rossaurashani

Posts Tagged ‘sorella’

Cultura e Urania

In Anima libera on 30 Mag 2011 at 8:22

Copertina dell'Urania "Ai confini della realtà"Premessa alla parte venticinquesima
Le cose passano ma il dolore resta. Da sempre ho bisogno di informazioni. Ho sete di cultura e fame di parole, o forse no, meglio: di sentimenti. Ora che mio padre non porta più a casa i giornali per le balle di cartapesta, ho la materia prima in tabaccheria, che per fortuna è anche rivendita di giornali e libri. Mio padre non è molto generoso, soprattutto per favorire la mia cultura, quella che lui chiama “grilli in testa”. Ma io sono diventata furba, mi offro di dargli una mano e intanto allungo le mani e leggo gratis i quotidiani. Bisogna ingegnarsi.
Così oltre che ai lavori di casa mi dedico anche a qualche ora di negozio. L’insegnante d’italiano dice che ho ottime abilità, buona testa, ma che sembra che la scuola non sia la mia prima priorità. Ma vah? I miei stanno già preparando il terreno: “Tu non sei portata per lo studio. Meglio così, faremo studiare Ernesto”. Eh certo, l’erede! Che coraggio. Lui sì che ha una cultura. Se l’è fatta leggendo gli “Urania” che nasconde e non mi vuole prestare. Dice che non sono in grado di capire la fantascienza. Che verme! Io vivo di fantascienza, di fantasia, di fantamondo. Saprei scriverci un’enciclopedia. Ho sete, ho fame e grido al vento, ma nessuno mi vuole ascoltare.

Non sono stata bocciata ma come al solito rimandata in latino. Adesso non lo odio più tanto, ma continuo a fare delle bellissime traduzioni libere, troppo libere. L’insegnante ormai lo sa, deve prendermi per come sono. Io non vedo l’ora che venga il giorno del compito d’italiano e lei non vede l’ora di leggere i miei temi, errori a parte. Dice che sono divertente e mai scontata. Dice che sono capace di inventare termini nuovi e nuovi modi di scrivere, e che non sono abilità normali per una tredicenne. Da un po’ di tempo tutti mi danno più anni di quelli che ho. Sembro più grande? Più matura? Forse è per i capelli che ormai sono lunghi e sempre rossi, irrimediabilmente rossi e poi anche per quel po’ di tette che annuncia il mio definitivo ingresso nella femminilità.
Lorenzo è andato alle superiori e non facciamo più la strada assieme, beh ovviamente a dieci metri di distanza e senza che lui lo sappia, ma l’insegnante di religione, a cui, senza ragione, sto molto simpatica, mi ha presentato Sebastiano, il fratello maggiore e lui invece mi guarda e cerca di starmi vicino. Un po’ mi va e un po’ no. Non so. Non ho deciso. Ho deciso però che queste mi bastano e di tette non ne voglio più. Non voglio che me le guardino.
Dell’insegnante di religione devo però parlare. E’ un prete e questo mi aveva reso diffidente. Per fortuna non un prete vecchio, e visto che insegna religione, è sempre in mezzo ai ragazzi e alle ragazze anche più grandi di me. La cosa strana è che anche per la religione c’è un libro di testo. A me sembra un’assurdità e una spesa inutile. In effetti non l’ho aperto mai. Il libro comunque non è nuovo e l’ho preso come tutti gli altri al mercatino dell’usato. A casa mia i libri si prendono di seconda o terza mano. Almeno i miei. A volte sono così usurati e scarabocchiati che non riesco nemmeno a leggere le parole. Come si fa a studiare sottolineando tutto il libro a penna biro? E’ una cosa che mi fa saltare la mosca al naso. Idioti! I libri bisogna rispettarli, magari non aprirli, ma rispettarli sempre. Tralasciamo. Insomma Don Ferruccio è un prete un po’ diverso dagli altri e tenta di avere un buon rapporto con i suoi studenti. Un giorno ci ha dato un tema: “Convinci un tuo amico che non crede all’esistenza di Dio. Quali sono gli argomenti che useresti? Quali i punti di forza”? A me lo chiedi? Ero allibita. Cosa avrei potuto scrivere se ero io che mi sentivo l’amico miscredente? Bene. Consegnai il compito compilato con una domanda: “Perché dovrei essere io a convincere quell’amico e non lui a farmi diventare non credente? Perché, padre, non mi convince lei con degli argomenti e dei punti di forza”?
