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Scioperi del 1943

In musica, Nuove e vecchie Resistenze on 11 maggio 2011 at 9:00

Gli operai incrociano le bracciaRicaviamo il ricordo seguente da Storia del XXI secolo

Gli scioperi del marzo del ’43

Da Torino a Milano a Genova gli operai dimostrarono che era possibile opporsi al fascismo e alla guerra. Sotto la spinta delle condizioni materiali i lavoratori riscoprirono la propria soggettività di classe e riemerse la cultura del conflitto. Fu un colpo terribile per la credibilità di Mussolini, un vero e proprio preludio al crollo del 25 luglio. Gli scioperanti si politicizzarono in fretta; più tardi molti di loro entrarono a far parte della resistenza armata, altri prepararono l’insurrezione del 25 aprile 45.
La notizia dello sciopero in prima pagina del giornale L'UnitàQual è la data d’inizio della resistenza? Ognuno può dare una risposta diversa. L’8 settembre – l’armistizio con gli alleati e la conseguente occupazione tedesca dell’Italia – E’ quella più comune e, forse, più “ragionevole”. Ma si potrebbe, con altrettanta ragionevolezza, fissare nell’emigrazione antifascista o nella guerra civile spagnola, l’avvio dell’esperienza resistenziale. Oppure – seguendo interpretazioni fin troppo ortodosse – rinchiudere il tutto nella storia dei partiti antifascisti, a partire dalle loro alleanze prebelliche, fino alla nascita del Cln e al governo di Roma del biennio 44-45. O, al contrario, affermare che una data precisa non ci può essere, perché la restistenza trae origine dalla disgregazione italiana sotto i colpi della guerra, il crollo di credibilità del regime, i bombardamenti alleati e la fame. Percorsi endogeni ed esogeni alla realtà nazionale, legittimamente, si sovrappongono sulla strada che diede origine all’esperienza resistenziale. Ma, forse, si può scegliere un’altra chiave di lettura, quella che fissa nel primo momento di resistenza di massa al regime fascista l’atto di origine del movimento che portò all’insurrezione del 25 aprile 45: gli scioperi operai che nel marzo 1943 paralizzarono le fabbriche del nord. Allora, per la prima volta da quasi vent’anni, uno dei nuclei essenziali della società italiana espresse pubblicamente la propria sfiducia nel fascismo; e inferse un pesante colpo alla credibilità del regime.
Gli operai: per vent’anni erano rimasti muti – non uno sciopero – “inquadrati” nei sindacati fascisti e nelle organizzazioni di massa che Mussolini aveva creato per controllare quella classe di cui – da buon ex socialista – sapeva di non potersi fidare fino in fondo, che poteva solo neutralizzare, non attivizzare al suo fianco. Durante il ventennio la condizione operaia era di molto peggiorata: i salari avevano perso potere d’acquisto, l’introduzione del fordismo ne aveva avvilito la forza contrattuale, esasperando i ritmi di produzione secondo i dettami della modernità novecentesca. Privati di qualunque autonomia – con la cancellazione dei sindacati – costretti a un corporativismo che non li tutelava, erano scomparsi dalla scena politica del paese. Con la guerra – militari a parte – i lavoratori dell’industria erano diventati il gruppo sociale su cui il conflitto pesava di più. Doppiamente penalizzati: come tutti gli altri italiani dal generale degrado delle condizioni del paese [a partire dal progressivo razionamento dei generi alimentari, fino all’incubo dei bombardamenti], più degli altri cittadini dall’intensificazione dei ritmi di lavoro e dal prolungamento degli orari, per una produzione tutta finalizzata allo sforzo bellico. Così, dopo le donne – che facevano i conti giorno per giorno con le dispense sempre più vuote – fu tra chi rendeva vive le fabbriche che il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto. In più gli operai avevano alle spalle la cultura – rimossa ma non cancellata del tutto – della rivendicazione e del conflitto. La loro naturale distanza dal fascismo, con la guerra si trasformò in progressivo dissenso: fin dagli ultimi mesi del 42 nelle fabbriche – soprattutto nei grandi stabilimenti del nord-ovest – le ragioni dello sciopero c’erano tutte. Difficile – molto difficile – era farlo. Anche perché i militanti dei partiti antifascisti – e in primo luogo i comunisti – erano una piccolissima minoranza. Quella minoranza accompagnò la gestazione degli scioperi del marzo 43, li prepararono – come racconta una delle testimonianze che qui riportiamo – con una fitta rete di “sussurri”. I militanti dei partiti antifascisti – alcuni dei quali rientrati in Italia proprio per fare attività nelle fabbriche – diedero a quegli scioperi un respiro politico, collocando le rivendicazioni economiche nel quadro della guerra e sottolineando la necessità di una pace immediata. Ma non si può dire che li abbiano indetti e diretti. Le agitazioni dei lavoratori “crebbero su sé stesse”: dalle prime fermate in alcune fabbriche torinesi, al blocco totale degli stabilimenti Fiat, alle industrie lombarde, liguri, venete, emiliane. Scese in campo una classe operaia con scarsa memoria, formatasi in gran parte sotto il fascismo, ma con una fortissima sensibilità sociale, cui la prosecuzione della guerra appariva insopportabile. Poi, quasi naturalmente, quegli operai si scoprirono ben presto necessariamente antifascisti.
Gli scioperi del marzo 43 furono prima di tutto una protesta sociale contro le condizioni cui il regime aveva ridotto il paese. I lavoratori chiedevano soprattutto integrazioni salariali, dettate da una condizione materiale ormai insostenibile. Come controparte diretta avevano le imprese, ma il ricorso allo strumento dello sciopero fece di quella rivendicazione un fatto immediatamente politico. E, successivamente, l’aspetto politico – come testimoniano i rapporti delle autorità periferiche fasciste – accentuò progressivamente il proprio peso.
Fino alle agitazioni della primavera successiva, quando la saldatura tra aspetto sociale e politico si completò, quando gli scioperi furono chiaramente contro il fascismo [e i tedeschi che avevano occupato il nord del paese].
“Pane, pace e libertà”: con queste parole d’ordine gli scioperi del 43 sono passati alla storia. L’opposto di ciò che Mussolini poteva offrire. E l’uomo di Predappio uscì fortemente indebolito dalle giornate di marzo, la sua credibilità infranta. Gli operai dimostrarono che era possibile opporsi esplicitamente al regime: non ottennero, dal punto di vista economico, tutto ciò che chiedevano e le agitazioni – durate quasi un mese – si risolsero con mediazioni aziendali che accoglievano solo in parte le richieste dei lavoratori. Ma il loro impatto simbolico e politico fu enorme, furono le premesse del 25 luglio. Di più, quegli scioperi furono anche una grande scuola di antifascismo: molti dei loro protagonisti poi salirono in montagna, altri finirono nei campi di concentramento tedeschi, per non farne più ritorno, altri riuscirono a celarsi alla repressione dando vita alla resistenza armata in fabbrica, organizzando il sabotaggio della produzione bellica, preparando il 25 aprile. E nei giorni dell’insurrezione i primi luoghi liberati delle città del nord furono proprio le grandi fabbriche.
Oggi gli storici s’interrogano su quelle giornate: qualcuno sostiene che la portata e il ruolo degli scioperi siano stati troppo enfatizzati, arrivando anche a metterne in discussione la stessa esistenza, perché il loro esordio fu molto più stentato di quanto voglia la tradizione del movimento operaio; o magari perché alla Fiat Mirafiori – una fabbrica che Mussolini non avrebbe mai voluto fosse costruita, conscio che per il suo regime tanti operai tutti assieme non potevano che essere un guaio – lo sciopero non riuscì il 5 di marzo, ma solo alcuni giorni più tardi. Ma basterebbe leggere le reazioni degli apparati di potere, le destituzioni di gerarchi e autorità di polizia per confermarne la portata. Oppure sarebbe sufficiente analizzare le biografie di molti dei combattenti della resistenza di origine operaia per comprendere il peso degli scioperi del marzo 43: una “dimostrazione” che anticipava di alcuni mesi le scelte che una parte d’Italia fece dopo l’8 settembre.
(a cura di Gabriele Polo) 

