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La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

Tempo senza pietà

In Amici, Anomalie, personale on 9 luglio 2013 at 8:43

Marylebone Cricket Club members wait in a queue outside the ground before the second Ashes test cricket match between England and Australia at Lord's Cricket Ground
La percezione del valore del tempo credo sia soggettiva. Io col tempo ho avuto sempre un discreto rapporto, direi quasi buono. Ho accettato i cambiamenti che ha portato sul mio corpo, un po’ meno su quelli che cercava di portare nel mio modo di pensare e di agire. Involontariamente, però, il tempo agisce sul corpo delle persone in modo tale che non si riesce più a farcela a sostenere i “principi fondanti” del proprio essere.
Esempio è che per carattere vorrei dopo una stressante giornata di lavoro, farmi una doccia veloce e andare a quel benedetto cineforum culturale che tanto aspettavo, anche se contemporaneamente potrei passare a quell’incontro irrinunciabile sulla “green-economy”, senza contare che alla fine, prima di tornare a casa potrei, trovarmi con qualche amico al pub per parlare un po’ di politica o degli ultimi eventi in Egitto o Turchia.
Ovviamente ho la testa che è pronta a tutto, anzi ancor prima di pensare ho già fatto, ma non così il mio corpo che batte in ritirata e che mi ricorda che sono troppo vecchia per tutte queste attività.
Certo è che ho l’età per essere in pensione, per strafottermi una quantità di televisione per una buona parte della mia giornata, per non occuparmi dei mali del mondo: in fin dei conti io, personalmente, per età e condizione non posso farci veramente niente e poi di mali ne ho pure io in quantità industriale.
Ma allora perché non mollo l’osso e schiatto dietro a tutto o almeno a una buona parte di quel tutto, senza ammettere che a volte proprio non ce la faccio più?
Presenzialismo? No, non direi, non mi importa di quello che dicono gli altri, mi importa solo che vorrei sapere e conoscere di più, vivere di più. E se questa è una malattia, allora sono certa, io sono molto malata.
Il problema comunque non è quanto io riesca a voler fare e quanto poi nella realtà io faccio, ma il corollario di amici e conoscenti che non riescono a uscire dalle maglie di una vita di persone di mezza età e in pensione.
Incontro un gruppo di amici seduti al bar davanti al loro caffè decaffeinato (almeno questi non giocano a carte, come quelli del Bar Sport) che mi guardano passare con un po’ di commiserazione negli occhi. Ma dove va quella? Cosa corre a fare? Ma non ha proprio niente di meglio che correre qua e là piena di impegni, perchè non si gode la vita come facciamo noi?
Che poi a me della loro vita non invidio niente. Poche cose da dirsi, niente di nuovo su nessun fronte…
Una coppia di amici: il tempo scandito in risveglio, colazione al bar, lettura di quotidiani, pranzo, pennichella, televisione e cena. Lei che spera che lui vada a letto per riprendersi il telecomando.
Altri due: loro sono sportivi, vanno in barca, e questo è bello almeno per la parte dell’anno che si può fare, ma non si parli delle cose del mondo perchè sono cinici e prevenuti, hanno già visto tutto e non credono più a niente.
Poi c’è l’amica vedova che non sa dove andare e cosa fare da sola, e per fortuna che ha i nipoti di cui occuparsi quando la figlia esce con le amiche o con il marito. Per fortuna i nipoti sono la sua vita.
E via di questo passo, tanta gente stanca, disinteressata, che per veder gente va al bar e per sapere del mondo legge il quotidiano e che già va bene così, visto che c’è anche chi si rintana in casa a guardare la televisione e che televisione.
Il tempo davvero è senza pietà se trasforma la gente, sia i volenti che i nolenti, riducendogli sia i pensieri che i movimenti. Non ha pietà perchè oltre al peso degli anni, dei ricordi e del proprio vissuto, un essere umano deve portarsi addosso anche il peso della sconfitta di non poter più essere un vero attore nel mondo e solo una semplice comparsa. Certo ti consente di esserci, malgrado tutto e comunque, ma perchè non poter essere ancora padroni della propria vita? Oppure perchè pensare che essere vecchi pretenda il prezzo di volare basso, anzi di poter tentare solo dei saltelli che al volo non anelano più.
E non datemi quelli che se li incontrate vi raccontano tutti i loro malanni, come se a saperli tutti, per te, possa essere il viatico che ti accompagna nella vita. Che noia pazzesca.
Sarà per quello che ho trovato un compagno che mi somiglia un po’ e che malgrado una pigrizia atavica, alla fine mi segue o mi anticipa in una corsa divertente che non ha vincitori.
Sarà per questo che da qualche anno mi rifiuto di sedermi in un bar e di portare l’orologio al polso. Un vezzo per sdrammatizzare il passare del tempo e per non perdermi in chiacchere inconcludenti. Un ritorno al vecchio sistema di controllare la posizione del sole o il colore della luce. Chiedetemi che ore sono e vedrete che sbaglio solo di pochi minuti. Chiedetemi la direzione e vedrete che i miei occhi indicheranno sempre: adelante, avanti chiaramente con nessuna voglia di restare indietro. Incapacità di accettare che tutto ha un termine, una scadenza, anzi forse proprio perché la scadenza si fa sempre più vicina, non penso di doverla assecondare mai.
Insomma, non accontentarti mai finché avrai tempo di sognare.

