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Se questa è l’Italia…

In Amici, Anomalie, Antifascismo, Cultura, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Informazione, Ironia, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 dicembre 2011 at 19:55

Le persone che mi conoscono da tempo sanno già di questa “storiella”.
Sento da più parti vocine ingenue (o ingenuamente false) ribadire che gli omicidi di Firenze siano stati gli atti finali di una mente malata.
IO FREMO DI RABBIA A SENTIRE QUESTE SCUSE ASSURDE. Io sono convinta che l’assassino di Firenze sia stato un nazi-fascista razzista e convinto del suo razzismo. Io credo che il razzismo abbia spinto la sedicenne di Torino a incolpare ingiustamente due immaginari ragazzi rom (perchè non ha immaginato due ragazzi torinesi?); il razzismo ha spinto un gruppo di persone, sempre di Torino, a reagire al finto stupro con un POGROM contro i rom del quartiere.
Il razzismo è anche la scelta del poliziotto romano che, fingendosi straniero, sequestra l’amico del figlio per chiedere un riscatto e pagarsi i debiti da gioco. Il razzismo anima i talk show, siede nei salotti televisivi dove, subito dopo gravi fatti di cronaca, si grida e si lascia gridare che “FORSE” l’assassino è straniero (ci sono casi irrisolti in cui all’inizio hanno seguito la pista dell’immigrato). Ci sono italiani ben pensanti che si ricordano dei delitti e degli stupri commessi da stranieri, ma non ricordano mai di citare le statistiche secondo le quali sono gli italiani a commettere più omicidi e stupri.
Poi c’è questa “storiella” che mi riguarda tanto da vicino. Nel nvoembre 2007 Obama si candidava per la casa Bianca col suo nome arabo, “BARAK”. Nello stesso mese mia figlia, con nome e cognome arabo (palestinese), si recò nel liceo-ginnasio che aveva scelto di frequentare l’anno successivo. Dopo la terza media si sarebbe iscritta in quel liceo! A novembre gli studenti delle terze medie vennero invitati per le giornate di orientamento. Mia figlia si recò insieme ad altri compagni della sua scuola. Avevo chiesto al docente, referente di orientamento, di inserire mia figlia in classe per farle vivere qualche momento al ginnasio. Quando fu in classe, mia figlia si presentò e a quel punto si sentì dire dalla professoressa: ” Ecco un’altra straniera al classico! Ma perchè si ostinano a venire al classico gli stranieri?”. Shaden rimase lì a guardarla. Non parlò e non rispose. Non le disse che lei di “strano” aveva solo il nome e il cognome e non era straniera. Ma anche se fosse stata straniera, quella prof non doveva parlare in quel modo! Disgustata da quell’esperienza, mia figlia è ritornata in quella scuola solo per dire “qualcosina” alla prof. Io ho provveduto a contattare il docente referente del progetto Accoglienza (bell’accoglienza), ho scritto al Preside (poichè non ha “avuto il tempo” di ricevermi) e nella lettera gli ricordavo che in quei giorni un nero americano (vabbè poi sappiamo che di nero ha solo la coscienza, come afferma l’amico Francesco Giordano :-)) correva alle presidenziali per la Casa Bianca con un nome arabo, mentre mia figlia, con un nome arabo, era stata “consigliata” di non frequentare il suo liceo, ritenuto un corso di studi troppo difficile per gli “stranieri”. Oggi Shaden frequenta un altro liceo con altri studenti dal cognome “straniero” :-).
Questo è accaduto un po’ prima che i leghisti vincessero le elezioni nel 2008.
Un leghista doc come Tosi è stato assessore alla sanità per il Veneto qualche anno fa. Tra le prime direttive impartì l’ordine che gli ospedali veneti non dovevano erogare in pronto soccorso tutta una serie di servizi sanitari, soprattutto agli stranieri (radiografie, eco..) perchè, secondo lui, era un modo per non pagare il ticket ..Sta di fatto che in quel periodo (2006) se capitavi in un pronto soccorso ed eri straniero, ci rimanevi ore e ore.
Ho depositato il libretto sanitario di mia figlia undicenne al desk del pronto soccorso, dove ci eravamo recate perchè lei sie era rotta la tibia. Ho aspettato 7 ore prima che qualcuno la visitasse. E l’hanno visitata quando io sono scoppiata in un moto di rabbia, quando mi sono accorta che al desk l’avevano scambiata per straniera…c’erano due pile di libretti. Noi eravamo in attesa da ore insieme a chi stava peggio di mia figlia..eravamo tutti stranieri….tutti la stessa pila.
Da denuncia, vero? Io ho fatto una scenata, accusandoli di razzismo.
QUESTO E’ UN PAESE RAZZISTA, PERCHE’ E’ UN PAESE IGNORANTE! Ancora oggi, dopo 30 anni quasi, se dico che sono sposata ad un arabo pensano sempre sia un marocchino. Non sanno nemmeno che l’inquilino polacco parla il polacco e non il rumeno….QUESTO E’ UN PAESE CHE NON SA DISTINGUERE MA SI SPRECA NELLE CLASSIFICAZIONI! E’ una brutta fotografia dell’Italia. Ma se non la guardiamo bene rischiamo di lasciarla così…senza nemmeno tentare di ritoccarla nel reale.
Pina

