rossaurashani

Posts Tagged ‘Storia’

Nel ventre della balena

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 16 gennaio 2014 at 17:29

1525772_528402203933385_1323214749_n
Ci si avvicina a passi veloci alla fine dell’anno. Chissà perché mi sembra una cosa di secondaria importanza. Oggi giornata piena e sebbene che ci avessero minacciato 4 giorni di pioggia, il tempo tiene, sebbene offuscato dalle nuvole, ma a prima mattina esce un fantastico sole non appena riusciamo, dopo lunga attesa e tanti controlli, a passare verso la spianata delle moschee. Che poi è la spianata che mi prende e anche la moschea ma solo come corollario. Amo la gente che si raccoglie lì, in riflessione e preghiera, le donne che fanno scuola e gli uomini, a gruppetti, seduti come davanti ai tavolini dei bar. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Ma qui il tempo non esiste, a parte il nostro Mike, che con fare burbero ci dice che abbiamo solo una quarantina di minuti. A me bastano. Nella spianata mi cerco sempre lo stesso angolino solitario. Il sole scalda ed è abbacinante e si riflette sulla cupola dorata, riverberando attorno. Che pace! Proprio io che non sono per niente religiosa, trovo casa e serenità in un luogo che è di culto per gli altri. E’ davvero una strana alchimia. Qui mi sento in pace anche con me stessa. Questo luogo non è Gerusalemme, è uno strappo nel tempo, un non luogo, un’idea… bella, difficilmente ripetibile.
Ma il tempo comunque passa e veniamo raccolti dal nostro Mike, cane pastore e padrino, per raggiungere a piedi il pullman all’hotel: ci aspetta Tel Aviv e Jaffa.
Oggi si entra nel ventre della balena.
A dirla così sembra che io stia parlando di un luogo sicuro, dove nessuno può farti del male, ma in questo caso della balena ci sono solo le fattezze, il pesce ha un altro nome ed è molto più pericoloso. Un pesce vorace che ingoia e trita tutto e che non ha sguardo, non ha memoria.
La giornata si è fatta ventosa e brillante, proprio una giornata per andare al mare. E il mare lo troviamo, quel mare rubato alla Palestina che non riesco ad annusare, faccio difficoltà a riconoscerlo, non è “un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci ci unisce” come diceva Vittorio dalla sua Gaza, questo è un mare estraneo che non accoglie. Anche a Gaza c’è il mare, ma si pena peggio che sulla terra, è fatica e pericolo, è fatto di quotidianità e frustrazione. Quel mare negato è peggio di quello rubato.
Siamo qui vicino al n. 48 della strada che i palestinesi chiamano Occupation street. Qui ci stava il quartiere operaio di Manshiya, quartiere vivace con case e negozi di gente operosa che conviveva tranquilla, qualsiasi fosse la propria origine o la propria religione. Non c’era odio prima dell’occupazione, c’era fratellanza e solidarietà, ma poi solo morte e distruzione.
La Nakba ce la raccontano gli attivisti di Zochrot, che cercano di preservare il patrimonio storico, la tradizione e l’identità culturale del loro paese. Sono attivisti israeliani che cercano l’impossibile: preservare quel passato comune che è la storia e la verità.
Cosa rimane di Manshiya? Una casupola schiacciata all’angolo di un grande parcheggio e di un parco per portarci a passeggio i migliori amici dell’uomo: i cani, che sono migliori dei palestinesi.
Guardiamo le foto, ma non si riconosce niente. Si vede solo una casa ai bordi della strada, ma per sfregio l’hanno occupata e trasformata in una casa israeliana, con i simboli e i colori fin troppo conosciuti. E’ rimasta solo la moschea che è stata più volte distrutta e ricostruita, altrettante volte, con i soldi dei palestinesi del luogo, ironicamente israeliani di nazionalità. Dentro non si può pregare, anche questa è l’ironia dell’occupante. E il resto? Ma certo c’è pure un resto, molto nascosto però. Sulle rovine delle case distrutte sopra le teste di chi non era riuscito a fuggire e ad andarsene, le ruspe hanno riportato terra e seminato erba, che cresce a stento, si vede che non è un buon fertilizzante il sangue palestinese che vi è stato sparso.
Un vecchio tassista si avvicina e ci racconta di quel tempo passato e dei suoi due fratelli rimasti uccisi, regge solo pochi minuti e poi si rifugia nel taxi con gli occhi pieni di lacrime e di dolore. E noi ci sentiamo invasori dei sentimenti altrui, guardoni del dolore, reporter senza anima di una realtà che non è nostra, ma che vogliamo testimoniare malgrado tutto.
Sul parco un grande cuore spezzato fatto dei legni di imbarcazioni venute da lontano e affondate dai marosi… nessuno che si chiede quanto male fa aver perduto la propria casa, la propria terra e insieme la libertà. Io sono triste ed indignata, divento silenziosa e affaticata, pallida ombra di me stessa. Non reggo lo scempio… non ne sono capace mentre Jaffa, perduta terra di Palestina, ancora bella per il suo antico splendore, ora addomesticato da un’occupante senza fantasia, fa da contraltare a Tel Aviv, terra di grattacieli e poco amore, che si protende sul mare senza un vero senso, un proprio fascino, la dignità umana data dalla ragione.
Una passeggiata al porto vecchio, con le ragazze del gruppo che si rilassano un po’ all’ultimo sole. Ma io che conosco il mare, sono stranita, cos’è questa malìa che lo rende inodore e distante?
In cielo si accumulano nuvoloni gonfi di pioggia ed è il degno finale del nostro incontro con la balena: scoppia un temporale rabbioso. Per fortuna arriva Mike a salvarci come sempre. “Yalla Yalla” e si riparte verso destinazione ignota.
Ultima sorpresa del giorno, gioiosa ed improvvisa, Luisa che punta direttamente al nostro cuore. Ma non fa parte di questa storia di mare, è un’altra storia di uomini resistenti e voglio altro spazio per raccontarla, non ora non qui. Ovviamente il nostro viaggio continua e se mi seguite condurrò pure voi…