Pare che in giro girino anche dei preti diversi. Don Ferruccio non ha fatto una piega. Mi ha detto: “Vuoi parlarne”?. “!” ho risposto. E così ci siamo trovati fuori scuola e lui non ha insistito per parlare, ma mi ha presentato i suoi amici e tra questi: Sebastiano. Posso dire? Un prete così mi piace proprio. Non è prolisso, non fa le prediche, non pretende di sapere più di te e tutto sommato ha l’aria di volersi sollevare le gonne per correre su un campo di calcio più che salire su di un pulpito. Non abbasso certo la guardia ma se questa è l’ora di religione, allora la faccio volentieri e non pianto casini. Punto.
Ho parlato di Sebastiano perché è meno bello del fratello, ma ha l’aria molto più matura ed intelligente. Lui mi parla come se fossi una sua coetanea e a me questo pare strano. Poi sorride e sembro piacergli. Ma credo di sbagliare, penso sia solo molto gentile e beneducato. Amo le persone gentili e beneducate, e poi la bellezza non è tutto. Da quando ha saputo che abito vicino a casa sua spesso appare nel terrazzo e mi saluta agitando la mano. Io rispondo è scappo dentro. Non vorrei che pensasse che sto alla finestra per vederlo uscire. Non vorrei che mi vedesse arrossire. Sia chiaro i ragazzi non fanno parte dei miei interessi. Che poi se sono come Ernesto è meglio evitarli.
A scuola le mie compagne non fanno altro che parlarne, di ragazzi e di feste per i loro compleanni. Molto spesso mi invitano, ma io ci vado di rado e con la pelle sollevata perché non ho mai i soldi per fare un regalino decente. Allora mi sento una pezzente e come non bastasse poi c’è pure il vestito. Mia mamma pensa che siccome cresco velocemente allora non vale la pena prendermi qualcosa che mi vada bene ora. Quando mi compera mi compera solo cose molto più grandi che così se a me non vanno bene se le porta lei. Ma non posso crescere in eterno, quella roba non la potrò mettere mai. Poi le calze non me le vuole prendere e giro ancora in calzini corti come una disperata. Ma pensate che vestita così ridicola mi piaccia andare alle feste di compleanno delle mie compagne? Vorrei solo andarmi a nascondere.
E’ che a casa mia ciò che non è necessario risulta assolutamente inutile. Forse sono io a casa mia ad essere inutile. Non trovo le scarpe perché ho il piede grande. Allora è necessario che usi le scarpe smesse di Ernesto. Ho bisogno del cappotto? Mamma mi rivolta la stoffa di quello del debosciato. Sono orribile. Nessuno si accorge di me o forse fanno solo finta. Sarei orribile comunque ma è uno spreco inveire ulteriormente. Non voglio che gli altri mi guardino ma nemmeno che si schifino di me. Sembro Calimero. Ma parliamo d’altro che è meglio e parliamo di crisi. L’Italia sta attraversando un momento difficile. Anche io sto attraversando un momento di crisi. Siamo entrambi persino senza spiccioli. Io e l’Italia, due disperate. Prima non si faceva che comperare le cose che servivano, poi anche quelle che ti dicevano che ti servivano. Se c’erano i soldi bene, altrimenti si emettevano le cambiali, che sono pezzi di carta che valgono molto anche se a te non pare.
I miei si sono fatti un debito per prendere il negozio, così stanno lavorando da mattina a sera senza chiudere nemmeno alla domenica in modo da superare il momento difficile. Il momento difficile è una montagna di cambiali che sembra il Monviso. E le cambiali sembrano soldi ma prima o poi, anzi prima che poi, le devi far diventare soldi veri. E’ anche per quello che non mi danno mai soldi e non mi comprano mai niente di nuovo, anche i piccoli devono accontentarsi dei vestiti confezionati dalla nonna e di quelli sferruzzati da mamma davanti alla televisione. La guardo e la vedo sfiorire. Mamma è molto stanca. Ha troppe cose da seguire, troppe poche ore di sonno. Questa vita non è fatta per lei. La sua voce è diventata ancora più roca e rassegnata. E’ un filo sottile bagnato di pianto. Io seguo i bambini che per fortuna non sono difficili. Qualche volta mi scappa da pensare che tutto sommato non sono figli miei, ma gli voglio bene e mi dispiace creare loro dei problemi. Nemmeno alla domenica posso uscire. Quando mamma va ad aiutare mio padre in negozio io ho i piccoli, quando non ci va ci debbo andare io. Marinella ogni tanto viene a casa mia a farmi compagnia. Dice che non le interessa uscire, ma mi sa lo fa per me, per amicizia. Ogni tanto viene anche Diana. Lei è sempre vestita bene, ma è figlia unica e i suoi le danno tutto quello che possono che è molto di più di quello che abbiamo io e Marinella.
Casco sempre a parlare delle mie difficoltà, quando invece dovrei parlare di quel sistema sbagliato che fa diventare la gente ancora più povera di quello che era prima. Il frigo ce l’abbiamo ma mi fanno pena le ragnatela che intirizziscono al freddo tristi nella loro solitudine. Non so spiegare, ma mi sembra che oggi per vivere abbiamo molti più bisogni di ieri. Io, per esempio, avrei bisogno di un paio di scarpe e di un vestito decente, ma se devo firmare delle cambiali per questo preferisco andare in giro nuda.
Ma basta! non voglio parlare più dei miei bisogni. Ci sono cose nel mondo che si muovono e che montano. L’America è in guerra con un piccolo paese che si chiama Vietnam. Ma che c’entra l’America con un paese di contadini e di coltivatori di riso. Che scontro è? Davide contro Golia? Sono stanca, stanca di guerra. Sono stanca di morti, di attentati, di bugie e di gente che non gliene frega niente. Io sono per la pace. Io amo la pace, ma sarei anche disposta a fare una guerra per arrivare ad una vera pace. E questo mi sembra contraddittorio… anche se a pensarci bene non lo è. Faccio un esempio: se tu vuoi essere libero e qualcuno ti limita la libertà cosa puoi fare per diventare libero? Glielo chiedi con gentilezza? Gli fai un sorriso e gli fai capire che sta sbagliando? E lui che risponde? Minimo ti ride in faccia. Chiedilo a Gandhi… anche se, in qualche strano modo il suo sistema ha funzionato. L’hanno ammazzato, ma alla fine ha funzionato. Mi sa però che andava bene in India dove c’è tutta un’altra filosofia, ma qui da noi, a casa dei miei? Mah, ci credo poco. Loro vogliono per me un certo tipo di destino. E io non ci penso nemmeno ad assecondarli. Per me famiglia e bambini piccoli e stanchezza e rinunce… sono tutte cose che rifiuto di avere, io vorrei essere orfana e senza famiglia, sai quanto sarebbe meglio.
Poi penso alle bambine dell’orfanotrofio, quelle ombre grigie che passavano per strada, quelle che si mangiavano anche la mia parte in colonia… poverine… sono una scema egoista, io le cose ce le ho e le butterei via, ma la libertà di decidere del mio destino mi è necessaria come l’acqua e come il sole. Nessun albero cresce bene infilato sotto un armadio. Voglio vivere, voglio uscire, voglio essere come tutti gli altri, voglio, voglio, voglio… e nessuno si accorge che mi sembra di morire. Ma cambierà lo so, lo sento: domani cambierà.

Zorro batte Dio tre a zero

In Anima libera on 9 Mag 2011 at 14:03

Premessa alla parte ventiduesima
Vi accorgete pure voi che la vita scorre e non sa dove va? E’ come un fiume che non ha inizio e né sa dov’è la sua fine, e tutto scorre e tutto passa sotto il ponte dove io sto a guardare. E’ la vita che passa e tu la guardi stupita e ti chiedi: “Quando mi immergerò nelle sue acque?” Ma lo sapete che a scuola dalle suore una mia compagna pensava che i fiumi fossero formati da secchiate d’acqua buttate lì apposta? Questa cosa mi ha fatto sorridere, e lei s’è vergognata un sacco. A me è dispiaciuto, di quella vergogna, che colpa c’è se nessuno le ha spiegato che i fiumi nascono vicino alle montagne o dalle sorgenti o per opera del disgelo della neve? Eh già! mica tutti sono curiosi come me. Ma lasciamo perdere.