Questo è uno sfogo in Facebook di una mia cara amica, simpatica e molto coraggiosa. Proprio ieri le dicevo che mi sarebbe piaciuto raccontare o meglio scrivere la storia della sua vita e davvero ci sarebbe molto da scrivere. Spero di convincerla, un giorno, e di poter raccogliere tutte le sue memorie, che allo stato attuale sono moltissime, anche se lei è ancora molto giovane. Un giorno raccontò che …, ma no, dai, questa è troppo bella, ve la racconto un’altra volta 😉

Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 Mag 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

Siamo disposti a rinunciare alla tristezza?

In Anomalie, personale on 4 Mag 2011 at 15:49

Spesso me lo chiedo e mi rispondo che sono fortunata perchè posso scegliere tra felicità e tristezza, ed evidentemente tra le due scelgo la prima. La mia fortuna sta ovviamente sulla possibilità di scelta. Non tutti ce l’hanno, anzi molto spesso stanno nella seconda non sapendo nemmeno se esista una condizione differente. Ricordo bene che per decenni ho vissuto, con ben poca discontinuità, una malinconia e tristezza che ormai credevo endemica. Rapporti affettivi deludenti. Situazioni di lavoro stressanti. Poche speranze per il futuro. Tutto questo però mi rendeva più empatica. Riuscivo ad essere nella mente e a comprendere le emozioni di molta parte del mondo che mi circondava. Riuscivo ad avere un animo più poetico anche senza scrivere delle vere poesie. Mi sentivo vera e credibile. Possibile che la felicità ottunda i miei sensori? Che mi renda più egoista o che mi faccia apparire più superficiale? Eppure non mi sento come gli altri e provo imbarazzo ad essere felice. A volte, persino, ho nostalgia della tristezza, ma solo per un attimo, un terribile momento di stupido masochismo.  Poi tutto passa  e continuo a sentirmi in colpa perchè sono, in un terribile momento di stupida felicità.  In fin dei conti non si può sempre avere tutto.