Dopo il 25 luglio
Il giornale sindacale La Fabbrica sugli scioperiDal 25 luglio ai primi giorni di settembre del 43 gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord non conoscono soluzione di continuità. Secondo i rapporti conservati presso l’Archivio centrale dello stato, i primi a scioperare lo stesso 25 luglio sono gli operai della Piaggio di Pontedera, “per la caduta del fascismo”, con una manifestazione in cui ci furono anche due arresti. Da quel giorno sono registrate ben 135 agitazioni operaie, con numerosi feriti e anche 12 morti [l’episodio più grave avviene alle officine Reggiane di Reggio Emilia, il 28 agosto, quando l’intervento dei bersaglieri provoca 7 morti e 25 feriti]. Il lungo elenco delle manifestazioni operaie, tutte per la fine della guerra e l’allontanamento dei dirigenti compromessi con il regime, comprende le principali realtà industriali italiane, dalla Fiat di Torino alla Falk e alla Breda di Milano, dalle fabbriche di porto Marghera ai cantieri navali di Monfalcone e di Genova.

Gli scioperi a Torino, da Carlo Chevallard: “Torino in guerra – diario 1942-45”, Torino 1974 (ilmanifesto.it)
La testimonianza di un operaio della Grandi Motori Fiat (ilmanifesto.it)

Il brano sotto riportato (La Fabbrica) degli Stormy Six in Youtube si accoda, come un’unica canzone, alla più nota Stalingrado; riportiamo solo il testo della canzone che ricorda quegli scioperi:

Cinque di Marzo del Quarantatre
nel fango le armate del Duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don
Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte il silenzio di mille lavoratori
e poi quando è l’ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi
E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce
e squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura
Grandi promesse, la patria e l’impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano in macerie le città
Quindici Marzo il giornale è a Milano
rilancia l’appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere
ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori
Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

Segnaliamo un buon sunto degli avvenimenti di quei giorni fondamentali per la storia della Resistenza e del nostro paese contenuto in Iniziativa laica; corredato anche da alcune buone immagini che abbiamo qui riutilizzato.