Se io dovessi spiegare a mio figlio….

In amore, Anomalie, Antifascismo, Giovani, Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 Mag 2013 at 18:33

L’idea mi è venuta in questi giorni, dopo un altro 25 aprile, come tanti e dopo aver letto di come un padre spiega la resistenza a sua figlia in questo libro, citando scrittori e storici del novecento.
Non che il suo libro e le sue ragioni non mi abbiamo in qualche modo incantato, provando quella certa fascinazione che si prova di fronte alle imprese titaniche sia che risultino riuscite oppure no, ma dopo l’incanto che si prova di fronte a tutte le prove di erudizione, mi è salito in bocca quel sapore spiacevole dei cibi rimasti sullo stomaco e mal digeriti.
Ma partiamo dall’inizio citando dalla presentazione del libro “La Resistenza è stata la dimostrazione del meglio di cui gli italiani fossero capaci: un’assunzione di responsabilità, una volontà di riscatto che non riguarda solo la storia del fascismo e della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale. Si affrontano qui alcuni problemi controversi della storia della Resistenza senza cedere alla sacralità o alla strumentalizzazione politica: si ricostruisce infatti una narrazione anti-eroica, senza aggettivi, ma ricca di colori. L’obiettivo è cercare una via d’uscita alternativa alla ricostruzione spesso rancorosa degli eventi.
Non una storia di fatti sanguinosi, di efferatezze, di morti e di corpi violati, ma un tentativo di individuare le motivazioni profonde di un periodo di grandi speranze e di crescita collettiva. E di cogliere le ragioni di una storia, ma anche le ragioni della vita. Un libro per le giovani generazioni che cerca di dare risposte esaurienti a quesiti difficili e spesso trascurati.”
Capita che quella che oggi appare come un atteggiamento di mistificazione, ossia di sacralizzazione di un evento o di strumentalizzazione politica alla fine sia un “atto” di assunzione di responsabilità e una volontà di riscatto che è costata molto sia in termini  di vite che di sofferenze.
Vale poco dire: che non fu la Resistenza a liberare l’Italia dal nazifascismo, ma fu l’intervento alleato, tanto meno dire che ogni parte politica considerata ha una sua qualche dignità politica. Perchè se è vero che l’italia non è mai stato un paese unito in cui mai è stato coltivato l’idea e l’amor di patria, alla fine del ragionare bisogna pur ammettere che nei momenti difficili questo paese ha dimostrato il suo miglior volto e le sue migliori qualità.
Vero è che l’Italia allora stava col fascismo, dando fiato a quella parte del nostro paese che preferiva servire i forti e prendersi delle piccole rivincite vestendo una divisa dal triste colore della morte, ma anche solo una semplice divisa, passata dal partito, che rendeva tutti uguali e ordinati anche nelle differenze tra ricchi e poveri, acculturati ed ignoranti.
Ma allora chi invece di seguire l’onda degli avvenimenti e godere dei privilegi concessi ai consenzienti aveva preferito riunirsi in bande e salire su in montagna, come dobbiamo considerarlo?
Sembra che i primi a prendere la strada dei boschi furono i soldati e per fortuna loro sì che sapevano da cosa stavano fuggendo, e anche un po’ come farlo. Poi salirono i comunisti altrettanto ben organizzati che i soldati, poi i professori e gli studenti, i letterati insomma, che da quel “viaggio” ci fecero pervenire almeno dei significativi diari di militanza. Meno erano gli operai e i contadini che se non vestivano le divise di guerra, dovevano combattere la loro battaglia col vivere quotidiano.
Non erano molti i ribelli sulla montagna, era molto di più i quiescenti a popolare le strade dei paesi e delle grandi città.
Chissà quanti come mio padre si erano rifiutati di vestire da giovani balilla, spinti da incomprensibili e inspiegabili ragioni, ma poi si erano fatti, senza protestare, 10 anni tra servizio militare, guerra e prigionia.
In effetti in lui non ho mai notato una particolare animosità per chi gli aveva, ragionevolmente, sottratto gli anni più belli della sua vita, che forse a tutti gli effetti erano stati ugualmente belli per lui, malgrado tutto.
Molto più tardi nella sua vita da pensionato, riuscii a fargli superare il terrore di volare, lo portai a visitare il mondo, quel mondo che aveva entusiasticamente iniziato a conoscere, ironia della sorte, proprio da giovane soldato e poi non più.
Se io dovessi spiegare a mio figlio qual era la migliore gioventù italiana di quegli anni di guerra che ci vedeva al fianco di quegli invasati, assetati di potere, della Germania del Terzo Reich, di quale ragionevole dignità politica potrei investirli? Avrei dovuto dare pari dignità ad ogni coerente esempio di fedeltà ad una causa, di qualsiasi tipo essa sia? Come potrei dare pure ai nazisti la stessa dignità politica di chi si è ribellato alla fascinazione di tanta messainscena e di così tanti roboanti principi di virilità ed appartenenza?