La favola più vecchia del mondo

In amore, Donne, uomini on 21 luglio 2010 at 21:59

L’estate era passata in un soffio. Una delle tante estati che Francesca era abituata a vivere. Si prendeva un po’ di vacanza lontano dalla sua città, magari andava nella sua isola a perdersi in lunghe nuotate in quel mare di smeraldo. Ma non era quella la parte più bella della stagione calda, erano invece quelle notti passate per strada a bighellonare qui e là, con i suoi amici.
Certo era un tempo che per vivere bastava poco, lei era brava ad adeguarsi alle contingenze della vita. Calcolava il ritmo dei suoi giorni sulle sue possibilità. Certo aveva un lavoro che non era pagato granché, ma le lasciava molti pomeriggi liberi. Pertanto aveva trovato degli altri lavori che la tenevano occupata solo nelle ore libere, così da poter sbarcare meglio il lunario. Pagava la sua stanza nella casa con altre ragazze con le quali divideva l’affitto. Lei era l’unica a lavorare e, per questo, apprezzava molto la libertà che si era guadagnata col sudore della fronte.
Francesca era una bella ragazza, socievole e piena di amici, amava andare a teatro, al cinema e ai concerti rock, ma si permetteva questi divertimenti solo quando poteva farlo. Per la maggior parte del suo tempo libero si accontentava di sedersi in qualche bar all’aperto o in qualche angolo di strada per suonare la chitarra e cantare in compagnia di quegli amici. La sua era una vita semplice e senza troppe complicazioni. Poi arrivò, con l’odore della terra bagnata, e delle prime foglie cadute, un settembre diverso dagli altri, una stagione che non aveva mai conosciuto che fece vivere anche a lei la stagione dei segreti.
All’inizio le era sembrato di vivere in una favola, che si trasformava di giorno in giorno nella sua favola. Paolo era un noto docente di Diritto che attraverso un suo giovane assistente l’aveva contattata per farle trascrivere i suoi articoli e i sue lezioni universitarie. Quando lei l’aveva conosciuto si era sentita intimidita dalla personalità di quell’uomo. Non solo per il fatto che fosse un famoso cattedrattico, ma anche perché dopo averla conosciuta l’aveva trattata con la gentilezza e l’affettuosità di un padre. Quel padre che a lei era sempre mancato. Del padre aveva anche l’età e pensandoci bene forse anche quella del nonno, ma il suo modo di fare era così… così bonario e alla mano che, malgrado la soggezione, lei ben presto si era sentita rasserenata e piacevolmente coinvolta.
Le sue mansioni si limitavano, inizialmente, alla battitura delle sue cose scritte che velocemente diventò la trascrizione dei suoi convegni e dei suoi seminari. Si sentiva così apprezzata per il lavoro che faceva. A volte lui le chiedeva di andare nel suo studio per dettarle lettere e memorandum. Lei rimaneva frastornata dalla sua amabilità e dalla qualità e importanza dei contatti. Scriveva lettere a personaggi importanti che lei non avrebbe mai pensato di poter conoscere e rimaneva basita dalla famigliarità con cui si rivolgeva a tutti. Spesso lui la tratteneva fino a tardi per parlarle del suo lavoro, ma anche della sua vita, come se lei fosse la migliore confidente. Raccontava dei suoi due figli, ormai adulti, che non riuscivano a trovare la loro strada nella vita e di una moglie rinchiusa nel suo orgoglio di nobildonna decaduta. Raccontava dei suoi viaggi, dei luoghi che aveva visitato, della gente che aveva frequentato, ma sempre con quel velo di tristezza che evidenziava la sua indifferenza verso quella che sembrava una fortuna per il mondo intero. Francesca non pensava affatto di essere una sprovveduta, ma certamente sapeva di essere un po’ ingenua, anche se cercava di mascherarlo con una certa dose di cinismo almeno apparente.
Paolo era un uomo molto esperto e la lusingava in tutti i modi possibili. Era bravissimo a solleticare l’interesse di Francesca dandole, di sopraggiunta, il desiderio di intervenire e di avere un ruolo nella sua vita dorata ma infelice. Lui sapeva che ogni donna ha un punto debole e quello della ragazza era sicuramente il bisogno che aveva di essere amata e vezzeggiata, in più, il bisogno di amare anche lei senza chiedere niente in cambio. Per lui conquistare quella ragazza era un punto di orgoglio, già pregustava l’invidia che avrebbe sollevato tra i suoi colleghi, che si stavano scapicollando per accaparrarsi anche loro i servizi della giovane segretaria.