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Ah l’invidia… questo strano sentimento che…

In Anomalie, personale on 7 dicembre 2012 at 16:41

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L’invidia è un sentimento latente che agisce di solito in maniera silenziosa e indiretta. Ciò non toglie che esso raggiunga livelli di intensità molto elevati, inducendo l’invidioso a soffrire profondamente. Essendo un sentimento non manifesto, non dichiarato, non definito e chiaro come possono esserlo la gioia o l’affetto, esso viene a volte confuso con altre emozioni. L’invidioso, dunque, non sempre è consapevole di esserlo. Va anche aggiunto che l’invidia può essere rivolta verso una persona, o un gruppo di persone in particolare, oppure essere generalizzata. Un’invidia generalizzata è devastante in quanto rende la persona perennemente insoddisfatta e sofferente, e continuamente alla ricerca di un che di indefinito che nella sua personale visione delle cose dovrebbe colmare il senso di bisogno che prova. L’invidia diviene manifesta quando il suo livello di intensità giunge a picchi talmente elevati da spingere la persona ad agire contro gli altri. L’invidioso più accanito, infatti, non si accontenta di ottenere ciò che appartiene ad altri, ma desidera al tempo stesso che le persone da esso invidiate perdano ciò che possiedono. A questo punto il termine “invidia” dovrebbe forse essere sostituito con un altro più appropriato, come ad esempio “malignità” o “perfidia”.  Tuttavia l’invidia, prima di colpire persone esterne, agisce sull’invidioso stesso generandogli grande tormento. Vivere in un costante bisogno di avere ciò che non si possiede fa soffrire intensamente. http://www.nienteansia.it/test/test-invidia.html

Cercando i sinonimi di invidia trovo anche: gelosia, livore, malevolenza, rivalità.

