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Io c’ero, ma non è servito a niente…

In Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Senza Popolo, Stragi di Stato on 12 ottobre 2013 at 19:44

disarmo

Posso in qualche modo considerarmi fortunata. Ho avuto una vita di “io c’ero” che sono stati tanti, anche, se non altro per il fatto di essere nata la metà del secolo scorso.
La cosa certa è che per ognuno di quei “io c’ero” avrei una miriade di riflessioni da fare. Perché chiaramente ci sono dei momenti in cui, a posteriori si può dire che ad esserci si sono raccolti bei ricordi, indimenticabili, ed altri in cui, anche se incolpevolmente, si sono raccolti sensi di colpa e responsabilità che non si potevano prevedere.
Non tutti i fatti che mi hanno vista testimone sono belli da ricordare. Mi chiedo se ricordo ancora le emozioni che mi avevano preso il 10 ottobre di 50 anni fa…
A quel tempo, poi eravamo in pochi ad avere il telefono e la televisione, ma le notizie volavano lo stesso di bocca in bocca con la velocità del fulmine e quella mattina io ero andata a scuola che la notizia già la sapevo. Mio padre ascoltava la radio presto mentre si radeva.
Io ero a scuola, seconda media, una ragazzina magra e lunga con un grembiale nero più da commessa che da scolara. C’era qualcosa nell’aria come di attonito, un fermento confuso, un’agitazione che faceva muovere senza direzione. L’insegnante di lettere, sempre un po’ arcigna, era stata interrotta da una collega e ci aveva guardato con uno sguardo fisso che non ci vedeva.
Credo avesse usato la parola “incidente terribile” e ci aveva spiegato che dalla diga del Vajont era uscita un’onda insensata, che aveva distrutto tutto Longarone e i paesi della valle.
Sapevo troppe cose, sia che la tragedia era successa sia dove si trovasse Longarone, visto che ci ero passata qualche volta quando andavo in montagna nel Cadore.
Ma la diga non la conoscevo e non avevo mai avuto idea che fosse stata costruita in quella ferita grigia sulla montagna.
La morte era scesa dal cielo e le immagini che avevo in mente erano in bianco e grigio come nella televisione, ma erano anche figlie del fango di quella immane catastrofe.
Mi ricordavo quel paese che vedevo dal treno, che si sviluppava sotto la strada e che andava ad occupare tutta la valle spingendo sul pendio opposto la stazione ferroviaria e poche case. Quello spazio arrampicato che le aveva salvate dalla distruzione.
Ricordo ancora che ci tornai da grande, assieme ad un amico, anche lui curioso di ripercorrere quella strada che si inerpicava verso la diga e passando sotto Erto e Casso, scollinava verso l’altro versante.
Quel paese lunare non lo scorderò mai. Una degna cornice per delle morti tanto ingiuste.
E gli anni son passati e altre morti hanno fatto accumulare stupore e dolore, uno sull’altro, stipati dentro un contenitore senza fondo.
E piazza della Loggia a Brescia, e la strage alla stazione di Bologna, i morti di Ustica e quelle di Bhopal e ancora le torri gemelle (che avevo visitato solo pochi mesi prima assieme a mio figlio). E le guerre feroci che non sono state solo eco lontana, ma di cui abbiamo sentito anche il pessimo odore perché troppo vicine.
Passano gli anni e gli “io c’ero” belli sono stati soffocati da quelli odiosi e tristi. Ho incontrato persone fantastiche, ho visto e partecipato a manifestazioni oceaniche, spettacoli irripetibili, condiviso momenti storici che fanno parte del progresso del nostro paese, ma ho vissuto anche momenti tragici come per esempio i fascisti tornati al potere, un vecchio satiro a gestire l’Italia per più di 20 anni e un popolino ignorante fondare un partito con un certo seguito che riporta la gente ad essere orgogliosa di sparare le più becere cazzate.
Ho visto morire povera gente dentro ad un mare in cui da anni mi bagno quando sono in vacanza e ho provato vergogna per questo. Ho visto gente girare la faccia dall’altra parte, come se il colore della pelle e la povertà fossero una malattia contagiosa e pertanto da disprezzare ed odiare.
E tutti dimenticano il tempo che eravamo noi i fuggiaschi, i poveri, i puzzolenti, i rifiutati.
Ed “io c’ero”, ma non è servito a niente. Abbiamo tentato di cambiare l’Italia e avevamo pensato di essere riusciti a superare il punto di non ritorno, ed invece l’Italia è tornata indietro sempre di più, tanto da aver superato anche il passato.
E allora di chi è la colpa? Forse solo di chi sapeva e pensava di aver raggiunto la sua mèta? Di non doversi più consumare e dedicare alla continua conservazione della democrazia e della libertà? Forse di quelli che soli si erano sentiti responsabili e che poi hanno abbandonato la lotta?
Vero è che la responsabilità non ti abbandona mai e ti rende sempre e comunque consapevole e corresponsabile di ciò che accade.
Ho come la sensazione che l’Italia sia stata costruita da pochi, ma per essere distrutta ci sia voluto un tempo breve e la collaborazione di un popolo intero.