Certo le verità storiche non vanno a favore della Resistenza quale reale liberatrice, dal dominio nazi-fascista, anche se alcune importanti città si erano effettivamente liberate prima dell’arrivo degli Alleati, arrivo che in molti casi si fece aspettare più del dovuto, alleati che in molti casi non vedevano di buon occhio e né collaboravano con alcune parti della guerra partigiana. Queste sono le incongruenze logiche di un conflitto che aveva anche molto di ideologico.
Non credo che potrebbe un semplice libro e la parola di mille autori spiegare questo alto momento di storia italiana, che è la Resistenza. Inutile dire che questo momento fu, in qualche modo quello che ci è sembrato quanto di più vicino ad una guerra civile si fosse visto nel nostro paese.
Certamente a mio figlio non parlerei dei numeri dei nostri ribelli in proporzione agli altri numeri. So che la resistenza non stava solo tra le montagne, coinvolgeva anche le maestranze di certi posti di lavoro dove si boicottava la costruzione di apparati militari e anche nelle piccole comunità, i parroci dei paesini che nascondevano i partigiani, i contadini che nascondevano i soldati e gli ebrei in fuga, la solidarietà tra i poveri. L’Italia non è mai stato un paese totalmente negativo, anche se in certi momenti del suo travaglio di nazione prima o repubblica poi, si può ben dire di aver visto il lato oscuro di un popolo che si adatta con poco amor proprio a qualsiasi tipo di politica e a qualsiasi svendita della dignità, in cambio di un quieto ed imbarazzante sopravvivere.
Forse la mia unica fortuna è che la Resistenza a mio figlio non sono io a doverla spiegare, tutt’al più potrebbe essere lui a spiegarla a me, come mi succede di molti argomenti storici. Per ora da lui ho imparato com’è nato l’esercito di leva, e di sorprese ne ho avute parecchie, oltre a tutto non mi sarei mai aspettato che l’amor di patria, fosse introdotto in buona parte, dai cappellani militari, non molto ben visti nel Regio Esercito… ma insomma l’Italia ha molte sfumature e arriva a noi in una miriade di rivoli di libertà e condizionamenti a sfumature di tutti i colori, come erano i colori delle parti politiche in movimento. Purtroppo un arcobaleno che non fu mai parte integrante della nostra bandiera.
Portiamo in alto ancora il vessillo rosso del sangue dei nostri martiri, bianco del candore delle nostre nevi e verde del colore dei nostri campi.
Se potessi spiegare qualcosa a mio figlio, gli insegnerei il colore molteplice della pace che non abbiamo mai potuto vivere nella sua completezza, gli parlerei dell’inutilità di contingenti di pace armati fino ai denti, di Alleati che malgrado il nome non erano alleati di nessuno, di esportatori di democrazia a mano armata, di ribelli che ad est venivano chiamati partigiani e da noi venivano chiamati e uccisi come briganti. Vorrei raccontargli di un sogno che aveva conquistato parte della generazione dei suoi nonni e del sogno che aveva conquistato la generazione dei suoi genitori. Vorrei raccontare di una rivoluzione che abbiamo sognato pacifica e che si è presentata violenta e piena di incognite, se poi rivoluzione si può dire, del mondo nuovo e giusto che pensavamo di poter consegnare alle nuove generazioni, ma che è stato negato prima di tutto a noi stessi. Vorrei potergli dire che eravamo in tanti ed eravamo dalla parte giusta, anche se comunque eravamo meno di quelli che pensiamo.
Vorrei… vorrei… ma so che lui sa più di me e che ha dei sogni e un immaginario del mondo che sarei curiosa di conoscere e che spero sia più equilibrato, giusto e realizzabile del mio. Io ho del mondo la mia percezione e bella o brutta che sia, non può essere e non sarà mai quella di un altro. Su una sola cosa non posso tacere ed è che Resistenza è per sempre, si nasce resistenti, si diventa partigiani, e si combatte con le armi che si hanno, possibilmente con le armi della parola e della perseveranza, con la ragione e l’intelligenza, con il dialogo e la disponibilità, ma anche con una fermezza e un coraggio irrefrenabile.
Se io dovessi insegnare qualcosa a mio figlio cercherei di farlo sognare raccontandogli una storia di esseri umani pronti alla libertà e poi cercherei di non farlo sentire dentro a questo sogno in completa solitudine, in fin dei conti solo da questo sogno comune può nascere la fiducia nel futuro. Ed io questa fiducia nel futuro ancora, intatta ce l’ho e desidererei con tutto il cuore di consegnarla intatta pure a lui.