“Non invidio la persona che diventa a sua insaputa oggetto di invidia, come non invidio chi prova questo sentimento così potentemente usurante.”
Usare comunemente questo termine “non invidio” vuol dire che il suo contrario, ossia “invidio” è un sentimento molto più comune di quello che si pensa. Personalmente non ho mai pensato di conoscere persone invidiose, forse è proprio perchè, mi è difficile accettare che ci siano persone che si rovinino la vita per questa malattia senza cura, e poi perché, che senso ha?
Un giorno, però, ho dovuto ricredermi, per quanto mi sembrasse strano e senza senso il livore che quella persona ha manifestato per me, tutto quello che ha fatto e come lo ha fatto mi ha messo nelle condizioni di analizzare questo sentimento in tutte le sue sfumature peggiori.
L’invidia non consente requie, il tempo non serve a dimenticare, anzi l’odio e la repulsione, col passare del tempo, diventano sempre più forti ed esasperati anche se immotivatamente.
Difficilissimo è porre rimedio o fine a questo sentimento. Un tentativo può essere quello di cadere dalla considerazione del mondo intero ed essere cancellato anche dalla memoria di ogni essere umano, solo che l’invidioso avrà sempre la percezione della tua esistenza, anche se passata, e seppur godendo delle tue disgrazie, resterà insoddisfatto perchè in un qualsiasi momento della sua vita, qualcuno potrebbe mettere in pericolo, ancora una volta, la sua posizione. Tu rimani il simbolo delle sue ansie e cercherà sempre di screditarti e di farti il vuoto intorno, anche con sistemi poco ortodossi, come la calunnia e l’infamia.
Imparare a convivere con gli invidiosi è impossibile. Non verrà mai il giorno in cui l’invidioso si accorgerà di aver provato un sentimento inutile e deleterio, per la sua stessa vita, non ammetterà mai che aver odiato così tanto una persona qualsiasi, e solo per questo suo sentimento, l’ha resa più grande e più importante di quello che era. Non saprà accorgersi mai di aver perduto inutilmente tempo ed energie, di aver bruciato nel suo fuoco dell’odio con ogni probabilità anche la sua credibilità. Ma che ci possiamo fare??? Mica siamo invidiosi noi. Mica siamo nati per distruggere il mondo. Non abbiamo nè memoria così lunga nè così tanta malignità da tenere vivo simile ardore. Saremo persone piccole senza dignità, ma se la grandezza la devo misurare attraverso la perfidia che genera, che ne so… preferisco vivere 🙂

Anima Libera

In Anima libera on 2 dicembre 2012 at 13:57

Storia di un’anima libera in un corpo ribelle. Libro a quattro mani e molti ricordi. Una bambina, baciata dalla conoscenza e illuminata dalla percezione, che, crescendo, perde le sue migliori qualità e diventa normale o quasi… è in quel “o quasi” c’è tutto.

animalibera
1 – 18 Maggio 19……
2 – Nessuno mette una bambina in un angolo
3 – Baia del Re
4 – Dalla prateria all’oppio dei popoli
5 – Sentimentale (sacro e profano)
6 – Tra anime sporche, carte geografiche e formicai
7 – Nuovi contenitori per nuovi contenuti
8 – Riflessioni sull’amore e sull’ideologia
9 – Bombe atomiche e viaggi interplanetari
10 – Fanculo
11 – Il nuovo incombe
12 – Proletari in mutande unitevi…
13 – La bambina dimenticata tra i fratelli
14 – Passare al nemico
15 – Le balle dell’informazione
16 – Per esempio
17 – Il ragazzo col ciuffo
18 – Guerra nucleare ed altre amenità
19 – La signorina Bombarda
20 – Ancora su mia madre
21 – Non hai fatto che il tuo dovere
22 – Zorro batte dio tre a zero
23 – Musica ed altri disastri
24 – L’onda che tutto travolge
25 – Cultura e Urania
26 – E venne chiamato Ultimo
27 – Il primo lavoro e il primo bacio si scodano quasi subito
28 – L’amore come le ciliegie
29 – Un passo avanti e scoppia il mondo beat
30 – Com’era bello il “Che”

Il muretto

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, poesia, Venezia on 8 novembre 2012 at 17:15