Di fronte all’amore…

In amore, personale on 18 ottobre 2012 at 10:21

Di fronte all’amore sia tutti uguali… abbiamo reazioni simili, facciamo cretinate simili, ci comportiamo in modo assurdo e irrazionale. l’amore è un vero momento democratico della vita. Certo che però, se così fosse e se l’amore fosse lo stesso per tutte e due le persone interessate, ogni azione cretina lo sarebbe di meno, visto che sarebbe condivisa. Invece così non è, nell’amore ci sta sempre uno, dei due interessati, a comportarsi in modo inadeguato, irrazionale e stupido, l’altro invece ne è oggetto, quindi la frase da cui sono partita è un paradosso.

Non siamo tutti uguali di fronte all’amore perché non tutti viviamo lo stesso tipo di sentimento. Anche all’interno dello stesso amore le valenze sono diverse, c’è chi prende e chi dà di più, c’è chi si gioca tutto e chi si conserva, c’è chi ci crede e c’è chi ci crederebbe se potesse, sapesse o riuscisse.

Di fronte ad una cosa così bella, così destabilizzante, così speciale, chi riesce a stare ai margini? Forse chi ama meno? Forse chi è più egoista o forse solo quello che non è di fronte al suo di amore?

Questi sono discorsi che non portano a niente. Ascoltavo una cara amica parlare del suo amore “perduto”, il suo dolore, il suo bisogno di lui, il vuoto della perdita e anche l’incredulità di fronte a questa ingiusta privazione e mi chiedevo se il suo amore “perso” stia provando lo stesso sentimento di sgomento e di vuoto. Forse sì… forse no…. ma se ci fosse un equilibrio nell’amore di fronte a tanta sofferenza tutto dovrebbe capitolare, tutto dovrebbe andare in secondo piano e questi due atomi separati dovrebbero fondersi in una unione nucleare senza confini e senza ostacoli.

Pensandoci bene, non ho mai cambiato idea su come dovrebbe essere l’amore, e mi trovo a darci lo stesso valore di quando avevo 13 anni e cominciavo ad annusare il mondo. Vedi, di fronte all’amore, lo capisco solo oggi, succede almeno una cosa di sicuro… NON SI CRESCE MAI 🙂

Ricetta per uccidere un amore

In amore, auguri, Blog, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 30 gennaio 2012 at 0:00

Vi è mai capitato nella tempesta di un sentimento, nella tristezza di un amore che latita e nella certezza che nulla può più essere salvato, che vi venga la folle idea di trovare la ricetta per uccidere quell’amore? Chiaro non ucciderlo fisicamente, sebbene in alcuni casi magari un po’ ci pensi, ma annientare la forza delle sensazioni negative, del dolore e della delusione, insomma uccidere un amore è uccidere un amore. Basta, via, niente, pussa via, sparisci…

Insomma girando per la rete ho trovato questo post in questo blog molto carino che riporto pari pari qui sulle mie pagine:

Ho messo via un bel pò di cose, ma…

Ci ho provato a metterti da parte insieme al mio amore per te.
Lo giuro.
Ci ho provato per amor proprio,  per istinto di sopravvivenza, per realismo…ma niente. Non riesco a lasciarti andare.