Una sera lui le aveva raccontato del figlio che passava da una depressione all’altra e del modo esecrabile che aveva sua moglie di usare i figli come metodo di ricatto nei suoi confronti. Francesca era ormai troppo coinvolta e non riuscì a sopportare i suoi occhi lucidi e sfuggenti. Lei gli passo una carezza incerta sul viso che le sembrava bello malgrado le molte ingiurie del tempo. Lui l’abbracciò improvvisamente e le disse le più belle parole che mai lei avesse udito.
Così con piccole bugie o mancate verità, con mezze parole e sguardi languidi lui si prese la sua giovinezza. Francesca non era più la stessa. Disertava gli amici e non aveva più voglia di cantare. Lui le faceva regali assolutamente inutili, gioielli che lei non avrebbe indossato mai, vestiti che lei non avrebbe mai avuto occasione di mettere, e libri che avrebbero fatto bella mostra nella biblioteca di un principe. I suoi tascabili facevano a pugni con quelle edizioni rilegate in pelle. Lei si scherniva, ma ne provava piacere, anche se tutto quello non le poteva servire a nulla per renderle meno difficile il quotidiano. Facevano solo parte della favola. Lui le prometteva viaggi che non aveva mai il tempo o la possibilità di fare con lei. Lei organizzava ogni minuto in funzione delle esigenze di lui, ormai non aveva più tempo per la sua libertà e per andare al cinema o a teatro, tanto meno avrebbe mai potuto frequentare un esecrabile concerto rock. Paolo le stava insegnando come una donna avrebbe dovuto essere per poterla presentare come la donna del Professore. Francesca diventava sempre più triste. Si sentiva rinchiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre si sentiva corteggiata e amata come non le era mai successo prima.
Lui prometteva anche se lei non chiedeva. Sapeva essere generoso, ma non la portava mai da nessuna parte. I loro incontri erano pieni di pathos, ma anche di malinconia; per lei era difficile non poter manifestare al mondo il suo amore. Passò l’inverno e tornò primavera, le giornate si stemperavano nel primo dolce sole dell’anno. Tutto intorno a Francesca si risvegliava dal lungo gelido letargo invernale, tutto riprendeva nuova vita e pure dentro di lei una vita nuova prendeva nuovi contorni. La cosa non doveva stupire, succede quasi sempre così, nelle favole più belle, prima viene l’amore e poi arrivano le gioie, se certe sorprese possono chiamarsi gioia.
Francesca timidamente l’aveva detto al Professore e a lui mancava poco che gli prendesse un coccolone. Eh no, non era possibile, sarebbe stato un duro colpo per la psiche dei figli e per l’orgoglio della sua signora. Lui non voleva far soffrire la sua famiglia, non se lo meritavano. Lui avrebbe fatto tutto per lei, ma quello no. Non glielo doveva chiedere. Francesca era confusa, pensava davvero di essere protagonista di una favola, ma non voleva far soffrire nessuno, certamente non quei suoi figli viziati e nemmeno quella donna austeramente infelice. Vagamente capiva che a lei nessuno ci pensava, ma che non era un suo diritto chiedere qualcosa per sé. Paolo partì troppo rapidamente per un viaggio di convenienza con la sua blasonata infelice famiglia.
Francesca, svegliata dal sogno, si ritrovò ad affrontare il suo incubo personale. La trafila di ambulatori e medici che la guardavano con compatimento, lei non voleva quel bambino che le avrebbe ricordato per sempre quel suo peccato di stupidità. Non voleva più essere amata da un padre che non era il suo, anzi da un uomo che poteva essere un nonno che le aveva rubato la sua vita. Certo le era sembrato tutto una bellissima favola che ora le veniva strappata via dal nido che lei aveva costruito nel suo corpo. Quel mattino aveva buttato, senza fare una piega, quegli inutili regali del Professore, dentro alle acque del fiume. Voleva liberarsi di quel peso, doveva liberarsi di ogni peso, pure quello che si portava dentro. Non le sarebbe rimasto più niente, o forse no, un’unica cosa, che avrebbe ricordato per sempre, una grossa e brutta macchia di sangue coagulato, sul candido lettino dell’ospedale.