Se lo ricordava bene, ma per tanto tempo aveva fatto finta di non vederlo.
Era li sotto ai suoi occhi ogni volta che usciva dal lavoro, non era proprio facile far finta di non vederlo, ma solo raramente, quando era molto stanca e faticava a tornarsene a casa, lo sfiorava con lo sguardo e sentiva un vago calore dentro allo stomaco. Che poi non era lo stomaco a scaldarsi, ma un altro organo del corpo, che si trovava in quella zona lì, ma al quale lei non dava da tanto tempo più valore.
Difficile credere che un muretto avesse questo potere, però quell’angolo della sua città aveva per lei un senso speciale. Era solo un muretto basso di mattoni con il suo solito sovrapiano in pietra d’Istria che finiva perpendicolare ad un grande portale della stessa pietra, chiuso, e ricoperto come da un tettuccio creato da una grande pianta di vite americana. Era un angolo poco illuminato, costeggiato da un canale secondario, silenzioso e poco frequentato. Lì sotto la vite seduti sul muretto avevano passato tutto il loro tempo, quello che si erano riservati per stare da soli. Poco a dir la verità, ma diciamo intenso per parole e anche silenzi.
Ma era roba passata, talmente passata che lei, a volte, dubitava e pensava di essersela solo immaginata. Una piccola storia, fatta di parole e di silenzi, tutto platonico s’intende. ma d’altra parte…
Poi era ridicolo tornare sui propri passi, pensando a uno dei suoi amori, così indietro nel tempo e propabilmente troppo idealizzato. Lei era cambiata e tanto, chi avrebbe mai detto che una volta era quella ragazzina lì e, poi suo padre non c’era più, non aveva più nessuno che la controllava, ormai aveva una età che le consentiva qualsiasi cosa… e poi chissà… lui, quel ragazzino, che faceva? dov’era finito?
Il muretto era il posto dove si fermavano a parlare e a baciarsi, pensava che ci avevano provato lo stesso gusto, erano primariamente grandi amici e poi uscivano insieme, e la cosa non guastava. Avevano scelto quel posto perchè suo padre non avrebbe mai potuto vederla e forse nemmeno i vicini di casa, e non c’era il rischio che glielo racontassero. Quella era una stradina davvero buia e quasi nessuno passava di lì. Il bello era che al suono di Carosello lei poteva correre e in due minuti suonare il campanello di casa. Carosello era il suo limite invalicabile. D’altra parte aveva solo 16 anni e i suoi non la lasciavano libera mai. Suo padre l’avrebbe menata se l’avesse vista a manina o a baciarsi con un ragazzo e poi… quel ragazzo lì. Insomma niente di tragico, ma aveva i capelli lunghi e vestiva strano, una mezza via tra un figlio dei fiori e uno studente squattrinato. Sapeva come la vedeva suo padre e quanti pregiudizi avesse.
Lui era… non proprio bello, ma aveva un sorriso scanzonato e a lei piacevano i suoi occhi verdi… aveva i capelli lunghi con un ciuffo che ravviava spesso. Probabile che a lei piacessero gli occhi verdi, anche suo figlio aveva gli occhi verdi e pure il padre di suo figlio, ma questo non c’entrava niente col suo sogno, anche questo era cosa passato. Troppe cose erano passate per lei, ed era proprio assurdo incantarsi davanti a quel muretto e poi non capiva la ragione che la spingeva, qualche volta, a passare di li. Ma lo sapeva che indietro non si torna?
Forse rimpiangeva i sogni di quando era giovane, forse era perchè s’illudeva che non tutto fosse così… effimero, ecco la parola giusta: effimero. Anche se molte cose di quel tempo era stata lei a volerle buttare, come se ne avesse troppe o non fossero importanti.