Intanto molti dicono che non devo bruciare le tappe. Che è sbagliato perché se si comincia presto a fare esperienza poi non si ha più curiosità e alla fine ci si annoia. Sinceramente non ci credo proprio. Credo che troverei sempre cose da fare e curiosità da soddisfare, non sarei mai sicura di aver visto tutto e di sapere tutto. Che assurdità! Annoiarmi? La vita offre troppo per annoiarsi e poi promette un sacco di cose e io voglio averle tutte.

La Pargoletta è bella, con la faccina cicciottella. I capelli rossi uguali ai miei. E uno splendido sorriso sdentato, quando non frigna. Ha gl’occhi grandi e azzurro-verdi. E ha tutte le sue piccole dita nelle manine. Passata la paura, tiro un sospiro di sollievo. Nessuna malformazione. Mi viene da piangere dalla gioia. Però… ho chiuso definitivamente con dio. Non che avessi qualche dubbio, ora ho la prova. La sorella di Silvia era poco più grande della Pargoletta che gli è venuta la poliomelite. Non era stata ancora vaccinata, ma ciò non toglie che quel che le è successo è una cosa terribile. Me l’ha raccontato lei. Silvia abita una porta accanto alla nostra. La sua sorellina ora ha una gambina più corta dell’altra. Se succede una cosa del genere ad un bambino non può esserci un dio. Ho deciso di smettere con lui e con tutti i preti e le suore e anche con il papa; con qualsiasi papa. E per fortuna vado alla scuola pubblica.
Mi sento grande nella nuova scuola, anche se la mia divisa è cambiata da bianca a nera e la cosa non mi entusiasma. Solito collettino bianco e fiocco rosa. Ma ci vanno tutti a nozze con i fiocchi? Speravo almeno quello di risparmiarmelo. Solita fortuna: i maschi non usano niente. Beati loro. Ma non è giusto però. Che differenza c’è tra noi e loro? Fossimo carine, con quei grembiuli neri sembriamo delle civette spaventate. Ecco! appunto, io sono diventata proprio alta. Per trovare un grembiule nero che mi andasse bene, mia mamma ha preso una vestaglia nera che in genere viene usata dalle operaie e dalle impiegate delle poste. Una tristezza… Proprio perché troppo alta per la mia età, mi fanno finire in fondo alla classe, ma non me ne preoccupo perché sono vicino alla finestra e ogni tanto sbircio fuori e mi metto a sognare. Ecco questo sta diventando un problema: sogno ad occhi aperti e tutti se ne accorgono, dicono che ho la faccia di chi ha la testa tra le nuvole. Sbagliato, io non guardo dentro alle nuvole, guardo i miei film personali e spesso mi beccano che non seguo quello che i professori spiegano.
E’ stupido, lo so, dovrei fare più attenzione, ma la mia fantasia non mi dà tregua e, a volte, le voci degli insegnanti sono soporifere. Un giorno ho sbadigliato che mi sono venute persino le lacrime agli occhi. L’insegnate di italiano mi ha cacciato fuori della porta. Ma è una colpa così grave avere un colpo di sonno? Mi sa che quest’anno sarà dura. Le materie sono tante e tra queste non c’è la sognologia in cui sono preparatissima.
La scuola è un palazzo enorme e vecchio. Gli scaloni sono ripidi e le aule sono grandi e ghiacciate; soprattutto la mia che ha un sacco di finestre che danno sui tetti. Il mio balcone, quello da cui guardo ogni tanto, dà invece verso un canale e vedo le barche che scivolano sull’acqua come la vita che mi scorre lontano e che io non riesco mai a toccare. Le compagne sono tutte nuove, meno una: Letizia. Lei era con me alle elementari, ma anche lì era facile dimenticarsela, non si faceva mai notare. Brava nella media, silenziosa e ossequiosa quanto basta a far sì che nessuno la prenda in urto. Si è messa vicino al mio banco, ma siccome e bassa e cicciottella l’hanno spostata davanti e mi hanno messo vicino Marinella che non è più alta e meno cicciottella, ma è ripetente. Intanto tutto continua a scorrere come quelle barche.