Con particolare cura il susseguirsi degli eventi – accompagnato da una serie di testimonianze – è ben documentato in Torino 1938|45 – La città delle fabbriche.

A questo indirizzo invece si possono trovare questi stringati ma significativi omaggi; ma sull’argomento – in cui forse ci potremmo trovare costretti a dover tornare e qui trattato certamente non in modo esaustivo – proprio per la rilevanza degli avvenimenti, si può trovare molto materiale in rete, oltre naturalmente ad una grande bibliografia nella carta stampata.

MONDON Cesare
Ricordo gli scioperi del marzo del ’43. Noi eravamo troppo giovani e siamo sempre stati tenuti fuori da queste cose. Più tardi ho conosciuto questi uomini, per esempio Umberto Massola. Era una persona con una grande grinta; è riuscito a organizzare degli scioperi non solo a Torino, ma anche a Milano e Genova. Uno di questi scioperi è stato organizzato a Regina Margherita, in viale Gramsci, nella casa abitata da un grandissimo partigiano di nome Luciano Moglia, che a mio avviso avrebbe meritato la medaglia d’oro.
Luciano Moglia era un vecchio antifascista che con Massola e altri funzionari del partito comunista ha organizzato gli scioperi del ’43. Sulla sua casa, che ospita oggi un asilo, c’è una targa.

SIMIOLI ABE
Io lavoravo alla F.I.L.P. Nella fabbrica c’erano tutti i compagni, socialisti e comunisti, più comunisti che socialisti e già trattavano, facevano degli scioperi, facevano insomma di tutto e io ero sempre in mezzo, non stavo mai fermo, mi piaceva proprio il rischio.

Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

ORA E SEMPRE RESISTENZA

In Nuove e vecchie Resistenze on 25 febbraio 2011 at 12:22

Fotografia BN di Partigiani in azione con Bandiera RossaLa rete mi viene in aiuto. E trovo in rete questa poesia. In questa nostra raccolta di “materiale resistente”. Per dare pensiero alla memoria. Per non perdere le radici. Per ricordare da dove veniamo. Per riaffermare che la storia siamo noi. Che non si può dimenticare. E che la Resistenza è un attimo di una lunga storia che continua. Di una marcia. Per tutto questo ho ritenuto opportuno pubblicarla, questa poesia. Come una prefazione inserita dopo.¹

Lo avrai
camerata Kesserling
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costituirà
a deciderlo tocca a noi
non coi sassi affumicati
dei borghi inermi e straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità.
Non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire
ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro di ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato tra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ORA E SEMPRE RESISTENZA
P. Calamandrei

Lapide ad ignominia
Piero Calamandrei, presso il Comune di Cuneo, 1952
Lo stesso testo appare dal 12 agosto 1993 su una lapide nella piazza di Sant’Anna di Stazzema, luogo dell’eccidio del 12 agosto 1944.


1] a corredo abbiamo qui ritenuto opportuno postare la canzone Siamo i ribelli della montagna riproposta dagli Ustmamò nel disco “Materiale resistente“.

La lunga marcia

In Nuove e vecchie Resistenze on 28 dicembre 2010 at 18:56

Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRiporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
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88-06-16559-3

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Nuove e vecchie Resistenze e le Giornate della Memoria

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 21 dicembre 2010 at 16:11

Non sono la regina assoluta del mio blog. Lo dico fin d’ora. Ho preferito per mia natura condividere il potere sui post con altre persone. Un’amica dei vecchi tempi: Marisa, e col mio compagno di vita: Mario. Questo per dire che credo di interpretare anche i loro desideri nell’istituire nel blog, due nuove categorie: Nuove e vecchie Resistenze e Le Giornate della Memoria. In queste due nuove sezioni verranno raccolti i post di autori vari ed interessati che riguardino gli argomenti esposti in grassetto.
Ritengo opportuno raccogliere le testimonianze e le idee dei miei lettori e amici sugli argomenti trattati, in quanto in tempi difficili come i nostri, mai come ora necessita operare per mantenere viva l’idea della democrazia e delle libertà e per confrontarci e prepararci ad altre nuove opportune Resistenze. Questo c’è nell’aria e quelli della generazione di transizione, che hanno visto più da vicino i risultati del Fascismo, oggi tremano di fronte alle avvisaglie di un nuovo modo di concepire la politica e la morale a cui oggi siamo spettatori e forse domani autori.
Il primo post, che aprirà la sezione Le Giornate della Memoria, mi è stato suggerito da Ser@Bruno nonchè Cavaliere errante ed è l’ultima lettera alla famiglia del giovane Ufficiale degli Alpini Antonio Ferrero prima di morire che è stata ritrovata dopo 41 anni dalla sua stesura.
Un grazie a tutti i collaboratori
Ross

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