Stupido è chi lo stupido fa

In Disimpegno on 6 Mag 2010 at 7:35

Me lo diceva sempre mamma: “Stupido è chi lo stupido fa!” E come sempre ha avuto ragione. Appena l’ha conosciuta lei ha capito tutto, Pietrina non faceva per me. Mi ha detto di averlo capito da come beveva il suo caffè. Mica che si capisce sempre, ma mia mamma per queste cose ha un sesto senso. L’aveva detto subito che teneva la mano come una donna vanitosa e pronta a tradire. Io di queste cose non capisco molto, ossia vedo se una donna è bella e c’ha tutte le cose a posto e Pietrina su questo era perfetta, ma non ero riuscito a comprendere di che pasta era fatto il suo carattere. All’inizio lei sembrava molto tranquilla, parlava poco e non si lasciava baciare. Ma poi con il tempo, dopo che ha conosciuto mia mamma, mi ha imposto di uscire ogni sera per andare a trovarla a casa sua. E quando arrivavo lì diventava scatenata e tentava persino di levarmi la camicia. Anche questo avrebbe dovuto farmi capire che non era la donna giusta, ma era talmente carina che ci avevo perso la testa. “Certe donne fanno di tutto per farsi sposare.” Anche questo lo diceva sempre mamma però non ho mai capito cosa ci fosse di brutto in questo. Certo che Pietrina non sapeva cucinare come la mia mamma e neppure sapeva curare la casa come faceva lei, quindi avrebbe fatto un po’ difficoltà a trovare un buon marito. Devo dire che qualche volta ci ho pensato: “Io la sposo e così le do i baci con la luce accesa” perché lei era scatenata, ma la luce la voleva spenta. Certo era il suo modo per farmi capire che se la volevo vedere dovevo fare qualcosa per lei, ma al momento giusto mi dimenticavo cosa dovevo fare. Poi è arrivato Guido, che era il cugino di Trina e ogni sera io lo trovavo a casa sua per bere il caffè. Per un bel po’ ho pensato che lui venisse perché Trina gli faceva da mamma visto che la sua non ce l’aveva più e si vedeva perchè cercava sempre di toccarle le tette. Certo che mi è dispiaciuto quando è riuscita a levare la camicia a Guido. Mia mamma me l’aveva detto: “stai attento a quella donna che è traditora” però io non avevo capito che non era la mia camicia che voleva. Mia mamma me l’ha fatto capire “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere… te l’avevo detto che il problema è come quella ragazza beve il caffè!”

Stupidi ragazzini presuntuosi.