Una donna geneticamente modificata

In amore, Anomalie, Donne on 9 marzo 2013 at 12:29

calva

Sono nata all’inizio degli anni ’50, quindi molte generazioni fa. Questo lo dico solo per collocare nel tempo il mio essere donna, perchè oggi voglio parlare delle donne, quelle geneticamente modificate.
Logicamente nascere subito dopo la guerra dava delle prerogative difficili da spiegare: in pratica siamo nate portandoci dietro profonde paure, ma con una gran voglia di uscire dal baratro. Insomma donne con impronte indelebili nel loro DNA.
Certo non tutte eravamo e siamo uguali, ci sono donne che hanno combattuto per la resistenza e donne che si sono lasciate sopraffare dalla guerra, e noi, loro eredi, abbiamo avuto la stessa possibilità o accettare il mondo imposto oppure cambiarlo.
Non è che il dopoguerra fosse roseo, ma almeno davanti a noi si aprivano spazi che prima non esistevano. Certo dipendeva in che famiglia vivevi, certo la lotta dipendeva da quanto accettavi l’educazione imposta, certo era durissimo uscirne e raggiungere quella maggiore età che era 21 anni, senza danneggiarsi irreversibilmente.
Ma ecco che da quella generazione, finalmente, i semi della ribellione avevano dato i loro frutti, ecco le donne nuove, quelle geneticamente modificate dalle due guerre mondiali, uscire dal bozzolo e fare capolino nella scena.
Quelle donne incerte sulle gambe, portando addosso il peso di tutte le paure delle altre generazioni, apparivano in una società fortemente tradizionale e chiusa e portavano quella nuova ventata di ottimismo e di desiderio di cambiamento.
Raccontare per sommi capi è facile, perchè allevia pesi e responsabilità, ma io mi trovai a doverci far conto giorno per giorno e minuto per minuto.
La mia famiglia dipendeva dal lavoro di mio padre: un artigiano, vivevamo in città, ma la mentalità era ancora quella della campagna venetà: la famiglia come focolare, il padre padrone, la donna serva. Non c’erano soldi, ma non ricordo di aver mai patito la fame, credo che mia madre facesse miracoli, oppure ero inappetente di mio. Comunque andai a scuola dalle suore, perchè in ogni famiglia che si rispetti ci vuole l’istruzione religiosa e questo per me fu un bene perchè divenni atea da subito. Mio padre non lasciava spazio alla personalità dei figli e nemmeno alla loro capacità di discernere, c’erano solo ordini e proibizioni, più che amore paterno, sembrava di essere sotto l’esercito. Mia madre non aveva nemmeno il coraggio di alzare gli occhi dal piatto. Avrei dovuto diventare come lei e non potevo, avrei dovuto accettare le regole, ma non era possibile, avevo qualcosa dentro di me, che assomigliava a rabbia, che mi ha fatto piombare alla fine degli anni 60 con una carica da bomba ad orologeria.
Non c’erano molte donne come me, almeno non ne conoscevo molte. Le mie amiche e conoscenti vagolavano tra il conformista e la ribellione parziale e silenziosa. Pure loro mi guardavano strano, ma non certo come mio padre e come gli uomini che conobbi poi.
Su questo tema tendo a generalizzare perchè scendendo nei particolari, mi perderei. Ma incontrai uomini che erano attratti da me per il motivo sbagliato e poi alla fine in qualche modo tendevano a mettermi le briglie e il morso come fossi un cavallo di razza. Il senso era chiaro: facevo gola, ma ero ribelle, quindi l’unico sistema era quello di tentare di addomesticarmi e tenermi nello stabbio. Qualcuno di loro amava anche esibirmi, ogni tanto potevo frequentare gente, di cui non me ne fregava niente, non i miei amici, non con i miei tempi. Tutti momenti che mi creavano successivamente i rimproveri di volermi far notare e il tentativo di chiudermi in casa proprio per non permettere che mi notassero.