Erano così imbranati, così carini, così stupidi… e lui si atteggiava a uomo vissuto, con l’eterna sigaretta in bocca, ma aveva solo 19 anni, che ridicolaggine, un uomo vissuto di 19 anni… Si sedeva sul muretto con il libro in mano, quanti libri si erano passati, e quante storie le aveva raccontato, lui scriveva storie e poesie bellissime che non parlavano mai d’amore, e lei continuava a leggerle cercando un accenno, una sola parola che fosse dedicata a lei. Sciocca davvero, l’arte non segue le rime delle poesie d’amore; è davvero un’altra cosa.
Qualche volta era lei a trovarsi al posto del libro e allora era bello perchè potevano baciarsi. Era l’unica volta che si era sentita fantastica e che era certa di saper baciare benissimo… con gli altri, successivamente si era sempre sentita inadeguata e poi non ci provava lo stesso gusto… o almeno così le pareva.
Era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva dato un bacio, di quelli che si ricordano e che mettono le farfalle allo stomaco.
Ma che andava a pensare? Erano passati talmente tanti anni che lui, il ragazzino del muretto, poteva essere diventato una persona qualsiasi, uno che non scriveva più poesie e che non ricordava più i tempi passati, uno in poltrona con le pantofole, magari era diventato nonno, nel frattempo. Però chissà perchè quel ricordo la scaldava dentro.
Adesso, però quel posto era solo un muretto e non c’erano più due ragazzi a fermarsi a parlare e a raccontarsi storie, avevano pure messo una luce forte che si accendeva quando ci si avvicinava… chissà a chi davano fastidio i baci sotto quel tetto di vite americana, certamente gente che non aveva cuore.
Se pensava a lui, ne aveva di ricordi eppure l’ultimo, il più nitido, si fermava lì, a quella volta che si erano incontrati per la strada e che lui le aveva detto che lei gli sembrava davvero invecchiata e stanca, in effetti erano passati parecchi anni e molta acqua sotto i ponti, ma no.. non era stato proprio un complimento… no davvero. Lui le aveva raccontato, con allegria, che aveva conosciuto una brava ragazza e che si era sposato, che avevano una figlia fantastica, che era la cosa più bella che avesse avuto dalla vita. Lei invece era sola, no, anzi aveva il suo bel bambino e ormai in mezzo c’era stato più di un uragano e l’amore non era amore o almeno così le sembrava, ma tanto che contava quella storia adesso non c’era più. Le dispiaceva di essere invecchiata e anche di non essere più la ragazza di un tempo, ma d’altra parte non poteva farci niente, le cose erano andate come dovevano andare ed era giusto che fosse lei quella a cui erano rimaste meno cose se non altro per la carognata che gli aveva fatto.
Fece un sospiro e riprese la sua strada, doveva tornare a casa anche se non c’era nessuno ad aspettarla. Chissà lui cosa stava facendo in quel momento? Ma lei aveva diritto poi di chiederselo? Era come fare la guardona nella vita di un altro. Era come invadere l’intimità di una coppia o…. insomma che ci pensava a fare? Chissà se le sue poesie adesso contenevano l’immagine della moglie o della sua bambina? Sarebbe stato giusto no? Magari non sarebbe state poesie famose, ma almeno sarebbero state poesie d’amore.
Ma non era che stava diventando gelosa di un ricordo? Aveva rabbrividito a quel pensiero, come, proprio lei che non era stata gelosa mai. Allora si era trovata a sorridere di se stessa, mentre fantasticava di un uomo immaginario, che nel ricordo era fin troppo giovane, con un ciuffo anacronistico sulla fronte. Già i capelli così non si usano più e nemmeno le camicie a fiori… e poi non c’è niente che possa far sorridere ancora in quel modo. Nel suo sogno ad occhi aperti c’era pure un bambino piccolo, biondo, con gli occhi verdi, che teneva quel ragazzo per mano, e lo guardava con tanta ammirazione e che con una vocetta tutta allegra lo pregava: “Dai… dai nonno raccontamene un’altra, raccontami un’altra storia…”