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 2 febbraio 2010 at 11:42

La gioventù non è un valore aggiunto. Quando si è giovani si è anche presuntuosi. Si pensa di essere eterni ed invincibili. Si pensa di poter fare qualsiasi cosa. Si è certi che è possibile sbagliare e rimediare. Che si ha tutto il tempo per tornare indietro e si può recuperare il perduto e che c’è spazio per il perdono o almeno per la dimenticanza. Invece quando si è giovani si è pure orgogliosi e si pensa anche di essere infallibili e allora, per assunto, non si sbaglia mai, e se si sbaglia non lo si ammette e si continua bellamente a sbagliare e a sostenere l’impossibile.
Così era capitato che loro due si erano trovati casualmente per strada. Non era la prima volta comunque e come ogni volta si fermavano a parlare come vecchi amici, ma ad onor del vero loro vecchi amici non erano mai stati. Erano stati qualcosa di diverso ed è per quello che andavano cauti con i discorsi. Lei non era proprio totalmente a suo agio. Se le cose erano andate in un certo modo la colpa era stata sua, ma ormai chi vuoi che si ricordasse, non aveva proprio senso, erano passati più di quattro anni! Lei sapeva che le cose erano andate come dovevano andare e poi ormai anche con l’altro aveva chiuso e, tra parentesi, non era stata per niente una storia emozionante, aveva tenuto duro un sacco di tempo, perché lei era fatta così, ma era stato davvero tutto tempo perso, tempo da dimenticare. Ora era tornata sola e la cosa le sembrava del tutto naturale com’era naturale che lui fosse, malgrado tutto, gentile e attento. Lo aveva invitato a quella festa senza neanche sapere perché. Aveva saputo dal fratello che ormai stava poco nella sua città e lui vagamente ne aveva fatto cenno. Se era curiosa non l’aveva dato a vedere, d’altra parte se aveva una donna laggiù ad aspettare, era il minimo, anche se si diceva che le donne, lì, erano troppo facili. Lui la guardava un po’ stordito. Non si era aspettato di incontrarla anche se ne aveva fatto di strade sperando di vederla. Succedeva ogni volta, non poteva farci niente. La vedeva e restava basito. Faticava le parole, ma dentro alla testa aveva pensato “Cazzo se è bella”. Erano passati anni da allora e la sua espressione si era certamente indurita. Era normale dopo quello che era accaduto. Se stava a quello che gli aveva detto quell’amico, lei era stata disperata, dopo quell’amore finito come non avrebbe voluto. Lui glielo aveva detto con quell’aria da uomo vissuto e abituato a sciupare le femmine, era arrivato perfino a proporgli una mediazione per farli rimettere insieme, sempre che gli potesse ancora interessare. No! non era interessato, soprattutto non voleva mostrare che quel discorso gli aveva fatto davvero male. Come aveva fatto a cambiare così… proprio lei che dalla vita avrebbe potuto e dovuto avere tutto?
Quella sera non ballarono insieme ed era strano perché a tutti e due piaceva molto ballare. Si erano seduti sul divano e avevano parlato di quella donna che lo stava aspettando, non era come le altre, lei aveva studiato e veniva da una famiglia ricca. Quei discorsi l’avevano resa triste. Lui le chiese cosa faceva nella vita. “Ora abito con un’amica, lavoro molto e studio alle serali, così ho poco tempo per il resto”. Lui le leggeva la tristezza negli occhi e pensava a quanto male le avesse fatto quell’altro. Lui sperava che la bottiglia di whiskey avrebbe annegato un po’ della sua tristezza. Lei si chiedeva cosa ci facesse lì, maledizione, non era stata una buona idea. Lui un bicchiere dietro l’altro stava dimenticando la ragione per cui aveva accettato quell’invito. In modo confuso le aveva accennato che quell’amico gli aveva detto certe cose su come fosse finita la loro storia e lei non ne aveva voluto parlare, si era trincerata dietro ad un “Preferisco non sapere cosa va in giro a dire, quando i rapporti finiscono come minimo la colpa sta a metà”. Poi era rimasta in silenzio. Le era venuto alla mente che una volta lui l’aveva giudicata, come se a lei non fosse concesso di sbagliare. Si ricordava che non aveva pronunciata quella parola, ma lei sapeva che avrebbe voluto dirla, se ne sentiva ancora il peso addosso. Provava un sordo rancore verso sé stessa e la sensazione devastante che stava solo allora perdendo qualcosa di importante seppur sapeva di non averne più diritto. Lui l’aveva persa quella volta ed era stato un massacro, gli era costato di più di quello che poteva dare, non le avrebbe mai fatto capire che… Incrociarono lo sguardo mentre lei indossava la giacca per andarsene dalla festa. Lui notò che aveva uno sguardo triste che non le aveva visto mai. Tra i fumi dell’alcool percepiva vagamente che solo allora e non prima, quando quell’amico se l’era rubata, lui la stava perdendo e se non fosse stato che l’alcool gli aveva tagliato le gambe e i pensieri, avrebbe potuto fermarla senza dirle neanche una parola.

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