Non erano tutti così s’intende, raramente c’era chi non fosse geloso e chi gioiva più della mia compagnia che della considerazione indotta dalla mia presenza (che cavolo significa la presenza di una ragazza carina?) Uomini così rari che mi parevano finti, non era facile credere che da qualche parte mi aspettasse la libertà. Nemmeno io ero gelosa e non ero affatto possessiva, avevo un’idea tutta mia dell’amore. Un’idea che non era affatto condivisa.
Era l’autonomia e l’indipendenza che volevo, ma che non riuscivo mai ad ottenere, nè il lavoro, nè la famiglia come neppure i rapporti con l’altro sesso mi aiutavano a crescere, così non cresceva nemmeno l’autostima e la considerazione che mal raccimolavo nel mondo che mi circondava. Questo non poteva andare, non potevo accontentarmi delle briciole della vita, volevo tutto e subito.
E la lotta fu dura e inevitabile, non sapevo adattarmi perchè ero una donna con dentro il germe della libertà. Da piccola volevo fare il prete e poi vista l’impossibilità sono diventata atea. Volevo fare la Cosmonauta (russa), ma non avrei fatto mai l’Astronauta (americana), sottigliezze che non venivano mai capite. Volevo andare al cinema non farmici portare. Volevo uscire la notte per farmi un giro e pensare ai cavoli miei nel buio delle strade, senza che nessuno mi fermasse alla porta di casa e nessuno che lo facesse in strada. Volevo scegliere e non essere scelta. Volevo amare ancora di più che essere amata.
Ero una donna diversa e senza appello e per gli altri ero una donna complicata, un po’ meno donna e un po’ troppo aggressiva. Facevo paura e faccio ancora paura anche se le mie armi sono solo le idee e la parola, con una buona partecipazione di razionalità.
I mei uomini passati mi hanno voluto per le ragioni più disparate, ma mai per quello che avrei voluto io. Non mi sono fatta addomesticare e non ho neanche tentato di addomesticare, in fin dei conti la libertà è una questione di principio.
Il mio uomo presente che è tornato dal mio passato lontano mi ha conquistato ancora una volta per la stessa identica ragione: non l’ho mai spaventato e ha sempre apprezzato come vedevo il mondo. Forse all’età che abbiamo il nostro rapporto è un po’ troppo pieno di significati e di attività. Sembra che per noi sia arrivato, ora, il tempo per esserci davvero (pure gli uomini, o certi uomini, a volte vengono tenuti in panchina).
Questo è il motivo per cui mi sento, e a ragion veduta, una donna geneticamente modificata. Una cyborg che ha vissuto a cavallo tra l’ultimo e il nuovo secolo, figlia di umani, ma disposta a vivere in un altro modo e in un altro mondo, che poi così non è stato: non ho avuto nessun appuntamento con la storia e il cambiamento non è avvenuto e a mio giudizio si sta allontanando sempre di più. La crisi economica e sociale ci riporta indietro, ci fa cadere nel baratro e le donne  sono le prima a pagarne il prezzo.
Oggi ancor più di ieri si sopravvive solo se non si hanno più sogni e ideali da realizzare, ma io i sogni e gli ideali ce li ho ancora e continuo a credere, che anche se sono ormai matura e con poco futuro, ho il diritto ancora di poterli realizzare, se non per me, per tutte le donne nuove che portano dentro a sè quel germe immarcescente che si chiama Libertà.

“Un popolo senza terra per una terra senza popolo” ovvero come occupare una terra che non ti appartiene con il benestare di Dio.

In Anomalie, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 27 giugno 2012 at 22:43

Per molto tempo ho sostenuto inutili discussioni con persone che partivano dal presupposto che, tutto quello che non confermava le loro poco provate teorie, era assolutamente falso. Pertanto essendo il loro pregiudizio assoluto, nessuna prova concreta o ragionamento teorico o pratico poteva far di loro delle persone atte, almeno in parte, al dubbio.
Si possono consumare molte parole, portare prove, parlare anche con la voce di intellettuali di comprovate qualità, ma niente smuove la loro certezza: la loro è una fede, è pertanto è la verità.
Nulla possono i saggi di Shlomo Sand, docente di Storia contemporanea all’università di Tel Aviv che dalla sua posizione di persona probabilmente laica crede fermamente che sia un”Invenzione la razza ebraica”. Troppe sono le prove storiche e le interpretazioni personali delle scritture atte a comprovare il diritto delle popolazioni ebraiche al territorio palestinese, tanto da chiedersi se la diaspora sia quella che porta alcuni ebrei in Israele, piuttosto di quella che ha fatto vivere tante persone, di religione ebraica, in territori che a tutti gli effetti erano la loro patria.
Ma tutto questo a quale scopo? Forse quello di dare uno Stato ad una popolazione non autoctona rubando la terra ad una popolazione che invece ne era proprietaria a tutti gli effetti? Beh sinceramente: sì!
Alla fine mi viene da pensare che a volte, un Dio immobiliarista, fa veramente molto comodo e risolve ogni problema etico e morale che ci potrebbe venire di fronte ad un’occupazione, questa sì, senza nessun motivo accettabile eticamente e moralmente.

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 Mag 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

Che bello che sarebbe il mondo

In musica, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 13 febbraio 2011 at 0:16

Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.
Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.
E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.
Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.
Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.
In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.
Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.
Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.
Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.
Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.
Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.
Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo (Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.
Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
alla salute dell’Imperatore.
Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.
Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.
Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua,
si asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.
Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.
Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.
Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.
Credevo di morire e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello il 48 è arrivato
Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.
Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.
Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.
Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.
Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.
Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

Sul fiume Sand Creek

In Cinema, Cultura, Guerra, Miti ed eroi, musica, Pietas on 16 dicembre 2010 at 11:09

Riporto senza modifiche il commento del caro Cavaliereerrante sulla strage perpetrate a Sand Creek da parte dell’esercito a stelle e strisce. Senza aggiungere ulteriori commenti da parte mia. Grazie Ser@Bruno.

