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Nel ventre della balena

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 16 gennaio 2014 at 17:29

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Ci si avvicina a passi veloci alla fine dell’anno. Chissà perché mi sembra una cosa di secondaria importanza. Oggi giornata piena e sebbene che ci avessero minacciato 4 giorni di pioggia, il tempo tiene, sebbene offuscato dalle nuvole, ma a prima mattina esce un fantastico sole non appena riusciamo, dopo lunga attesa e tanti controlli, a passare verso la spianata delle moschee. Che poi è la spianata che mi prende e anche la moschea ma solo come corollario. Amo la gente che si raccoglie lì, in riflessione e preghiera, le donne che fanno scuola e gli uomini, a gruppetti, seduti come davanti ai tavolini dei bar. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Ma qui il tempo non esiste, a parte il nostro Mike, che con fare burbero ci dice che abbiamo solo una quarantina di minuti. A me bastano. Nella spianata mi cerco sempre lo stesso angolino solitario. Il sole scalda ed è abbacinante e si riflette sulla cupola dorata, riverberando attorno. Che pace! Proprio io che non sono per niente religiosa, trovo casa e serenità in un luogo che è di culto per gli altri. E’ davvero una strana alchimia. Qui mi sento in pace anche con me stessa. Questo luogo non è Gerusalemme, è uno strappo nel tempo, un non luogo, un’idea… bella, difficilmente ripetibile.
Ma il tempo comunque passa e veniamo raccolti dal nostro Mike, cane pastore e padrino, per raggiungere a piedi il pullman all’hotel: ci aspetta Tel Aviv e Jaffa.
Oggi si entra nel ventre della balena.
A dirla così sembra che io stia parlando di un luogo sicuro, dove nessuno può farti del male, ma in questo caso della balena ci sono solo le fattezze, il pesce ha un altro nome ed è molto più pericoloso. Un pesce vorace che ingoia e trita tutto e che non ha sguardo, non ha memoria.
La giornata si è fatta ventosa e brillante, proprio una giornata per andare al mare. E il mare lo troviamo, quel mare rubato alla Palestina che non riesco ad annusare, faccio difficoltà a riconoscerlo, non è “un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci ci unisce” come diceva Vittorio dalla sua Gaza, questo è un mare estraneo che non accoglie. Anche a Gaza c’è il mare, ma si pena peggio che sulla terra, è fatica e pericolo, è fatto di quotidianità e frustrazione. Quel mare negato è peggio di quello rubato.
Siamo qui vicino al n. 48 della strada che i palestinesi chiamano Occupation street. Qui ci stava il quartiere operaio di Manshiya, quartiere vivace con case e negozi di gente operosa che conviveva tranquilla, qualsiasi fosse la propria origine o la propria religione. Non c’era odio prima dell’occupazione, c’era fratellanza e solidarietà, ma poi solo morte e distruzione.
La Nakba ce la raccontano gli attivisti di Zochrot, che cercano di preservare il patrimonio storico, la tradizione e l’identità culturale del loro paese. Sono attivisti israeliani che cercano l’impossibile: preservare quel passato comune che è la storia e la verità.
Cosa rimane di Manshiya? Una casupola schiacciata all’angolo di un grande parcheggio e di un parco per portarci a passeggio i migliori amici dell’uomo: i cani, che sono migliori dei palestinesi.
Guardiamo le foto, ma non si riconosce niente. Si vede solo una casa ai bordi della strada, ma per sfregio l’hanno occupata e trasformata in una casa israeliana, con i simboli e i colori fin troppo conosciuti. E’ rimasta solo la moschea che è stata più volte distrutta e ricostruita, altrettante volte, con i soldi dei palestinesi del luogo, ironicamente israeliani di nazionalità. Dentro non si può pregare, anche questa è l’ironia dell’occupante. E il resto? Ma certo c’è pure un resto, molto nascosto però. Sulle rovine delle case distrutte sopra le teste di chi non era riuscito a fuggire e ad andarsene, le ruspe hanno riportato terra e seminato erba, che cresce a stento, si vede che non è un buon fertilizzante il sangue palestinese che vi è stato sparso.
Un vecchio tassista si avvicina e ci racconta di quel tempo passato e dei suoi due fratelli rimasti uccisi, regge solo pochi minuti e poi si rifugia nel taxi con gli occhi pieni di lacrime e di dolore. E noi ci sentiamo invasori dei sentimenti altrui, guardoni del dolore, reporter senza anima di una realtà che non è nostra, ma che vogliamo testimoniare malgrado tutto.
Sul parco un grande cuore spezzato fatto dei legni di imbarcazioni venute da lontano e affondate dai marosi… nessuno che si chiede quanto male fa aver perduto la propria casa, la propria terra e insieme la libertà. Io sono triste ed indignata, divento silenziosa e affaticata, pallida ombra di me stessa. Non reggo lo scempio… non ne sono capace mentre Jaffa, perduta terra di Palestina, ancora bella per il suo antico splendore, ora addomesticato da un’occupante senza fantasia, fa da contraltare a Tel Aviv, terra di grattacieli e poco amore, che si protende sul mare senza un vero senso, un proprio fascino, la dignità umana data dalla ragione.
Una passeggiata al porto vecchio, con le ragazze del gruppo che si rilassano un po’ all’ultimo sole. Ma io che conosco il mare, sono stranita, cos’è questa malìa che lo rende inodore e distante?
In cielo si accumulano nuvoloni gonfi di pioggia ed è il degno finale del nostro incontro con la balena: scoppia un temporale rabbioso. Per fortuna arriva Mike a salvarci come sempre. “Yalla Yalla” e si riparte verso destinazione ignota.
Ultima sorpresa del giorno, gioiosa ed improvvisa, Luisa che punta direttamente al nostro cuore. Ma non fa parte di questa storia di mare, è un’altra storia di uomini resistenti e voglio altro spazio per raccontarla, non ora non qui. Ovviamente il nostro viaggio continua e se mi seguite condurrò pure voi…

Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

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