La notte prima degli esami

In Amici, amore, Giovani, musica on 29 giugno 2012 at 15:09

Riascolto per caso la canzone di Venditti e  provo tanta e tanta nostalgia. Certo eravamo giovani, certo ci sembrava tutto possibile e, oltre a quello, pensavamo di poter superare tutto con un semplice balzo in avanti… ma non era così, e l’avremmo saputo dopo. Eravamo un gruppo strano, eterogeneo, tutti fuori tempo massimo, privatisti attempati, con una certa propensione all’ironia dissacrante e allo studio selettivo.
Certo eravamo i soliti tre: io (detta Bestia), Marina e Sandro (Alessandro come preferiva che lo chiamassi io) e poi gli altri. Più comparse che veri attori della nostra breve vita scolastica. Gli ultimi due anni in uno, un po’ come al supermercato, recuperare da privatisti, ecco l’impegno. I professori della scuola privata prevedevano il massimo del punteggio per tutti e tre. Io ci credevo meno, ma a quel tempo, malgrado il cipiglio, non ero per niente sicura di me. Però visto che c’eravamo da assoluti presuntuosi, avevamo scelto, per dare l’esame, le scuole pubbliche del capoluogo, ma non era stata una bella idea, l’unica a farcela e con un punteggio basso ero stata io, la meno sicura… ma questo è un altro discorso. Noi non ci eravamo confinati nei piccoli istituti della provincia più nascosta, dove gli altri sarebbero passati con ottimi voti, sapevamo di poter stare alla pari degli studenti in corso, pur se dovevamo sostenere un preesame con il programma di tutti e due gli ultimi anni, come si richiede ai privatisti.
Avevamo dato tutto, studiato e ampliato il nostro sapere più come studiosi che come studenti. Sfiancandoci in discussioni sulla nostra Weltanshauung e su un’analisi materialistica della storia a cui non potevamo rinunciare.
Marina, da poco, era rientrata in Italia dopo un lungo periodo di vita newyorkese con un marito americano, artista eclettico e piuttosto legato al dio denaro. Questo per dire che lei poco ci seguiva nelle nostre frequentazioni comuniste. Russell, Marcuse, Marx ed Engels li conosceva a livello “Bignami” se mai sono esistiti, ma io e Alessandro ne avevamo fatto una questione di principio. Ed era proprio per questo che la notte prima degli esami, Marina aveva dichiarato decisa: “Basta, io vado a dormire!”
Beata lei, che era in grado di guadagnare un po’ di sonno con l’aiuto del Valium. Noi eravamo rimasti lì, seduti al tavolo di cucina provando una sorta di vacuum mentale ed affettivo. Dio! domani la prima prova: italiano, chissà che titoli e chissà se ci sarebbe venuta in testa qualche idea… ne stavamo davvero dubitando.
Non so bene come fu, ma sarà stata la stanchezza e non ricordo nemmeno chi cominciò, se fossi stata io oppure lui, ma i nostri ragionamenti presero la strada dello “scazzo”. Credo si fosse partiti dal concetto universale di libertà al concreto, personale concetto di famiglia, affetti e amore. Lui già aveva deciso di prendere moglie, il pazzo! una ragazzina di 16 anni e di farci un figlio. Io avevo un amore sfortunato che di futuro non me ne dava e su queste basi era nata la discussione: “Sei troppo giovane e lei è una bambina, non farlo!” “Trovati un uomo che ti ami davvero, è solo per questo che non accetti l’idea delle unioni durature” “Unioni durature? Ma di che parli? Quanto pensi possa durare la tua di unione? Una ragazzina che non sa nulla della vita, un bambino da accudire, non una casa, non un lavoro e tu che ti stanchi di ogni cosa ancor prima di cominciare.” “Può essere, ma almeno io vivo e rischio, e tu…?” E le cose avevano preso una brutta piega, ci si guardava in cagnesco e il nostro senso dello humor era finito sotto i tacchi.
Certo, la tensione per l’esame del giorno dopo, certo la paura del cambiamento e forse anche la paura di perderci, tutto ci faceva pensare che da quella notte in poi il mondo sarebbe cambiato e bene o male noi saremmo diventati entità diverse, non più congiunti da un obiettivo comune, non più amici fino in fondo, non più gli stessi.