  • Sul Fiume Sand Creek (‘ruscello della sabbia’ lo chiamavano gli Cheyenne), si accampò, per tenersi lontano da chi, anche dalla sua stessa etnìa, voleva scatenare una ‘guerra persa in partenza’, Pentola Nera, Grande Capo dei Cheyenne pacifici .Questo saggio Cheyenne, cui era stata assegnata una Medaglia del Congresso per il riconoscimento della sua azione di pace tra Bianchi e Pellerossa, aveva fatto accampare la sua Gente, circa un migliaio di Cheyenne prevalentemente anziani, per lo più donne e bambini, e pochissimi guerrieri in grado di combattere . Era nelle sue previsioni, un posto tranquillo, fuori mano, non avaro di pesca e cacciagione, e rigoglioso d’ erba grassa per i cavalli . Un posto sicuro, un posto incantevole fatto per crescere Gente pacifica!
    Ma un bastardo di uomo (sic!), l’ ex Predicatore Battista Chivington, ex Colonnello non privo di oscure gesta militari, Uomo di accanita ed ipocrita vocazione religiosa, un intollerante, un avventuriero “privo d’ onore”, alla testa di una masnada di ex renitenti alla Leva per Soldati della Guerra di Secessione, cui si erano aggiunti ex galeotti appena usciti dalle più lercie galere, ed altri uomini senza scrupoli, “tutti attirati” dalle grosse taglie che pendevano sulle teste degli “Indiani ostili” (sic!), un’ eterogenea accozzaglia di delinquenti di ogni risma che si fregiava del titolo di “Rangers del Colorado” e che sventolava la bandiera USA, attaccò questo accampamento pressoché inerme, ritenendolo – ahimé giustamente! – una delle prede più facili a portata dei loro artigli. Erano le ore 20 circa del 28 Novembre 1865, una serata gelida, un cielo privo di stelle e di humana pìetas! Gli Cheyenne dormivano tranquilli, non avevano neanche appostato sentinelle nelle vicinanze, tanto erano consapevoli di non costituire pericolo per nessuno. A colpi di sciabola, cariche di fucilerie appoggiate da 4 Obici da montagna, in grado di sparare proiettili di circa 12 libbre ciascuno, questi “eroi dell’ infamia” massacrarono letteralmente, e con un sadismo mai eguagliato, la maggior parte di quegli indifesi Cheyenne, torturando, stuprando le donne prima (anche in cinta) e sventrandole poi, spaccando a metà con la sciabola bambini in fasce, ovunque spargendo la morte e il terrore, resuscitando l’ inferno. Ogni vittima pellerossa fu scotennata (anche le donne, cui fu scalpato anche il pube, anche i bambini appena adolescenti), costituendo questo ‘trofeo’ la prova da esibire per incassare le taglie e le prebende che lo stesso Governatore del Colorado aveva posto a premio di simili imprese, e furono infine massacrati anche i cavalli!
    Il bel Film “Soldato Blu”, e la sua struggente omonima ballata cantata con l’ anima dalla pellerossa Buffit Saint-Marie, mostrano solo in parte l’ orrore e le infamie di quel proditorio attacco notturno, rimasto agli atti della Storia degli Stati Uniti d’ America “come l’ azione più vile mai perpetrata contro una popolazione indifesa sotto la Bandiera ‘a stelle e strisce’ degli USA” . I pochi sopravvissuti di quella strage, raccontarono che Antilope Bianca, un vecchio guerriero di 75 anni, prima di cadere colpito a morte, dicesse : “Niente vive a lungo, solo la Terra e le Montagne”!!!
    Oggi, a circa 145 anni di distanza da quell’ orribile strage, nulla resta degli infami che la commisero, se non una condanna morale irredimibile ed un sentimento di repulsione per i nomi dei carnefici, cui nessun oblìo potrà mai porre termine .
    Ma sui Monti Rushmore, le mitiche Saha Paha (Le ‘Black Hills’), il luogo sacro a Wakan Tanka Paradiso dei Giusti dalla pelle rossa, dal 1948 un gruppo di Scultori, sostenuti economicamente con gli aiuti pervenuti da tutto il Mondo Civile, sta scolpendo “a colpi di tritolo” prima, improntando con i martelli pneumatici poi ed infine rifinendo il marmo a scalpello, una Montagna di circa 195 metri: il Monumento dedicato a Tashunka Uitko, il più alto Monumento che l’ Uomo nella sua Storia plurimillenaria abbia mai scolpito (‘Colosso di Rodi’ compreso) con le sue nude mani. Vi si intravede già il Volto malinconico di Tashunka che guarda verso la sottostante ‘grande prateria’, la testa del suo Cavallo ed il braccio che l’ Eroe Oglala Lakota protende, indicandolo con il dito indice disteso, quel paradiso perduto strappato dai bianchi alla sua Gente!
    Come previde, con l’ esattezza del saggio, il vecchio Cheyenne Antilope Bianca “vivono a lungo solo la Terra e le Montagne”!
    cavaliereerrante
  • Cari ed ospitali Ser @Mario e Lady @Ross, vi ringrazio per l’ ospitalità e l’ occasione di estrarre da me una insopprimibile malinconia, che mi fa vivere male, che tutt’ ora mi turba!
    Come Tu dici “con cognizione di causa”, carissima Lady @Ross : “perdenti si nasce”!
    Forse, è vero, se leggiamo la Storia! Ma se “perdere” significa andare a fecondare la terra all’ ombra di quei Giusti, se “perdere” significa stare per sempre dalla parte di Tashunka Uitko, di Ernesto ‘Che’ Guevara, di Salvador Allende, di Yuri Gagarin, di Enrico Berlinguer e di tutte le altre, infinite, anime perse nei sogni di libertà irrefrenabili, allora Amica mia penso da Cavaliere Errante che fu una meravigliosa sorte la nostra, se ci fece “nascere con quella fatale vocazione” nel cuore!


  • Anche questo è amore?

    In amore, Anomalie, La leggerezza della gioventù on 3 novembre 2010 at 7:00

    Volto di una bambola triste che piange lacrime di sangueLa storia che vi voglio raccontare è una storia diversa. Insolita? Forse no. E’ la storia di Annabruna. Naturalmente il nome è fittizio, per la privacy; è un nome da blog. Lei e lui facevano di tutto per rendersi complicata la vita, ma questo non c’entra nulla con quanto voglio raccontare. Annabruna era una donna piccolina, con una voce stridente, con degli occhi enormi e un seno altrettanto interessante. Credo che il suo corpo anelasse un piacere così intenso che la sua morale non permetteva. Ma di questo non ho certezze. Né ho solo qualche sospetto. Come quando la invitai a salire e lei aspettò fuori perché non c’era mia moglie. Le due donne erano molto amiche. Eppure era capace di arrossire con facilità. Ma veniamo alla storia.
    Credo di essere ben disposto all’empatia per le persone che avvicino. Così anche lo sono sempre state le mie compagne. E’ perciò che spesso abbiamo ricevuto confidenze anche che ci creavano imbarazzo. Annabruna non sapeva decidersi tra due amori. In realtà credo che il suo cuore avesse le idee molto chiare, ma lui era paziente. E l’altro era il suo capo ufficio. Inoltre, fatto non di poco conto, l’altro una famiglia ce l’aveva già. Così sposò quello paziente, dopo un lungo fidanzamento. Lo sposò in pompa magna. Con un matrimonio che nel paesino si dovrebbe ancora ricordare. Noi non sapevamo ancora niente. Un giorno lui ci confidò che con lei era difficile fare l’amore sapendo che c’era l’altro. Lei ci confidò che con lui era difficile fare l’amore.
    Lei non era più così giovane. Ne tanto meno una giovane d’oggi. Non so come né perché lei restò incinta. Onestamente non ebbi il coraggio di chiederlo. Aspettava un figlio ma era figlio dell’altro. Lui l’accompagnò in Jugoslavia per aiutarla ad interrompere quella gravidanza. Lui cercava di convincerci quanto era bella. Era molto carina e bastavano gli occhi per vederlo. Insistette per mostrarcela al mare, tette al vento. Lei cercò di opporsi. Si nascose nell’imbarazzo di un colore carminio. Provai anch’io imbarazzo, per lei. Son fatto così. E non sono indifferente alle nudità. Nemmeno a tante altre cose. Ma non bastano per confondermi abbastanza. Né me la sono mai sognata. Era un’amica. E un’amica della mia compagna. Non ho mai imparato a tradire. E forse non era nemmeno quella l’occasione. Non ho altro ruolo in questa breve storia già finita che quello del narratore.
    Per quanto ne so, ma non voglio sapere di più, Lei e lui vivono felicemente assieme. Quel felicemente ha un suono strano. Ora hanno una figlia. Ormai una ragazza. Lui continua ad essere paziente. Continua ad occuparsi della figlia, e della casa. Vivono ancora in quel paesino che lei non riusciva ad accettare. Vicino alla famiglia di lui che lei cordialmente odiava. In modo nemmeno velato. Ha sempre quegli occhi sgranati che paiono sognanti. E’ nata con quell’espressione. Solo ha qualche ruga in più. Forse non è solo segno dell’età ma anche quella conta. Forse oggi lei salirebbe da me, chissà. Dovrebbe aver imparato che non uso nessuna esca. Che non so amare che una donna alla volta. E che ho sempre avuto quella condanna: credo nell’amore. E’ solo che oggi non può più farlo. Non sto più con quella sua amica. E non frequento più quel mondo. Lì l’apparire è più importante dell’essere. E’ in ogni posto così.
    Ne avrei ancora di storie da raccontare. Sappiamo tutti che non si finirebbe mai. Chi non ha le sue? O meglio quelle degli altri. Che poi ci si organizza. Se serve un compagno per le solitudini delle domeniche. E delle feste. Sono terribili le solitudini, più ancora quelle festive. E io onestamente non riesco proprio ad essere moralista. Ho simpatia per entrambi. Certo che i giudizi di Annabruna sulle situazioni come la sua sono taglienti, e crudeli, anche volgari. Così diversi da quanto parla di sé. Cosa dire di lui? Lui ha sempre molto tartagliato. Un giorno gli chiesi se i suoi problemi con il sesso derivassero dal fatto che per lui aveva diciassette esse. Non avevo ancora idea che ci mettesse così tanto a dirlo e così poco a farlo. E ho la lingua troppo veloce. Messo a conoscenza me ne sono sempre pentito. Spero sia guarito, ma si può guarire?

    120) Memorie di Adriano

    In Un libro al giorno on 4 ottobre 2010 at 8:00

    Mio caro Marco,
    Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d’accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d’un uomo che s’inoltra negli anni ed è vicino a morire di un’idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m’ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue. E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone. Basta… Il mio corpo mi è caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi, e non starò a lesinargli le cure necessarie. Ma, ormai, non credo più, come finge ancora Ermogene, nelle virtù prodigiose delle piante, nella dosatura precisa di quei sali minerali che è andato a procurarsi in Oriente. È un uomo fine; eppure, m’ha propinato formule vaghe di conforto, troppo ovvie per poterci credere; sa bene quanto detesto questo genere d’imposture, ma non si esercita impunemente più di trent’anni la medicina. Perdono a questo mio fedele il suo tentativo di nascondermi la mia morte. Ermogene è dotto; è persino saggio; la sua probità è di gran lunga superiore a quella d’un qualunque medico di corte. Avrò in sorte d’essere il più curato dei malati. Ma nessuno può oltrepassare i limiti prescritti dalla natura; le gambe gonfie non mi sostengono più nelle lunghe cerimonie di Roma; mi sento soffocare; e ho sessant’anni.

    Soluzione
    Titolo: MEMORIE DI ADRIANO
    Autrice: MARGUERITE YOURCENAR

    Trama: Memorie di Adriano è un romanzo scritto da Marguerite Yourcenar, pubblicato nel 1951, che descrive la storia dell’imperatore romano Adriano immedesimandosi nella figura di questo in un modo del tutto nuovo ed originale: infatti immagina di fare scrivere ad Adriano una lunga lettera nella quale parla della sua vita di imperatore all’amico Marc’Aurelio, che poi diventerà suo nipote adottivo. (da wikipedia)

    %d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: