che timidamente esploravano il futuro lei era certa che non avrebbe lasciato a quell’uomo il potere sui figli e che finalmente avrebbe consegnato loro la nuova madre e donna che era, perché ogni figlio ha il diritto di avere per madre un essere umano amoroso con le sue potenzialità e le sue debolezze, con le paure e le certezze, perché incomincia da questo la lezione che consente di seminare nei figli il seme che dà origine all’amore.

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