Il mio Alessandro, sarebbe diventato il Sandro di un’altra ed io avrei continuato a fare i conti col mio amore sbagliato… niente di grave così deve andare la vita, ci si trova e ci si perde e forse ci si ritrova, basta saperlo accettare.
Ed era caduto tra di noi il silenzio, doloroso e teso, come un male oscuro che non si poteva dire e che ci toglieva la voglia di continuare a discutere per non farci ulteriormente male.
E il male era male, era disagio, incredulità, era la voglia di non vedere e di non capire, era l’inutilità delle parole di fronte ai fatti, alle decisioni conscie ed incoscie, a certezze incerte che avrebbero cambiato la nostra vita.
Lui dopo un tempo troppo lungo da reggere, mi aveva guardato, finalmente, e una strana luce si era accesa nei suoi occhi di quel colore chiaro e speciale. “Ehi, Bestia, siamo proprio due scemi a scannarci così… sembriamo proprio due stupidi innamorati…” e per fortuna accompagnò le parole con un sorriso dolce ed ironico allo stesso tempo. Era un terreno minato, era l’argomento sottaciuto, mai detto e che probabilmente ci spaventava ancor prima di averne coscienza. Attraversare quel territorio in punta di piedi avrebbe permesso la coesistenza di noi e delle nostre storie senza nulla a pretendere e senza nulla dovere. Era il nostro esame più importante, quello dell’amicizia per sempre, quello che trasforma l’affetto in qualche cosa di più, in un ponte verso l’infinito, un processo di crescita che non subisce degrado ed usura, perchè niente chiede e tutto dà e perchè alla fine si può amare liberamente, senza dover chiedere amore in cambio. Insomma un sentimento che se eravamo capaci di viverlo avrebbe travalicato i problemi e i percorsi delle nostre vite. Forse anche amore, almeno un po’, ma senza limiti e condizionamenti. Amore anzi certo, ma quello strano amore di ragazzi nella notte prima degli esami.
Poi venne la vita, lunga ed ingarbugliata, quella che ci portò distanti, ma anche vicini, quella che ci fece ritrovare più di una volta e che mi consentì di riprenderlo per mano e di portarlo ancora nel mio mondo, nei suoi momenti difficili, quella che lo vide ripartire per un altro “amore per sempre” che, alla fine, non lo fu, come troppo spesso l’amore non lo è.
Ci perdevamo e ritrovavamo alla fine dei suoi amori e nelle burrasche dei miei, tra le nostre parole sincere e le cose non dette mai, attenti alle sfumature e pronti a salvataggi improvvisi… ad aperture impensabili. Se il nostro fosse stato amore, quello di tutti i giorni, si sarebbe perduto nei rancori e nelle devastazioni dei sensi di colpa e nelle stanchezze umane, ma a noi era stato dato il modo di non dover spiegare niente, di poter essere incoerenti e umani senza pagarne scotto, di poter promettere un “sì” e mantenere un “no” senza levarci la pelle, consendendoci quella capacità di comprendere che era la forza della nostra diversità.
Ora che te ne sei andato e mi hai lasciato orfana di questo amore, comprendo che il nostro gioco continua… il nascondino delle cose taciute mi consente di pensare che nulla sia cambiato, che ci sarà un tempo per ritrovarci ancora, che da qualche giorno sono iniziati gli anni silenti, già visti, già conosciuti, quelli che passavano tra un contatto e un altro, quelli che erano gli spazi dovuti alle nostre vite. Sarebbe arrivato un’altro giorno che ci avrebbe ritrovati a guardarci negli occhi e a raccontarci tutto quello che avevamo perduto nel frattempo… giusto per aggiornarci del tempo passato e per consentire al tempo di fluire ancora.
E domani ci sarebbe stato un altro esame e ci sarebbe voluto ancora altro tempo per sapere come sarebbe andato, ma in fin dei conti il risultato non contava, quello che conta è che noi c’eravamo e ci saremo e tutto questo lo abbiamo vissuto insieme..