Da settimane ho tolto dal mio raggio d’azione tutto quello che poteva ricordarmi di te. E’ tutto chiuso in una busta, confinata nel buio di un armadio. Nel farlo non ho avuto nemmeno il coraggio di guardare una sola delle nostre fotografie. Quelle stesse che avevo fatto stampare tra le tante fatte, piccoli passi orientati alla composizione di un album che contenesse le più belle, per raccontare i nostri anni di vita insieme… magari per poterle riguardare insieme un giorno, in futuro, per ricordare l’evolversi del nostro amore.

Come si uccide l’amore? C’è un modo, una formula segreta, una cura, una pillola? Anche qualcosa in sperimentazione mi va bene, mi candido come cavia umana!

Ci ho provato, ci sto ancora provando. Ma non riesco.
Puntualmente perdo le forze e finisco col fare capolino nella tua esistenza, sperando che tu mi stupisca, ma per la prima volta (da un pò di tempo a questa parte) sei fin troppo coerente con te stesso e con le tue scelte.

Non sò come tu ci riesca, vorrei un pizzico della tua forza… o forse della tua indifferenza, chi lo sà…. questo, lo sai solo tu.

V.

Chissà com’è che a leggere tutto questo mi sono commossa. Che ne dite cuore fragile o cuore di mamma?

Nato con un destino

In Amici, amore, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 16 agosto 2011 at 10:46

15 agosto 2011

E’ da un po’ che ci penso. Guardo le foto ed i video che raccontano di te. Sei, o dovrei dire eri, un bel ragazzo dall’aria sana e dagli occhi tristi. Certo sorridevi, parlavi, ti incazzavi come ogni uomo di fronte alle ingiustizie, ma i tuoi occhi dicevano di più. Quante volte ho osservato i tuoi occhi e considerato le tue parole. Ci voleva poco per capire che eri nato con un destino. Ricordo la tua risposta al mio messaggio quando eri in carcere in Israele: “Shukran Ross, dobbiamo resistere, non possiamo dimenticare che di fronte a questi soprusi non ci resta che restare umani. Un abbraccio.” Tu ci credevi davvero ed io non riuscivo a capire come facevi a non avere paura a mettere in gioco la tua vita, la tua gioventù, la tua esuberanza maschile per un’idea. Lo sapevo bene che avevi paura pure tu e che malgrado tutto eri tu nel giusto. La mia era solo la paura che una madre ha nei confronti di quella che potrebbe essere la sorte del proprio figlio. E ti guardavo nei video con ammirazione e soffrivo sulle pagine del tuo blog  rivivendo nelle tue parole l’orrore di “Piombo Fuso“. E mi dicevo che eri pazzo… ma non sapevo dare un nome alla tua pazzia. Oggi lo so quel nome. So come si chiamava la tua pazzia perchè è un male che affligge pure me. Soffriamo per le stesse cose: sopruso e ingiustizia e per questo tu hai dato la vita. Nel tuo viso, nel tuo sorriso a volte triste, nella tua voce che a parlare di morte diventava confusa, come se le parole faticassero e fossero intralciate da quelle tue erre sempre troppo difficili da venire… ecco proprio in quel corpo concreto e umano e in quegli occhi sfuggenti di dolore io lessi il tuo destino. E non c’è lacrima da piangere o parola da dire che non sia già stata versata o detta. Si nasce con un segno nel cuore e si segue quella strada, non si può fuggire. Ancora una volta c’è chi si fa agnello sacrificale e chi uccide senza curarsi di seguire il proprio segno. Shukran Vittorio, ho un unico sogno oggi per te: riposa finalmente in pace e che il peso dei tuoi sogni ti sia leggero come il volo di una farfalla.