Sembra che ripetere sia una grande colpa e lei pare vergognarsi di tutto. Mi va subito, a genio. Mi prende quel prurito, io che sono curiosa come una scimmia. E’ come la scoperta di un mondo nuovo. Come venisse da lì, da oltre quella porta. Che tornasse da un futuro. Voglio sapere cosa si prova a tornare. Ad essere stata grande. Beh! proprio grande non è. Sta silenziosa nel suo angolo e non cerca di fare amicizia. Con me ce l’avrà dura perché già la tempesto di chiacchiere. Le chiedo di tutto e sono curiosa di sapere cosa si prova ad essere ripetente. Ha un musetto simpatico. Le sue smorfie possono raccontare mille storie senza bisogno di parole. Anche se resta in silenzio. Credo di amarla. Non di quell’amore. Cioè credo di amare le persone. Le persone come lei. E’ proprio bella quando sorride. Cioè per me è bella. Lei non mi sa rispondere. Al che capisco che non è una gran esperienza, ma solo una perdita di tempo. E glielo dico.
Più ci penso e meno mi piaccio. Lei ha quel piccolo seno. Io sono diritta come un palo. Il mio corpo non ha ancora deciso cosa diventare. Non sono né donna né maschio. Solo una cosa lunga e diritta con una gran testa sopra. Nessuno si potrebbe innamorare di una cosa così. Non so perché gli altri mi guardino e si aspettino sempre qualcosa da me. Forse per la mia altezza. Marinella torna a sorridere, è veramente molto carina, ha una frangetta che le copre quasi gli occhi e un caschetto che le nasconde le guanciotte. Io ho i capelli corti perché “il signor Nube”, scotennatore di famiglia, oltre ad aver scotennato il Piccoletto, è riuscito a incastrare pure me. Ma dei capelli mi importa poco, è che così nuda sulla testa il mio collo sembra molto più lungo di quello che è. Insomma sembro proprio sproporzionata. Una giraffona.
Ogni tanto mi guardo allo specchio e mi sento sconsolata. Ho il naso tempestato di lentiggini e una fossetta sulla guancia sinistra, ho la pelle bianchissima e i capelli rossi sembrano… sembrano fare luce. Non mi piace niente di me. Preferirei essere come Marinella: carina, anche se ripetente. E poi lei ha il seno. Non so bene se è una cosa bella, non ho ancora deciso, ma a lei dona molto. Sembro uno stecco senza forma e ho pure i piedi grandi e ho problemi a trovare scarpe del mio numero. Mio padre ha deciso di farmele su misura, solo che la misura l’ha presa otto mesi fa e adesso che sono pronte non le posso indossare perché non ci entro più. Spero di non crescere più perché per crescere son cresciuta anche troppo. Voglio dire che parlo per l’altezza.
Per fortuna che a casa mia le cose vanno meglio. Con questo intendo che non sembra più che dobbiamo stare troppo attenti ai soldi. Anche se per avere la lucidatrice la mamma ha dovuto vincere un premio alla latteria. Sì proprio latteria, non lotteria. Alla sera noi ceniamo a caffè e latte. Tutte le sere di ogni santo giorno. Non c’è altra cena. Così noi beviamo molto latte e lei raccoglie molti punti che le servono per ricevere dei regali, ma anche per partecipare ad un concorso e così siamo diventati proprietari di una lucidatrice nuovo modello. Era meglio la lavatrice, con la famiglia che cresce, ma quella non era in palio.
Vi farà ridere, ma la nostra fortuna è stata incrementata dalla moda. Sapete i tacchi a spillo? Beh! qui in città si bloccano dentro alle fessure della pavimentazione e mio padre non ha mani che gli bastano per ripararli al volo. Lo guardo fare ed è bravissimo. I tacchi sono metallici e quando perdono il tacchetto si svuotano. Mio padre li riempie di chiodi di legno, poi li passa con la carta vetrata e ci attacca il tacco di gomma coi chiodini. Un gioco da ragazzi. Noi intanto guadagniamo, anche se a cinquanta lire al paio devi farne una quantità enorme per sentirti ricco. Ma cosa volete, le donne sono testarde e pur di seguire la moda, si svenano economicamente. E’ divertente vederle lasciare la scarpa infilzata dentro alla fessura e zoppicare a piede nudo nel tentativo di recuperarla senza perdere il tacco, ma è una pia illusione, il tacco è già perso, andato, e mio padre è il principe del tacco. In due minuti risolve il problema.