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Modi di vedere

In La leggerezza della gioventù on 15 agosto 2011 at 0:18

Ricordo bene che da piccola guardavo il mondo e lo vedevo grande, immenso e il tempo non passava mai. Un minuto era una vita. Un pomeriggio estivo era infinito. Com’era enorme il tempo tra la fine della scuola ed il suo inizio. L’estate durava il tempo giusto, per avere anche lo spazio di farmi annoiare. Poi non so. Da quale momento di preciso non so proprio, ma il tempo si è messo a correre, le ore e i giorni sono volati e così pure gli anni. Tutto era troppo breve. I fine settimana, un ballo, una passeggiata, una serata tra amici, un bacio… tutto troppo effimero, così da far sembrare breve una vita intera. Non sono più stata capace di rimpossessarmi del mio tempo e del mio spazio.
Credo sia colpa della prospettiva. Allora avevo fretta di crescere, oggi invece quella smania non ce l’ho più. Anzi a dire il vero vorrei fermarlo questo tempo maledetto. Vorrei che ci fossero ancora luoghi impossibili da raggiungere. Persone improbabili da incontrare. Storie nuove da sentire. Vorrei avere anche il tempo per annoiarmi. Ci pensavo in questo periodo di vacanza, quando alla sera nel cortile di casa stavo guardando il sole che si tuffava nel mare e l’aria tiepida mi accarezzava la pelle. Alcuni momenti dovrebbero essere per sempre. Alcune sensazioni non dovrebbero cedere al buio, alla notte. E non si dovrebbe diventare vecchi. Non perchè farlo è un’offesa fisica, ma solo perchè è un disagio mentale che ti sottrae risorse e sogni.
Non sono così sciocca da voler fermare la vita. Quella che vivo, comunque, è la migliore vita che avrei potuto sognare. Solo che sono ugualmente sciocca da sentire che davanti a me c’è spazio limitato, che non ho più il tempo per far accadere tutte le cose che ancora vorrei essere in grado di far succedere. Il mondo è piccolo. Gli aerei ti portano dove vuoi. Il mare è ristretto e pieno di gente che soffre e che cerca un approdo. C’è qualcosa che mi sfugge e che non ho la capacità e il tempo per riuscire a svelare. Vorrei capire se è giusto quello che ho fatto. Se merito quello che ho. Vorrei vedere il mondo in modo più semplice. Vorrei un mondo più semplice. Ma non riesco a togliermi la sensazione che tutto mi sfugga senza posa. Che non c’è realtà e punti fermi che tengano. Non esistono certezze. Eppure nel cortile, con la vista sul mare, una certezza ce l’ho. Forse solo un’illusione personale, ma è quanto basta per non farmi travolgere dall’ansia. Io credo di aver fatto tutto quello che potevo e di non essermi risparmiata. Ora è tempo di lasciare il testimone agli altri. Ora è tempo di vivere solo per me stessa. Ma la domanda è: il tempo mi basterà?

Non mi sono scordata di te…

In amore, musica on 7 luglio 2011 at 10:40

Caro Alessandro,
non guardarmi con quegli occhi seri seri, che non ti si addicono affatto, io non mi sono scordata di te. Sì! è vero, quella data è passata e io stavo male con quel brutto ascesso su quel dente maledetto, ma comunque non mi sono scordata di te e d’altra parte come farei?
Non ti avevo conosciuto prima di quando la tua vita da bambino si era trasformata in un tormento per te e per i tuoi splendidi genitori. Il destino ti avrebbe condotto a me due anni dopo, assieme alla dolcezza di tuo padre che ho adottato subito come mio fratellino nella rete. Sei arrivato tu con quel sorriso particolare che tutto fa splendere di luce nuova e con quel babbo e quella mamma annientati dalla tua assenza. Ma tu non ti sei mai allontanato da loro e neppure da me, perchè tu sei fatto così: un bambino bellissimo, eternamente di cinque anni, dal magico sorriso che entra nella vita degli altri in punta di piedi e non ne esce più.
Sì! ti voglio bene, passerotto mio, come una madre che vuol bene al suo eterno bambino, come una zia che vuol solo viziare il suo bel nipotino e consolare quel grande papà e quella mamma coraggiosa. Ti voglio bene e neanche il tempo cambierà questa nostra piccola storia segreta.
Ora sì, che riconosco il tuo sguardo furbetto, ora sei tu come sempre con la tua felpa gialla e i riccioli belli. Ora sorridi come sai fare tu. Ti voglio bene piccolo mio e non mi scorderò mai di quella data triste quando un dio senza senso ti ha portato via con sé. Sarò una vecchia pazza, ma non lo perdono quel dio, perchè un senso davvero non c’è.
Come ogni anno ti dedico una canzone e per stavolta una canzone che piace a te, di quel cantante che non conoscevo, che solo il tuo amore mi ha fatto ascoltare.
Ciao Alessandro e grazie per avermi insegnato che un sorriso può tutto, anche nei momenti più brutti e neri della vita.
Un bacio dalla tua vecchia zia Ross 🙂

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