Siamo disposti a rinunciare alla tristezza?

In Anomalie, personale on 4 maggio 2011 at 15:49

Spesso me lo chiedo e mi rispondo che sono fortunata perchè posso scegliere tra felicità e tristezza, ed evidentemente tra le due scelgo la prima. La mia fortuna sta ovviamente sulla possibilità di scelta. Non tutti ce l’hanno, anzi molto spesso stanno nella seconda non sapendo nemmeno se esista una condizione differente. Ricordo bene che per decenni ho vissuto, con ben poca discontinuità, una malinconia e tristezza che ormai credevo endemica. Rapporti affettivi deludenti. Situazioni di lavoro stressanti. Poche speranze per il futuro. Tutto questo però mi rendeva più empatica. Riuscivo ad essere nella mente e a comprendere le emozioni di molta parte del mondo che mi circondava. Riuscivo ad avere un animo più poetico anche senza scrivere delle vere poesie. Mi sentivo vera e credibile. Possibile che la felicità ottunda i miei sensori? Che mi renda più egoista o che mi faccia apparire più superficiale? Eppure non mi sento come gli altri e provo imbarazzo ad essere felice. A volte, persino, ho nostalgia della tristezza, ma solo per un attimo, un terribile momento di stupido masochismo.  Poi tutto passa  e continuo a sentirmi in colpa perchè sono, in un terribile momento di stupida felicità.  In fin dei conti non si può sempre avere tutto.

Il tempo delle fragole

In La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 11:07

Era già tardi e sua madre non era ancora ritornata. Brutta domenica anche questa. Non sarebbe potuta uscire visto che doveva accudire ai suoi fratellini. E domani si tornava di nuovo al lavoro. Veramente un gran brutto fine settimana, ma non si poteva lagnare, ora che la nonna stava male. Doveva aiutare in casa. Doveva sollevare dalle fatiche sua madre.Che senso aveva sperare di uscire per vedere Michele. Uscire col suo ragazzo mentre nonna soffriva su quel letto d’ospedale. Si sentiva egoista, incapace di dare priorità alle cose. Voleva vedere Michele sopra ogni altra cosa, ma era una stupidaggine, se ne convinceva. Michele avrebbe aspettato. E non la consolava certamente che c’erano due settimane ancora prima della sua partenza. Era troppo poco tempo per loro. Michele sarebbe partito. Chissà quando sarebbe tornato e chissà se per allora sarebbero ancora stati insieme. Com’è strana la giovinezza, hai così tanto tempo davanti eppure ti sembra che il tempo a momenti ti sfugga via come sabbia fra le dita e altre volte che diventi pesante come una pietra.
Il fratellino più piccolo era caduto in uno dei suoi giochi complicati, ora correva da lei con le lacrime agli occhi. Piangeva perché la mamma non c’era e perché lei lo prendesse in braccio e lo coccolasse. Rossana lo sapeva fare proprio bene. L’aveva preso in braccio e lo baciava sulla fronte e sugli occhi e gli diceva paroline dolci. In fin dei conti pure lui si chiamava Michele e la guardava adorante con due meravigliosi occhi verdi.

Vola, farfalla, vola….

In Amici, musica, personale on 1 ottobre 2010 at 21:02

In silenzio, come hai vissuto, ti sei staccata dalla terra in un volo di farfalla.
Ti porto nel cuore, dolce Chizuko…

50) Gita al faro

In Un libro al giorno on 28 luglio 2010 at 8:00

“Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay.
“Però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse.
A suo figlio queste parole comunicarono una gioia straordinaria, come se fosse stabilito che la spedizione avrebbe avuto luogo senz’altro, e l’incanto cui aveva agognato, per anni e anni gli pareva, fosse, dopo il buio di una notte e la traversata di un giorno, a portata di mano. Egli apparteneva, già all’età di sei anni, a quella grande categoria di persone che non riescono a tenere le emozione separate le une dalle altre, ma lasciando che le prospettive future, con le loro gioie e dolori, annebbiano ciò che effettivamente è, perché, per tali persone fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione della ruota delle sensazioni ha il potere di cristallizzare e trafiggere il momento dal quale dipendono la tristezza o la radiosità.

soluzione
Titolo: GITA AL FARO
Autore: VIRGINIA WOOLF

Trama: Il romanzo si apre sulla vacanza estiva che la famiglia Ramsay sta compiendo sull’Isola di Skye, nelle Ebridi. La signora Ramsay assicura a James che il giorno dopo sarebbero andati sicuramente al faro. Tale affermazione è bocciata dal signor Ramsay, il quale afferma che sarà impossibile andarci per via del maltempo. Tale opinione provocherà una certa tensione fra i coniugi Ramsay e anche fra il signor Ramsay e James. Questo incidente verrà ripreso successivamente, in alcune parti del capitolo, creando tensione fra i coniugi Ramsay.
Ai Ramsay, in questa vacanza, si sono uniti vari amici e colleghi, fra cui la giovane Lily Briscoe, una pittrice che sta tentando di dipingere un quadro della casa dei Ramsay. Lily è piena di dubbi riguardanti la sua arte e la sua vita, dubbi alimentati anche dalle affermazioni di Charles Tansley, altro ospite dei Ramsay, il quale sostiene che le donne non sono capaci né di dipingere né di scrivere. Tansley ammira profondamente il signor Ramsay e i trattati filosofici da lui scritti.
Il capitolo si chiude con la cena. Il signor Ramsay si acciglia quando Augustus Carmichael chiede una seconda porzione di minestra. La signora Ramsay invece vuole che la cena sia un successo, ma anche lei è sfortunata, perché Paul Rayley e Minta Doyle, due conoscenze che lei vorrebbe far fidanzare, arrivano in ritardo a cena perché Minta ha perso la spilla della nonna sulla spiaggia.
Questo capitolo è usato dall’autrice per dare la sensazione del tempo che passa. Il compito di questa parte è quello di unire le due parti principali del romanzo. Durante questi anni l’Inghilterra ha combattuto la Prima guerra mondiale e l’autrice ci informa di quello che è successo ad alcuni dei personaggi incontrati finora. La signora Ramsay è morta, Prue è morta di parto, Andrew è morto in guerra. Il signor Ramsay senza la moglie è alla deriva, senza più nessuno che lo conforti e ha profondi dubbi sul suo valore di uomo.
Nella parte finale del libro, alcuni dei membri della famiglia Ramsay tornano alla loro casa delle vacanze di dieci anni prima. Il signor Ramsay progetta la gita al faro con il figlio James e la figlia Camilla. Il viaggio quasi non si compie, ma alla fine si parte. In viaggio i ragazzi riservano un trattamento molto freddo e silenzioso al padre. James governa la barca con molta tranquillità e invece di ascoltare le parole dure che si aspettava dal padre, ne riceve un elogio, che dà vita ad un raro momento di empatia fra i due. Anche l’atteggiamento di Camilla nei confronti del padre è cambiato in modo positivo. (da wikipedia)

La favola più vecchia del mondo

In amore, Donne, uomini on 21 luglio 2010 at 21:59

L’estate era passata in un soffio. Una delle tante estati che Francesca era abituata a vivere. Si prendeva un po’ di vacanza lontano dalla sua città, magari andava nella sua isola a perdersi in lunghe nuotate in quel mare di smeraldo. Ma non era quella la parte più bella della stagione calda, erano invece quelle notti passate per strada a bighellonare qui e là, con i suoi amici.
Certo era un tempo che per vivere bastava poco, lei era brava ad adeguarsi alle contingenze della vita. Calcolava il ritmo dei suoi giorni sulle sue possibilità. Certo aveva un lavoro che non era pagato granché, ma le lasciava molti pomeriggi liberi. Pertanto aveva trovato degli altri lavori che la tenevano occupata solo nelle ore libere, così da poter sbarcare meglio il lunario. Pagava la sua stanza nella casa con altre ragazze con le quali divideva l’affitto. Lei era l’unica a lavorare e, per questo, apprezzava molto la libertà che si era guadagnata col sudore della fronte.
Francesca era una bella ragazza, socievole e piena di amici, amava andare a teatro, al cinema e ai concerti rock, ma si permetteva questi divertimenti solo quando poteva farlo. Per la maggior parte del suo tempo libero si accontentava di sedersi in qualche bar all’aperto o in qualche angolo di strada per suonare la chitarra e cantare in compagnia di quegli amici. La sua era una vita semplice e senza troppe complicazioni. Poi arrivò, con l’odore della terra bagnata, e delle prime foglie cadute, un settembre diverso dagli altri, una stagione che non aveva mai conosciuto che fece vivere anche a lei la stagione dei segreti.
All’inizio le era sembrato di vivere in una favola, che si trasformava di giorno in giorno nella sua favola. Paolo era un noto docente di Diritto che attraverso un suo giovane assistente l’aveva contattata per farle trascrivere i suoi articoli e i sue lezioni universitarie. Quando lei l’aveva conosciuto si era sentita intimidita dalla personalità di quell’uomo. Non solo per il fatto che fosse un famoso cattedrattico, ma anche perché dopo averla conosciuta l’aveva trattata con la gentilezza e l’affettuosità di un padre. Quel padre che a lei era sempre mancato. Del padre aveva anche l’età e pensandoci bene forse anche quella del nonno, ma il suo modo di fare era così… così bonario e alla mano che, malgrado la soggezione, lei ben presto si era sentita rasserenata e piacevolmente coinvolta.
Le sue mansioni si limitavano, inizialmente, alla battitura delle sue cose scritte che velocemente diventò la trascrizione dei suoi convegni e dei suoi seminari. Si sentiva così apprezzata per il lavoro che faceva. A volte lui le chiedeva di andare nel suo studio per dettarle lettere e memorandum. Lei rimaneva frastornata dalla sua amabilità e dalla qualità e importanza dei contatti. Scriveva lettere a personaggi importanti che lei non avrebbe mai pensato di poter conoscere e rimaneva basita dalla famigliarità con cui si rivolgeva a tutti. Spesso lui la tratteneva fino a tardi per parlarle del suo lavoro, ma anche della sua vita, come se lei fosse la migliore confidente. Raccontava dei suoi due figli, ormai adulti, che non riuscivano a trovare la loro strada nella vita e di una moglie rinchiusa nel suo orgoglio di nobildonna decaduta. Raccontava dei suoi viaggi, dei luoghi che aveva visitato, della gente che aveva frequentato, ma sempre con quel velo di tristezza che evidenziava la sua indifferenza verso quella che sembrava una fortuna per il mondo intero. Francesca non pensava affatto di essere una sprovveduta, ma certamente sapeva di essere un po’ ingenua, anche se cercava di mascherarlo con una certa dose di cinismo almeno apparente.
Paolo era un uomo molto esperto e la lusingava in tutti i modi possibili. Era bravissimo a solleticare l’interesse di Francesca dandole, di sopraggiunta, il desiderio di intervenire e di avere un ruolo nella sua vita dorata ma infelice. Lui sapeva che ogni donna ha un punto debole e quello della ragazza era sicuramente il bisogno che aveva di essere amata e vezzeggiata, in più, il bisogno di amare anche lei senza chiedere niente in cambio. Per lui conquistare quella ragazza era un punto di orgoglio, già pregustava l’invidia che avrebbe sollevato tra i suoi colleghi, che si stavano scapicollando per accaparrarsi anche loro i servizi della giovane segretaria.
Una sera lui le aveva raccontato del figlio che passava da una depressione all’altra e del modo esecrabile che aveva sua moglie di usare i figli come metodo di ricatto nei suoi confronti. Francesca era ormai troppo coinvolta e non riuscì a sopportare i suoi occhi lucidi e sfuggenti. Lei gli passo una carezza incerta sul viso che le sembrava bello malgrado le molte ingiurie del tempo. Lui l’abbracciò improvvisamente e le disse le più belle parole che mai lei avesse udito.
Così con piccole bugie o mancate verità, con mezze parole e sguardi languidi lui si prese la sua giovinezza. Francesca non era più la stessa. Disertava gli amici e non aveva più voglia di cantare. Lui le faceva regali assolutamente inutili, gioielli che lei non avrebbe indossato mai, vestiti che lei non avrebbe mai avuto occasione di mettere, e libri che avrebbero fatto bella mostra nella biblioteca di un principe. I suoi tascabili facevano a pugni con quelle edizioni rilegate in pelle. Lei si scherniva, ma ne provava piacere, anche se tutto quello non le poteva servire a nulla per renderle meno difficile il quotidiano. Facevano solo parte della favola. Lui le prometteva viaggi che non aveva mai il tempo o la possibilità di fare con lei. Lei organizzava ogni minuto in funzione delle esigenze di lui, ormai non aveva più tempo per la sua libertà e per andare al cinema o a teatro, tanto meno avrebbe mai potuto frequentare un esecrabile concerto rock. Paolo le stava insegnando come una donna avrebbe dovuto essere per poterla presentare come la donna del Professore. Francesca diventava sempre più triste. Si sentiva rinchiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre si sentiva corteggiata e amata come non le era mai successo prima.
Lui prometteva anche se lei non chiedeva. Sapeva essere generoso, ma non la portava mai da nessuna parte. I loro incontri erano pieni di pathos, ma anche di malinconia; per lei era difficile non poter manifestare al mondo il suo amore. Passò l’inverno e tornò primavera, le giornate si stemperavano nel primo dolce sole dell’anno. Tutto intorno a Francesca si risvegliava dal lungo gelido letargo invernale, tutto riprendeva nuova vita e pure dentro di lei una vita nuova prendeva nuovi contorni. La cosa non doveva stupire, succede quasi sempre così, nelle favole più belle, prima viene l’amore e poi arrivano le gioie, se certe sorprese possono chiamarsi gioia.
Francesca timidamente l’aveva detto al Professore e a lui mancava poco che gli prendesse un coccolone. Eh no, non era possibile, sarebbe stato un duro colpo per la psiche dei figli e per l’orgoglio della sua signora. Lui non voleva far soffrire la sua famiglia, non se lo meritavano. Lui avrebbe fatto tutto per lei, ma quello no. Non glielo doveva chiedere. Francesca era confusa, pensava davvero di essere protagonista di una favola, ma non voleva far soffrire nessuno, certamente non quei suoi figli viziati e nemmeno quella donna austeramente infelice. Vagamente capiva che a lei nessuno ci pensava, ma che non era un suo diritto chiedere qualcosa per sé. Paolo partì troppo rapidamente per un viaggio di convenienza con la sua blasonata infelice famiglia.
Francesca, svegliata dal sogno, si ritrovò ad affrontare il suo incubo personale. La trafila di ambulatori e medici che la guardavano con compatimento, lei non voleva quel bambino che le avrebbe ricordato per sempre quel suo peccato di stupidità. Non voleva più essere amata da un padre che non era il suo, anzi da un uomo che poteva essere un nonno che le aveva rubato la sua vita. Certo le era sembrato tutto una bellissima favola che ora le veniva strappata via dal nido che lei aveva costruito nel suo corpo. Quel mattino aveva buttato, senza fare una piega, quegli inutili regali del Professore, dentro alle acque del fiume. Voleva liberarsi di quel peso, doveva liberarsi di ogni peso, pure quello che si portava dentro. Non le sarebbe rimasto più niente, o forse no, un’unica cosa, che avrebbe ricordato per sempre, una grossa e brutta macchia di sangue coagulato, sul candido lettino dell’ospedale.

La prima volta che ho visto il tuo viso

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 7 luglio 2010 at 22:16


Che lei avesse gli occhi tristi non era stato l’unico a dirglielo. Lei lo sapeva, ma fingeva di non capire cosa volesse intendere. Stavano ballando. Una festa a casa di un’amica. Lui aveva portato la musica. La stranezza era che quell’amica faticava ad invitare amici in casa, e lei non capiva che cosa ci fosse di diverso quella volta. Eppure c’era una festa e si ballava. Era stato un caso che lei avesse accettato, in genere non amava farsi coinvolgere se le persone che avrebbe dovuto incontrare non erano conosciute, insomma amici sicuri. La colpa non era della timidezza, benché timida lo fosse, era più che altro il desiderio di non innescare la gelosia del suo uomo. E poi farlo ingelosire non le dava la soddisfazione che avrebbe voluto.
Era chiaro che quel suo uomo non era affatto suo. E proprio per questa ragione lui viveva la sua vita e lei si accontentava delle briciole. La gelosia invece lui l’aveva per intero. Ed era assolutamente inaccettabile che lui si prendesse tutte le libertà che voleva, pretendendo da lei un comportamento diverso. Eppure lei si era adattata anche se qualche volta… Pertanto lei a quella festa c’era andata più che altro per non restare chiusa in casa ad aspettare una telefonata che non sarebbe arrivata e forse anche per affermare che comunque, malgrado tutto, lei era ancora una donna libera.
Carlo l’aveva monopolizzata e non ci aveva messo molto a dirle che l’aveva notata da un bel po’ e che non aveva mai avuto modo di farsi presentare. Lei lo guardava stupita perché non gli sembrava di averlo mai visto. Lui però insisteva e si faceva forte di averla vista a quella partita di pallacanestro assieme ad un suo amico. –Ah quello? E’ un mio collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento alle partite.– Non c’era molto da dire. Non che la pallacanestro fosse il suo sport preferito, ma amava la velocità e la sincronia di alcuni movimenti. –Ma se non ti piace lo sport, cos’è che ti appassiona?– –Ma, non saprei, amo leggere e mi piace il cinema.– –Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo su cui parlare.– perché Carlo aveva giocato per molto tempo a pallacanestro e aveva pure fatto l’allenatore, ma dopo tutti gli interventi che aveva avuto e le parti che si era “rotto” non gli restava che andare al cinema.
Questo l’aveva fatta ridere, le piaceva la sua sincerità e di cinema se ne intendeva proprio, ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva.
All’inizio mentre ballava la teneva con una mano sola vicina al suo fianco, sembrava intimidito, anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Lei si chiese se fosse colpa della statura che era notevole. Ma lui mentre le parlava si scordava della musica, mostrando una scarsa attitudine al ballo.
Vai spesso a ballare?– –Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così.– –Beh è colpa mia, ho insistito così tanto.– –Non capisco.– –Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho visto assieme e le ho levato il fiato.– –Continuo a non capire.– e invece cominciava a capire. –Semplice. Volevo invitarti al cinema.– L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Lei lo guardò per la prima volta veramente in volto e fu presa da una certa agitazione. I suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Lei pensò a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. Chissà cosa avrebbe detto a vederla ballare con un altro. Bello, aitante, soprattutto deciso e cosa che non guastava libero da impegni famigliari. –Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film.– Lei sorrise. Perché no, pensò. E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie le avrebbe fatto. In fin dei conti lei non faceva nulla di male, avrebbe sempre potuto tirarsi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Un film è un film e poi non si potevano perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum, e su questo era d’accordo pure lei.

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