Io intanto ho difficoltà di comunicare. E’ una cosa nuova per me. Al primo compito d’italiano non becco un voto, ma un giudizio perplesso. “Ma mi stai prendendo in giro?” Ho il sospetto che non sia stata apprezzata la mia vena poetica. Ma secondo voi cosa dovrebbero dire la spiaggia e il mare in autunno? Ohhh… come ci sentiamo soli! Ma, no, dai! La spiaggia si scrolla di dosso tutto il sudiciume e il mare si stende e si rilassa in onde grigie e monotone. Finalmente liberi! Insomma non mi si può rimproverare di aver dato un’anima a delle cose che poi proprio inanimate non sono. La spiaggia si muove in dunette mutevoli ed il mare schiuma sul bagnasciuga. Questa è la dimostrazione che hanno un’anima; ma non c’entra niente dio. Forse la prossima volta posso spiegarmi meglio. Il fatto è che non li ho mai sentiti parlare. Sebbene il mare un borbottio lo fa.
Con il latino invece proprio non va, non c’è niente da fare. Ed è dura pensare che è l’ultimo anno di latino obbligatorio. L’insegnante è molto seccata di questa cosa e ce lo fa fare neanche fosse un addestramento militare. Si vede che si rivale su noi povere ragazzine indifese e ci mette sotto come se fosse una faccenda da cui dipendesse la nostra e la sua vita. Ogni tanto si prende gioco di me e mi dice “Hai fatto una bellissima traduzione…” e quando io comincio a avere una qualche speranza lei spara: “peccato che non c’entri niente con quello che la frase voleva dire!” Lei se la gode ed io mi porto a casa il brutto voto da far firmare. Ma a quanto ne so non era morto e da un pezzo; il latino? Perché non lasciarlo riposare in pace? Lui e con lui noi? A casa comunque non mi danno bada. Mio padre ha deciso di cambiare lavoro e mamma, oltre ad avere quattro figli, si deve ingegnare a dargli una mano.
Insomma mio padre decide di prendere una tabaccheria-cartoleria che sta sulla strada della mia scuola. Almeno avrò gratuitamente i fogli protocollo per i compiti in classe e quelli per il disegno. Però ci sono anche i lati negativi perché quando torno da scuola mia mamma esce e va in negozio e torna a casa all’ora di cena ed io ho in custodia Piccoletto e Pargoletta, e quel debosciato di Ernesto che si diverte a rendere la vita difficile. E poi ci devo passare davanti. Mi sento più controllata. E qualche volta a sera sono io che preparo anche la cena. Così di studiare, è inutile, mi manca il tempo. Tra l’altro il Piccoletto segue le impronte di un nuovo eroe che gli stimola molto la sua avventurosa fantasia: Zorro. Così che, con la penna biro, mi segna tutte le pagine dei miei libri di scuola e dei quaderni e a causa di ciò, le “note scolastiche” si moltiplicano, ma non i bei voti purtroppo. Già non erano proprio trionfali i miei esiti. Non è che proprio ci vado più con grande entusiasmo, ma questo non mi ha tolto la curiosità. Ho già finito di bruciare le mie tappe? La voglia di imparare c’è, è ancora lì, ma piena di zeta. Non so. Che ne so? Ho il sospetto che dovrò provare anch’io l’emozione di diventare ripetente.

Ancora su mia madre

In Anima libera on 24 aprile 2011 at 22:30

Foto BN di bambina in braccio alla mamma in battelloPremessa alla parte ventesima
Fuori dalla finestra l’Italia è solo un paesaggio bianco, infarinato come una torta candida. Il mondo è un mondo irreale, parrebbe da favola. La gente che passa cercando di resistere all’aria gelida lascia il segno del suo passaggio. Anche quello verrà cancellato presto. Io guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Non vi siete mai accorti quanto importanti sono le casualità nella vita? Faccio un esempio: nascere con i capelli rossi. Mica sei come gli altri. Anzi, lo sei, ma sono gli altri a vederti diversa. Ancora: il caso mi ha portato in una scuola privata a stretto contatto con delle suore che hanno un quoziente di umanità pari a zero. Metti che fossi andata alla scuola pubblica; magari, avrei notato lo stesso difetto nella solita insegnate zitella. E mi sarei risparmiata di diventare atea così giovane. Poi c’è stata la nascita del Piccoletto. E’ stato forse un caso che quando ha visto sulle scale di casa un prete gli abbia gridato dietro un “Macaco!” senza appello? Che posso dire: “Noi rossi siamo fatti così… improvvisiamo! E lo facciamo bene“.

Ci sono cose che mi sembra si ripetano, come se fossi destinata a viverle due volte. Come se i giorni e gli anni ritornassero a presentarsi. Tutto almeno due volte. Di questo passo non diventerò mai grande. A me mia mamma mi sembra bella. So bene che non ve lo avevo mai detto che mia madre è nata lo stesso giorno e lo stesso anno di Marylin Monroe. Non che questo voglia dire un granché, ma in casa di un ciabattino anche questi particolari fanno sensazione. Che poi tra le due donne c’è ben poco in comune. Mia madre è insicura e spaventata, mentre Marylin si prende tutto quello che vuole. Anche nel modo di vestire non ci sono paragoni, mia madre si fa i vestiti da sé, mentre l’altra… beh! sono proprio diverse. Che poi mia mamma la rivedo piangere cercando di non farsi vedere. Qui qualcosa non torna, e finisco che capisco tutto quando la vedo vomitare e star male. Le influenze non durano settimane. E lei piange e vomita. Se continua così bisogna ricoverarla in ospedale.
Mio padre invece mi sembra vecchio. Sembra il padre di mia madre. Viene il dottore di famiglia che le consiglia di sciogliere un ghiacciolo in bocca, ma appena la sente vomitare le prescrive tre farmaci diversi, uno al mattino, uno al mezzogiorno e uno alla sera. Lei li prende come da copione, ma continua a vomitare più di prima. Ritorna il medico e le prescrive altri medicinali e rendendosi conto che si sta disidratando le attacca una flebo al giorno, ma lei continua imperterrita a vomitare e piangere. Viene chiamato un professore, che le cambia tutti i medicinali, ancora, ma senza risultati. Per fortuna che la natura ci pensa da sola e dopo quattro lunghi mesi, mia madre si riprende e ricomincia a mangiare, ma non smette di piangere.
Il Piccoletto è molto spaventato e mi si attacca alla gonna e non fa un passo senza di me. La mamma sembra sospesa sopra una nuvola e lui è convinto che prima o poi sparirà in cielo. Che schizzerà via come un missile. Inutile tergiversare. Ormai sono grande e l’enciclopedia mi ha spiegato tutto su come nascono i bambini, o almeno così spero. Allora sostituisco la mamma nelle cose di casa e mi prendo cura del Cosino, salvandolo spesso dagli artigli di Ernesto. Guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Chissà se mi assomiglierà la mia nuova sorellina? E se fosse maschio? No! ho deciso sarà femmina. Sarà femmina come me, anche per una questione di giustizia.
Quando imparerà mia madre che ormai sono una donna? Io l’ho anche proposto, a Ernesto, di prendermi la sua età e di dargli la mia, tanto è fin troppo la mia per la sua testa, ma lui ha paura che sotto ci sia un imbroglio. Insomma il pusillanime se la prende sempre con chi è più piccolo e debole, ma se la deve vedere con me. L’altro giorno ho tirato fuori il coltellaccio per tagliare la carne e gli ho detto: “Dai, vieni a prendere il Piccolo se hai coraggio!” e ho sventolato il coltello che neanche Tremalnaik. Ovviamente si è rifugiato dalla mamma a dire che lo stuzzicavo. Ma la mamma che non stava bene non gli ha badato più di tanto e ci ha gridato di smetterla.
Invece io sono preoccupata oltre che per la mamma anche per il mio fratellino perché diventa sempre più dipendente da me. Ogni sera devo accompagnarlo a letto e farlo addormentare cantandogli le canzonette di Sanremo. Adesso che sa parlare quasi decentemente, me lo dice chiaro e tondo: “Tata, non andare via, portami sempre con te.” E adesso come farò a fargli capire che sta arrivando un altro fratellino o sorellina e la nostra mamma non è felice per niente?
Adesso è successo un patatrac, oltre al fatto che Marylin si è suicidata, si dice per amore del presidente degli Stati Uniti, quello che chiamano JFK, o del fratello, non ho ben capito, è scoppiato anche lo scandalo Talidomide. No, Talidomide non è un personaggio importante, o un eroe dei fumetti, ma semplicemente un medicinale antivomito che fa nascere i bambini focomelici. In America lo hanno ritirato dal commercio, ma dopo che sono nati molti bambini malformati. E in Italia? Qui tutto arriva in ritardo. Sia le informazioni che i divieti. Mia madre è impazzita. Non si ricorda più quali medicinali le hanno prescritto e tutti li ha buttati quando non le facevano nessun effetto. E adesso che succederà? Io mi stendo sul lettone vicino a lei e le parlo e subito il Piccoletto si stende vicino a me e mi ascolta. Mi fa sorridere vedere che si muove come mi muovo io. Accavalla i piedini, si gratta la testa, e si arrotola i riccioli come faccio io. La mamma non ci vede, lei ha davvero troppo su cui pensare. “Dai mamma alzati che ti ho preparato un po’ di minestra e poi, se vuoi, ti aiuto con i ferri a fare le scarpine di lana”. Lei scoppia a piangere. Ma che ho detto di male? Oh… porcaccia… le scarpine da fare sono per due piedini e se il nuovo fratellino i piedi non ce li ha? Ma tutte a noi devono capitare?
Non pensate che mia madre sia una che piange sempre, non è del tutto vero, qualche volta l’ho vista sorridere, anche se per la verità non ha dei grandi motivi per ridere. Mio padre, il conte, non è mai presente e anche se lo fosse non ci aiuterebbe ad essere allegri, sembra sempre che abbia inghiottito un manico di scopa. Però ho notato che quando io e il Piccoletto parliamo nel nostro modo assurdo un po’ imitando gli adulti e un po’ in bambinesco lei si rasserena. Certo che siamo bravi a fare il teatrino. Ernesto ci guarda come fossimo due mentecatti e non capisce niente di quello che diciamo. Ma si sa: lui non eccelle in intelligenza. Il farfugliese è il nostro pezzo forte e mamma ad ascoltare e a guardarci a volte si addormenta serena. Piccoletto sostiene che dovremmo perfezionarci nel teatro dell’assurdo, lui lo chiama così. Io gli rispondo che basta che mamma dorma un po’ e che è tutto quello che voglio almeno fino alla nascita del nuovo mocciosetto.
Sono stati mesi da incubo. E da quell’incubo è nata una pargoletta rossa con due stupendi occhi azzurri. La prima cosa che la levatrice ha fatto è stata quella di contare tutte le dita di mani e piedi e di rassicurare mia madre. Perfetta sì, ma anche una perfetta rompipalle. Mai visto una bambina piangere tanto senza nessun motivo. Pargoletta farà degli occhi bellissimi se continua così. Piccoletto che invece è tendente al ridere, le si avvicina e le fa le boccacce, le facce buffe, insomma quelle cose che ai bambini piacciono sempre. Lei lo guarda con gli occhi a pallettone e poi finisce a piangere più forte. Ma riusciranno mai a comunicare quei due?
Se con Piccoletto ho cominciato a parlare subito, con Pargoletta l’unica a parlare è mamma. Si capiscono al volo quelle due. Sarà che son pratiche di lacrime. La reazione di delusione di mio padre era prevedibile: “E’ nata un’altra seppiolina!” ed è finita lì. Possibile che le femmine a lui facciano sempre lo stesso effetto. Le vede, le cataloga e le dimentica. Non lo sa ancora, ma non avrà vita facile. Adesso in casa siamo pari, tre femmine e tre maschi e non intendo lasciare loro troppo spazio. Intanto il piccolo sfugge al barbiere di famiglia. Sono riuscita a fargli crescere i capelli in riccioli nobili e morbidi sulle spalle. Ogni volta che mio padre avvisa che arriva il barbitonsore, io prendo il bambino e corro ai giardini a fargli prendere aria. Così i capelli si allungano e lui assomiglia sempre di più ad una bella bambina. Arriverà il giorno che dovrò farlo rientrare nei ranghi, ma per ora corriamo ai giardinetti gridando: “Signor Nube non avrai il nostro scalpo!”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: